Questo o quello… per me pari sono

Posted by Magamagò on luglio 07, 2017
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foto di AD

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Stanotte gliela voglio raccontare io una storia a quella dottoressa che scrive racconti nelle pause, brevi pause notturne, durante il suo lavoro in Rianimazione. Io lo so che a volte scrive al computer quello che le passa per la mente, quello che le passa per il cuore: ognuno di noi ha un suo modo di scacciare le paure, le ansie, i brutti pensieri; lei scrive.
Lo so, e poi me lo ha confidato lei stessa la prima notte, quando sono arrivato qui in reparto, più morto che vivo per colpa del cuore che sembrava un orologio impazzito; avevo però un barlume di coscienza e tanta voglia di non arrendermi.
Adesso sto molto meglio, presto mi trasferiranno in Cardiologia, ma prima voglio regalarle io lo spunto giusto, perchè lei sa usare belle parole, ha studiato tanto, è cresciuta in una casa piena di libri e di certificati di laurea appesi al muro insieme con le foto di famiglia.
Ma è ancora giovane e tante cose della vita non le sa.
Io no, non ho studiato, non c’erano i soldi, io sono emigrato da piccolo con la mia famiglia, sono stato un emigrante prima della guerra, la seconda guerra mondiale, tanto per distinguerla da tutte le centinaia di altre piccole sparse per il mondo.
Sono emigrato in America, come questi migranti di oggi, come quest’uomo nero del letto accanto, in coma per una pallottola nel cranio.
No, non proprio come lui, lui è un MIGRANTE, ed io ero un EMIGRANTE.
Forse è quella E, che non so quando e perchè sia caduta nel dimenticatoio, che fa la differenza.
Noi italiani siamo emigrati per sfuggire dalla miseria nera, dalla fame, con miriadi di figli, uno all’anno, che le nostre mogli sfornavano in campagna. E poi c’era il miraggio della ricchezza, del “sistemarsi “ aiutati da chi era emigrato prima di noi e aveva fatto fortuna, ed erano in tanti.
Ma la storia di questo africano è diversa: sa dottore’ me l’ha raccontata lui stesso notte dopo notte. Non con le parole, poverino non le pronuncerà mai più, nè nella sua lingua nè nella nostra.
Ma lo gridava la sua pelle nera che parlava di entroterra africano, lo spiegavano i calli sulle mani e sotto i piedi, che parlavano di lavoro duro nei campi, a dissodare terre arse avare di erba, lo sussurravano le cicatrici sulla schiena frutto di angherie dei padroni e di torture della sedicente polizia del suo paese. L’ho letto nei suoi occhi, senza lacrime, persi nel vuoto di ricordi lontani, e che non vedono nessun futuro, roseo o meno che sia.
I nostri emigranti tornavano spesso ricchi, almeno benestanti, con foto di belle case, belle macchine, con mazzette di denaro frusciante, che veniva voglia di seguirli anche oltre oceano.
I migranti che arrivano da noi hanno solo l’angoscia di essere fuggiti da fame, guerre, angherie e di aver trovato spesso il vuoto.
Sai dottore’, forse pensava di essere avvantaggiato, con la sua pelle nera, di non essere scoperto, quando è entrato di notte in quella villa: i suoi figli avevano fame e lui aveva visto la signora buttare nel secchio quella bistecca intera, che il bimbo non aveva voluto mangiare per capriccio. A forzare la serratura glielo aveva insegnato un italiano, a cui poteva poi portare la refurtiva in cambio di pochi euro.
Invece, maldestro, aveva incontrato il padrone di casa, con la pistola appena comprata, tanto aveva sentito in TV il nuovo disegno di legge sulla legittima difesa.
Così è finito qui, con una pallottola nel cervello, in coma irreversibile. Al padrone di casa non succederà nulla, era “ legittima difesa”!! ma accidenti! vorrei che almeno questo “salvatore della patria” fosse costretto a pagarti le spese di ospedale finchè il tuo cuore forte ti manterrà in vita, e fosse condannato a venirti a trovare tutti i giorni, all’orario di visita, col rischio di incontrare la tua famiglia.
Dottoressa, per lei la vita ha un solo valore, ed è uguale per tutti… ma per gli altri ?
Lo so, lei ha scelto di fare il medico per curare tutti e non dovere, anzi volere, scegliere.

