Federico “ho fatto la mia parte”

Posted by folfox4 on Gennaio 26, 2010
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La comunicazione per me più difficile è stata quella che mi sono ritrovato a fare una notte ai genitori di un bambino di 5 anni che giunse alla mia osservazione dopo 3, 4 giorni passati in chirurgia con un’appendicite evoluta in shock settico.
Quando Federico giunse in reparto era allo stremo ed ebbe quasi subito un’arresto cardiaco.
Per non perderlo e prima di andare in sala operatoria furono necessari 45 minuti di rianimazione cardio-polmonare. Quando rianimi qualcuno ed in particolare un bimbo, il cui torace lo tieni tra le mani, ti senti travolgere da un istinto fortissimo quasi incontrollabile che ti spinge a fare qualsiasi cosa per tenere l’essere umano che ti è stato affidato in vita.
La sensazione che provai quella notte fu quella di riversare la mia energia vitale nel corpo di quel bambino. Essendo Federico un bimbo piccolo, la sensazione che provai era quella di essere dentro il suo corpo, come se stessi tenendo tra le mani il suo cuore.
Quando polso e pressione finalmente ricomparvero provai un temporaneo sollievo, come dire: “l’abbiamo ripreso”, “ci stava sfuggendo e siamo riusciti a riacchiapparlo”.
L’infermiera che era con me e con la mia collega mi disse, in seguito, che ritmavo la rianimazione bestemmiando, sinceramente non lo ricordo così come ho dimenticato il corpo e il viso di Federico.
Dopo 45 minuti di rianimazione, travolto dall’imperativo quasi diabolico di tenere in vita Federico ero prostrato fisicamente e psichicamente e senza il tempo di riflettere su ciò che avevo vissuto mi disposi a parlare con i genitori che erano rimasti fuori dalla porta senza sapere costa stesse accadendo.
Li feci accomodare nella stanza dei colloqui e gli dissi che Federico aveva avuto un’arresto cardiaco, che era pressoché morto e rischiava ancora di morire da un momento all’altro.
Mentre parlavo ebbi la sensazione che il padre mi ascoltasse, che in base alle mie parole comprendesse le gravi condizioni del figlio e rimettesse insieme i pezzi dei giorni trascorsi in ospedale, quando probabilmente non si era reso conto della gravità della situazione.
Dal modo in cui mi ascoltava e mi guardava ebbi la sensazione che avesse compreso che ci eravamo veramente fatti in quattro per salvare almeno temporaneamente la vita al figlio.
Della madre invece ricordo lo sguardo ostile, ebbi la sensazione di essere il primo medico che si offriva veramente al dialogo da quando il figlio era stato ricoverato e tutto in lei esprimeva un forte astio nei miei confronti che diceva: “me lo avete ammazzato”.
Fu estremamente duro per me quel colloquio: era evidente che c’erano in scena due dolori distinti, quello dei familiari, certamente centrale e devastante e il mio di operatore dell’ospedale che sentivo sulle spalle la responsabilità di ciò che non era stato fatto, di ciò che non si era compreso tanto che il bambino si trovava in fin di vita.
Il caso clinico di Federico mi metteva paura, il bambino era più morto che vivo immaginavo che la sepsi e l’arresto fossero conseguenti all’appendicite che i chirurghi, inspiegabilmente, per giorni non avevano voluto operare.
Percepivo un forte imbarazzo, mi sentivo in colpa, ci si sente sempre in colpa quando le cose vanno male. Fui invaso da un’intensa sensazione di colpa come se tutto dipendesse da ciò che avevo fatto o mancato di fare nell’assistere il paziente, mi rendo conto che è una specie di delirio di onnipotenza, ma è esattamente ciò che si prova.
Adesso narrando di quella notte mi viene in mente che, per la prima volta da quando avevo 18 anni, mi ritrovavo in un contatto fortemente sentito con un bambino.
Fino a 18 anni avevo sempre avuto una grande intesa con i bambini, se ne incontravo uno ero contento e loro in genere erano entusiasti di me, poi improvvisamente persi questa capacità, era come se inspiegabilmente fossi diventato indifferente nei loro confronti. Questa sensazione di distanza emotiva dai bimbi era sorta in coincidenza con i primi rapporti sessuali quando, sperimentai il terrore di poter avere un figlio.
