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Porta a doppio senso

Posted by Francesca on maggio 10, 2018
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foto di FM

foto di FM

 

C’è sempre un’aria fresca quando si varca la porta d’uscita di un ospedale, quella porta che lunghe ore prima t’ha visto entrare. C’è una luce forte, un terreno solido, quella sera c’eri anche tu.

Un secondo turno di affiancamento in un reparto così definito “un posto tranquillo”. In fin dei conti stiamo parlando di Ostetricia e Ginecologia, di un’unità che da la vita.

Il mio primo post-partum, un cesareo agognato, la mia prima donna. L’abbandono della sala parto è felice, le mani care sostituiscono le estranee. Il cuore è regolare, l’ossigeno sale in semi-fowler, la minima della sala accompagna ancora la temperatura che a breve dovrebbe normalizzarsi.

Appunti frenetici su un taccuino che porta le occhiaie dell’infermiera di riferimento, la sua bravura, il suo impeccabile buon senso.

Troppi lochi, molti camici.

Si ha paura, una sensazione viva e netta. C’è sempre, è latente. Scorre come la più profonda delle cefaliche, talvolta non si vede, ma si tocca e viene punta. Ciò che punse me è un 14 gauge, un grosso calibro di paura. Si è sopraffatti da responsabilità giganti, figuranti reali della mitologia greca, alle quali bisogna tener fede.

Si tratta poi di monitorare: parametri, prelievi, trasferimenti online, lunghi passi, rubriche e reperibili.

Ma c’è dell’altro, c’è molto altro. Ed è dura farci i conti. Continuare a far girare il vinile dei dubbi sulla buon’anima che trascorrerà con te le ore successive ad un turno come questo.

È che senza un’intelaiatura non ce la si fa. Stavolta l’aria era gelida, il buio era pesto, il cemento vacillava.

Ma c’era la mia luce forte, il mio terreno solido.

 

Francesca

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Centro di Eccellenza

Posted by rem on aprile 26, 2018
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foto di MV

foto di MV

Si vede che doveva essere un gran bella donna ed ancora lo è: due occhi grandi azzurri, un viso ovale per quanto scavato, pallido.
Ha gli occhi persi, lo sguardo assente, si vede al primo sguardo che ha smesso di lottare, che è stanca che sta per rinunciare.
Ha due occhi che dicono …  “che cazzo di destino mi doveva capitare, perché a me, avrei potuto avere una vita più lunga, coccolare i nipoti sulle ginocchia, abbracciarli, baciarli e invece… sono qui a sessant’anni a fare i conti con la morte e con la morte non si vince mai, le piace vincere facile”.
Sono sicuro che ‘cazzo’ non l’avrebbe mai detto e lo dico io per lei.
Mi stupisco sempre di come i verbali oncologici non dicano niente.
Nemmeno una parola.
Su chi sei chi eri, sulle speranze che avevi sulla vita che hai fatto, sembrano istruzioni per elettrodomestici ma non nella tua lingua.
Solo sigle, classificazioni, codifiche
Carcinoma esofageo squamocellulare ypT3N1M3
Protocollo CROSS AL SAAFR e STOCAZZ, (ma sono sicuro che l’oncologo non l’avrebbe mai scritto).
Siamo macchine che si guastano, un giorno avremo anche noi la scheda madre , il meccanico la metterà nel computer e capirà tutto di noi perché non sarà più in grado di capire con i suoi occhi, con le sue mani, con la sua testa, con la sua anima.
E poi….
poi un giorno non ci sono più protocolli né sofisticate tecniche di immaging, abbiamo già visto tutto, ci spiace , non possiamo più fare niente, non c’è più niente da fare, forse qualche terapia sperimentale di quelle che proporrebbe anche il mago Otelma ma validate scientificamente, ora vada pure a morire in un ospedale generalista , magari in un Pronto Soccorso che a noi manca perché noi siamo un Centro di Eccellenza
Ma vaffanculo dai!