Magamagò

Testamento

Posted by Magamagò on giugno 15, 2017
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TESTAMENTO: dal greco diatheke “patto”

Come dite dottorè? Si lo so cos’è il testamento biologico, o dichiarazione anticipata di trattamento. Non ho studiato molto ma mi tengo aggiornata, leggo, guardo la televisione e se non capisco qualche parola guardo nel vocabolario, o domando a qualcuno perché tante parole nuove o straniere nel mio vecchio vocabolario non ci stanno. E poi penso, ragiono; ho tanto tempo ora, e il corridoio davanti alla Rianimazione è così tranquillo, così silenzioso. E sono d’accordo, penso che sia giusto decidere tutto della propria vita: cosa leggere, quale scuola frequentare, quale professione intraprendere, chi sposare, a quanto andare in macchina…
Prendiamo tante decisioni  nella vita che anche l’ultima spetta a noi. E se non ci arriviamo dobbiamo essere aiutati, perché non si è tanto autonomi con un tubo in gola, un tubo per fare pipì, un tubo per mangiare, non si è tanto autonomi se non si muove neanche un dito, si battono solo le palpebre; e invece i neuroni, quelli sì che si muovono, con le sinapsi a posto e con le idee chiare in testa, ma costretti in un modo che non si augurerebbe neanche al peggior nemico.
E se poi il cervello non c’è più, o quasi, allora si deve avere il diritto di essere aiutati nell’ultima decisione, quella pensata magari tanto tempo prima ma mai rinnegata.
Come dite dottorè? Dovete mettergli un altro tubo? Se serve fate pure.
Vi ricordate tutto quel putiferio riguardo a quella bella ragazza in coma, quella col padre che voleva scegliere per lei e liberarla, e condannare se stesso ad una vita con questo macigno addosso? Se invece di far circolare quella bella foto, quell’immagine di un momento felice, avessero pubblicato una foto di com’era diventata dopo anni di coma passati in ospedale, sia pure con tutti i riguardi, scommetto che molti “benpensanti” non avrebbero più gridato all’omicidio.
Dite che parlo troppo dottorè? Scusate, sì mi metto tranquilla, e certo che risponderò alle vostre domande. Non posso fare altro per lui.                          zzxv
Sì, non aveva malattie prima, sì era sano come un pesce il figlio mio, era anche donatore di sangue, ed era bello come il sole, tutto suo padre.
No, non mi aveva detto nulla, mi aveva sorriso… anzi no mi aveva detto “ci vediamo presto “, e poi se n’era andato.
A buttarsi dal ponte se n’era andato, con le pietre nelle tasche per affogare prima, prima che un’ultima voglia di vivere lo spingesse a nuotare verso la superficie.
Ma poi si salva, sì?
Ah, dite di no, che le cellule cerebrali sono state irrimediabilmente compromesse dall’anossia prolungata, che l’EEG è piatto da giorni, e ora non ce la fa più a respirare da solo. Ma il cuore è forte, dite.
E non vi rattristate per me, dottorè , sapete che si fa? Doniamolo a qualcuno questo cuore, e anche il resto, reni, polmoni, cornee, fegato, tutte quelle parti sane di lui che ancora restano e che  amavano la vita. Non come il suo cervello che come direttiva di fine vita lo ha portato su quel ponte a 20 anni. Il cervello è suo, ma il resto è mio, mio che sono la madre, che l’ ho messo al mondo, ma al mondo  ci siamo solo noi due, e dunque spezzettiamo questo figlio mio e facciamo vivere altri figli, in sua memoria. Questo deve essere l’unico testamento valido.
Sì mi calmo, sono calma, ma ora dottorè scusate, lo vado a salutare, a dirgli ” ci vediamo presto “, e poi le firmo tutte le carte che servono perché così avrebbe voluto fare il figlio mio, io lo so:
Magamagò
Per fortuna mia è tutta fantasia, ma credo molto in tutto quello che ho scritto.

La magia del Natale

Posted by Magamagò on aprile 15, 2017
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foto di BDV

