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l’umiltà degli aquiloni

Posted by Gaddo on Luglio 30, 2010
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E’ un corridoio sotterraneo, quello che collega il padiglione dove è ubicato il mio reparto a quello della terapia intensiva neurochirurgica. Un corridoio lungo, buio e freddo. A un certo punto la strada si biforca: a destra si va nel padiglione neurochirurgico; a sinistra, paradossale metafora, si imbocca l’ingresso dell’obitorio. Mentre lo percorro mi viene in mente che se fossi un barbone queste svolte ad angolo retto potrebbero fornirmi un riparo per la notte: ma è il pensiero di un attimo. Il pensiero fisso invece è il motivo della chiamata in consulenza: ecografia per potenziale donatore di organi. Traduzione: un paziente è morto, lo teniamo in vita solo perchè doni i suoi organi a un’altra persona.Quando arrivo in terapia intensiva neurochirurgica lo spettacolo è desolante. Ci sono molti letti, e sono tutti pieni. Poveri pazienti ranicchiati su sè stessi, la testa rapata e solcata da cicatrici che sembrano infinite. Hanno tutti gli occhi semichiusi, non so se dormano e se siano in preda a dolori atroci mezzo sedati dagli analgesici.

Il medico rianimatore è gentile, mi accoglie con un sorriso che già di per sè è un mezzo miracolo. Mi chiede: Come va?

E io che devo rispondergli? Va bene per forza. In un luogo del genere tutto va bene, tranne essere l’ospite.

Mentre l’ecografo si accende il collega mi mostra la tac toracica di un altro paziente. Mi chiede cosa penso del suo torace: c’è acqua e c’è aria libera, dunque non va benissimo. Ma il peggio non è quello: il peggio è l’incidente di moto che lo ha condotto lì, e che lo ha già reso irreparabilmente tetraplegico.

Poi l’infermiera, anche lei incredibilmente sorridente, mi informa che l’ecografo è pronto e scopre l’addome della potenziale donatrice di organi. Che, al di là di questa fredda definizione medica, è una donna. Abbastanza giovane e persino bella, nonostante i tubi che le spuntano come rami secchi da tutte le parti del corpo. Sembra che stia solo dormendo. Che stia sognando qualcosa di rasserenante, mentre il macchinario le pompa aria nei polmoni con stantuffi regolari e implacabili. Mentre eseguo l’ecografia non riesco a non guardarle il viso: ho quasi la sensazione che se allungassi una mano, e le carezzassi una guancia, la signora potrenne svegliarsi e sorridermi meravigliata di trovarsi seminuda davanti a uno sconosciuto in camice bianco.

Ma non ne ho il coraggio. Finisco il mio lavoro, scrivo il referto e me ne torno in pronto soccorso. Questa volta non voglio percorrere quel terribile corridoio sotterraneo: farò la strada esterna, lungo il viale alberato. Anche se la primavera tarda ad arrivare, gli alberi sono spogli e l’unico privilegio del cambio incipiente di stagione sono le prime, maledette zanzare.

Una volta Rod Laver, l’indimenticabile tennista australiano che vinse il Grande Slam negli anni ‘60, in un’intervista disse: Mi sento umile, quando batto un uomo.

Io non ho battuto nessuno, anzi. Ma mi sento umile lo stesso, quando faccio l’ecografia a un paziente che già non c’è più, ma che noi medici tratteniamo con tutte le nostre forze al di qua di quella linea nera da cui, dicono, non si fa più ritorno.

Come se stringessimo nella mano il filo di un aquilone, e fuori ci fosse un ventaccio da paura.

