cronache

Ombre della notte

Posted by Il Barelliere on dicembre 27, 2016
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foto di EP

foto di EP

 

Domenica notte, freddo e nebbiolina.

“codice giallo –  evento violento in strada – dinamiche non note!”

 Queste le confortanti informazioni, di quello che è ormai il terzo servizio di fila della nottata.

Il target è un po’ fuori dalle nostre classiche zone di intervento: ci vorranno tra i sette e i dieci minuti circa per raggiungerlo, minuti durante i quali confido vivamente siano già giunte sul posto le forze dell’ordine.

Sono le 02:30, le strade della periferia milanese sono praticamente deserte. La sirena rimbomba forte nell’abitacolo e i lampi blu si riflettono nella foschia creando un effetto quasi suggestivo.

Indosso la giacca della divisa, allaccio la cerniera fino al bavero, stringo i polsini e mi infilo un secondo paio di guanti.

Arriviamo nella zona indicataci dalla centrale avendo, come unico riferimento per individuare il luogo dell’evento, un grosso supermercato che si affaccia su tre vie diverse.

Da un lato la ferrovia e dall’altro un grande complesso di uffici.

In giro non c’è un anima. Sembra che il freddo oggi, abbia spinto tutte le prostitute che di solito battono la zona, a starsene a casa al caldo oppure più verosimilmente, i loro clienti, a cercare ancor più calore in questa notte fredda e malinconica.

Notiamo in lontananza un ragazzo di colore che si sporge in strada sbracciandosi per attirare la nostra attenzione. Cazzo, quando si sbracciano così tanto non è mai un buon segno !

Accanto a lui, riverso sul marciapiede, un altro ragazzo, con la testa avvolta da uno straccio completamente intriso di sangue. Che se avessi incontrato ieri avrei scambiato per un fantastico e quanto mai realistico travestimento per Halloween.

Attorno a loro niente e nessuno nel raggio di diversi metri. Sembra l’ambientazione di un horror e se c’è una cosa che ho imparato dai film, è di non andare mai a vedere da dove provengano i rumori misteriosi

L’autista accosta l’ambulanza al marciapiede, scendo con cautela mantenendomi vicino allo sportello , prima di iniziare il soccorso voglio capire se la scena è del tutto sicura o se sussistano eventualmente altri pericoli.

“Cosa è successo ?” chiedo al ragazzo

“No parlo bene italiano” Ci mancava anche questa!  Va bene, dai  proviamo con l’inglese, l’esame da  quattro crediti di “inglese medico” servirà pur a qualcosa .

“What’s happened to your friend? “

Se il mio accento e la mia pronuncia sono pessime, le sue sono ancora peggio. E’ agitato e confuso, da quel che riesco a capire, il ragazzo disteso sul marciapiede è stato colpito alla testa mentre dormivano all’addiaccio vicino alla ferrovia e lui l’ha trasportato fino alla strada e chiamato l’ambulanza.

La prima valutazione del ragazzo non è confortante. Vie aeree pervie e  meccanica respiratoria apparentemente non  compromessa. Gli occhi sono aperti, ma non ha nessun tipo di risposta, in qualsiasi lingua gli si provi a parlare. C’è però reazione allo stimolo doloroso, pupille isocoriche e normoreagenti

Ha due grosse ferite molto profonde a livello dell’arcata sopraccigliare e in regione temporale , dalle quali continua a fuoriuscire parecchio sangue, tanto da aver creato una piccola pozza alla base della testa.

Terzo e quarto predispongono il ragazzo all’immobilizzazione spinale e tentano di frenare l’emorragia. Il compagno continua a muoversi ansiosamente attorno a noi. Cerco di capire meglio l’accaduto e la dinamica dell’evento, visto che per quanto uno possa essere bravo a fare a cazzotti, non ti apre la testa in quel modo a mani nude.

Il suo racconto è confuso : a quanto pare le ferite alla testa sono state inferte con una bottiglia di vetro e non più mentre stavano dormendo, ma durante un diverbio. Ricostruire un’eventuale storia sanitaria è un’impresa ardua. L’unica cosa che continua a ripetere con insistenza è di volere la polizia. Inutile dirgli che la vorrei anch’io tanto quanto lui.

Do uno sguardo ai parametri del ragazzo, che tutto sommato potrebbero essere ben peggiori. La valutazione testa-piedi non evidenzia altre ferite, edemi o deformità. Eseguiamo il rog-roll e lo posizioniamo sulla spinale.

Il sanguinamento alla testa è nettamente diminuito, senza però essersi ancora arrestato.

Finiamo di stringere le cinghie del ragno e ricomponiamo lo zaino sanitario; mentre i rumori di un treno che passa in sottofondo e la luce del lampione che tinge di arancio l’aria, rendono la scena piuttosto inquietante.

Durante il trasporto, le condizioni del ragazzo migliorano. Recupera progressivamente lucidità, anche se appare sempre molto confuso e disorientato.

I carabinieri arrivano che lo stiamo togliendo dalla spinale, dopo che la TAC non ha evidenziato lesioni ed il chirurgo di guardia, brama dalla voglia di ricucirgli la testa.

La tentazione di soffermarmi a parlare con loro, descrivendogli con inutile dovizia di particolari tutto l’accaduto a partire dal nostro arrivo è molta, soprattutto perché fuori c’è da ripulire mezza ambulanza imbrattata di sangue.

Tuttavia  mi metto una mano sulla coscienza e penso all’ottimo lavoro di squadra appena concluso e mi immagino gli altri, indaffarati ed infreddoliti nel ripulire tutti i presidi.

In breve li raggiungo, per scoprire poi che, a quanto pare, aspettavano solo  me prima di iniziare a metter mano a scottex e disinfettante…

Il Barelliere

 

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Il caffè del morto

Posted by Salvatore Nocera on ottobre 25, 2016
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Foto di NC

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“Viviamo in una società in cui la morte è un tabù. La si vede al cinema, alla televisione, sui giornali, ma è sempre qualcosa di astratto e lontano che riguarda gli altri. Non se ne parla, non ci si pensa, e quando tocca l’individuo da vicino c’è un lavoro molto profondo da fare per permettergli di affrontarla con maggior serenità.”                                       Marcella Danon

Lavoravo nella guardia medica notturna e festiva.

Saranno state le due di notte.

-È incredibile come a ripensare a quella notte mi sovvenga un sorriso spontaneo che non so trattenere, ma che mi riempie di qualcosa che ancora oggi non saprei spiegare: il mio essere straordinariamente medico malgrado me stesso.-

Dicevo: una notte forse autunnale, non ricordo particolari frescure. Passavo, e tuttora passo le mie notti in guardia medica, a leggere e soprattutto a scrivere – ciò che mi capita – ho questa strana impellenza.

E dunque leggevo, e di sicuro scrivevo e sento suonare il campanello. Naturalmente mi alzo (sempre all’erta!) e anzi scrivere probabilmente mi scarica dall’ansia di dover affrontare comunque, da solo, una notte in cui dal punto di vista medico potrebbe succedermi di tutto.

– e se non fossi all’altezza?, e se mi capita un infarto?, un edema polmonare acuto?, un soffocamento?, una crisi allergica?, uno shock di qualunque tipo? chissà se c’è l’adrenalina – saprò fare la diluizione? E il Kombetin? Il Bentelan da 4 mg o magari il Flebocortid da 500?- …

Mi alzo, all’apparenza flemmatico, e vado ad aprire. Strano spettacolo. Una folla assiepata dietro la porta. Una signora di mezza età:

“Dottore, possiamo entrare?”

Dio mio, che è successo? penso. È esattamente uno di quei momenti in cui si realizza la necessità di affidarmi a qualcuno. Dio, appunto. Oppure al mio angelo custode. Che prego mentre faccio entrare la folla nella speranza che non sia successo nulla d’irreparabile e che io sia in grado di …

“Allora, dottore, posso parlare?”

Per sicurezza mi siedo dietro la scrivania, come al solito quando mi difendo. E la sicurezza cui mi riferisco in realtà è un’auto-rassicurazione. Mi rinchiudo appunto nel mio ruolo, vorrei impedirmi di entrare in contatto – come al solito – con tutte queste persone che mi stanno davanti. Ma cosa vogliono? – il bello è che tutti questi miei pensieri avvengono in un attimo, tra le pause della voce della signora. Mi preoccupo esageratamente come quando sto per entrare su un palcoscenico qualunque durante una qualunque delle mie peregrinazioni artistiche teatrali: letteralmente me la faccio addosso, vorrei scappare, ma poi, all’ultimo momento … eccomi sul palcoscenico, e tutto diventa semplicissimo:

“Forse siamo in tanti, dottore, ma non si deve preoccupare: questi sono i miei figli e le mie figlie, con mogli e mariti …” “E anche nipoti”, dico io. “Dottore, non se l’abbia a male, lo so che è inutile, ma …” La signora comincia a piangere, subito circondata e consolata dalle altre donne, figlie e nuore, evidentemente.