foto di BDV

E’ la vigilia di Natale, la notte del 24 dicembre, per essere chiara, ed io sono di guardia in Rianimazione; ho scelto io questo turno, tanto mio marito è reperibile chirurgo, la bimba è a casa coi nonni… sistemato tutti, così domani saremo liberi di festeggiare. Abbiamo anticipato solo l’apertura dei regali che stavano sotto l’albero già da un po’. A casa mia si aprono il 24 sera, a casa di mio marito si aprirebbero il 25 mattina ma naturalmente ha vinto la mia tradizione, complice anche nostra figlia che non vedeva l’ora.
Sembra una notte tranquilla, con pochi pazienti e tutti stabili: l’ultima arrivata è una nonnina di 90 anni a cui un embolo ha tolto quel poco di lucidità che l’Alzheimer aveva risparmiato. Fa tenerezza, sembra un uccellino caduto dal nido, piccolina,come me, magrolina; era una professoressa di lettere quando era nei suoi panni, molto amata e rispettata dai suoi alunni mi dicono, e che viveva per la sua “missione “. La definiva così la sua professione. Ogni lavoro, se svolto con impegno e passione è una missione da portare avanti nel mondo, diceva mia madre.
E’ una notte tranquilla e siccome siamo una Rianimazione aperta permettiamo ai familiari di entrare e stare il più possibile accanto ai loro cari.
Ma stanotte fuori nel corridoio ad aspettare c’è solo la figlia della nonnina; ci passa le giornate nel corridoio, su di una sedia, lo sguardo perso fuori dalla finestra, immobile. Le faccio cenno di entrare, cerco di allacciare un rapporto.”Niente festeggiamenti?” La frase cretina (inopportuna avrebbe sottolineato mia madre con la matita blu) mi scappa di bocca, sto per scusarmi quando lei mi risponde alzando le spalle: “La mia famiglia è qui”.
Poi si siede accanto al letto, le prende la mano, quella senza pulsiossimetro al dito e gliela stringe forte forte. Ha imparato subito le regole e i rituali di questa “stazione”e li osserva scrupolosamente, meticolosamente, per non essere la causa involontaria di un allarme. Non abbia paura -la rassicuro- sappiamo distinguere i falsi allarmi da quelli pericolosi.
“Non ho paura -mi risponde- ma sono una bibliotecaria, e ho rispetto per le cose e sono meticolosa di natura, oltre che per abitudine lavorativa “. Mi spiazzano le sue parole,e non è la prima volta;delle persone che incontro qui dentro so sempre troppo poco. Conosco i bisogni essenziali, a volte le aspettative di vita, l’amore che c’è intorno a loro, siano sani o malati. Ma non basta, non basta mai.
“Le parli, le racconti qualcosa di voi, dei bei momenti passati insieme. parli del passato ma non del futuro, forse la sua mamma lo conosce fin troppo bene, meglio di noi, e non vorrei vederlo riflesso nel suo viso”.
Lei mi guarda, annuisce, e poi inizia a parlare, ora guardando la mamma, ora guardando me, ora fissando la mano sottile che stringe nella sua.
“Lo sai mamma che giorno è oggi? Il 25 dicembre: ricordi, lo chiamavi sempre così. Fra qualche ora metterai al mondo due bimbe bellissime, due gemelline adorabili, eterozigote, come sottolineava sempre il professorone che ci aveva aiutate a nascere. E tu, facendo la finta tonta, quella che non ne conosce l’etimologia, pur avendo insegnato greco per una vita, gli chiedevi: “E che significa?” “Che saranno gemelle diverse.” rispondeva con sussiego il professore. E tu allora scoppiavi a ridere, con la tua risata travolgente : “Ma i figli sono sempre diversi, anche nelle somiglianze”.
E’ vero, è stato proprio così, ma tu sei stata una mamma uguale per tutte e due, e nello stesso tempo la mamma che ognuna di noi avrebbe voluto avere, e di cui aveva bisogno. Siamo nate alle 3 di notte del 25 dicembre, ma tu ci facevi sempre due regali, uno per il compleanno e uno per il Natale, fino all’anno scorso. Quest’anno no, quest’anno ci hai fregate.”
Io mi allontano con una scusa di lavoro e con un groppo in gola.
Poi torno, sono le 3, torno e l’abbraccio e le dico: Buon compleanno!
E lei mi risponde: Buon compleanno, sorella mia!

Magamagò

Lo so che è Pasqua, ma c’è poca magia a Pasqua.

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Il Paradiso – sogno di un’anestesista in pensione

Posted by Magamagò on settembre 08, 2016
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foto di EP

foto di EP

“in fondo abbiamo sempre avuto a che fare con la fermata precedente al paradiso,
ma noi cerchiamo di fare scendere la gente lì e non farla proseguire… :-)
H.Asch”

Dovevo chiudere la finestra. Eppure lo so che quando c’è la luna piena devo chiuderla. Per non farla entrare. La luce argentea mi abbaglia. E mi toglie il fiato. Anche i pensieri sono corti. Intercisi. Affannati. E ho un peso sullo stomaco. No sul petto. Piccoli aghi che s’infilano nella pelle. AIUTO ! Apro gli occhi, voglio alzarmi. Ma due occhi mi bloccano: verdi, piccoli, in una nuvola bianca. Ma di notte le nuvole sono nere.