Gaddo

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come cambia la vita in una notte

Posted by bambinachedanzanelvento on Luglio 04, 2010
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Inverno 2007-2008. Uno degli inverni più secchi degli ultimi anni, quasi siccità. La pelle mi sembra un po’ secca. Prude. Dappertutto. Inizio a mettere creme e va un po’ meglio. Ma poco. Poi provo a cambiare le stoffe, uso solo cotone, taglio tutte le etichette perché non le sopporto. Passano i mesi.Stanca. Mamma mia se sono stanca. Certo, stiamo facendo turni pazzeschi. Ma d’altra parte i miei turni non sono più pesanti di quelli degli altri, se ce la fanno loro perché non dovrei farcela io? Il prurito continua, eppure ho fatto anche esami del sangue ed era tutto più o meno a posto, niente problemi al fegato, non sono allergica… sarà lo stress? Può essere… sembra peggiorata anche l’esofagite da reflusso: per dormire devo aggiungere un cuscino, altrimenti mi viene la tosse. Mah… forse dovrei andare da uno psicologo…

Inverno 2008 - 2009. Continuano, e aumentano, il prurito, la stanchezza, e i cuscini… Sembra sempre solo stress. Ripeto gli esami del sangue, sembra sempre tutto ok. Lavoro, lavoro, lavoro. Mi sento un po’ gonfia, la catenina non sembra più stretta? E la giugulare esterna sinistra mi sembra turgida, no? Chiedo ai miei colleghi… ma no, figurati… Magari fai una lastra del torace. Sì… e poi? ho altro da fare… e il tempo passa…

28 aprile. Rientro da una settimana di ferie passata praticamente sempre a dormire, ma non mi sento molto riposata. Forse perché la settimana ancora prima avevo lavorato 90 ore? Mah…

Come sempre al rientro dalle ferie, ho “vinto” il turno mattino-notte, e mi preparo alla notte facendo il mio solito pisolino. Stavolta però mi ribello ai cuscini: ho sempre dormito meglio senza cuscini e a pancia in giù, possibile che non possa farlo anche ora?
Mi sveglio a fatica dopo un paio d’ore, la sveglia suona con insistenza, la testa è pesante. Mi guardo allo specchio e mi spavento a vedere gli occhi gonfi. A dire il vero mi sento tutta gonfia, testa, collo… Palpo istintivamente il collo e finalmente lo sento: un linfonodo sovraclaveare a destra, grosso almeno 2-3 cm, ma come avrò fatto a non sentirlo prima?
E d’un tratto, finalmente, dopo mesi, i pezzi del puzzle iniziano ad andare a posto…

Vado a lavoro. Al mio ingresso in rianimazione le infermiere mi vedono e si alza il coro: ma cos’hai fatto??? hai una faccia! Tranquille, mi sono solo svegliata un po’ gonfia, in effetti ho anche un linfonodo ingrossato, ma tranquille, ora vado in pronto soccorso e mi faccio fare due esami… Il mio collega della notte è al telefono, gli parlerò poi…
L’internista del pronto soccorso è d’accordo con me sugli esami e suggerisce anche un ecografia del collo per la mattina dopo. Sono io a chiedergli la lastra del torace. Lui: figurati, dai, speriamo proprio di no… Io: tu prescrivimela.
Passo in radiologia ma c’è tanta gente, e poi proprio in quel momento mi chiamano per un cesareo urgente. Un bel maschietto. Un piccolo miracolo, come sempre, quel piccolo cucciolo urlante, la mamma commossa. Il mio ultimo cesareo per un po’… per fortuna, comunque, anche l’ultima chiamata della notte: quasi un secondo miracolo!

Ripasso in radiologia, c’è ancora gente, ma i tecnici decidono che io ho la precedenza (d’altra parte ero già passata prima, no?) e mi fanno passare. Quando esco dallo spogliatoio c’è un torace sul monitor, e commento: beh, non è male. Il tecnico: sì, in effetti è meglio del tuo… che è questo: il mediastino è un po’ allargato, ma lo sapevi già, vero? io: no, ho fatto la lastra per questo. Il tecnico: ah… mi è sembrata una gran risposta, non c’era proprio altro da dire. Quella lastra poteva voler dire solo linfoma. Se poi ci metti il prurito, la stanchezza, la tosse (che, iniziavo a sospettare, era dovuta alla massa e non all’esofagite), non poteva essere molto altro. Lo sapevo io, lo sapeva il tecnico. L’ha capito subito anche il mio collega della ria, quando sono tornata su e gli ho fatto vedere la lastra. Essere medici in certe cose aiuta, ti risparmi qualche ansia da attesa, perché alcune cose le capisci da solo.