Rem

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Ele

Posted by Gigi on febbraio 06, 2018
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foto di LO

foto di LO

A ben vedere , non solo medico, al di là del medico…

‘Sono stanca: un compagno più anziano, con una malattia diventata rapidamente grave. Un VAD, forse un trapianto. Non ci sarò oggi pomeriggio, devo uscire presto per andare al San Camillo. E poi il tirocinio, i corsi, qualche lavoretto’. Una confidenza serena.

Due ore dopo, seduti in cerchio.
‘Alzati di fronte a chi vuoi, e chiedigli/chiedile di sederti al suo posto, e digli/dille perché è importante per te, per come ti senti’ , comanda Fede, la conduttrice.
Di fronte a Ele: ‘vorrei sedermi al tuo posto, perché è difficile dire la propria sofferenza, per quello di privato che mi hai raccontato stamane. Per la fiducia serena che hai mostrato al mio ascoltarti’.
Non pensavo che l’avrei detto, facendo risuonare un’emozione non trattenuta in me e in Lei, che con la voce incrinata lascia uscire un ‘grazie’, mentre una lacrima le scende sulla guancia.
O forse era sulla mia guancia, non ricordo bene.

 

Gigi

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L’arte della fragilità

Posted by Dahara on dicembre 10, 2017
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foto di GP

foto di GP

Il nostro essere viene talvolta così essenzialmente colpito, che può essere fatto a pezzi. Ci sono circostanze in cui non si apprezza niente.

La fragilità del nostro essere  è una realtà di cui bisogna tenere conto, per poter coltivare la bellezza e vincere.

A passo col tempo, l’essere umano, ha sentito il suo potere crescere. Le due espressioni del suo genio, la scienza e la tecnica, gli hanno fatto credere di essere il padrone del mondo, l’inizio e la fine, il potente conduttore e modellatore della vita. Un’intera certezza sembra che lo abbia avvolto!

Nel momento in cui pensava di essere più forte, la sua anima colpita da un grammo di difficoltà si è infranta come la porcellana.

Spesso l’essere umano dimentica chi è, litiga con se stesso. In realtà lui ha il potere e la luce, la debolezza e il buio.

Quando queste cose vengono dimenticate, lui vive pesanti fatiche.

Emerge quindi che lo studente ha bisogno di trovare lungo il suo percorso, oltre l’informazione anche la comunicazione e l’ascolto, a tal punto da permettere di individuare problemi e soluzioni, tendenze e desideri, rotture e legami, predisponendo i meccanismi interiori per far fronte al bisogno.

Lo studente ha bisogno di esporre la paura, la timidezza e l’incertezza con l’obiettivo di trovare la parte accogliente in momenti protetti di riflessione. Momenti in cui la fragilità può prendere un senso. Momenti in cui poter discutere la morte, misurare l’emozione, sospendere il giudizio, far diventare la riflessione uno strumento di interpretazione della fragilità.

La libertà di espressione lungo il percorso tortuoso che hai scelto con paura è parte integrante di te; e così anche il potere di lottare contro quella paura.

La libertà di espressione è un supporto nelle scelte che non rendono giustizia ai tuoi valori e principi: punti di vista diversi, decisioni immorali, conflitti religiosi sul perché della vita e culture che non sai ascoltare.

Pensieri torbidi tra la scienza e la realtà, tanto da cadere in un vortice accecante e  non capire più, alla fine, il motivo della tua scelta.

Momento di silenzio… guardi dentro di te. Rifletti sull’accaduto. Altre storie simili alla tua ti accolgono e, d’un tratto, non sei più solo.

