Diciamo che ho combattuto contro il male fino all’alba. Ma lasciamo perdere, non è di questo che volevo parlare.
Entro in cucina. E’ ancora buio. Poca luce filtra dalle palpebre socchiuse della notte. Anita è alla finestra. Da quando si è tagliata i capelli, un caschetto morbido le scopre il collo tutte le volte che china la testa. Rimango alcuni secondi a guardarla, e penso che quella potrebbe essere l’ultima scena di un film. Avrei un gran bisogno che quella fosse l’ultima scena di un film. Il soldato torna a casa ferito ed insanguinato dalla battaglia. Sono morti tutti, tranne lui. La guerra è perduta. Ma in quella luce, in quell’alba, la sua donna lo sta aspettando. Così quando lui entra, non dice niente, le si avvicina, e la abbraccia, poi, forse, la bacia. Il più bel bacio del mondo, il più sofferto e desiderato bacio del mondo. Un bacio scolpito nella luce del giorno nascente, dove si dissolvono tutti i dolori del mondo. Musica, buio, titoli. O anche solo buio e titoli, senza musica.
Credo di averle detto tutto questo, o solo qualcosa, di essermi avvicinato a lei, in attesa di quel bacio. E la sua risposta è stata questa: una carezza. Ha allungato una mano e me l’ha passata fra i capelli. Ma non come ad un guerriero ferito, no. Piuttosto come a un bambino, o a un gatto. “Vai a dormire dottore, che sei stanco”, ha aggiunto. La risposta più umiliante che abbia mai ricevuto da una donna.
E mi ha lasciato lì, folgorato dalla luce del mattino.
il guardiano