Beh, è stata una serata lunga, sono le 2 passate, e la mia stanchezza è sempre con me. Me ne vado a dormire. Ma riesci anche a dormire, mi chiede il collega? Oh sì! Assolutamente sì!
Vado a stendermi nella poltrona-letto dove ci stendiamo quando non ci chiamano per qualche urgenza, con tre cuscini stavolta… ma in effetti non mi addormento subito. Mi domando cosa mi aspetta, e quando sarà la prossima notte che passerò su quella poltrona, se ci sarà un’altra notte su quella poltrona… ma sono certa di sì. Il linfoma ha una prognosi ottima, l’ematologia non è stato uno dei miei esami preferiti all’università ma questo me lo ricordo bene. Se proprio devi avere un tumore, forse il linfoma è il migliore di tutti. O almeno, il meno peggio.
E poi, se devo essere sincera: sollievo. Non è stress, non sono matta. Finalmente so. Finalmente si potrà fare qualcosa. Finalmente, soprattutto, posso riposare. Al mattino inizieranno gli esami, le cure, le novità che, di fatto, cambieranno un bel po’ la mia vita, almeno per qualche mese. Ma per ora posso riposare. Tranquilla, finalmente.

bambinachedanzanelvento

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vi racconto la SLA ovvero la solitudine dei medici di terapia intensiva