Hai combattuto con le tue ossessioni all’infinito e ti rendi conto che sono loro la tua fonte di forza: ostinato schieramento, con in testa la morte, che ti spinge sul fronte dell’impotenza, dove la guerra è stata persa in partenza, per accorgersi che basta stare vicino e saper ascoltare, non con  l’udito, ma con calore e con la tua risorsa più preziosa: il tempo. Con la consapevolezza che non c’è farmaco che possa rendere felici… se non tu.

fragilità

fra·gi·li·tà/

sostantivo femminile

1-Facilità di rompersi al minimo urto, o ( fig. ) di cedere alla minima occasione.

“la f. del vetro”

2-In medicina, la tendenza di alcuni organi o tessuti a lesionarsi facilmente. “f. ossea”

Mi sono spezzata la seconda settimana di giugno, era mercoledi.

Sapevo di aver immagazzinato esperienza, attenzione.

Ho curato alcune ferite ma ne ho anche accumulate di nuove, ho ascoltato, osservato tantissimo, sono riuscita a fare dei passi indietro anche quando avrei voluto andare avanti perchè dentro di me sapevo che non ero pronta, che non era ancora il momento giusto.

Ho annusato, pulito, digrignato i denti sotto la mascherina, sono riuscita a non piangere e a essere recettiva nella piccola emergenza che abbiamo gestito e nelle piccole emergenze “soggettive e quotidiane” dei nostri utenti.

Ho riso e sorriso spesso, molto più di quello che avrei pensato, mi sono arrabbiata tornando a casa e chiedendomi se stavo facendo davvero tutto il possibile, chiedendomi che tipo di professionista sarei voluta diventare.

E poi, alla fine, sono tornata a casa, ho messo a lavare la divisa per l’ultima volta. E’ lì, stesa ad asciugare che aspetta.

Quel mercoledì di ormai quasi cinque mesi fa avevo addosso la mia divisa bianca e verde, il visor che ormai era diventato parte integrante della mia faccia e indossavo i guanti blu: ho fatto un prelievo il primo della giornata ed è stato anche l’ultimo. La signora a cui ho fatto il prelievo era incinta di quasi quattro mesi ed era andata in preeclampsia.

Sono state due ore intense, di pressioni prese, di palpazioni all’utero, di parole soffocate e di parole vomitate, di sguardi e di tessuti lesionati.

Sono state due ore in cui a entrambe si è rotto qualcosa dentro, sono state due ore in cui abbiamo alzato e abbassato il lettino, abbiamo cercato di trovare una posizione che non la facesse stare troppo male, abbiamo tenuto strette le mani quando è arrivata l’ambulanza, abbiamo provato a parlare dei suoi figli e del marito, le uniche cose che la potevano far sorridere in quel momento.

Sono state due ore in cui abbiamo monitorato, chiamato, parlato e aspettato : non abbiamo mai pianto, mai mostrato agitazione, solo molta attenzione ai dettagli.

Sapevamo che qualcosa stava cambiando, qualcosa si stava modificando dentro di lei e di riflesso anche dentro di me: il suo utero e il mio. Uno che accoglieva e l’altro che da sempre si rifiutava di accogliere. Una mamma e una non mamma. Ed eravamo lì insieme, a prendere questi pezzi e a cercare di trovare un modo per uscire da quella situazione. Insieme.

La fragilità è rottura, è lo spezzarsi dei legami, ma è anche un modo di sentire e di vivere, di lasciarsi pervadere dalle sensazioni e dalle emozioni. La fragilità è un modo di saper sentire sottopelle le parole che vengono raccontate dalla persona assistita, è un modo per cercare di capire e decidere come comportarsi.

La fragilità, ho scoperto, è anche il sapersi mettere in discussione senza dare per scontato di sapere tutto, è il chiedersi se veramente abbiamo fatto tutto il possibile, ma se lo abbiamo fatto al meglio per la persona, non per noi stessi.

La fragilità è anche avere un po’di umiltà nell’ammettere a se stessi a agli altri, colleghi e persone assistite, di non essere in grado di gestire al meglio una determinata situazione: fermarsi e chiedere aiuto, avere voglia di confrontarsi e aver voglia di crescere. Di crescere tutti. Non solo gli studenti.