Una di loro comincia a parlare: “Vede, dottore, mio padre sta male, sta veramente male. Oggi è venuto il nostro medico di famiglia e gli ha fatto un’iniezione che lo ha fatto stare bene. Ora però sta soffrendo e non sappiamo cosa fare. Lo sappiamo che è inutile, ma sa?…” Sembrava avesse ritegno: o forse non aveva il coraggio di chiedermi qualcosa che a me, sicuramente, sarebbe sembrato inutile.

“Mio marito ha il cancro e sta morendo, non sappiamo nemmeno se arriva a domani, per questo le diciamo che è inutile, ma che vuole?, quando si vede un proprio caro soffrire noi vorremmo soffrire al posto suo – e soffriamo anche noi – anch’io, a vederlo soffrire così. La prego, ce la può venire a fare un’iniezione che così sta un poco meglio?”

E va bene, allora partiamo. Non sto lì a discernere se si tratti di un caso di umanità o di un intervento medico vero e proprio. E tuttavia anche il trattamento del dolore in un malato terminale è da considerarsi un intervento medico a tutti gli effetti, oltre che un diritto del malato e dei familiari: le famose cure palliative, il mantello protettivo, il pallio rassicurante.

Io prendo la mia macchina e vado dietro a una processione di altre macchine. Ma sono tutti qui, rifletto, non è che il malato è rimasto solo? Boh. Ha tutta l’aria della prova di un funerale, una sfilza di macchine, io con la mia nel mezzo, l’onore di una scorta ufficiale. Un paio di chilometri. Arriviamo in una strada larga, un agglomerato di case che fa pensare a un grande condominio popolare. Da molte finestre, malgrado l’ora mattutina, traspare la luce tremula di un qualche abat-jour rimasto acceso nell’attesa di un arrivo. Ricorda molto la parabola delle vergini del Vangelo, in attesa dello Sposo che prima o poi verrà a bussare … la storia dell’olio e delle lampade.

Mi indicano di posteggiare la macchina in un luogo facilmente accessibile. Loro posteggiano, abituali. Scendono tutti, mi aspettano. Spengo il motore. Afferro la mia borsa. Scendo. Chiudo. Sto fermo un po’ a guardare quella piccola folla surreale. Mi avvio. In gruppetti di due o tre, si dirigono verso un portone socchiuso, rimasto all’apparenza incustodito, in realtà tenuto continuamente sotto controllo da sguardi molto benevoli che avverto discreti dalle finestre contigue. Saliamo su per una ripida scala in fila indiana. Inevitabilmente il pensiero mi va alla difficoltà di far scendere da lì un’eventuale bara …

“Se muore dovremo scenderlo con le lenzuola”, dice molto lucidamene una delle giovani donne, probabilmente nuora, quasi a leggermi nel pensiero. Emano solo un sospiro e continuo a salire. Arriviamo davanti a uno stretto pianerottolo, su cui una maniglia traballante apre un’esile porta: entrano tutti, tranne la madre, che mi invita ad entrare dopo di lei. Una piccola stanza, un ingressino, un soggiorno lì a lato, un’altra porta, ennesimo rituale: entrano tutti, tranne la madre, che entra subito dopo di me. Entro anch’io. Una luce fioca, illumina appena un letto matrimoniale, disfatto, su cui è seduto, con i piedi incrociati sotto le gambe, un uomo, indefinibile nell’età, non sembra molto anziano, gonfio di cortisonici, uno sguardo cupo, gli occhi scavati, una sofferenza che è negli occhi di tutti, mi si apre una specie di comitato d’onore dentro cui faccio il primo passo. Mi fermo fissando l’uomo che probabilmente non s’aspetta affatto da me l’intervento anti-dolorifico tanto desiderato dalla famiglia, avverto semmai il suo estremo desiderio di farla finita al più presto possibile. Questo mi blocca. Il solito silenzio che mi avvolge quando ho su di me l’attenzione del pubblico da attore consumato. Lo guardo con tutta l’umanità di cui sono inconsapevolmente capace. Due secondi pesanti. Poi, non posso fare a meno di dire:

“Ma quando moriamo?”

Sembra una boutade di cattivo gusto: magari un tantino macabra. Altri secondi muti, pesanti. Ho l’impressione, alquanto da incosciente, di aver detto quello che nessuno di loro, malato terminale compreso, aveva avuto fino ad ora il coraggio di affermare. Improvvisa una risata senza freni da parte del malato:

“Ah ah ah ah!…!” E mentre lui continua a ridere, la madre – cioè la moglie, nella sorpresa generale, si mette a singhiozzare, sotto lo sgomento di tutti. In effetti un po’ mi preoccupo, pensando di averla detta grossa, per questo cerco lo sguardo della madre – cioè della moglie, sperando di trovarvi una qualche rassicurazione. E lei, altrettanto improvvisa, mi dice:

“Oh dottore, non ci crederà, ma sto piangendo perché sono contenta: era da tanto che non lo vedevo ridere così, con gli scàccani.” E tutti le si stringono attorno, per sostenerla, accompagnandola dolcemente ai piedi del letto. Mi avvicino anch’io. Preparo un’iniezione di un comune anti-dolorifico, che somministro solerte. Non so quanto efficace, ma a questo punto un qualunque mio intervento è comunque vissuto da questa famiglia come benefico. Anche il malato mi ringrazia, sorridente. Saluto, mi avvio, accompagnato dalla madre piangente.

Mi rimane ancora qualche ora di questa notte che non finisce più.

Finalmente le otto del mattino. Smonto. Un cielo insolitamente terso. Quasi scappo via, scaricando sull’accensione della Focus SW la mia soddisfazione: tutto sommato, penso, non è andata poi così male – pregustando il caffè che sorbirò tra qualche minuto, nel mio solito bar, tutte le mattine che finisco il turno di notte: la mattina della smonta il caffè è sempre più buono. Ecco il bar. Posteggio, mi fermo, spengo. Scendo.

“Buongiorno, dottore”.

“Buongiorno”. Entro, lo sguardo distratto a un manifesto funerario appiccicato al muro, gocciolante di colla.

“Un caffè”

“Subito, dottore. Nottata tranquilla stanotte?”

“Più o meno, le solite cose”.

“Pronto il caffè.”

Lo sorbisco piano. Buono. Metto le mani in tasca per prendere le monetine e pagarlo, ma il barista mi previene:

“No, dottore, lasci stare: oggi il caffè glielo offro io”

“E come mai?…”

“Non lo so, guardi: mi viene così, sento di farlo, stia tranquillo”

“Va bene, come vuole, grazie”

Saluto e me ne vado. Uscendo, lo sguardo sul manifesto funerario. Stavolta vi riconosco il nome della persona malata di cancro … Sento subito la sua risata inaspettata. Una specie di brivido su tutta la schiena. Che me l’abbia offerto lui, il caffè?

Bracco

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Non solo Barbapapà

Posted by supergiovan8 on agosto 10, 2016
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foto di PB

foto di PB

Alì (nome di fantasia che sostituisce un nome ben più complicato di “Armando”) sta nel suo letto bello pacifico.

La collega in consegna mi ha descritto il decorso post operatorio, le infusioni in corso e lo stato generale del malato: buono.

Entro subito in camera per dargli un occhio; è in prima giornata e anche se non fosse stato nella prima stanza sarei comunque andato subito da lui per avere un’idea precisa di chi fosse e se necessitasse di qualcosa, e poi perché era anche il più “critico”. Dal corridoio, dove ci sono circa un milione di gradi Celsius si passa nella stanza, che aveva la porta socchiusa, con una temperatura di circa 28° C: è evidente che per chi continua a fare dentro e fuori il trauma è importante e continuo (sigh!!!)…

Gli allarmi dei monitor sono già impostati al 100% e tutti i tubi finiscono nel posto giusto. Entrando lo saluto, con la moglie che amorevolmente gli stava rinfrescando il viso che subito mi fa spazio per i vari controlli.

Vedo un uomo, lungo e scuretto, che giace pacifico in un letto forse troppo corto per lui ma comunque adeguato per certe circostanze, tipo dopo un’operazione chirurgica di quelle toste.

Mi avvicino e gli dico, brandendo il termometro timpanico:

“Come sta? Tutto bene? Oggi pomeriggio ci sono io, le serve qualcosa?”

Placido, mi risponde:

“Se se, me sto bè…fa’n pò calt ma va bè isè dai!”

Rimango di stucco, ma non è un barbatrucco: parla il mio dialetto!

Ah, la globalizzazione…ah no, l’immigrazione…

Ma questi ci vogliono rubare pure il dialetto? Una volta non volevano soltanto le nostre donne?

Ah no, scusate, questa è solo una persona emigrata qui da circa 30 anni che si è integrata, ha lavorato duramente e ora, come una normale persona ammalata, si fa curare.

E la morale di questa storia è che il tipo mi ha fregato col dialetto, ma solo col dialetto. In questi tempi di paura verso “l’altro” è molto semplice tacciare tutti i “diversi” come terroristi, invasori e fuori posto; la verità è che questo signore è stato, ed è, una risorsa e come tale va tutelato; perché né io né voi né la maggior parte delle persone che conosco in fonderia a lavorare ci andrebbero mai.

Lui sì. Per 30 anni lo ha fatto, per uno Stato che non era il suo (mentre la pancia sì, chiaramente).