Posted by Malanotteno on Gennaio 17, 2010
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Rispetto all’ultima volta che l’ho vista la signora Maria è più triste, dimagrita, è diminuita la mimica facciale.
- Come sta la sua nipotina?
- Sta crescendo bene e va molto volentieri all’asilo nido.
- Sta ancora leggendo i quotidiani?
- Si, a volte li leggo io, a volte quando non ce la faccio me li legge mio marito, ma ormai leggere i giornali sta diventando angosciante.
- Sta seguendo la nascita del PD?
- Si ma non mi piace la contrapposizione tra Soru e Cabras.
L’impressione che ho avuto quel giorno è stata di una donna molto presente a se stessa.
- Signora Maria mi sembra un po’ giù di umore oggi.
- Perché secondo lei come dovrei essere?
- La capisco, ma forse si potrebbe aiutare con qualche farmaco , un ansiolitico o un antidepressivo.
- Sino a quando ce la faccio preferisco di no, in seguito si vedrà.
- Sta dimagrendo molto, evidentemente quello che riesce a mangiare non le basta, forse è il caso di aggiungere un po’ di nutrizione enterale attraverso la PEG.
- Ma cosa me ne faccio di mettere su qualche chilo.
- Una buona alimentazione serve per prevenire le lesioni da decubito e le infezioni, comunque se lei non è d’accordo lasciamo così, d’altronde abbiamo sempre cercato di rispettare la sua volontà.
Dal suo sguardo, ho capito subito che mi ero intrappolata in una situazione difficile. Infatti alla mia affermazione non poteva che seguire la sua domanda.
- Davvero dottoressa rispetterebbe la mia volontà? E se arrivasse il momento in cui io le chiedessi di staccare il ventilatore, lei lo staccherebbe?
Non ero pronta. Avevo riflettuto a fondo sulla possibilità di trovarmi in una situazione così, come credo abbiano fatto tutti gli anestesisti quando tirarono un sospiro di sollievo perché per fortuna non era toccato a loro essere il medico curante di Nuvoli o di Welby .
Me la sono cavata mediocremente.
- Suvvia signora, io penso e le auguro che la sua vita, anche se in questa condizione, per lei abbia sempre motivo di essere vissuta.
Io così pensavo e le auguravo. Feci finta di non capire quello che continuò a dire subito dopo.
La donna che ha intelligenza soprafina ha capito benissimo che non le stavo rispondendo e io sapevo di non aver risposto, sapevo soprattutto di non saperle rispondere.
Sapevo che quanto successo quel giorno era una puntata di un dramma iniziato quattro anni prima,
sapevo della mia vigliaccheria.
Andai a trovarla qualche altra volta. La malattia evolveva molto velocemente. Tutti i muscoli erano paralizzati, riusciva solo ad aprire e chiudere gli occhi e con questo vocabolario comunicava con i familiari e con il personale che la assisteva intensamente. Lo sguardo rimaneva ancora vivace.
Giaceva nel letto immobile. Ritmicamente, attraverso la tracheotomia il ventilatore forzava l’aria nei polmoni, la nutrizione enterale raggiungeva l’intestino attraverso la PEG, l’urina veniva raccolta nella sacca attraverso il catetere vescicale perché noi potessimo misurarla e calcolare il bilancio dei liquidi, mani pietose la pulivano quando andava di corpo, l’aspiratore rimuoveva le secrezioni bronchiali che lei non riusciva a espellere con la tosse e la saliva che non riusciva ad inghiottire, altri dovevano allontanare le mosche che d’estate si posavano sul suo viso e la grattavano quando forse aveva prurito.
Chi voleva parlare con lei o guardarla negli occhi doveva allungarsi sul letto e portare il viso sopra il suo perché non riusciva più a eseguire i movimenti di lateralità del capo.
Come si sentiva, cosa pensava, nessuno di noi poteva saperlo. Il marito ha continuato a leggerle il giornale tutti i santi giorni ma alla fine non sapeva più se lei gradiva, se ascoltava e se capiva.
Lo sguardo nel tempo si era spento, gli occhi erano diventati vitrei. Era un corpo sul quale ogni giorno si andavano a misurare la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, la temperatura, la diuresi, il bilancio dei liquidi, le calorie introdotte.
Tutti ardentemente avremmo voluto leggere, conoscere i suoi pensieri, ma la situazione non dava strumenti di lettura.
Si potrebbe pensare che la risposta era semplice se solo ci si fosse fermati a chiedersi:
- Ma io al posto suo cosa avrei desiderato?
- Ma siamo proprio sicuri che ciò che vale per una persona vale per tutti e che ciò che vale oggi vale anche per domani?
Ha ragione chi enfatizza il valore dell’unicità degli esseri umani. Il più grande valore di ogni uomo sta nell’essere unici ed irripetibili. Proprio per questo non si può affermare che ciò che va bene per una persona può e deve andare bene per tutte le altre.
Io so cosa vorrei per me nella condizione di Maria. Vorrei che la mia volontà venisse rispettata e penso debba essere rispettata la volontà delle persone che la pensano diversamente da me. Non esiste la ragione di uno che deve valere per tutti gli altri.
Ma c’è un grosso problema da risolvere.
Come capire la volontà delle persone che non sono in condizioni di esprimerla?
Spetta al medico decidere? Al magistrato? Ai parenti?
O piuttosto ognuno di noi deve poter decidere del suo destino quando è in condizioni di decidere, per quando non lo sarà più e se dovesse cambiare idea lo può sempre fare?.
Non è stato di grande aiuto il dibattito che in quel periodo si andava sviluppando sui temi cosi detti eticamente sensibili.
Ho cercato conforto nei documenti emanati dal comitato nazionale di bioetica, nella Costituzione nella convenzione di Oviedo ma soprattutto nel codice di deontologia medica. Ho letto anche l’Enciclica Evangelium Vitae cercando lumi, ma questa è utile per chi crede che la vita l’abbiamo avuta in dono e solo Dio ne può disporre. In quei giorni, ognuno ha detto la sua avendone o no titolo e cultura scientifica. Molta confusione sui termini e sul senso da dare alle parole. Cos’è l’accanimento terapeutico? La nutrizione artificiale è un atto medico o assistenza? L’astensione da terapie invasive, nel rispetto della volontà del paziente, quando questo non ha più speranza cos’è? Eutanasia nelle varie declinazioni, attiva, passiva, omicidio del consenziente, suicidio assistito. Qualcuno è persino arrivato a mettere in discussione il concetto di morte e di stato vegetativo permanente. In questa nostra povera Italia, si rischia di avere una morte di destra e una di sinistra così come uno stato vegetativo di coalizione.
Quello che manca un po’ a tutti è la compassione, intesa come partecipazione affettiva alla sofferenza del malato senza speranza. Manca ai politici e anche agli uomini di chiesa troppo vincolati ai codici delle caste di appartenenza. Manca anche a molti medici. E’ più facile fingere di non sentire quando è il tuo turno e sperare che qualche altro senta per tutti al turno successivo. Ma la notte, quando si rimane soli con la propria coscienza e ci si chiede - cosa avrei voluto io al posto di Maria - come si fa a dormire tranquilli se hai finto di non sentire?