Una linguetta rossa si lecca i baffi. Ah, meno male, è il gatto.

MA IO NON HO GATTI !

“Non ti affannare, che vuoi capire, sei solo un uomo.”

Lo sento nella mia testa; meno male, non è un gatto parlante.

MENOMALE? Sto impazzendo. Mi legge nel pensiero, mi parla nel cervello, ed io che riesco ad elaborare di pensiero con senso compiuto? MENOMALE.

“Appunto, sei limitato. Ma non è colpa tua, sei un uomo ” Vabbè, mettiamola così.

“Sei ateo, anzi agnostico” Non è una domanda  ma un’asserzione. “Io lo so perché” e continua il monologo nella mia testa “Tu sei un tipo pragmatico e ti sei fatto quattro conti da ragioniere come sei.

Quanto si può vivere? Al massimo cento anni, forse qualcosina in più, ma i primissimi anni uno non se li ricorda e dunque non valgono; e dunque cento anni. E nell’aldilà, quanto ci staremo? Un’eternità, che non si sa quanto sia ma comunque nell’ordine di 1 più tantissimi zeri. Ne consegue che bisogna scegliere bene il dopo, più che il prima. Giusto? Ti torna il discorso?”

Accidenti gatto, non avrei saputo spiegarmi meglio, anzi forse tu hai dato un senso alla mia inquietudine.

“Allora ti aiuterò a fare la scelta giusta, facendoti vedere tutti i possibili paradisi offerti dalle varie religioni.”

E come puoi fare un prodigio simile? Con Google?

“Shhhh. Non dire sciocchezze e chiudi gli occhi”

Li ho chiusi, naturalmente, avrei fatto qualunque cosa in quel momento, e subito dopo una lingua rasposa ha cominciato a leccarmeli, facendomi così apparire luoghi, testi, immagini, sensazioni; tutte catalogate, precise, anche col numero progressivo, proprio come avrei fatto io con la mia anima di ragioniere se non fossi stato pigro… e pavido.

1° Il Paradiso cristiano: luogo dove andranno gli uomini da Dio giudicati giusti e retti.

2° Il Paradiso cattolico (nello specifico): lo stato dei giusti dopo la morte, costituito dalla visione beatifica di Dio.

3° Il Paradiso dei Sumeri: luogo primordiale, terra pura, posto privo di sofferenze dove vivrà eternamente l’uomo destinato dagli dei.

4° Il Paradiso musulmano: sotto il trono di Allah, dove andrà l’uomo, dopo essere stato giudicato positivamente nella tomba. Potranno accedervi anche da altre religioni. Il più alto livello del Paradiso sarà per i giusti, i martiri e i più religiosi. La storia delle Urì, cioè le vergini destinate come mogli al beato, allietandone il soggiorno eterno, in realtà non compare nel Corano ma solo nelle leggende islamiche.

5° Per Buddismo e Induismo, siamo un tutt’uno con Brahma; il peso delle conseguenze delle proprie azioni ricade su noi stessi e dipende dal Karma, dal destino, di ciascuno. C’è la reincarnazione; non esiste paradiso, si perde la propria identità e si torna nell’unità universale.

Ci sono anche altre religioni, passate e presenti, forse meno diffuse.

Ma è l’alba, l’ultimo pensiero scompare con un “puff” come nei fumetti. Apro gli occhi, guardo l’ora e mi accorgo di quanto sia tardi, terribilmente tardi, mostruosamente tardi. Mi preparo in fretta, ancora con la mente confusa dai pensieri notturni, ma impossibilitato a metterli in chiaro. Forse più tardi, forse stasera.

Esco e corro in strada a prendere l’autobus. E LO PRENDO, in pieno, anzi è lui che prende me e mentre volteggio in aria una volta, due volte, prima di cadere sul selciato e perdermi in un mare di sangue, un ultimo pensiero, il mio ultimo, è ancora nell’aria e cerca di raggiungermi : CAZZ…!   Non ho scelto il Paradiso!

Si dice che negli ultimi istanti la vita ti passi tutta davanti, che finalmente si capisca tutto, che… non so, per me è stato solo quel lampo, quel rimpianto, nemmeno un dolore fisico ma mentale.