E’ un dare e ricevere più che equo, secondo me, questo. Evviva i vari Alì!

Supergiovan8

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Reperibilità

Posted by zarianto on agosto 02, 2016
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foto di DB

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Driiin!!! All’una di notte…suona il cellulare! “Vieni giù che c’è casino!” .

Accidenti! Proprio mentre pensavo di averla sfangata e finalmente, sotto il peso di palpebre inesorabilmente calanti, affievolitosi il consueto stato di vigile allerta, mi arrendevo al sonno ristoratore, sullo scomodo divano anti…coma di casa, già, opportunamente in abiti civili, coi piedi avvolti da assai ginniche scarpe, da linea di partenza! Bisogna andare!

Nel “minor tempo possibile” , come recita il contratto, esco, mi reco all’auto, metto in moto…e via.

In piena notte, la strada è veloce. Anche i semafori dormono, ignari degli attraversamenti pedonali e uniche luci nel buio, insieme ai miei fari.

Il silenzio è rotto dalle languide note dell’autoradio, disattente rispetto alle vendite, ma suggerite dal gusto personale del DJ e cariche di giovanili ricordi, spiagge notturne, lune gigantesche e stelle luminose, in costellazioni appena riconoscibili, scarsamente efficaci nell’attutire la solitudine del viaggio a rotta di collo verso l’ospedale, ma perfettamente idonee a sottolineare la meraviglia dei contorni sfumati delle strade, degli edifici, dei monumenti e dei parchi, nascosti, pudici e ritrosi, nell’oscurità.

“Al mio arrivo”, come suol dirsi…il caos! Il Pronto Soccorso collassa inerme sotto l’incessante e martellante stridore delle sirene, a scandire senza sosta il trasporto di pazienti in codice rosso, con l’impietosa e marziale cadenza di…uno all’ora!

Salto così dal paziente precipitato dal secondo piano, a quello shockato per cause da determinare (di ndd, in gergo tecnico), dall’infartuato semicomatoso, a quello in preda a una gravissima crisi asmatica, trovando il tempo di sfanculare l’infermiera di reparto (me ne scuso siceramente e profondamente) inpanicata per la novantenne morta stecchita nel suo letto, in un lago di sangue, districandomi tra il posizionamento in serie, a mo’ di catena di montaggio, di tubi endotracheali, linee arteriose e venose centrali, drenaggi pleurici…e quant’altro…con una puntatina in emodinamica, al seguito di un paziente sanguinante in addome!

L’alba mi coglie a scrivere montagne invalicabili di consulenze che sembrano la trama di un romanzo fantasy, in cui, per puro miracolo, non si verifica la strage di innocenti!

Inizia la danza degli occhi alla ricerca di lancette d’orologio sempre più lente col trascorrere del tempo, fino a quando, giunte le 08.00, alla buonora, posso abbandonare…l’incubo e tornare, un po’ più lentamente per il traffico e i semafori svegli, a casa…tra lenzuola accoglienti e non più in pole position sul divano…di partenza!

Il risveglio pomeridiano mi allarma il giusto sugli accadimenti reali, anziché onirici, poiché in quindici anni, mai si era verificato alcunchè di simile! Che sia l’inizio…della fine? “Speren de no!”.

Zarianto

Solidarietà

Posted by Nanu on novembre 18, 2015
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foto di RdR

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A: Un paziente HIV positivo per un rapporto sessuale occasionale, recentemente operato per un carcinoma esofageo.

B: Un giovane ragazzo con morbo di Still in attesa di intervento chirurgico per acalasia esofagea.

C: Un giovane albanese operato d’urgenza per una perforazione gastrica qualche ora dopo il suo approdo sulle coste italiane.

Tre storie lontane, in comune il corridoio di un ospedale. A chiede ai suoi figli di acquistare del vestiario per C che non possiede altro in Italia che i vestiti che indossa, consola la mamma di B in attesa dell’intervento, e si precipita dal giovane B appena rientrato dalla sala operatoria per un saluto. La mamma di B assiste ormai quotidianamente suo figlio e C, la cui mamma è troppo lontana. C racconta la sua storia e rassicura B sulla riuscita dell’intervento, al suo rientro dalla sala gli mostra le sue stesse foto poco dopo l’operazione per dirgli quanto presto tornerà anche lui a sorridere.

La solidarietà nel dolore tra le corsie di un ospedale avvicina storie lontane e offre la possibilità di scoprirsi migliori, ed anche nella malattia utili, e talvolta perfino essenziali per gli altri. È a questo che voglio pensare in quei giorni in cui questo lavoro vorrei non averlo scelto.

Nanu

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Dimissioni

Posted by Rachele on novembre 06, 2015
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Foto di EG

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ETC, Sierra Leone, 4 Marzo 2015: dimissioni di Fisher e di Emannuel

EMANNUEL

Il 3 gennaio viene ricoverato Emannuel, trasferito da un altro ospedale insieme al nonno e a due cugini. Le sue condizioni sono fin dall’inizio molto gravi, diarrea profusa, sanguinamenti dalle mucose e severa disidratazione, dolori addominali e stato di agitazione. Lui nemmeno si rende conto ma nel giro di una settimana tutti i suoi parenti ricoverati nella stanza accanto muoiono nonostante le cure intensive. Le condizioni di Emannuel peggiorano nel corso dei giorni e i parametri respiratori e renali indicano che non è in grado di andare oltre senza l’aiuto delle macchine, decidiamo di intubarlo e di iniziare una dialisi. E’ il nostro primo paziente intubato, per cui siamo molto cauti nelle manovre e attenti nell’assistenza infermieristica. Le condizioni di Emannuel rimangono critiche per diversi giorni e non consentono di svegliarlo per diverse settimane poi piano piano lui comincia a risvegliarsi, la coscienza riaffiora, pur molto debole pensiamo si possa tentare una estubazione. La scommessa è vinta, giorno dopo giorno lui torna al mondo, reimpara a mangiare e bere con enormi difficoltà e poi anche a parlare. Dopo due mesi di permanenza nella “zona rossa”, ci chiede un telefono per chiamare la sua famiglia, è il tempo della dimissione ormai e con enorme gioia di tutti noi lo accompagniamo alla porta e lo riconsegniamo ai suoi parenti, le emozioni, il pianto e il riso sono di nuovo presenti sul suo viso così come nei suoi parenti che ormai non ci speravano più. E’ stata durissima ma la vita ha vinto questa volta.

FISHER

Fisher fa parte di un gruppo di pescatori che ha contratto una forma gravissima di Ebola. Ci viene trasferito insieme ad altri 13 pescatori che si sono ammalati durante una battuta di pesca contraendo la malattia da uno di loro che è morto durante il viaggio.

Lui è un ragazzone di 25 anni forte e gentile, le sue condizioni sono critiche fin dall’inizio, ha i polmoni pieni di liquido, fatica a respirare, la funzionalità renale gravemente compromessa. Davanti a lui, uno dopo l’altro muoiono tutti i suoi compagni ammalati. La notte che va in edema polmonare non abbiamo ventilatori disponibili, sono tutti occupati, decidiamo di provare a dializzarlo in mondo da riuscire a portarlo al mattino. La morte di un paziente è la salvezza di Fisher. Lo intubiamo e ventiliamo e continuiamo a sostenere i parametri vitali con farmaci e con la dialisi. Le sue condizioni migliorano, guarisce dall’Ebola ma il suo risveglio è molto lento. Anche lui piano piano torna al mondo dei vivi e finalmente viene estubato e ricomincia a bere e a rialimentarsi. Ci dice che ha una moglie e tre figli che per fortuna stanno tutti bene, vuole chiamare la sua mamma che se lo viene a riprendere dopo un mese di ospedale. Sono abbracci, lacrime e tanta gioia per noi e per loro. Torna a casa Fisher, ne è valsa la pena anche solo per te.

Rachele

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Viaggio nell’inferno di Ebola

Posted by Rachele on ottobre 28, 2015
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foto di EG

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Dicembre 2014-Gennaio 2015 Sierra Leone

Nel mese di dicembre i casi sono ancora 80 al giorno e Lakka è sempre pieno di pazienti, le ultime piogge sono finite e lasciano il tempo alla stagione secca, talvolta dei tramonti superbi ci sorprendono mentre siamo sulla strada di casa che corre parallela all’oceano.

Il lavoro è sempre frenetico, non facciamo in tempo a dimettere malati che altri sono già in attesa e purtroppo la malattia colpisce anche i nostri collaboratori.