Malanotteno

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il miracolo della vita

Posted by sognatore on Agosto 10, 2009
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Per me, studente infermiere al terzo anno e ormai prossimo alla laurea, era il primo giorno in un reparto di ostreticia. Un mondo nuovo, carico della gioia di teneri pianti felici, di genitori emozionati e cuccioli d’uomo che vedevano la luce per la prima volta. Era strano. Per me abituato al dolore e alla morte dei miei pazienti, ritrovarmi in quel posto.
“Andiamo” mi disse l’infermiera di quel giorno “c’è un parto”. E così la seguii come un cucciolo impaurito.
Era la prima volta che assistevo al miracolo della vita, che vedevo nascere una bellissima e sanissima bambina, che sentivo i suoi pianti e vedevo le lacrime di gioia dei neogenitori.
“Sognatore” disse l’infermiera mentre mi porgeva la bimba “tocca a te farle il bagnetto”. E così feci, con quel prezioso fagotto che mi sembrava più prezioso del tesoro dei setti mari, delicato come un calice di cristallo.
Lavo la piccola, le medico il cordone e faccio la profilassi con vitamina K e collirio, faccio gli auguri ai genitori ed esco dalla sala parto. Tremo, non riesco a smettere, sono emozionato. Eppure ormai avevo sviluppato un bel sangue freddo… avevo visto persone aperte come polli nelle sale operatorie, politraumatizzati, ustionati e morti nel pronto soccorso, ma era la prima volta che assistevo di persona a quel miracolo.
Mi metto nella mia stanza, parlo con l’infermiera per un pò. Lei esce un attimo e torna con la piccola nata poco prima
“Sognatore, la mamma è a fare la visita dal ginecologo, guarda la piccola per un’pò io vado dalla capo sala”
Un attimo di panico, io e lei da soli. La guardo nella sua culla, si sveglia e comincia a piangere.
La prendo in braccio, comincio a canticchiare un paio di vecchie canzoni d’amore. La piccola si calma mi sembra quasi di vedere un sorriso abbozzato sulle sue piccole labbra. Sento gli occhi lucidi, a stento riesco a trattenere una lacrima di commozione.
La mamma entra mi vede, mi immagino la scena: un ragazzone di un metro e ottantacinque, taglia 56 di spalle con quell’esserino di due chili e mezzo in braccio. Lei ride
“Sognatore, sei stupendo” mi dice.
Io non rispondo, abbasso lo sguardo e sorrido imbarazzato mentre rimetto la piccola nella culla e la riaffido alla cure della madre.
Sono le otto e mezzo, il mio turno è finito.
La strada è deserta ed il cielo terso e pieno di stelle, mi fermo un attimo a guardarle e le prego di sorridere sempre alla mia piccola assistita.
“Ciao principessa” sussuro “benvenuta in questo mondo”
Mi sento felice, bene come non mi sentivo da tempo ormai. Salgo in macchina e vado a casa, con la consapevolezza che, dentro di me, qualcosa era cambiato e quel perenne senso di solitudine mi aveva, per adesso, abbandonato.