Ricordo che dopo una delle mie prime esperienze la ragazza con cui stavo ebbe un ritardo e fui colto dall’angoscia fortissima di averla messa incinta. Avevo un pensiero ossessivo che mi martellava la testa: “oddio è incinta, oddio aspetto un figlio”.
L’intensità di quell’angoscia a mio avviso anormale, mi riporta ad una sensazione simile che sperimentai intorno ai 9 anni, quando ci fu il forte rischio di una guerra atomica: era la crisi di Cuba … La televisione bombardava di informazioni ed io ricordo quell’angoscia; delle volte mi dondolavo e dicevo; “Ho paura della radioattività. Ho paura della radioattività”.
Questa stessa sensazione la provavo anche a 4-5 anni, la stessa età di Federico, quando passavo le mie giornate nel grande armadio di legno della nonna; dentro c’era la biancheria, un profumo di lavanda ed io guardavo il mondo sbirciando dalle ante.
Il giorno in cui mi ritrovai a rianimare Federico, ritrovai l’intenso trasporto fisico ed emotivo che provavo per i bambini ma questa volta non stavamo giocando; tenevo tra le mani il suo cuore e provavo a non farlo morire.
L’energia che si è mobilizzata in termini di quantità era la stessa di quando ero giovane solo che questa volta la qualità dell’energia era diversa.
Come dicevo non ricordo l’aspetto fisico di Federico, mentre ricordo bene che quando una settimana dopo lui morì, il primario mi chiamò a casa per dirmi che il padre mi voleva parlare. Sebbene fossi di riposo andai dai genitori, rimasi del tempo con loro e poi per la prima volta da quando ero in rianimazione andai al funerale di un malato morto.
Era giugno, quell’estate andai in montagna, ma i giorni passavano ed io mi sentivo incapace di godermeli, mi sentivo scombinato, aleggiava in me un intenso senso di tristezza che si rischiarò quando tornando giù da cima Tosa, pensai che potevo dedicare una via di ascesa a Federico.
Mi misi d’accordo con Demis la mia guida di Tione di Trento e ad ottobre tornai in montagna e aprii questa via, 150 metri di parete rocciosa, del 5° grado.
Fu una scalata impegnativa, che richiese sforzo, attenzione e molta concentrazione. Dopo 5 ore di scalata mi ritrovai in cima, era stupendo e pensai che quello era il posto adatto dove seppellire Federico, lì poteva riposare e guardare il magnifico panorama che lo circondava.
L’Adamello, la Presanella e giù giù monti fino al massiccio dell’Ortles.
Non ero riuscito a salvarlo, mi sentivo in colpa, mi domandavo se c’era qualcosa di più o di diverso che avrei potuto fare per garantirgli la vita e alla fine era importante per me accompagnarlo alla morte e seppellirlo simbolicamente.
La discesa in corda doppia durò solo 30 minuti e fu estremamente piacevole.
Si era compiuto un cerchio, si era chiuso un ciclo della mia esperienza professionale, da giovane medico a maturo signore che fa il medico. Una vera rivoluzione.
Dopo l’incontro con Federico ho perso una visione un po’ ideale della professione o forse posso dire che ho perso una corazza che mi permetteva di mantenere una distanza dal dolore che mi circondava quotidianamente.
Prima di Federico non avevo mai avvertito così intensamente la sofferenza, come se la vita mi avesse fatto capire attraverso quel bambino che cosa significa caricarsi sulle spalle un essere umano e portarlo verso la vita.
Oggi “sento” la malattia che devasta il corpo dei malati… una lastra, una TAC, un referto degli esami ematochimici, non sono più per me solo parole o numeri… “vedo” il disfacimento dell’organismo.
Questa percezione della malattia mi fa dolore e questo dolore mi fa sentire debole.
Via via nei miei 30 anni di pratica clinica la medicina è molto cambiata divenendo sempre più complessa. La malattia di un essere umano nasce appunto dall’incontro tra uno specifico essere umano con una specifica entità nosologica e questo incontro è unico per cui al medico è sempre richiesto di fare la spola tra quello specifico individuo malato e ciò che scientificamente si conosce di quella malattia.
Ci si muove quindi nell’incertezza di ciò che è meglio fare per quel singolo essere umano che hai davanti alla luce dell’”evidenza scientifica”.
Federico mi è morto
Non sono riuscito a salvarlo
Sono andato a dargli una degna sepoltura

Folfox4

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cosa si sarebbe potuto fare di più?

