elisoccorso

l’elisoccorso (seconda parte)

Posted by Herbert Asch on Gennaio 03, 2010
racconti / Nessun commento

“l’uomo catarifrangente scese
dalla sua carrozza bianca illuminandola
di una luce azzurrissima, si avvicinò
gli disse ora cura di te mi
prenderò”

Max Pezzali - La volta buona

Ricordo però ancora adesso perfettamente come il giovine specialista che ero vent’anni fa non vedesse l’ora di mettere alla prova il suo ardimento.
Da agosto di quell’anno erano iniziati i turni del servizio di elisoccorso, ma riservati solo agli specializzati, e anche se lavoravi già da qualche anno (allora era possibile) l’accesso ai mitici turni non era possibile senza la specialità.
Ma alla sessione di ottobre di quell’anno, alè, eccomi specialista.

Finalmente potevo entrare anch’io nel Grande Circo dell’emergenza: ultima frontiera rimasta, terra dei gesti estremi e delle terapie eroiche, dove si Salvano le Vite Umane e non si guarda in faccia nessuno, dove si Intuba, si Incannula, si Defibrilla, friggendo e trafiggendo in tutti i modi e da tutti i buchi quel san Sebastiano di Paziente da Salvare. Dove si arriva in elicottero (vero Deus ex machina!) e si corre a Sirene Spiegate sulle Ambulanze.

Dove si lavora fianco a fianco con tutti gli altri Supereroi, Carabinieri, Vigili del Fuoco, Polizia, Protezione Civile, Guardaparco e Vigili Urbani, pardon, Polizia Municipale e poi l’arcobaleno delle croci Rosse, Verdi, Bianche, Gialle, Oro, Azzurre, e poi le Misericordie, i Samaritani ed i Cavalieri di Malta, tutti con le loro Superdivise ed i Superattrezzi, come nei fumetti giapponesi.

Superate alcune incombenze, tipo il matrimonio, il viaggio di nozze, l’allestimento della casa nuova, eccomi alla ricerca dell’aggancio per entrare nel giro.
Attivo radio flebo, il tam-tam sempre attivo tra gli specializzandi, chi gestiva la cosa di fatto pareva fossero gli anestesisti del Policlinico e quelli del Paride Campari, (un ospedale di zona), in particolare un tale Scèspir.
- Quello delle commedie? -
- Ma no, fa l’aiuto al Campari, però puoi provare a parlarne al Megaprofessore del Policlinico prima, se lui è d’accordo non c’è problema -
- già, ottima idea -
Peccato che parlare al megaprofessore non era così semplice.

Al Policlinico conoscevo un paio di Aiuti, che non sapevano come si scrivesse Scèspir, lo conoscevano appena, ma sapevano come potevo “casualmente ” incrociare il Megaprofessore. Vieni, mi dissero, alle 7.30 all’inizio seduta. Passa sempre a quell’ora poi… insh’allah.

In quelle sale un pochino mi conoscevano, avevo frequentato per tre mesi  non da molto. Quel mattino sono arrivato alle sette e un quarto, non troppo presto, per non aspettare fuori, il giusto per entrare con gli infermieri di seduta. Sapevo come entrare, dove cambiarmi, cerco la mia conoscenza in sala, mi affianco a lui e aspetto vigile.
Mentre aspetto gli chiedo se conosce Scèspir.
Ma, il mio contatto è troppo giovane, si è specializzato l’anno prima di me. No, non conosce. No non sa come si scrive, si scriverà così come si pronuncia, no?.. ci rinuncio.
Dopo poco arriva il Megaprof, faccio in modo di incrociarlo casualmente in sala, e, chiedo se fosse stato possibile parlare un attimo con lui.
- Certo caro, solo che oggi non riesco, passa in Istituto domani verso le 10.-