Obay lavorava con noi nell’ospedale chirurgico di Goderich e ora come igienista nel Centro di Lakka. Viene ricoverato nel Centro come caso sospetto e purtroppo gli esami del sangue mostrano una compromissione d’organo molto grave fin dall’inizio, si conferma positivo per l’Ebola. Ha una diarrea talmente profusa che lo sfinisce, lo reidratiamo con le infusioni endovenose e lui risponde bene alle cure e ci lascia sperare che andrà bene ma dopo 7 giorni ha un aggravamento con febbre alta e difficoltà respiratorie. La sua ultima notte Obay chiede da mangiare e uno dei suoi colleghi entra in tenda per portargli del cibo. Lo chiama ma Obay non risponde, il collega lo scuote e tenta anche di fargli un massaggio sul torace mentre io e Marco l’infermiere di turno, assistiamo impotenti fuori dalla tenda. Quello che segue è un dei miei ricordi più commoventi: entrano altri 2 igienisti per preparare il corpo e quando la salma è pronta, tutto il personale comincia a cantare davanti alla tenda, canzoni religiose cristiane anche se Obay è musulmano, le donne in segno di grande dolore si tolgono le parrucche e i loro acuti lamenti lacerano la notte calda, i ragazzi si percuotono il petto e pestano la terra coi piedi, lacrime di dolore e rabbia perché questa malattia tremenda non ha risparmiato il loro amico e collega. Lentamente la salma viene portata verso l’obitorio sempre accompagnata da tutti noi che da fuori continuiamo a pregare e cantare. Riposa in pace Obay e che Dio accolga la tua anima.

Il tempo corre e il nuovo centro da 100 posti letto è quasi pronto, i sierraleonesi lo hanno già chiamato White House, vengono fatti i preparativi per allestire i 24 letti di terapia intensiva con tutto il necessario per monitorare, ossigenare, ventilare e incannulare i pazienti, arriveranno presto anche ventilatori e due macchine per la dialisi. I logisti fanno colloqui ogni giorno per trovare il personale che serve, per insegnare loro le procedure di vestizione e per formare gli igienisti che si occuperanno dei malati. Alla fine abbiamo assunto 700 persone tra infermieri, igienisti e addetti alle pulizie e alla sorveglianza.

Noi intanto riceviamo il primo gruppo di medici e infermieri inglesi che avrebbero dovuto darci una mano nella gestione del nuovo centro di trattamento da 100 posti letto. Una serie di incomprensioni e di divergenze sulla gestione di questi malati portano tutto il gruppo inglese a lasciare la missione una settimana prima dell’apertura del nuovo centro. Una campagna mediatica molto negativa su di noi ci lascia amareggiati e delusi, forse abbiamo peccato di ingenuità nel pensare di poter dialogare scientificamente con ministri e responsabili della sanità di questo paese senza tener conto che dietro ogni cosa anche qui ci sono interessi di multinazionali più portate a sperimentare il farmaco miracoloso sull’africano, in modo da averlo pronto per quando un europeo o un americano si ammalerà. Farmaci dai costi impossibili che non saranno mai disponibili in Africa.

Siamo di nuovo soli ma dobbiamo serrare i ranghi perché il Centro si deve aprire comunque e il 15 dicembre trasferiamo tutti i pazienti positivi al nuovo ETC, Ebola Treatment Centre. Lakka rimane un Holding Centre dove vengono ricoverati i malati sospetti in attesa dell’esame che conferma o meno la malattia. Siamo l’unica organizzazione del paese ad avere contemporaneamente un Holding e un Treatment Centre per Ebola.

Nel frattempo, un prete cattolico che vive nella baraccopoli di Waterloo ci segnala la presenza di numerosi casi di malati che spesso non riescono a raggiungere i centri di trattamento. A Waterloo, che dista un ora e mezza da Goderich, vivono 20000 persone tra sierraleonesi e profughi liberiani che dopo le guerre civili hanno perso tutto. In realtà passando tra le capanne dai tetti di lamiera e le strade di terra battuta abbiamo una impressione di ordine e pulizia che non c’è negli slum di Goderich o Freetown. Waterloo è stata una delle zone più colpite dal virus, la cintura sanitaria ha spesso solo impedito che arrivassero approvvigionamenti di cibo piuttosto che la fuoriuscita di malati. I nostri logisti aprono un centro sanitario all’interno di una scuola, per l’isolamento e poi il trasporto dei malati a Lakka con la nostra ambulanza. Vengono anche formati 90 volontari che facendo parte della la comunità, sono in grado di rintracciare il maggior numero possibile di casi sospetti e trasferirli nel centro di holding.

I primi giorni il nuovo ETC ci sembra un mostro bianco gigante in cui perdersi, siamo passati dalle tende a una struttura in muratura in cui la temperatura all’interno consente di stare anche più di due ore e di avere tutto il necessario per una terapia intensiva e sub intensiva. La sensazione di vuoto scompare subito perché in pochissimi giorni tutti i 24 letti di terapia intensiva sono pieni e a Natale sono ricoverati 36 pazienti. Arrivano a darci una mano un gruppo di infermieri e medici coreani che con qualche difficoltà linguistica sono però molto utili nel seguire i malati meno critici mentre noi ci concentriamo sugli altri.

Tutto sembra procedere per il meglio e sono in arrivo nuovi infermieri di terapia intensiva dall’Italia ma poco prima di Natale una triste notizia ci getta nuovamente nello sconforto, un nostro infermiere internazionale si ammala di Ebola e decide di rimanere in Sierra Leone e di farsi curare all’ETC, la pressione psicologica è enorme e non passa giorno che non mi ritornino in mente le facce dei tanti che non ce l’hanno fatta. Lui nei primi giorni cerca il conforto nelle nostre parole pure sapendo bene quale può essere il decorso della malattia ma mai si scoraggia o si lascia prendere dalla disperazione, passano sette giorni in cui la prognosi è incerta finché lentamente ma inesorabilmente comincia a migliorare e dopo 20 giorni viene dimesso guarito. Il giorno della sua uscita dal centro è uno dei ricordi più belli, di nuovo tutto lo staff che canta e balla ma questa volta canti di gioia e di ringraziamento.

Da quando abbiamo aperto il nuovo ETC sono passati tanti pazienti e queste sono le storie di alcuni di loro.

Arrivano da Waterloo entrambe portate dalla nostra ambulanza al Centro Holding di Lakka, lei si chiama MARIATU è una giovane madre che porta in braccio una bimba di 2 anni ALIMA, sono sospette di contagio in quanto sono state in contatto con la nonna che è morta di Ebola. La bimba ha la pelle che brucia tanto è alta la febbre che la sta consumando, non con poche di difficoltà si riesce a farle il prelievo per vedere se è malata e cominciare le infusioni endovenose per idratarla. Il mattino successivo arriva il risultato del laboratorio, sono entrambe positive con una carica virale molto alta e vengono trasferite al centro di trattamento. Mariatu sta molto male e dal suo letto segue la sua bambina che viene trattata in maniera intensiva fin dall’inizio. Sappiamo che l’Ebola non lascia quasi mai scampo a bambini così piccoli, però Alima è forte, risponde alle cure, si mette persino a mangiare latte e biscotti, siamo ottimisti e lo diciamo anche alla mamma che intanto lentamente migliora al punto che la trasferiamo nel reparto sub intensivo. Dopo 9 giorni però Alima continua ad avere la stessa carica virale dell’inizio della malattia, il suo fisico non riesce a sconfiggere il virus, ci guarda stanca, mani e piedi sempre gonfi e gelati, il respiro è un soffio ormai, dopo 11 giorni di battaglia anche la sua anima vola via. Lo diciamo alla mamma che voleva vederla un ultima volta ma non può, piange la sua figlia più piccola che non c’è più, portata via da questa peste moderna e mentre la guardo mi vengono in mente le parole del Manzoni che descrive la madre di Cecilia: “Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato”.

MUSU è una bella ragazzina di 15 anni che ha avuto contatti con due sorelle ammalate di Ebola ed entrambe sopravvissute e lei ha tutti i sintomi della malattia ma tutto sommato le sue condizioni generali sono buone. Infatti dopo pochi giorni nel reparto intensivo viene trasferita in quello dei malati meno gravi finché una notte ci chiamano gli infermieri perché Musu è agitata, il respiro affannoso e superficiale, il cuore che batte veloce, ci guarda senza capire perché improvvisamente sta così male ci chiede di aiutarla e di non farla morire. La trasportiamo di corsa nel reparto intensivo, sotto ossigeno, antibiotici e monitoraggio dei parametri vitali ma l’insufficienza respiratoria è grave e temiamo il peggio. Dopo 36 ore di cure intensive la situazione si sblocca, Musu riprende a respirare normalmente, torna ad avere il suo bel viso disteso e ci chiede che cosa le è successo perché ora vuole tornare a casa dalle sue sorelle e la sua mamma che la stanno aspettando. Dopo 15 giorni Musu esce dal nostro ospedale e riabbraccia le altre sorelle sopravissute.