Ho di nuovo un peso sullo stomaco, anzi sullo sterno, sopra il cuore insomma, che so bene che è immobile ma ancora vivo. Apro le palpebre e vedo di nuovo gli occhi verdi, e intorno una nuvola bianca… buffo, pensavo fosse il pelo del gatto, che so, un gatto d’Angora tutto bianco a pelo lungo, ma invece è proprio una nuvola, soffice, dai contorni indistinti, eppure ben definita, irreale ma solida. Un sorriso, un lampo di quegli occhi verdi che mi fa chiudere i miei, una leccatina rasposa sopra, un pensiero che si va formando nella mia mente… “Tranquillo, non so se tu sia stato giusto, ma sei stato buono, almeno hai cercato di essere buono, e quindi andrai nell’unico vero Paradiso.”

Una bolla mi circonda, mi racchiude, sento un suono in lontananza, sempre più forte, un ronzio, anzi no, un ron-ron, delle fusa megagalattiche che mi circondano, penetrano in ogni mia cellula, ed io mi rilasso, felice, sereno, appagato perché le fusa servono a questo, e so che questa è la vera felicità, il vero paradiso.

Ma… e i più giusti? In alcuni paradisi i più giusti hanno qualcosa in più. E allora cosa è?

I più giusti potranno accarezzare la schiena di un gatto che fa le fusa dalla testa alla coda; cosa si può chiedere di più?
Ah ecco, mi pareva, speriamo di meritarlo. Eh sì, questo sì che è paradiso!

Magamagò

 

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Passo e chiudo

Posted by Magamagò on febbraio 03, 2016
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foto di HA

foto di HA

 

 

Mi mancheranno… i rumori sommessi dei monitors di notte e le luci azzurrate in modalità sleep che rendevano tutto un po’ fiabesco, facendomi sperare in un lieto fine…

Non mi mancherà scoprire che dovrò fare due turni in più a settimana perchè l’Azienda non sostituirà la collega in maternità…

Mi mancheranno le consegne mattutine, lunghe, corte, accompagnate dal profumo del caffè preso in fretta davanti al computer dove appare la cartella informatizzata …

Non mi mancherà l’apparente asetticità delle parole scritte al PC che sintetizzano, o dilatano, un turno massacrante in Rianimazione …

Mi mancherà l’orgoglio di vecchietta non tecnologica che per amore dei pazienti, e solo per loro, ha imparato a destreggiarsi nel mondo dell’informatica …

Non mi mancherà il chirurgo strafottente che non sa e non vuole riconoscere le proprie inadeguatezze, e dall’alto del suo metro e novanta pensa di aver ragione di me, alta un metro e un barattolo ma con tanta ragione da vendere…

Mi mancherà quella solidarietà di fronte ad un’urgenza, il momento in cui devi accettare anche umilmente il consiglio dell’infermiere smanicato che ne ha viste più di te e per questo ha la chiave giusta per aiutare il tuo paziente …

Non mi mancherà la rabbia di un’inchiesta assurda e immotivata, basata su luoghi comuni di magistrati ottusi, incapaci di comprendere che siamo un gruppo con un solo scopo: migliorare la situazione di una persona inerme che ci è stata affidata da Qualcuno che tutto sa …

Non mi mancherà di essere padrona del mio tempo, sempre sacrificando famiglia, affetti, sogni, al lavoro, agli orari impossibili, alla mancanza di levità nello svolgerlo…

Mi mancherà l’illusione di poter essere utile a chiunque possa aver bisogno di me, perché le sofferenze altrui sono sempre più importanti di me stessa…

Non mi mancherà il cinismo e l’indifferenza di chi ha scelto questa professione per motivi egoistici e di interesse …

Mi mancherà il rumore dei miei passi lungo i corridoi dell’ospedale, il brusio continuo di sottofondo, il cigolio delle barelle in movimento …

Non mi mancherà scoprire una volta di più che mancano le risorse, umane e tecnologiche, ma non mancano le buone idee, per cui bisogna fare salti mortali come al solito, e inventare nuove soluzioni possibilmente a costo zero…

Sono più le cose che mi mancheranno che le altre, per fortuna, e ancor di più col passare dei giorni me ne renderò conto, e sarà bello scoprire che le scelte fatte a vent’anni si sono rivelate, per me, vincenti; ma insomma, anche se continuo a sognare l’ospedale, anche se mi sveglio sempre alla solita ora anche senza sveglia, anche se lunedì o domenica non fa differenza … c’è poco da fare: SONO IN PENSIONE !