Posted by folfox4 on Febbraio 14, 2009
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Cosa si sarebbe potuto fare di più ?
E’ una domanda che spesso mi ritorna quando è andata male. Dopo 20 minuti di rianimazione do lo stop: “basta ragazzi … è morto; fine.”
Feed-back positivo: “come al solito tutti bravi, e poi era veramente oltre il limite, anzi, troppo siamo riusciti a fare, bravi, bravi tutti davvero.”
Spengo respiratore e monitor; è il segnale, il rito è finito, una specie di ‘ite missa est’ molto ruvido.
Sono le 4.00 del mattino, mi affaccio un minuto fuori.
Piove fitto e sottile, l’aria è calda.
Al mio ospedale lo scirocco arriva dritto dal mare e ne porta l’odore.
Respiro profondo, debbo avvertire la madre e il padre; rientro.
Antonello aveva 16 anni, era malato di leucemia linfoide acuta.
Ricoverato in ematologia per un ciclo chemioterapico; improvvisa crisi aplastica midollare indotta dai farmaci antiblastici; conseguente shock settico e multipla insufficienza d’organo.
Entrato in rianimazione circa 12 ore prima, era stato sottoposto a tutti i trattamenti e le procedure del caso; 16 anni e una leucemia in fase di controllo lo impongono.
Risolta la sepsi, poteva ancora farcela.
Le infermiere stanno ricomponendo la salma.
I loro volti dicono, già a 30 anni, la delusione e la voglia di fare altro nella vita.
Ma solo noi sappiamo com’è quando qualcuno sputa l’anima.
Il cerchio si chiude e questo è il nostro carico.
In fondo, è sul confine dell’intimità con la morte che sono costruiti i nostri rapporti e forse per questo ci amiamo ma non amiamo incontrarci fuori.
Fuori dobbiamo provare a fare la corsa come tutti gli altri.
Il tubo endotracheale e la sonda nasogastrica sono stati rimossi; il volto appare disteso, non più deformato; il pallore conferisce alla fisionomia una luce lunare.
Antonello, Antonello …

[il medico]

Pronto? Parlo con casa … ?
Signora buonasera, qui è l’ospedale San …, sono il dottor …, sono il medico di guardia della rianimazione, lei è la mamma di Antonello ?
Signora, le condizioni di suo figlio sono peggiorate …
Si signora, la situazione è precipitata …
Vi consiglio di venire subito in ospedale …
Vi apetto.

Burocrazia: compilo le schede di morte, chiudo la cartella, firmo, telefono alla camera mortuaria :
“è il centro di rianimazione, sono il medico di guardia, c’è una salma, no niente autopsia, mi raccomando entrate dall’altra porta e aspettate che i parenti abbiano visto il cadavere; grazie, a dopo. Ah! Credo che ce ne sarà anche un altro; si, eventualmente richiamo io … è una brutta notte.”
I genitori sono arrivati.
Camice.
Vado ad aprire; li faccio accomodare nel salottino dove si danno le informazioni.
Locale 3 metri per 3, pareti gialline, poltrone blu, neon.

[il medico]

Accomodatevi prego …
No signora, no, Antonello è morto poco fa, non ce l’abbiamo fatta, mi dispiace …
Un arresto cardiaco irreversibile nonostante tutti i tentativi …
No signora non faccia così adesso …
Aspetti, si sieda …
Adesso ci vuole tutta la forza, vi prego di resistere ora …
Si certo che lo potete vedere, è ancora qui …
Ecco, si accomodino da questa parte, è in questa stanza …
Certo che potete stare un po’ con lui …
Qui ci sono delle sedie …
Io sono qui fuori, vi aspetto, sono a vostra disposizione.

Esce il padre.

[il medico]

Mi creda, siamo davvero desolati, speravamo di poter fare di più ma non ce n’è stato neppure il tempo …
La ringrazio, la ringrazio a nome di tutti, in particolare dei ragazzi dentro; sa, anche per loro è dura, anzi forse lo è ancora di più, sono tutti infermieri molto giovani …
Per noi sono sconfitte pesanti …
16 anni sono davvero pochi per morire …
Si, in camera mortuaria riceverete le informazioni necessarie per il funerale e tutto il resto.