sognatore

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di notte

Posted by Woland on Marzo 27, 2009
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Ogni Rianimazione è unica. Non solo è diversa dalle altre, è diversa anche da se stessa, se la osserviamo in momenti diversi, con persone diverse, o a distanza di qualche anno.
Il giorno è diverso dalla notte. Così come una notte tranquilla è diversa da una notte di tragedia, come una notte qualunque è diversa da quella di Natale o Capodanno, che ti ricordano da un lato cosa voglia dire lavorare 365 giorni all’anno 24 ore su 24, ma ti ricordano anche quanto poco basti per rendere un luogo di lavoro accogliente quasi quanto una casa.
Alcune differenze le ho notate soltanto quando ho cominciato a fotografare la Terapia Intensiva e a riguardare le fotografie a distanza di tempo. Non sono il solo a fotografare in reparto.
Se è vero che una fotografia è sempre un atto a doppio senso, in cui resta fissato non solo il soggetto ma anche lo sguardo di chi lo inquadra, così molti dettagli sono venuti alla luce passando le notti (quelle tranquille) a curiosare per la Rianimazione e i dintorni. Allo stesso modo sono emersi gli sguardi di ciascuno, di chi cerca i dettagli, chi cerca i volti, chi gli spazi vuoti.
Di giorno non sarebbe possibile, c’è troppa frenesia.
Di notte il lavoro può essere anche più pesante, ma te lo distribuisci come vuoi, basta che sia finito prima del mattino.
La notte inizia con le consegne. Di solito rapide, perché i colleghi hanno diritto di essere stanchi e di aver voglia di andare a casa. Quasi sempre dopo c’è una pizza, spesso mangiata fredda perché se la ordini troppo presto il ragazzo della pizzeria te la porta durante le consegne e la pizza si raffredda, se invece aspetti un’ora, non appena te la porta regolarmente chiamano dal pronto soccorso e quando ritorni 2 ore dopo la pizza è fredda di nuovo.
Di giorno gli allarmi quasi non li senti, di notte ti rimbombano in testa.
Di giorno le decisioni sono condivise, di notte spesso le prendi da solo, al massimo in due, per difendersi a vicenda dalle possibili osservazioni dei colleghi al giro del mattino.
Di notte in cucina è più facile assaggiare un dolce romeno, è più facile scoprire che un collega si sta per sposare o che ha avuto un lutto in famiglia.
Di notte se un parente si ferma fino quasi al mattino al letto di un paziente, la Terapia Intensiva è più aperta di quanto potrà mai esserlo di giorno.

Woland

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perché l’ho fatto

Posted by Giramondo on Marzo 16, 2009
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Sono quasi 3 anni che lavoro come chirurgo nei paesi in via di sviluppo.
Molte persone, amici o semplici conoscenti, mi hanno spesso chiesto perche’ ho fatto questa scelta di vita non certo semplice ( in apparenza ).
Difficile rispondere.
Ho provato a pensarci.
Ovviamente non esiste una sola motivazione, una sola risposta.
Forse bisogna partire dall’inizio, dal desiderio che mi ha spinto ad essere medico prima ed a specializzarmi in chirurgia poi.
Il desiderio: essere utile alle persone che ne hanno bisogno.
Banale ? Illusorio ? Infantile ? Sì, sì… banale, illusorio ed anche infantile; ma questa e’ la mia vita, ed io volevo viverla con la banale illusione infantile di essere utile al prossimo.
Essere utile con le mie conoscenze; essere utile con le mie mani mosse dalla testa;
essere utile con le mie parole quando testa e mani non hanno piu’ nessun potere sulla malattia.
Ecco, questo il progetto iniziale. La realta’ lavorativa mi ha mostrato poi che nei vari ospedali italiani dove sono stato (sia pubblici che privati, nessuna differenza) spesso i rapporti umani sono inesistenti, aridi, governati da interessi economici o di potere; l’invidia e la maldicenza diffuse a tutti i livelli; l’arroganza eretta a sistema.
“Dottore, io da quel suo collega macellaio non mi farei nemmeno sfiorare” e’ una frase che mi e’ stata ripetuta svariate volte, riferita peraltro a colleghi da me molto stimati…
“Dottore, ma guardi che brutta cicatrice che mi ha lasciato sulla pancia”. “Cara signora, per rimuovere li tumore che aveva questa era l’unica possibilita’… comunque adesso e’ guarita ! ”

Dopo dieci anni ho cominciato a chiedermi: ma sono queste le persone che hanno bisogno del mio lavoro ? Sono queste le persone per le quali ho studiato con passione per mettermi al servizio ?
A chi sono utile io, come medico, in questo sistema, in questo paese piccolo piccolo di grande fratello, sanremo, paparazzi-modelle-calciatori ?
Domande pericolose, domande che ti portano a prendere strade che portano lontano.

Basta.
Basta.
Basta.

Aria nuova; persone nuove; posti nuovi.

Nuovi rapporti con la gente; tornare a parlare con i pazienti; tornare a parlare con i parenti; tornare a parlare con i colleghi, con gli infermieri, con il personale ospedaliero.
Tornare a svolgere la professione di medico con gioia e con impegno, con la testa e con le mani.
Ridere o piangere insieme ai malati, stringersi le mani, guardarsi negli occhi per dire grazie senza parole.