S’era capito ?

 

Magamagò

Com’ero

Posted by Magamagò on febbraio 10, 2015
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foto di HA

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Com’ero da piccola, com’ero da adolescente, com’ero all’inizio dell’Università …

Sono le tre, di notte naturalmente, una notte di guardia tranquilla che scorre nei soliti binari della tragedia …
reparto pieno, pieno di persone anziane e quindi di vite vissute, ricche, tanto ricche, che forse si concluderanno questa notte, o la prossima ( noi siamo come animali, la notte fa paura, ma al tempo stesso dà riparo e conforto ).
E con loro finirà un pezzo di memoria universale, cosa sono stati ma anche come sono vissuti i loro cari, più giovani o più vecchi di loro.
E la memoria universale è come un treno con tanti vagoni attaccati l’uno all’altro; ogni tanto un vagone sparisce ma ne rimane l’ombra, e il treno non si ferma mai ma prosegue il suo cammino nella sua ” interezza a buchi “.
E’ quasi Natale e questo per ora mi intristisce, perché i miei cari vecchietti non ci sono più, e ho paura piano piano di dimenticarli, non come persone ma come frammenti di vita passata; di non ricordare le cose fatte insieme, il loro modo di essere. Oppure di non ricordare come mi vedevano loro, cosa pensavano di me, e mi rammarico di non poterglielo più chiedere… non lo saprò mai più.
Scrivevamo tanto prima, nei tempi passati, nel secolo scorso; lettere d’amore, lettere quando si era in vacanza, lettere quando si rimaneva ad aspettare chi era partito.. qualcosa rimaneva.
Mio zio invece viaggiava molto e mandava sempre una cartolina con su scritto ” SEGUE LETTERA “.
Ovviamente mai ricevuta una di quelle lettere promesse ! Era già moderno !
E guardando ” i miei vecchietti ” quelli che sto cercando di curare, vorrei dir loro :
” aspettate, non andate via senza aver prima riversato la vostra memoria passata su di noi, fateci questo regalo di Natale ! Per favore !
Ma non è possibile e poi forse noi non potremmo vivere con questo peso cosmico sulle spalle.
Allora basta ricordare qualcosa ogni tanto, un campanellino che trilli nella mente quando meno ce l’aspettiamo …
Sì, può bastare. Tanto c’è Dio che è la memoria assoluta.
Vi voglio bene ” vecchietti “, miei ed altrui, e vi porterò nel cuore e nella mente come una delle ragioni per cui sono un medico e non … un’alpinista o chissaché.

Magamagò

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Albert Einstein

Posted by Magamagò on febbraio 12, 2014
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foto di EP