E’ un modo per decidere che tipo di professionista voglio essere domani iniziando da oggi.

A questo punto mi chiedo se la fragilità fa parte di noi sin dalla nascita o si palesa con l’educazione e la cultura, come la vergogna. Spesso ci si vergogna di essere fragili. Reprimiamo emozioni, nascondiamo difetti, evitiamo situazioni scomode, che la nostra fragilità ci impedisce di affrontare. E se smettessimo di vergognarci della nostra fragilità e trovassimo un senso?

Ho iniziato il mio percorso in punta di piedi, sono entrata e tornata indietro con passi sospesi.

E adesso ho iniziato a correre.

Dahara

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Centomila minuti

Posted by Benedetta on novembre 10, 2017
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foto di HA

foto di HA

 

“Mi vieni a trovare?”…sussurra la voce sottile dietro un naso affilato e un paio di occhiali ormai diventati troppo grandi per l’estrema magrezza dello sperimentare così tanta malattia…”se mi trasferiscono in in medicina mi vieni a trovare?…ho paura! qua mi state tutti dietro, mi controllate..”
Certo che ci vengo, ci vengo tutti i giorni a trovarti. Soprattutto mi aspetto di vederti una mattina di queste solite, fisiologicamente incasinate tra urgenze in pronto soccorso, tracheostomie, dialisi che si inceppano, crisi di panico di qualche medico, aspetto di vederti varcare la pesante porta blu della rianimazione, con l’aria sana e abbronzata, con qualche chilo di più, con la sicurezza del tuo lavoro e dei tuoi affetti ritrovati, con mani ferme e gambe forti.
Facevi cose da tutti i giorni, tran tran quotidiano, proprio come gli altri che transitano da qui. Le stesse semplici cose. Magari eri in macchina durante il percorso di tutte le mattine per accompagnare i figli a scuola, o portavi il cane fuori, buttavi la spazzatura, camminavi pensieroso per una bolletta da pagare, facevi sport, baciavi la donna che ami, dormivi tranquillo nel tuo letto… e intanto è arrivata lei. Falce inossidabile che non ti avverte, non suona il campanello… e ti decapita. Ti lascia a terra. Qualche volta a chiamare aiuto, altre incosciente, a volte morto.
E noi a stringere quella testa insanguinata, a inserire tubi e cannule, a iniettare, a pompare aria, a muoversi attorno a te come piccole api operaie, a misurare, a misurare tutto, a prevedere e scansare qualche colpo, quando ci riusciamo… a correre ai ripari il più delle volte, a contrastare.
Chissà se nonostante gli ettolitri di sedazione hai avvertito la nostra paura, la delusione dei peggioramenti, il senso di impotenza dei meccanici che non riconoscono alla prima il guasto, la stanchezza delle ipotensioni nel bel mezzo della notte (cavolo, non chiudo occhio nemmeno stanotte, e domani chi le porta le piccine al corso di ginnastica?!)… chissà se hai avuto paura di morire, se sognavi di far l’amore con tua moglie grazie ai nostri potenti oppiacei, o se avevi incubi mostruosi. Se sentivi le nostre mani addosso, a setacciarti, a decidere per te, in silenzio insieme a te.
Sei stato forte, quando smettevamo di crederci facevi quel passo in avanti, e ripartivamo a lottare. E ancora sale operatorie, ancora angiografie, diagnostiche, dialisi, aggiustamenti con il ventilatore. E via, di nuovo. Tutto d’accapo.
Hai passato qui dentro 70 giorni, 1680 ore, centomila minuti.
Negli ultimi giorni il risveglio, i passi in avanti, niente più infezioni, via gli accessi, via la cannula… ora non c’è motivo per te di stare qui. Devi recuperare, devi riabilitarti. Devi guarire, risargiranno le ferite della cute e piano piano si aggiusterà anche qualcosa nella tua anima.
Questo letto non rimarrà vuoto a lungo. Tra un paio d’ore probabilmente ci sarà già qualcun’altro. Tempo di disinfettare la postazione e gonfiare un nuovo materasso antidecubito. E ripartiremo, ancora e ancora… ma essere anche solo il più insignificante tassello del percorso che ti porta ora a chiedere “vieni a trovarmi?” appaga delle altrettante sconfitte che ci aspettano.
Buona vita mister X, tifo per te.