Sono i primi di gennaio quando ci viene trasferita dall’ospedale cinese di trattamento per Ebola un intera famiglia di positivi: SARAH il nonno di 80 anni, SAIDU un ragazzino di 10 anni, BOI la sorella di 14 anni e un altro nipote EMANNUEL di 17 anni. Il nonno è quello che sta apparentemente meglio ma dopo due giorni improvvisamente si accascia nel letto portandosi le mani al torace e muore così senza che possiamo fare nulla. Il nipotino più piccolo è molto grave ha i polmoni intasati di liquido e secrezioni, lo intubiamo, ventiliamo, trasfondiamo, sosteniamo la pressione del sangue con farmaci ma nulla lo strappa alla morte. Nel letto davanti a lui, la sorella Boi è anche lei in condizioni critiche, semicosciente, il rene è compromesso ma ancora in grado di sostenere una diuresi adeguata, ci sembra che stia rispondendo alle cure, ha avuto delle piccole emorragie, è stata trasfusa con plasma e sangue e sembra stabile, finché improvvisamente un pomeriggio mentre la mobilizziamo per lavarla ha alcuni colpi di tosse seguiti da una emorragia inarrestabile dalle vie aeree, in pochi minuti muore in un lago di sangue. Siamo sconvolti dalla rapidità del quadro e anche perché pochi nostri pazienti sono morti di shock emorragico acuto. Tristemente un altro cadavere è lavato e preparato per il team delle sepolture che come moderni monatti vengono a ritirare i corpi per le inumazioni secondo le regole che l’epidemia impone.

MOHAMED ha 50 anni e vive a Waterloo con suo figlio e la moglie madre di 4 bimbi, quest’ultima da giorni sta molto male, ha febbre diarrea e vomito, potrebbe essere Ebola per cui chiamano la ambulanza per portarla nei centri di raccolta, l’ambulanza però non arriva cosi Mohamed e suo figlio la portano con l’auto di un loro amico all’ospedale cinese che tratta malati di Ebola, il più vicino a Waterloo. La donna muore dopo pochi giorni, la casa di Mohamed dove vivono altre 15 persone viene posta in quarantena e dopo una settimana, lui stesso e il figlio vengono ricoverati da noi, il contatto con la donna ammalata ha trasmesso loro la malattia. Anche la moglie di Mohamed, nonna Margaret e i suoi 4 nipoti dai 4 ai 10 anni vengono segnalati come casi sospetti e portati a Lakka in attesa del risultato degli esami. I bimbi sono spaventati, hanno tutti la febbre alta e sono tutti positivi per la malaria, noi cominciamo a sperare, nonna Margaret fa loro coraggio mentre gli infermieri mettono loro le cannule venose e iniziano la terapia per la malaria e la reidratazione endovenosa. Mentre sono in tenda con loro Margaret mi chiede di suo marito e io non posso che dirle che sta molto male e che molto probabilmente non ce la farà, lei si gira per non farsi vedere dai nipoti e comincia a piangere silenziosa, mentre i bambini che hanno già perso la mamma la guardano perduti. Vengono tutti dimessi, risparmiati dall’Ebola. Nonno Mohamed invece viene intubato e dializzato ma muore dopo pochi giorni. Il figlio ricoverato nel letto a fianco al padre lo vede trasferire in un’altra camera e capisce che le sue condizioni sono molto gravi. Una notte parliamo di suo padre che non c’è più, lui si rifiuta di mangiare e bere e noi dall’interno dei nostri scafandri cerchiamo di consolarlo dicendogli di farsi forza perché deve pensare ora ai suoi bambini che hanno solo più lui e nonna Margaret. E’ lenta la sua guarigione ma alla fine anche lui ce l’ha fa e può tornare a casa.

Ebola per mesi ha seminato la morte tra le famiglie, uccidendo un padre o una madre, lasciando talvolta indenni i più deboli o i più vecchi, altre volte invece non risparmiando nessuno. Ha stappato piccoli figli alle madri che sono sopravissute, altre volte i genitori sono morti lasciando orfani sulle spalle della comunità e tanti sono questi bambini a cui qualcuno dovrà pensare. L’epidemia ha messo vicini musulmani e cristiani sia come pazienti che come infermieri, ricchi e poveri hanno condiviso le stesse paure e angosce e pianto i rispettivi morti. Sono state mobilizzate migliaia di persone per lavorare nei centri di raccolta e di trattamento: operai, spaccapietre, ingegneri, studenti di medicina e non solo, infermieri, cuochi, igienisti, cleaners. Canzoni e ballate sono state scritte per sensibilizzare la popolazione sull’Ebola, per esorcizzare la paura della morte e per dare speranza ai malati. Le città sono state tappezzate di cartelloni sull’Ebola e le radio non facevano che parlarne ogni giorno, dando le cifre ufficiali dei nuovi casi e dei morti provincia per provincia. Come nella immaginaria peste di Orano qui tutto si è verificato nella realtà e noi ne siamo stati testimoni.

Le grandi organizzazioni si sono date più da fare a giustificare di avere sul campo i massimi esperti dai grandi stipendi piuttosto che capire scientificamente qualcosa di questa malattia. Non posso dimenticare i vari visitatori del CDC di Atlanta per esempio che sono passati tante volte nei nostri centri dicendoci che ai loro internazionali era vietato l’ingresso in zona rossa. La cooperazione inglese invece ha fatto molto per questo paese costruendo i centri di trattamento da 100 posti letto ma con quale ritardo sono stati preparati? Se tutto fosse stato pronto almeno 3 mesi prima quando la gente moriva come mosche, quante persone si sarebbero potute salvare? Ad agosto qui è stato un inferno, 28 cadaveri in un giorno solo nel nostro centro di Lakka dove i pazienti entravano e morivano di emorragia o all’improvviso per arresto respiratorio o cardiaco. A dicembre ormai eravamo scesi a 80 casi al giorno e nessuno dei centri da 100 posti letto (ne sono stati costruiti cinque) ha mai raggiunto la piena capacità. L’ETC (Ebola Treatment Centre) da 100 posti letto è l’unico in Africa ad avere una terapia intensiva per malati di Ebola e tutto questo grazie all’impegno e al lavoro di squadra di tutti noi e dei tanti che in Italia e all’estero ci hanno finanziato, sostenuto e aiutato rendendo possibile quello che molti non avrebbero mai neppure immaginato e in un tempo così breve. Emergency ha impiegato sul campo quasi un centinaio di espatriati tra medici, infermieri, logisti, contabili e abbiamo curato piu’ di 200 pazienti positivi per Ebola con una mortalità nel nostro centro del 40%, un grande risultato se pensiamo che era per noi la prima volta che affrontavamo una sfida del genere. Sfida che non ci siamo cercati ma che ci siamo trovati in casa dovendo tenere aperto quello che è stato per tutti questi mesi uno dei pochissimi ospedali del paese a fornire un servizio chirurgico di elezione e di urgenza. Abbiamo organizzato un filtro per i pazienti all’ingresso che ha impedito ai casi sospetti di entrare nell’ospedale chirurgico, salvaguardando il personale sanitario che lì lavora e garantendo un servizio chirurgico di qualità 24 ore al giorno durante una delle epidemie più terribili che si sia mai vista.

Ora finalmente stiamo vedendo la fine di questo incubo, le previsioni dei grandi esperti sul numero dei contagiati si sono dimostrare errate, l’epidemia sta finendo e forse non c’è ne sarà più un’altra cosi devastante. Ma la Sierra Leone rimane uno dei paesi più poveri del mondo, con un tasso di alfabetizzazione molto basso e una mortalità materno infantile molto alta, nelle campagne si continuano a lavare i cadaveri e anche un solo malato può fare ripiombare il paese nell’incubo di 8 mesi fa quando si contavano più di 150 nuovi casi al giorno. La vigilanza deve rimanere alta perché l’Ebola è un mostro dormiente sotto le ceneri di un paese prostrato che ancora piange i suoi 3000 morti.

Rachele

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I sommersi e i salvati

Posted by Rachele on ottobre 20, 2015
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foto di EG

foto di EG

 

Ottobre – Novembre 2014 Sierra Leone

Scendendo in una strada sterrata che porta al mare si arriva al centro di Emergency di Lakka dove dal 18 settembre è stato aperto il nostro presidio per il trattamento dei pazienti affetti da Ebola. Al momento abbiamo la disponibilità di 20 posti letto suddivisi in 3 tende una di isolamento per i casi sospetti, una di trattamento per i casi accertati e una tenda per i convalescenti. L’attività nel centro di Lakka è frenetica, quasi ogni giorno abbiamo pazienti all’ingresso che aspettano di entrare nel centro, sono portati da parenti o vicini di casa e spesso sono in condizioni molto gravi per lo stato di debolezza generale dovuto alla febbre e alla disidratazione. Altri pazienti ci vengono trasferiti direttamente in ambulanza dal centro di coordinamento nazionale che sceglie i più gravi nei quartieri già sottoposti a cintura sanitaria e li trasferisce dove ci sono posti letto per il trattamento. Capita che alcuni pazienti ci arrivino già morti o in agonia e per loro non ci rimane che l’umana pietà, la comunicazione ai parenti e la custodia del corpo finché le squadre addette non si portino via i cadaveri per la tumulazione secondo le regole sanitarie che devono essere rispettate durante l’epidemia.