Ecco, adesso quando esco dalla mia stanza, di giorno e spesso anche di notte, sono felice;
adesso, la mia vita ha un senso: in Afghanistan, Cambogia, Kurdistan, Congo …..

Tornare al sogno di sentirmi utile con il mio lavoro.
Questa e’ la risposta.
Semplice, banale… forse anche infantile.

Giramondo

una madre, un figlio

Posted by Rachele on Febbraio 05, 2009
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Neang San è un ragazzo di 22 che arriva in pronto soccorso per una ferita penetrante al torace e all’addome dovuta a un bambù che lo ha trapassato come una lancia. Sono casi frequenti perché i bambù sono materiali molto resistenti e utilizzati nella costruzioni delle case. Ci rendiamo subito conto che si tratta di un caso molto grave e decidiamo di operarlo immediatamente per escludere lesioni interne. Purtroppo aperto l’addome la situazione appare quasi disperata: diaframma lacerato e una lesione gravissima al fegato che richiede una resezione e un packing per controllare l’emorragia. Solo in sala trasfonde 12 sacche di sangue. Ne esce comunque vivo anche se in condizioni critiche. Con il chirurgo parliamo alla madre e al padre, ci andiamo giù molto pesanti, non vogliamo dare quasi nessuna speranza, la mortalità di casi come questi da noi, in una vera e propria terapia intensiva e con la possibilità di trasfondere plasma, piastrine, fattori della coagulazione sarebbe comunque altissima… Il nostro inglese è tradotto in khmer, le parole cadono come macigni, pesantissimi, la madre si copre il viso, si inginocchia e comincia a piangere, ci guarda cerca qualche speranza… vorrei dirle che forse…, magari ce la fa, insomma è uscito vivo, chissà… voglio anch’io convicermi… Finchè è vivo, ci diciamo, facciamo tutto quello che qui possiamo fargli, un infermiere dedicato solo a lui che registra ogni modificazione dei parametri. Continua a sanguinare e lo trasfondiamo ancora… Lui è perfettamente cosciente, ci guarda avvicinarci al suo letto con due occhi grandi e scuri con un’espressione che non si dimentica… La madre gli è accanto e segue ogni nostra azione, lo vede sveglio, che gli parla, ci chiede se proprio non c’è nulla che si possa fare… La guardo… gli bagna le labbra secche, gli copre la fronte con degli asciugamani bagnati, gli strofina le mani e i piedi freddi… Passano 48 ore… in cui lo abbiamo rincorso tra liquidi e trasfusioni per tenergli su la pressione e la diuresi, si chiamano parametri vitali, sono solo numeri… quel drenaggio nel torace che continua a riempirsi inesorabilmente ci dice che il sanguinamento c’è sempre e che la nostra battaglia per la sua vita non lascia molte speranze. E’ sul letto operatorio per la seconda volta, sempre cosciente che ci guarda con quegli occhi… e penso che forse il mio sarà l’ultimo volto che vedrà… vorrei invece che fosse quello della madre. Si sveglia anche questa volta, ma la situazione è disperata, il sangue trasfuso, siamo ormai a 24 sacche di sangue, non contiene quello che serve per la coagulazione, qui non abbiamo il plasma e ricomincia a sanguinare… Ha lottato come un leone fino all’ultimo, ma non c’è più nulla da fare, la madre gli è accanto, lo accarezza, anche se è sedato gli parla dolcemente senza piangere e senza fermarsi mai e continuerà a parlargli anche dopo che gli infermieri l’hanno preparato e avvolto nei teli bianchi…