Benedetta

Testamento

Posted by Magamagò on giugno 15, 2017
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Foto di NC

 

TESTAMENTO: dal greco diatheke “patto”

Come dite dottorè? Si lo so cos’è il testamento biologico, o dichiarazione anticipata di trattamento. Non ho studiato molto ma mi tengo aggiornata, leggo, guardo la televisione e se non capisco qualche parola guardo nel vocabolario, o domando a qualcuno perché tante parole nuove o straniere nel mio vecchio vocabolario non ci stanno. E poi penso, ragiono; ho tanto tempo ora, e il corridoio davanti alla Rianimazione è così tranquillo, così silenzioso. E sono d’accordo, penso che sia giusto decidere tutto della propria vita: cosa leggere, quale scuola frequentare, quale professione intraprendere, chi sposare, a quanto andare in macchina…
Prendiamo tante decisioni  nella vita che anche l’ultima spetta a noi. E se non ci arriviamo dobbiamo essere aiutati, perché non si è tanto autonomi con un tubo in gola, un tubo per fare pipì, un tubo per mangiare, non si è tanto autonomi se non si muove neanche un dito, si battono solo le palpebre; e invece i neuroni, quelli sì che si muovono, con le sinapsi a posto e con le idee chiare in testa, ma costretti in un modo che non si augurerebbe neanche al peggior nemico.
E se poi il cervello non c’è più, o quasi, allora si deve avere il diritto di essere aiutati nell’ultima decisione, quella pensata magari tanto tempo prima ma mai rinnegata.
Come dite dottorè? Dovete mettergli un altro tubo? Se serve fate pure.
Vi ricordate tutto quel putiferio riguardo a quella bella ragazza in coma, quella col padre che voleva scegliere per lei e liberarla, e condannare se stesso ad una vita con questo macigno addosso? Se invece di far circolare quella bella foto, quell’immagine di un momento felice, avessero pubblicato una foto di com’era diventata dopo anni di coma passati in ospedale, sia pure con tutti i riguardi, scommetto che molti “benpensanti” non avrebbero più gridato all’omicidio.
Dite che parlo troppo dottorè? Scusate, sì mi metto tranquilla, e certo che risponderò alle vostre domande. Non posso fare altro per lui.                          zzxv
Sì, non aveva malattie prima, sì era sano come un pesce il figlio mio, era anche donatore di sangue, ed era bello come il sole, tutto suo padre.
No, non mi aveva detto nulla, mi aveva sorriso… anzi no mi aveva detto “ci vediamo presto “, e poi se n’era andato.
A buttarsi dal ponte se n’era andato, con le pietre nelle tasche per affogare prima, prima che un’ultima voglia di vivere lo spingesse a nuotare verso la superficie.
Ma poi si salva, sì?
Ah, dite di no, che le cellule cerebrali sono state irrimediabilmente compromesse dall’anossia prolungata, che l’EEG è piatto da giorni, e ora non ce la fa più a respirare da solo. Ma il cuore è forte, dite.
E non vi rattristate per me, dottorè , sapete che si fa? Doniamolo a qualcuno questo cuore, e anche il resto, reni, polmoni, cornee, fegato, tutte quelle parti sane di lui che ancora restano e che  amavano la vita. Non come il suo cervello che come direttiva di fine vita lo ha portato su quel ponte a 20 anni. Il cervello è suo, ma il resto è mio, mio che sono la madre, che l’ ho messo al mondo, ma al mondo  ci siamo solo noi due, e dunque spezzettiamo questo figlio mio e facciamo vivere altri figli, in sua memoria. Questo deve essere l’unico testamento valido.
Sì mi calmo, sono calma, ma ora dottorè scusate, lo vado a salutare, a dirgli ” ci vediamo presto “, e poi le firmo tutte le carte che servono perché così avrebbe voluto fare il figlio mio, io lo so:
Magamagò
Per fortuna mia è tutta fantasia, ma credo molto in tutto quello che ho scritto.