La protezione che tutti noi indossiamo per entrare nelle tende, oltre a rendere estremamente difficile la permanenza per il caldo, ci rende impossibile la visita e il contatto fisico con i malati. Dopo i primi giorni in cui il pensiero di ognuno di noi è più focalizzato sulla protezione personale e sulla paura di essere contagiati, ci si comincia a fare l’abitudine, le tute non sembrano più così soffocanti e il malato e la sua cura tornano ad essere il vero motivo per cui siamo qui. La certezza di essere protetti e di rispettare tutte le regole di sicurezza dentro le tende ci rende più tranquilli e la soddisfazione di poter aiutare a bere e mangiare un malato di Ebola diventa una grande emozione. Cominciamo a capire che la cura intensiva per questi malati è la chiave per poter aiutare a sopravvivere il maggior numero di pazienti. L’idratazione endovenosa e il monitoraggio dei parametri vitali sono essenziali per capire cosa succede aldilà di quella rete che ci separa dai malati. Ogni ora in tenda c’è qualcuno: dal personale dedicato all’igiene del malato e alla pulizia della tenda, agli infermieri che prendono i parametri vitali e somministrano la terapia, ai medici che controllano i malati critici. I nostri pazienti non sono lasciati soli in un letto a sperare di sopravvivere ma sono curati e aiutati a vincere la battaglia per la vita. Perché quella contro l’Ebola è una guerra, si combatte contro una malattia che ha varcato già i confini di tre paesi, si è diffusa nelle città con un numero impressionante di 100 nuovi casi al giorno. Dall’inizio della epidemia sono più di 5000 i casi confermati e nella sola Freetown e dintorni le cifre ufficiali parlano di 1500 casi confermati con una mortalità senza trattamento almeno del 70%.

Noi lavoriamo insieme allo staff locale che è la risorsa umana più preziosa e la nostra prima battaglia è stata vincere la loro paura del contatto anche se protetto con il malato. Abbiamo visto crescere in loro l’entusiasmo e la speranza, ora tutti entrano ad orari nelle tende ed è finalmente passato il messaggio che qui si dà ai malati la stessa qualità di cura che daremmo nei paesi occidentali.

Lionel e Christian sono due fratellini di 8 e 10 anni, la madre è morta di Ebola e loro sono stati ricoverati da noi con il padre. Li vediamo migliorare giorno dopo giorno, riacquistare l’appetito, il sorriso e persino la voglia di disegnare. Dopo due settimane prima la sorellina e poi il fratellino escono guariti dal centro e ci chiedono del loro papà che purtroppo non ce l’ha fatta.

Momoh è un bambino di 10 anni, viene portato dall’ambulanza del centro di coordinamento, è accompagnato dalla madre che versa in gravissime condizioni, non facciamo neppure in tempo a metterla in un letto che muore nell’area di triage. Momoh è disidratato, ha la diarrea, il vomito e la febbre alta, piange e chiama la madre di continuo, è uno strazio sentirlo da fuori e non poter fare entrare nessuno della sua famiglia per stargli vicino. Dopo una settimana di flebo, antibiotici, antipiretici il suo fisico comincia a reagire e da allora è una lotta per farlo mangiare, rifiuta qualsiasi cosa e piange, finché con un panino dolce, qualche banana, e i succhi ricomincia con fatica a rialimentarsi. Dopo 10 giorni lo trasferiamo nella tenda dei convalescenti dove lo viziamo anche noi imboccandolo quando potrebbe mangiare da solo. Non chiama più la mamma, è ancora molto debole e si regge a malapena in piedi ma ce l’ha fatta, ha sconfitto la malattia e esce tra gli applausi di tutti ad abbracciare lo zio e la sua nuova famiglia.

Edna è una bellissima bimba di 6 anni che viene portata da noi da una zona già in quarantena, non sembra così grave all’inizio ma gli esami del suo sangue smorzano le nostre speranze, ha una alta carica virale e le sue condizioni precipitano nel giro di 2 giorni, dobbiamo sedarla per poterla reidratare e somministrare la terapia di supporto ma non c’è nulla da fare la malattia ha vinto.

Abdul ha 10 anni ha perso la madre uccisa dall’Ebola e vive con il nonno in un area rurale, il padre non è con lui perché è stato messo in quarantena in un altro centro. Abdul giace disteso e debolissimo davanti al cancello del nostro centro. Viene trattato in maniera intensiva, con idratazione e antipiretici, sembra rispondere bene ma la mattina dopo il suo letto è già vuoto. La rapidità con cui il virus uccide i pazienti ci lascia sgomenti e anche scoraggiati. Ci sono altri bambini che non ce l’hanno fatta nonostante giorni di trattamenti intensivi e li abbiamo visti spegnersi più lentamente come se la malattia consumasse tutte le loro risorse e lasciasse un bozzolo vuoto al posto del corpo.

Aminata è una donna in condizioni critiche, portata da qualcuno davanti al nostro cancello. I parenti e i vicini di casa hanno infatti molto paura di essere messi anche loro in quarantena, per cui appena depositati i malati se ne vanno, verranno poi avvisati in caso si confermi il sospetto di Ebola, anche se spesso il contagio fra loro è già avvenuto. La paziente è molto agitata, si strappa più volte le cannule che le mettiamo in vena per idratarla e cerca più volte di alzarsi dal letto finendo per cadere a terra e riempirsi di sangue, con pazienza gli infermieri la lavano, la rimettono a letto e le somministriamo dei sedativi ma anche lei non ce la fa.

Un giorno ricoveriamo 3 persone che vivono nella stessa casa, la sorella di un paziente morto nel nostro centro e la sua amica con la quale vende il pesce al mercato. Questa ultima viene accompagnata dalla figlia, Fatmata una ragazza di 18 anni che ci dice di avere anche lei i sintomi della malattia. Sono tutte e tre positive per l’Ebola. Dopo i primi giorni di incertezza prendono tutte e le tre la via della guarigione, si fa fatica a tenere la giovane Fatmata nel letto perché appena sta bene, ben cosciente della sua bellezza posa come una modella al di là della grata!

Johnny è un ragazzone di 28 anni alto almeno un metro e ottanta, fa il pescatore, ha tutti i sintomi della malattia e uno stato di severa astenia e disidratazione. Nonostante le cure le sue condizioni rimangono molto gravi, non è in grado né di bere né di mangiare, è debolissimo, non riesce neppure a cambiare di posizione nel letto. Vediamo qualche piccolo miglioramento seguito da segni preoccupanti di sanguinamento gastrointestinale, lo trasfondiamo e lo seguiamo molto preoccupati. Anche per lui però c’è un punto di svolta e finalmente migliora lentamente ma costantemente, comincia a sedersi sul letto e mangiare da solo, l’Ebola è stata vinta.

Iye Kagbo è la nostra eroina, una donna di 74 anni, santona e guaritrice del suo villaggio, dopo aver partecipato a un funerale accusa i sintomi della malattia e viene ricoverata da noi. Le mettiamo le cannule venose e il catetere vescicale e lei si toglie tutto non tanto perché è agitata ma perché non le sopporta. Per ben due volte la troviamo ai piedi del letto, ci dice che è troppo alto per lei e che fa fatica a salirci sopra e poi vuole andare in bagno e che non la secchiamo troppo con le nostre attenzioni, piuttosto, ci ha già detto di avere la congiuntivite se gentilmente le diamo delle goccine per gli occhi tante grazie… Insomma se ce la deve fare ce la farà da sola! E Iye ha ragione, migliora la febbre e la diarrea, la dieta semiliquida che le diamo le piace molto e non le serve che qualcuno la imbocchi: se la mangia da sola la pappa! Dopo 15 giorni esce dal centro guarita con rispetto e onore da parte di tutti noi, non sarà l’Ebola a portarsela via!

Abu Bangura è un giovane ragazzo di 21 anni, di professione giocatore di pallone, viene da noi da solo, dice che non si sente tanto bene e vuole sapere se ha l’Ebola. Ce l’ha e fin da subito ci appare molto grave per i sintomi neurologici e lo stato di agitazione che ci obbligano a sedarlo per poterlo curare. Dopo alcuni giorni sembra migliorare, lo troviamo la mattina seduto sul letto con la bocca piena di dentifricio, ci chiede se possiamo aiutarlo a lavarsi i denti. Va bene, sta migliorando siamo contenti, ha ricominciato anche a bere fin troppo, 10 litri al giorno… e fare le flessioni e le corsette la mattina presto, gli diciamo che non è proprio il caso perché è malato e deve stare a letto soprattutto non deve continuare a rimuoversi tutte le cannule per fare le flessioni. Il suo umore è alle stelle ci batte il cinque quando entriamo in tenda e ci chiama in continuazione per attirare la nostra attenzione. Poi un nuovo peggioramento con deterioramento della funzione renale e insufficienza respiratoria, somministriamo diuretici in alta dose e l’ossigeno, sembra riprendersi ma poi di nuovo febbre altissima, la respirazione sempre più affannosa e nessun miglioramento con l’ossigeno, Abu è in coma, siamo convinti che non passerà la notte. La mattina successiva l’infermiera di guardia ci dice sorridente: Abu ha chiesto la colazione e respira molto meglio! Non ci sembra vero, ma ogni giorno è un passo in più verso la guarigione definitiva e il nostro Abu non è solo un survivor ma un highlander!

In poco più di due mesi nel centro di Emergency a Lakka abbiamo trattato più di 100 pazienti malati di Ebola, queste sono alcune delle loro storie che raccontiamo perché ognuno di loro non sia solo un numero sul libro delle ammissioni ma un volto e una persona che ha il diritto di essere curato con la dignità e la professionalità che ogni paziente merita.