Il giorno successivo era già lì alle 9.30.
In istituto incontro un’altra conoscenza di qualche tempo prima, con cui avevo fatto un po’ di gavetta nelle sale del Pronto Soccorso. Ma neanche lui sa come si scrive Scèspir, si…lo conosce, ma…
Poi il Megaprof arriva e mi fa entrare nello studio. Una volta sentito il problema mi fece nell’ordine:
una testa così su tutte le cose che dovevo sapere,
un pistolotto sulla necessità, prima di intraprendere altre attività, di fare una salda gavetta di almeno due anni di sala operatoria
- sono quasi tre anni che lavoro, professore - esagero.
una manfrina tenace sulle abilità necessarie
- ma nel mio ospedale ho già visto parecchi traumi gravi, sa…-

quindi mi regala, togliendolo dal cassetto della scrivania come cosa preziosa, una copia di un suo libretto su come si fa l’Anestesia moderna.
- Grazie professore! lo cercavo da tempo, ma non ero mai riuscito a trovarlo!- mento.
E poi… mi rimanda comunque all’aiuto del Campari.
Era ora di andare, il colloquio era finito.
Mi alzo, ringrazio il professore.
- Solo una cosa, professore. -
rimaneva l’ultimo, pesante dubbio.
- Dimmi caro -
- Scèspir… come si scrive? -

Herbert Asch

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elisoccorso (prima parte)

Posted by Herbert Asch on Novembre 08, 2009
racconti / 1 Commento

Uno solo. E’ solo uno il ferito per fortuna, ma dall’alto non l’avresti detto.
L’incidente si vede bene arrivandogli da sopra: le due macchine accavallate e la moto un poco fuori nel prato, raccontano una dinamica severa.
Poi, con l’arrivo sulla scena, le cose prendono i loro giusti contorni, cominci a vedere quanti sono coinvolti, cosa si sono fatti, fai un rapido triage per vedere le priorità.
Sulle macchine ci sono solo gli autisti ben legati, ormai i veicoli sono più sicuri di un tempo quando il blocco del motore giustiziava i passeggeri anteriori. Adesso le macchine si aprono come le banane che mangia King Kong, ma all’interno ci sono sempre più spesso molti meno danni.
Il motociclista è invece finito in un prato, la moto da una parte e lui dall’altra ma il prato è molle, lui ha una tuta con la tartaruga, il casco non si è slacciato e la caduta si è stemperata in una serie di rotoloni senza incontrare ostacoli. Totale, forse ha un gomito rotto, una gamba acciaccata, ma poteva andargli ben peggio. Lo sistemo sulla Base, l’ambulanza dei volontari che ci affianca sempre, compilo i fogli e lo spedisco. Non abbiamo toccato niente dei nostri zaini siamo operativi da subito, ci ritiriamo con l’Infermiere con un gesto indico al pilota che possiamo andare. Lui guarda l’ora, sono passati i minuti necessari a far scendere la temperatura del motore, si può riavviare, fa un cenno di assenso.
Con gli equipaggi, ci capiamo ormai con uno sguardo, un gesto.
Quando arriviamo sul target tocca a me valutare se dobbiamo fermarci per più di dieci minuti, nel qual caso vale la pena spegnere il motore, oppure se le cose possono essere veloci ed allora il pilota mi aspetta a motori accesi. Appena ho la sensazione, mi giro e lo segnalo, la mano aperta in segno di attesa per non spegnere, il pollice passato sotto il collo come a sgozzare il motore, per spegnere.
Alla partenza giro inverso: il tecnico fa allontanare i curiosi, e si va a mettere a distanza di sicurezza davanti all’eli per controllare il settore posteriore, noi buttiamo su gli zaini, li assicuriamo, ci sediamo, ci leghiamo, ci mettiamo le cuffie, ci controlliamo a vicenda. I piloti avviano, quando l’eli ha raggiunto la potenza, il tecnico sale, chiude, si lega, mette la cuffia, comunica che tutto è chiuso e a posto e via si parte.
Gesti automatici, ormai.

Non lo sapevo, ma quella sarebbe stata la mia ultima missione in elicottero, forse per questo che me la ricordo così ancora fresca nella mia mente.
Quel giorno non ci sono più state chiamate e in seguito, ormai quasi otto anni fa, non sono più salito su un elicottero, i casi della vita mi hanno tenuto fuori e così i dodici anni di servizi in elisoccorso sono passati nel quaderno dei ricordi…

Herbert Asch

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