La vita prende il sopravvento

Posted by Gio on maggio 01, 2017
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Foto di HA

Foto di HA

Stanotte non posso dormire

e penso che sia perchè la mia testa non può contenere tutte le emozioni della giornata.

Ore 8.00 entro in ospedale e mi dirigo subito in terapia intensiva dove ho ricoverato 3 dei miei pazienti trapiantati di midollo. Rivedo i parametri della notte, tutti gravemente stabili, e comunico alle infermiere che ritornerò più tardi a parlare con le famiglie. Sono preoccupata per alcuni di loro.

Ore 9.00 45 minuti di lezione supercondensata sulle emergenze nel trapianto di midollo al gruppo di specializzandi appena arrivati. Sgomento sui loro visi.

Ore 10.00 convocazione urgente della direzione ospedaliera per discutere come gestire la famiglia di uno dei pazienti in terapia intensiva che ieri ha minacciato di morte lo staff medico e ha fatto comparire un coltello a serramanico dal nulla.

Ore 11.00 colloquio con la famiglia di un altro dei pazienti in terapia intensiva. Tobia, 7 mesi oggi, 4 settimane post trapianto. Purtroppo non ce la farà. Lo sappiamo da quando abbiamo guardato la TAC del torace di ieri che è invasa da una infezione fungina. Lo sappiamo perchè i suoi reni hanno smesso di funzionare nella notte e il suo fegato è imballato. Ora sono qui a convincere una famiglia che ha già perso altri figli in passato che insistere è inutile. Dopo un colloquio straziante i genitori ci chiedono di sospendere le cure (che in questo Paese è legale). Esprimono il desiderio che Tobia possa morire fuori dalle mura della terapia intensiva. Organizziamo i penosi dettagli della procedura. Lacrime e rabbia.

Ore 12.00 salgo in reparto per valutare con gli specializzandi gli altri pazienti. Tra cui Filippo che ha 6 anni, una leucemia mielolmonocitica recidivata 3 settimane dopo il trapianto e quindi ora è in palliazione. Padre straniero, vedovo da poco, aspetto l’interprete che viene ogni giorno per comunicare con lui. Morfina, ketamina e midazolam stanno facendo il loro lavoro. Filippo è vigile ma non ha dolore, ogni tanto ha un po’ di ansia e quindi ha bisogno di un po’ più di midazolam. Ma oggi verrà Superman a trovarlo, lui è contento. Chiedo alle infermiere di aspettare ad aumentare l´infusione, vorrei che fosse sveglio quando Superman sarà nella sua stanza.

Ore 13.00 una delle mie specializzande sta discutendo di fronte a un gruppo di colleghi i dati della sua tesi per cui abbiamo lavorato insieme. Sto per andare da lei ma la terapia intensiva mi chiama e non riesco a raggiungerla per tempo. Mi dispiace non esserci in un momento che so essere importante per lei.

Ore 14.00 nuova riunione per aggiornamento sulla famiglia che ci minaccia di morte, un sacco di scartoffie da compilare ma il nocciolo della questione è che questi genitori hanno un figlio gravemente malato e non ci sono scartoffie che toglieranno il loro dolore e la loro rabbia

Ore 15.00 Tobia è mancato. Nel giardino dell’ospedale, al sole, con la sua famiglia accanto.