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Tra i vari poster e cartelli qui in Rianimazione ci vorrebbe anche una foto di LUI, Albert Einstein, con scritta sotto la sua celebre teoria della relatività..
Sì, perchè qui è tutto relativo; dal tempo che non scorre mai e che poi in un attimo ti cambia le carte in tavola, alle luci artificiali modello serra e ai suoni modello Las Vegas, come ha detto recentemente un famoso paziente, scrittore, contento soprattutto di poterlo raccontare.
È relativo anche il nostro concetto di “star meglio”: un pizzico in meno di temperatura, un punto in più all’EGA, un dito del piede che si muove in chi fino a ieri era immobile …Ci si “accontenta” qui dentro, e sembra la formula della felicità: “SAPER APPREZZARE COME UN DONO GRANDE QUEL POCO CHE OGNI GIORNO CI RISERVA LA VITA.”
A volte basta NON: non soffrire, non essere dispnoico, non tremare per le convulsioni, non sibilare coi polmoni chiusi dal broncospasmo …non fermarsi nel cammino verso la guarigione .
E pensare che fuori di qui c’è gente che si arrabbia se c’è troppo traffico, se si smaglia un collant, se quella ragazza non gli ha sorriso …
E’ tutto relativo e la Medicina non sempre è una scienza esatta, e per fortuna a volte nonostante tutte le brutte previsioni si può guarire.
Anche l’età è un concetto relativo, a volte hanno più acciacchi quelli giovani, e comunque non è l’anagrafe che deve farci desistere in partenza dal combattere la malattia. Io citavo sempre a difesa di questa tesi la Rita Levi Montalcini… adesso che è morta sono un po’meno credibile, ma comunque 103 anni sono sempre un bel traguardo! I miei colleghi adesso mi prendono in giro: “E ora di chi parlerai per dare coraggio a pazienti e parenti? Di Matusalemme? ” E perchè no; ma forse lui è vissuto tanto perchè c’erano pochi medici a quei tempi. Tutto è relativo a questo mondo, ma c’è spazio per tutto, per la vita, per la morte, per la lotta… Stanotte ho pazienti che stanno vincendo, e mi sento vincitrice anch’io, domani chissà …
È domani, un lunedì mattina smonto notte, e quindi libera dal lavoro: stiamo andando a Roma in macchina a trovare nostra figlia, biologa (per fortuna ha un po’ dirazzato avendo anche il padre chirurgo), e la radio trasmette il solito programma di intrattenimento con gli ascoltatori. Quella mattina il “conduttore creativo” se ne esce con questa faceta domanda: ditemi in 7 parole come avete passato il weekend, poveri lavoratori del lunedì: mandate un SMS al numero …”
E io mi sono trovata a rispondere (guidava mio marito ovviamente): IO HO LAVORATO ANCHE SABATO E DOMENICA.
E mi sembrava di essere di un altro pianeta, o forse lo era quel tipo che dava per scontato che tutti lavorassero cinque giorni a settimana, tutte le settimane, tutti gli anni, e dunque riposandosi 2 giorni soffrissero di stress di vacanza. “Ma mi faccia il piacere!” diceva il compianto Totò.
Invece c’è un mondo di lavoratori per gli altri, con orari in controtempo, con esigenze personali che sono sempre in coda nella lista delle priorità.
Nostra figlia da piccola diceva che forse ci avrebbe avuti per sè dopo il nostro pensionamento, ma ne era orgogliosa, e siccome il sangue non è acqua passa anche lei i sabati, unica, in laboratorio, per la gloria!
E io, a 60 anni, più stanca di prima, comunque non vorrei fare altro nella vita che questo, il medico, e vorrei essere sì di un altro pianeta, ma di quelli come si vedono in TV, nelle galassie lontane, dove ci sono attrezzature che in 5 minuti fanno diagnosi e guariscono sempre tutti, al 100%.
Eh sì, sarebbe bello poter guarire tutti ma solo fino al momento finale, quello del trapasso, perchè comunque quello ci deve essere, e il quando e il come non si può sapere.
E’ inutile, le notti in Rianimazione mi ispirano sempre un po’ e risvegliano la mia vena filosofica: che ci volete fare sono fatta così !

Magamagò

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Ieri e oggi

Posted by Magamagò on marzo 08, 2013
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Foto di MV

Foto di MV

Io ho un amico, un tipo buffo, a metà strada fra cielo e terra, fra realtà e sogno.
Già all’aspetto ci si accorge che è straordinario: due occhi vispi, lucidi lucidi, furbi; ti guardano e ad un tratto si raggrinzano tutti, e ridono in silenzio, seguendo chissà quale pensiero, lontano mille miglia dal presente.

E’ un attimo solo, poi il viso torna serio, di quelli che anche senza occhialoni professionali ti mettono un pò in soggezione. Ma io non ho paura di lui, io lo conosco, so chi è, l’ho scoperto una sera di primavera, mentre cercavo un pezzetto di cielo senza stelle per tuffarmici dentro. Mi è apparso all’improvviso, cominciando dagli occhi neri, e poi formandosi tutt’attorno. Mi ha guardata e mi ha detto: ” Ciao micia bianca col fiocco azzurro!” Non lo sono? Sì invece: e poi i gatti hanno un bel  carattere, volitivo, dignitoso, ma sanno anche essere al tempo stesso affettuosi e fedeli; e poi una micia bianca tutto pelo è bella!

“E tu chi sei stasera ? “

“Vediamo: ti andrebbe un cucciolo di pastore tedesco con le zampotte ciotte ciotte e le orecchie una dritta e una piegata a metà? Un cane tonto a cui piacciono le micie bianche? ”
E, non ci crederete, ma io mi sono sentita veramente una gatta e mi sono accoccolata fra le sue zampotte facendo le fusa. Da allora è rimasto questo piccolo segreto fra di noi: appena cala la sera corriamo nei prati, io micia e lui cucciolo.
Di giorno no, siamo seri, dottorali (per forza siamo medici!), impegnati nella nostra battaglia quotidiana contro la sofferenza, con la coda arrotolata sotto il camice, camminando a due zampe.
Ma i pazienti se ne accorgono specie quelli anziani, specie quelli che amavano gli animali e lo farebbero ancora se non fossero totalmente impegnati a vivere: dicono che ci sia empatia con noi due, condivisione con loro di vita, passata, presente… e futura, forse. Ma in maniera lieve, giocosa: non sono solo i bambini che hanno bisogno di ridere, giocare, sognare… credo che soprattutto gli anziani abbiano bisogno di ridere, scherzare, giocare col gomitolo di lana e non pensare ad altro.
Non importa tanto essere bravissimi, luminari della scienza, quanto essere con loro e non lasciarli soli, non abbandonarli quando cercano conforto e sicurezza, sorridere con loro quando si vince, piangere con loro quando va meno bene. Il più bel regalo per noi? Quando un paziente, o i suoi familiari, a distanza anche di anni, incontrandoci, ci dicono: “si ricorda? Quante risate fatte insieme, grazie.”