Rachele

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il primo Natale

Posted by fluture on Gennaio 16, 2009
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È arrivato Natale. È già la vigilia e a questa sera mi sono preparata e caricata di grandi aspettative. Canticchiando canzoni tradizionali ho preparato dei salatini. Mi sono truccata un po’ perché questo è un giorno diverso, speciale. Guidando, ho trovato poca gente per strada, e ho appena parcheggiato qua davanti.
In reparto è tutto uguale, ma si sente qualcosa di diverso: è felice chi finisce, ma è anche felice chi inizia. Ci portiamo avanti col lavoro sin da subito, per non rinunciare a quel piccolo momento conviviale che ci saremmo regalati dopo la mezzanotte.
Ci sono due pazienti svegli e pianamente coscienti stasera, sanno che giorno è oggi e uno di loro ci chiede una fetta di panettone. Accontentiamolo, in fondo è in respiro spontaneo e da oggi ha avuto di nuovo indicazione alla dieta leggera. È Natale anche per lui, anche qua dentro, in questa bolla di vetro soffiato.
La signora, invece, non dice niente, non può. È tracheostomizzata, ventilata ad alte pressioni e sorda, poverina, senza nemmeno l’apparecchio acustico per sentire un poco, almeno i nostri auguri. Ma vede quella fetta di panettone passarle accanto. Chissà se si sta illudendo che possa essercene anche per lei. Mi fa pena e non riesco a guardarla negli occhi per troppi attimi, non riesco a dirle nulla, che se fosse per me, le avrei dato pure un po’ da bere. Ma non può. E non le serve l’apparecchio acustico per sentire il mio imbarazzo.
In questi primi due anni come infermiera mi sono dovuta abituare a tante cose: i turni, le notti, i week-end, le feste in reparto. Ma a un Natale così crudele non ero pronta.
Il Natale può anche non essere bello per tutti.
Uscita la mattina in strada c’era ancora meno gente. Avrò incrociato solo altre due o tre auto lungo la strada.
Il Natale qua fuori c’è stato proprio per tutti.
Chiudo la porta di casa e accendo la luce. Tutto sa di un Natale vissuto: c’è ancora l’odore del cibo e del vino, c’è l’eco delle risate e degli auguri, dei calici che si incontrano e della carta da pacchi che viene strappata. Si respira aria di casa, di qualcosa di familiare, che quest’anno ho perso, e a che prezzo!
Prendo i miei pacchi sotto il presepe e, sola nel silenzio della mia camera, scarto i miei regali, poco prima di prendere sonno, mentre fuori è già l’alba di questo mio primo Natale.
fluture

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era la solita triste storia

Posted by tartaruga on Novembre 21, 2008
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Io Babette l’ho vista arrivare in PS e l’ho aspettata… l’ho aspettata due lunghe ore in triage con il marito, a cercare di rassicurare chi non può e non vuole essere rassicurato perchè Babette ha poco più di 30 anni e perchè Babette ha un fagottino di 20 giorni che la aspetta a casa… Poi Babette arriva e scende dall’ambulanza e basta uno sguardo… basta uno sguardo per pensare che questa è una delle solite tristi storie di pronto soccorso, basta uno sguardo per riuscire solo a vedere una strada senza ritorno in quel corpo in cui l’aria circola spinta da chi preme il pallone, basta uno sguardo per non riuscire più a guardare negli occhi il marito, mentre lo consigli per organizzarsi per il latte della bimba… quello sguardo, che per due ore mi ha consumata cercando di capire cosa io sapessi più di lui e non volessi dirgli, l’ho rivisto alcune settimane fa mentre ero nell’atrio dell’ospedale, in una giornata delle più nere, in cui non ti rendi conto che al mondo non esisti solo tu e i tuoi problemi… ma in quello sguardo non c’era più la disperazione rassegnata che ricordavo, c’era una luce di speranza che in pochi occhi ho visto così intensa… ed è scattato qualcosa mentre cercavo nella memoria dove avessi già visto quello sguardo… ODDIO BABETTE! Ed è un attimo in cui inizio a cercare tra i volti nell’atrio, un attimo in cui cerco, cerco, cerco e… vedo un capannello di persone, che piano piano si apre davanti ai miei occhi come un fiore che sboccia ed al centro… Babette con il suo fagottino in braccio!! Ed è un attimo scrosciare in un pianto liberatorio ed è un attimo abbracciarla fin quasi a schiacciare il fagottino, anche se Babette non mi conosce e non ci siamo mai parlate… il marito le dice che sono l’infermiera di cui le ha parlato e che ha aspettato con lui, stringo la mano alla mamma di Babette con le guance rigate di lacrime… e questo mi basta, posso andare a lavorare con un sorriso che da qualche giorno avevo perso, perchè è il lieto fine di cui avevo estremamente bisogno…
(riferito a “il sonno di Babette” del 25/08/08)

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