Ore 16.00 entro nello studio delle infermiere e c’è una festa . Fiori, regali, i miei colleghi… è il mio ultimo giorno prima del congedo di maternità. Le immagini mi scorrono davanti come se fosse in un film. Non mi sento io la persona che stanno festeggiando. Non sono io che da domani non sarò coi miei pazienti per qualche mese. E soprattutto non posso festeggiare oggi, dopo Tobia, Filippo… il cuore fa a pugni con la mente.

Ore 17 altro giro in reparto per rivedere alcuni pazienti e parlare con le famiglie, Sofia, Luca e Sara stanno ricevendo una delle terapie più avanzate a disposizione per la loro leucemia super aggressiva. Famiglie che vengono da tutto il Paese per poter avere accesso a questo trattamento. Stanno andando bene per ora, tengo le dita incrociate. La loro guarigione sarebbe un traguardo importantissimo.

Ore 18 I neurologi vogliono vedermi per Alessandro, 2 anni, il terzo paziente in terapia intensiva. Sembrava migliorare ma forse negli ultimi due giorni i suoi sintomi si sono riacutizzati. Discuto con loro e con la sua mamma, donna fortissima che accompagna Alessandro da 12 mesi senza mai essere stata dimessa.

Ore 19 mentre esco dall’ospedale incontro Tommy in ascensore. 5 anni , 2 mesi dopo trapianto, anche lui venuto da lontano per ricevere una diversa terapia sperimentale. Sta molto bene, è uscito a fare un giro pomeriggio e sta recuperando le sue forze di giorno in giorno. I miei colleghi lo dimetteranno la prossima settimana .

Sulla via di casa penso che se avrò un decimo della forza che hanno le famiglie dei miei bambini sarò un genitore fortunato.

Ora pausa. La vita prende il sopravvento.

Ma come è difficile dormire stanotte.

Gio

Jogging

Posted by Gio on febbraio 20, 2017
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foto di NC

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Corro.

Jogging pigro di una fredda mattina di febbraio. Aria umida nelle narici. Gambe pesanti, corpo intorpidito dal lungo inverno. Mentre ascolto il ritmo affannato del mio respiro, la mente divaga

E mi viene in mente lui.

Jack.

8 anni, un’intelligenza fuori dal comune.

Ragazzino educato, vispo, curioso.

Si era accorto che qualcosa non andava perchè d’imporvviso gli è mancato il fiato e non riusciva più a tenere il ritmo nel fare jogging con suo padre nel weekend.

Linfoma di Burkitt.

Massa addominale enorme, lisi tumorale da manuale in induzione.

Remissione completa ma ricaduta immediata.

A trapianto.

Buon donatore, buone condizioni cliniche, si va. Ma si arriva al condizionamento senza una remissione completa e si sa che le possibilità sono poche. Lo sappiamo noi, lo sanno i genitori e soprattutto lo sa lui, troppo intelligente per non capire.

E ci insegna.

Mentre noi ci diamo da fare nel provare ogni terapia post trapianto che possa mantenere quello straccio di remissione ottenuta a fatica, mentre i genitori ci chiedono di riferirlo per questa o quella terapia innovativa in questo o quel centro specialistico, lui invita il suo dottore preferito a raggiungerlo in camera, alla fine del turno, per giocare una mano a carte.

Jack filosofo, Jack più saggio dei suoi 8 anni, Jack che non parla più molto, non chiede, ma batte il suo dottore a carte, troppo educato per dirgli altrimenti che la partita è persa.

Corro e ti penso Jack, e so che avresti apprezzato la vita che scorre nel jogging al freddo di una mattina di febbraio.

 

Gio

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Per te

Posted by TNT69 on febbraio 06, 2017
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Foto di FR

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Non vorresti capitasse mai, ma ecco che improvvisamente, in un tempo sospeso arriva in reparto il tuo collega… ma come paziente. Il problema è che io lavoro in hospice.