Esce la madre.

[il medico]

Si signora ha ragione, il cancro è una malattia tremenda, in certi casi non da neppure tempo di capire cosa stia succedendo …
Si, si certo io sono medico e lo dovrei sapere meglio di voi, ma …
sa com’è, la vita fa strane sorprese e non guarda tanto per il sottile …
siamo tutti uguali e la professione c’entra poco …
tutti siamo a rischio di qualcosa e …
anch’io, come gli altri, lo sono …
beh, in un certo senso …
come posso dire …
Non piange più ora signora ha visto ? Parlare aiuta …
Coraggio …
Sedete ancora un pochino, volete ?
Come dice ?
Stavo io dicendo qualcosa ?
Non so, non ricordo …
Ah si, le sorprese della vita …
Ma …
Se me lo chiede in forma così diretta …
No, la lasci dire signor … le donne sanno gestire molto meglio di noi queste situazioni sa ?
Si …
anch’io signora, anch’io …
In una forma meno aggressiva di quella di Antonello, ma anch’io …
È anche per me un momento un po’ speciale; si Antonello è andato via per un male che io stesso ora ho …
Se ne voglio parlare ? Di cosa signora ? Del mio male ? Ma vostro figlio è morto e …
Non so, mi sento in imbarazzo … sono a disagio …
Se mi voglio sedere con voi …
Va bene, mi siedo anch’io …
Ecco …
Se posso parlarle della morte e del dolore …
Si, certo …
Però io sono un medico non un filosofo o un prete, non saprei …
Va bene, allora potrei dire che …

Potrei dire che è impossibile consolare con parole chi resta solo per la partenza senza ritorno di un proprio caro; è già tanto difficile quando chi va via lo si sa ancora vivo.
Il posto rimasto vuoto annichilisce l’anima; una sedia, una poltrona, un letto, una stanza sono tutto ciò che rimane.
Ma quel posto è ancora occupato nella nostra memoria, rimane dedicato a chi se n’è andato; eppure, sappiamo anche che resterà irrimediabilmente vuoto.
E il silenzio di quella voce che non risuona più fa trasalire come un colpo di vento.
Nell’arco di una vita, per breve o lunga che sia, ognuno fa quello che può cara signora; questo significa dover procedere miseramente per tentativi ed errori come afflitti da un’insanabile zoppia, e tutti sappiamo quanto sia salato il pane di ogni esistenza.
Non diversamente credo abbiate fatto voi con umiltà ed onestà per la vostra stessa vita e per quella di Antonello, finchè avete potuto.
Quindi, mi raccomando, nessun rimorso o recriminazione.
Tutto il dovuto è stato dato.
Tutto si è compiuto.

Però io penso - sempre da laico - che la morte non sia solo questo.
Io penso che la morte sia l’ultimo strazio per pagarci l’ingresso in una zona franca dove finalmente poterci liberare di ogni promiscuità, sorridere col cuore, guarire dalle piaghe del nostro corpo, dimenticare la volgarità di ogni piccola o grande miseria, tirare il fiato dopo l’umiliazione dell’ansimo.
Oggi questo mi sembra di poter dire d’aver visto, sia pure per un momento, dipingersi sul volto di vostro figlio e di tutti gli altri morenti prima di lui: la sensazione di una fatica inenarrabile finalmente conclusa, con buona pace di chi rimane.
Come se, proprio poco prima di morire, fosse possibile cogliere il senso di quell’evento splendido, terribile ed inspiegabile che è la vita; come se fosse finalmente possibile leggere e comprendere il misterioso segno con cui il destino ha marchiato la nostra schiena fin dall’inizio.
Ora debbo tornare dentro … Ho gli altri pazienti …
Grazie, grazie davvero, grazie di tutto … Mi spiace …

Il chiasso di tre cose
Va per il mondo sopra oceani, nevi,
terre di siccità e risaie:
e nessuna membrana dell’udito
lo cattura, il chiasso di tre cose.
Il chiasso del sole che va per il cielo,
il chiasso della pioggia
quando il vento la stacca dalle nuvole
e il chiasso dell’anima
da un corpo che la sputa

dalla Bereshìt Rabbà

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