Noi ce le ricordiamo tutte, ma proprio tutte, sono come cellule del nostro corpo, ci formano, le portiamo con noi, ci fanno vivere.
I nostri pazienti… sono la nostra sola ragione di vivere. E condividerli da quarantanni con mio marito… bè, è un bel collante!

Magamagò

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Non c’è differenza

Posted by Magamagò on ottobre 02, 2012
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foto di EP

foto di EP

Ti ho curato, ho cercato di curarti il corpo, e tu mi aiutavi a riscoprire la tua anima, la tua essenza; ho riscoperto chi mi stava intorno, filtrati attraverso te che avevi la saggezza di una vita vissuta a lungo e totalmente. E ho riscoperto me stessa, nelle parti simili a te e in quelle comunque derivanti da te. Mi sono arrabbiata con te … no, non con te ma con la malattia che mi impediva di assaporare i momenti belli vicino a te.

Quanta rabbia avevo all’inizio: mi sfuggivi dalle mani e non riuscivo a trattenerti, quanto tempo ho perso,quanto …

Poi ho capito, mi hai fatto capire che bastavi tu a lottare, e che io dovevo essere al tuo fianco e basta.

Sono anche scappata, quando l’angoscia era troppo forte, e tu lo sai, ma poi ritornavo perchè tanto eri comunque con me, dentro di me.

Chi era il malato e chi era il guaritore? Più io malata per non aver capito il ciclo naturale della vita, e che tu invece in questi mesi mi insegnavi ad accettare, come quando mi hai detto, quell’ultima mattina : “Non ce la faccio più “.

E’ questa la morte? Averti sempre di più vicino, nel cuore? Ben venga allora, ma che fatica dirlo !!

(dedicato ad un paziente coi capelli bianchi in Rianimazione che mi ricordava papà morto da poco )

MAGAMAGO’

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Tutto all’aria !

Posted by Magamagò on ottobre 24, 2011
emozioni / 1 Commento

Nell’atrio del mio Ospedale c’è un cartello che dice :
SE IL CANCRO BUTTA ALL’ARIA LA TUA VITA …
Lo leggo ogni volta e non lo finisco mai, perchè per me è stato proprio così, ha buttato all’aria la vita di mio marito, chirurgo, in prima persona, ma anche la mia e quella di mia figlia, e quella di chi ci sta e ci è stato intorno.
Però ora, a ripensarci, ora che è passato un pò di tempo e sembra che le cose siano andate bene, forse quel “buttare all’aria” significa in alto nel Cielo, nel vento, che il Padreterno così abbia voluto rimescolare le carte per darci una “mano” migliore, per ridare alla nostra vita una leggerezza nuova, un soffio vitale nuovo, un’occasione per rinfrescare i valori in cui crediamo, il nostro status di medici, di genitori, di figli o compagni, di persone comunque con tanto bene dentro da donare agli altri e tanto cuore per riceverne altrettanto e di più.
Una “mano” migliore per capire il dolore, per essere veramente empatici coi pazienti i quali sapevano bene che il Male, il dolore, aveva colpito anche noi, che le nostre parole non erano finte, che la nostra testimonianza di vittoria, di forza, non era teorica; caspita! lo avevamo provato sulla nostra pelle … e vivere in un posto relativamente piccolo dove ci si conosce tutti, è stato di grande aiuto per noi e per gli altri.
Così, in fondo, è stata un’esperienza positiva, che ci ha rafforzati, che ci ha fatto crescere, una dimostrazione in più, se ce ne fosse bisogno, che c’è chi sa cosa sia meglio per noi, e per questo gliene siamo grati.

Qualche mattina passo per la porta secondaria per non vedere il cartello …

BEH, NESSUNO È PERFETTO !!

Magamagò