Le paure si moltiplicano, le notizie che arrivavano attraverso gli altri e che sembravano ovattate e lontane ora sono realtà che ti spiazza. Come è difficile assisterti, fare del proprio meglio per te che sai cosa faccio. Ogni giorno che passa mentre svolgo le mie quotidiane attività, si moltiplicano i flash di quando le eseguivamo insieme. Tutto è avvenuto così rapidamente, neppure due mesi da quando sei stato a casa per un mal di pancia.

Ed ora sei qui.

E io vivo tutta la mia impotenza e vorrei abbracciarti e farti sentire che non sei solo, che ti sono vicino e che vorrei che tutto fosse solo un brutto sogno.

Ma è la realtà di oggi. Difficile, dura. Ancora non me ne capacito, vivo questa situazione come se fosse surreale. Mi sto difendendo, per non soffrire troppo e rischiare di non poterti aiutare. La fatica è molta, le parole sono poche e sussurrate, ma gli sguardi sono profondi e parlano da soli. Ci sarò, in silenzio,  in questo tempo di attesa per sostenerti in questo percorso ignoto.

E pregherò infinitamente per te.

TNT69

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Ascensore

Posted by Gio on dicembre 20, 2016
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Foto di EP

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Sono in ospedale.

All´ingresso principale due bambini sui tre e sette anni giocano a indovinare quale dei quattro ascensori arriverà per primo e si inseguono e corrono approfittando del fatto che la mamma, intenta a parlare con un’infermiera nel corridoio, non li veda.

Come sempre non posso resistere e ingaggio il gioco con i due piccoli, in due minuti stiamo tutti ridendo a crepapelle.

A un tratto sopraggiunge una donna di circa trent’anni, alta, bionda, carnagione chiara, zigomi alti, labbra naturalmente vermiglie. Indossa un cappotto che lascia intravedere le sagoma di un addome arrotondato dalla gravidanza. Mentre si avvicina il suo sguardo incrocia il mio e lo attraversa, come se non mi vedesse, figuriamoci partecipare alla risata che ho ancora nella coda degli occhi mentre l’ascensore arriva, i bambini tornano dalla loro mamma e io salgo scegliendo il piano del mio reparto.

La donna stringe in mano una scatola di fazzolettini, e guarda dritto davanti a se ma il suo sguardo penetra ciò che ha di fronte più che accarezzarlo. L’ascensore è vuoto, i piani molti, ma lei non fa cenno di notare che siamo solo in due in quello spazio.

Quali pensieri stringono la tua mente?

L’ascensore si ferma praticamente ad ogni piano nel solito calvario, lei rimane in un altro mondo.

Arriva il piano otto, le porte si aprono, lei si muove per uscire.

Ora ho capito, quell’addome non sta per dare alla luce un piccolo ma deve averlo già fatto, forse troppo presto perché quello è il piano della terapia intensiva neonatale.

Mentre scende la donna ha le lacrime agli occhi, ma non distoglie lo sguardo da quel suo orizzonte interiore, da quel suo obbiettivo unico: guardare il suo cucciolo penetrando il plexiglas dell’incubatrice. Guardare avanti, al momento in cui il suo cucciolo non avrà più bisogno del plexiglas per mantenere la sua temperatura, quando basterà il suo abbraccio per scaldarlo, quando, dimenticando le settimane dei dubbi e delle terribili incertezze iniziali, potrà godere della beata inconsapevolezza di tutti i neonati. Ancora più avanti, quando la donna con le labbra vermiglie starà parlando in un corridoio e il suo cucciolo potrà giocare con gli ascensori.

In quell’ascensore ho sentito il tuo dolore, donna dalle labbra vermiglie, la tua speranza, la forza e la fierezza con cui combatti la battaglia per il tuo cucciolo.

Buona fortuna!

Gio.

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