Rachele

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“… shock consigliato”

Posted by Il Barelliere on ottobre 12, 2015
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foto di RdR

foto di RdR

E’ da circa due ore che Maria ha dolore al petto: un dolore strano però, come mai provato prima, che le arriva fin dietro la schiena e le causa un malessere diffuso a tutto al corpo. Ma lei ha solo quarant’anni, è sempre stata in salute e non ci fa troppo caso, non sarà nulla, passerà da solo.
Quel dolore però diventa via via sempre più forte, quasi insopportabile, come una morsa, forse è il caso di andare in ospedale…
All’improvviso però, la situazione precipita. La donna spalanca gli occhi e si accascia sul pavimento priva di sensi. Smette di respirare.

Non so cosa sia successo dopo, in quegli interminabili minuti che sono trascorsi dalla chiamata al 118 fino al nostro arrivo. Quando entriamo in casa però il marito è su di lei, l’ha distesa sul pavimento e seguendo le istruzioni dell’operatore di centrale ha iniziato il massaggio cardiaco.
La donna è in gasping. Un rantolo si libera dalla sua gola e sebbene possa sembrare che stia respirando, in realtà i polmoni non si espandono minimamente.

Il Capo-equipaggio si lancia sul torace e prosegue il massaggio cardiaco, iniziato dal marito. Ha un fisico esile Maria, per le compressioni basta un braccio solo, se non si vuole spaccare tutto.
Taglio la t-shirt e scopro completamente il torace, accendo il DAE, posiziono e connetto  le piastre.
Alla prima analisi rileva movimento, probabilmente il respiro agonico, che si sta facendo via via sempre più inesistente, sta creando degli artefatti.
Pochi istanti dopo ripete nuovamente l’analisi << shock consigliato >> . Erogo la scarica. Il corpo di Maria si contrae e si rilascia nel giro di un paio di secondi, ma purtroppo nessun segno di ripresa.
Andiamo avanti con le manovre di rianimazione: le compressioni si alternano alle ventilazioni con l’ambu, siamo quasi arrivati ormai alla seconda analisi, quando all’improvviso Maria riprende a respirare.

Cazzo non ci credo! Ce l’abbiamo fatta , il torace si espande!
Certo il respiro non è dei migliori è superficiale e forse troppo frequente, la donna continua ad essere incosciente,  ma cazzo sta respirando da sola!
E’ la prima volta che mi capita di riprendere una persona in arresto e ora non bisogna perdere la concentrazione.

Qualche secondo dopo i primi respiri di Maria, entra provvidenzialmente in casa l’equipaggio dell’automedica.
Faccio subito spazio alla dottoressa, che prende il mio posto alla testa della donna, mentre in men che non si dica l’infermiere ha già reperito un accesso venoso e si destreggia tra flebo  e cavi del monitor. Equipaggio tosto stasera per fortuna, con la dottoressa mi è già capitato di lavorare qualche volta, ed è una rianimatrice coi controcazzi : decisa, preparata e determinata, è il medico che ogni studente, almeno per quel che mi riguarda, vorrebbe e dovrebbe diventare.
Le manovre vanno avanti per diversi minuti, viene intubata e le si  continuano ad infondere farmaci.  La situazione è ovviamente molto tesa, aspiriamo più volte le vie aeree dalle quali continua a fuoriuscire sangue; è un continuo passare garze, boccette e sondini, mentre il capo-equipaggio ventila con l’ambu.
Ci si sta giocando il tutto per tutto, ma in tutto questo il suo cuore, dopo la prima scarica, ha continuato a battere senza fermarsi.

Lasciamo Maria in sala emergenze del pronto soccorso accerchiata da un numero indefinito tra medici ed infermieri, che come formiche, si adoperano veloci e precisi su lei.
Sinceramente non credevo sarebbe sopravvissuta e la sensazione che mi ronzava per la testa era solo quella di aver rinviato l’invitabile.

Qualche giorno fa però, alla festa della nostra associazione è arrivato un uomo. Si è avvicinato a Gianluca, il capo-equipaggio che era di turno con me l’altra notte,  e non trovava le parole per ringraziarci. Maria ce l’ha fatta ! Dopo un giorno in terapia intensiva, ha ripreso conoscenza e non sembra abbia riportato danni da ipossia cerebrale. La situazione è talmente buona che entro una settimana prevedono di rimandarla a casa.
Penso che questa sia una delle gioie e delle soddisfazioni più grandi che una persona possa mai provare, indescrivibile e forse incomprensibile per chi non ci è passato, anche se la nostra, è stata solo una piccola parte di tutto il lavoro svolto dai medici e dal personale sanitario, ma soprattutto dal marito, che se non avesse avuto la forza e la lucidità di iniziare tempestivamente il massaggio cardiaco, molto probabilmente io non sarei  qui a raccontare questa storia.

Il Barelliere

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Sono le 19.00

Posted by the bear on settembre 27, 2015
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foto di EP

foto di EP

 

Sono le 19,00; ancora un’oretta e vado a casa. Sono in piedi dalle 05:00 e il mio turno è quasi finito. La giornata è filata via liscia senza grossi problemi ma sono ugualmente stanco e non vedo l’ora di andarmene a casa. Non sono di buon umore oggi.

Squilla ancora il telefono. Rispondo… e capisco che non andrò a casa e il mio umore peggiora.

Il 118 di Torino richiede un intervento urgente per un volo sanitario per trasporto organi. Torino – Forlì – Torino. Questa è la rotta. Si va a Torino, si preleva l’equipe espianti e si decolla subito per Forlì. Qui bisognerà attendere che l’espianto abbia termine per poi ritornare alla velocità della luce a Torino dove il cuore prelevato sarà trapiantato a un paziente in attesa da mesi.

Mi metto subito al lavoro. Le attività preparatorie sono tante. Certe volte penso sia più complicato pianificare e preparare un volo piuttosto che pilotare l’aereo.

Faccio tutto velocissimo; invio il piano di volo ai piloti che nel frattempo stanno già rifornendo di carburante, controllo e ricontrollo due volte tutto. Dò il via ai piloti per il decollo. L’equipaggio è composto da due piloti molto esperti ed un infermiere. Sarà i miei occhi a bordo per coordinare l’attività. L’aereo decolla dalla base di Milano Linate per Torino Caselle. 22 minuti tra decollo e atterraggio.

Sono presissimo con tutte le attività (ospedale, sala operatoria, centro coordinamento trapianti, aeroporti, polizia). Con la coda dell’occhio guardo il monitor del meteo che cambia all’improvviso.

Un fronte nevoso sta arrivando dritto proprio su Forlì? Mi preoccupo il giusto perché le informazioni che seguono danno neve debole. Però è meglio controllare e chiamo il previsore meteo dell’aeroporto. Risponde eccitato:”ci aspettiamo un po’ di neve ma nulla di eccezionale. Stimiamo al massimo 5 cm al suolo. Non nevicava da 20 anni qui a Forlì. In aeroporto è comunque già attivo il piano neve. Siamo tutti pronti per ricevere il vostro volo sanitario”.

Penso tra me: “di male in peggio. Sono 20 anni che non nevica in quel cavolo di posto e doveva farlo proprio stasera”? Il mio umore è decisamente peggiorato. Rimugino un po’ su queste informazioni e dico che ci risentiamo più tardi per un aggiornamento. Intanto l’aereo ha già imbarcato l’equipe espianti. Due cardiochirurghi ed un infermiere.

È la prima volta che volano con noi. Andiamo sempre meglio…

Il mio infermiere di bordo li fa accomodare e sistema le borse con lo strumentario chirurgico e il box termico che poi dovrà contenere il cuore. Gli allaccia le cinture e gli dice di non muoversi dai sedili perché ci sarà unpo’ di turbolenza. Decollano subito direzione Forlì. La turbolenza da poca è diventata molta e l’aereo balla come un otto volante.

In attesa a Forlì c’è già un’auto medica del 118. Fanno salire a bordo l’equipe e partono veloci verso l’ospedale. Lì c’è una donna che ha avuto un incidente stradale. Il suo encefalogramma è ormai piatto. Il suo cervello ha smesso di funzionare. Donerà i suoi organi.

Squilla ancora il telefono; è il mio infermiere: ”capo, siamo in auto verso l’ospedale ma qui ha iniziato a nevicare alla grande..”

Squilla anche l’altra linea; è il comandante dell’aereo: “capo qui ha iniziato a nevicare alla grande e questi dell’aeroporto non mi sembrano molto reattivi”. Metto in comunicazione le due telefonate e rispondo ad entrambi: “ok ricevuto, ora ci inventiamo qualcosa. Nel frattempo procedete con il programma stabilito e attendete nuove istruzioni”. Il mio compito è sempre stato quello di rassicurare tutti. In questo sono piuttosto bravo. Trovare una soluzione a qualsiasi problema presuppone estro e fantasia, oppure mantenere la mente aperta a spaziare tra i confini di protocolli rigidi.

Faccio due conti. Tra l’arrivo in ospedale, lavaggio chirurgico, espianto del cuore e rientro in aeroporto ci vogliono almeno 3-4 ore e mezzo. Per pulire la pista di decollo e fare il de-icing all’aereo ne occorrono almeno tre. Si può fare e speriamo smetta di nevicare.

Chiamo il duty manager dell’aeroporto. Mi assicura che il piano neve è già attivo e ci sono già i spazzaneve operativi sulla pista. “Contiamo di farvi ripartire senza problemi state tranquilli”. Ringrazio ma quel “state tranquilli” mi ronza nella testa. Non so perché ma ogni volta che mi dicono di stare tranquillo mi preoccupo. Boh… sarà l’età che avanza o il mio pessimo carattere.

Intanto è passata un’ora. Risento il pilota. La situazione peggiora, hanno pulito la pista ma la nevicata è aumentata di intensità e vengono giù dei fiocchi che sembra di stare al polo nord. L’aereo è completamente ricoperto di neve. Naturalmente non esiste un hangar disponibile dove ricoverarlo.

Nel frattempo l’equipe chirurgica è in ospedale e ha iniziato l’espianto. Pochi gesti rapidi e precisi ed il cuore è in mano al cardio chirurgo. Lo preparano per la conservazione e lo ripongono nel contenitore termico. E’ scattato il countdown. Ora in massimo 4 ore il cuore deve ribattere nel petto del paziente di Torino che si trova già pronto in sala operatoria. Bisogna fare tutto molto in fretta ma con grande precisione. Avviso i piloti: “tra 25 minuti l’equipe sarà in aeroporto. Inizia i preparativi”. La risposta non è entusiasmante: “capo la neve continua a scendere sempre più forte. Hanno pulito la pista ma si è riempita di nuovo. Ci saranno almeno 25 cm di neve”. Ok attendi.

Richiamo il duty manager di Forlì che mi risponde trafelato: “stiamo facendo passare gli spazzaneve in continuo sulla pista perché la nevicata è aumentata di intensità. Cerchiamo di tenere la pista il più pulita possibile per permettervi il decollo. State tranquilli”.

Noo… ancora state tranquilli; non dovevi dirlo. Un pensiero mi si accende in mente. Sono sicuro che qualcosa andrà storto. Di solito non sbaglio e in particolare quando mi dicono stai tranquillo. Inizio a pensare ad un piano alternativo. Avviso l’ospedale di Torino delle difficoltà e li prego di attendere con la preparazione del malato. Mi rispondono che si sta scompensando e stanno valutando di metterlo in circolazione extracorporea perché non c’è più tempo.

Squilla ancora il telefono. E’ il mio infermiere: ”Stiamo procedendo a 30 km/h, l’auto ha montato le catene ma le strade sono impraticabili. Non so darti uno stimato di arrivo perché stiamo andando a passo d’uomo”.

Guardo il timer, sono già passati 45 minuti dall’espianto. Siamo in ritardo e rimangono 3 ore e 15 minuti.

L’auto con il cuore è arrivata in aeroporto. La procedura standard prevede l’aereo in attesa con il motore destro acceso. L’equipe sale a bordo e si decolla all’istante. Questa volta no. Il comandante è giù dall’aereo con gli addetti dell’aeroporto e stanno ancora valutando la situazione. Il contenitore del cuore intanto viene posizionato a bordo. Facciamo telefonicamente il punto. Chiedo al comandante: “Secondo te ci sono le condizioni per decollare in sicurezza?”. “Posso provarci ma la situazione è veramente al limite. Continua a nevicare fortissimo e non ho avuto modo di vedere personalmente le condizioni della pista. Mi devo fidare di quello che mi hanno detto gli addetti dell’aeroporto. Vedo che gli spazzaneve stanno facendo l’ultimo passaggio ma la pista è buia e non so dirti con precisione”. Mi fido della valutazione del comandante. E’ un uomo di 54 anni con oltre 16.000 ore di volo e conosce molto bene il suo lavoro. Suggerisce: “Provo a decollare ma vorrei essere più leggero possibile”. Ok allora, lascia a terra l’equipe di Torino, prendi solo il cuore e l’infermiere. “Ok procedo”.

I cardio chirurghi sembrano sollevati del fatto di restare a terra. La loro parte l’hanno fatta e anche bene.

Accendono i motori e rullato dietro uno spazzaneve che funge da followme. Sono in contatto con l’infermiere che mi dice: ”Stiamo rullando dietro uno spazzaneve. Aggiunge, io sono montanaro ma tanta neve così l’ho vista poche volte. Siamo in testata pista pronti al decollo, motori al massimo ci muoviamo. Sembra di stare su una pista da cross, balla tutto mentre prende velocità. Ci siamo quasi manca poco al decollo…. Ohh caz…” si interrompe la comunicazione.. Chiamo via radio nessuna risposta. Richiamo ancora con il telefono ma per un lungo minuto solo silenzio. E’ strano come la mente umana in una frazione di secondo pensa ad una miriade di cose. Immagino già cosa è successo ma, semplicemente rifuto di accettarlo. Cerco di mettermi in contatto con la torre di controllo di Forlì ma non risponde nessuno. Poi squilla il telefono. E’ l’infermiere e dal suo tono di voce capisco tutto: “Capo, capo, siamo andati fuori pista, ma stiamo tutti bene. Il carrello in fase di stacco da terra ha urtato un cumulo enorme di neve, l’aereo si è imbardato sulla destra ed ha toccato con l’ala la pista. Non so poi cosa è successo ma ci siamo schiantati fuori pista e fortunatamente la neve ha attutito tutto. Mi sono cagato sotto ma stiamo tutti bene”.

Rispondo asciutto: “Ok ricevuto, recupera subito il contenitore del cuore e consegnalo ai cardio chirurghi per riportarlo in ospedale. Ormai il cuore è perso ma si possono recuperare almeno le valvole per qualche altro paziente”.

L’infermiere risponde: “Spero che arrivi qualcuno alla svelta. Vedo in lontananza i lampeggianti dei Vigili del Fuoco ma praticamente siamo in mezzo al prato con 40 cm di neve. Sto facendo delle segnalazioni con la torcia per farci individuare”.

“Ok sbrigati a farti individuare e consegna subito il cuore. Non perdere altro tempo a parlare per telefono”.

Forse ci resta un po’ male della mia risposta. Non ci posso fare niente. Mi sono arruolato a 17 anni e mi hanno sempre insegnato che nelle situazioni di emergenza si deve restare concentrati, parlare poco e dare disposizioni chiare e precise. Più si parla e più è probabile creare casino.

Avviso l’ospedale. I medici di Torino sono furiosi. Il malato è già in circolazione extra corporea. Se non si trova un altro cuore potrà resistere ben poco.

Non so neanche chi sia, come si chiama, quanti anni ha o cosa abbia fatto nella sua vita per meritarsi un cuore nuovo. Forse è una persona normale con una famiglia perbene che è in attesa fuori dalla sala operatoria. Tutto questo non mi interessa. Devo trovare solo il modo di fargli avere un cavolo di cuore nuovo e il più velocemente possibile. Ogni tanto la fortuna aiuta. Si è reso disponibile un altro cuore compatibile da un donatore di Lecco. Bene, coordiniamo con un elicottero il prelievo e la consegna a Torino. Poi mi metto in auto, premo play sul lettore cd, alzo il volume a manetta, partono le note dell’unico cd che ho – Pink Floyd – , punto il cruiser control sui 180 km/h e vado a Forlì a recuperare quello che rimane del mio equipaggio.

L’aereo è completamente distrutto. Il fuori pista ha lasciato il segno. Il piantone del carrello ha bucato addirittura l’ala. Il carrello è distrutto ed il muso conficcato in un cumulo di neve. Trovo l’infermiere che dorme nell’infermeria dell’aeroporto. Ha ancora i piedi bagnati dalla neve. Puzzano in maniera incredibile. Gli allungo un paio di calzini puliti e degli scarponcini asciutti. (sono molto previdente e le avevo portate dietro). Gli dico di alzarsi che ha già dormito abbastanza e di scrivere subito una relazione sull’accaduto. Mi risponde: “Capo, sono quasi morto nello schianto e non mi offri neanche un caffè?” Gli sorrido e gli rispondo: lavati i piedi e ti aspetto al bar.

Incontro il comandante. Ha appena terminato di scrivere la deposizione per Enac e Polizia. Mi chiede: “il paziente che aspettava il cuore?” Rispondo che lo stanno trapiantando perché si è reso disponibile un altro cuore. Bene, allora missione compiuta.

Certo, c’è solo un piccolo particolare: un milione di euro di danni, un aereo fuori uso, una serie incredibili di deposizioni, inchieste ed una infinita serie di burocrazia che già ammorba la mia testa.

Sono passati due mesi. Squilla il telefono. “Buongiorno è l’ospedale di Torino, volevamo invitarvi ad una premiazione per l’episodio di Forlì”. Mi comunica la data e il giorno dell’incontro.

All’ora stabilita io sono a Milano e sto passeggiando per i fatti miei. Tutti i miei colleghi sono a Torino a stringere mani, darsi pacche sulle spalle e farsi complimenti reciproci e scattare foto.

Io non cambierò mai..

the bear

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