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Autoprotezione

Posted by lunasioux on marzo 01, 2015
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foto di HA

foto di HA

Quest’anno sono stata brava. Come compagna, sorella, zia, figlia, amica o collega non saprei. Ma come soccorritore sì, molto brava: lo sa Babbo Natale che mi ha fatto un regalo. Una divisa nuova, nuovissima, non di seconda o terza mano come le altre; questa è una tuta quasi fashion, più arancione che mai, più “performante” che mai, più leggera che mai.

E’ di un materiale tecnico, con rinforzi e protezioni su gomiti e ginocchia, senza pezzi strani sulle spalle che rischiavano di farmi rimanere impigliata, con dodici-tasche-dodici contate solo tra pantaloni e giacca…: insomma, vista così dovrebbe proteggermi al meglio.

La indosso, regolo la cintura, mi specchio e mi vedo quasi carina. Effettivamente è comoda, mi permette movimenti agevoli, pesa molto poco; mi hanno assicurato che sarà fresca d’estate: i miei Capi sanno quanto io non sopporti il caldo. E contando che nella mia grande città fa davvero caldo al massimo per due mesi ma al contrario il freddo, la notte, già da ottobre si fa sentire, beh, è fondamentale che la nuova divisa mi tenga fresca per quella dozzina scarsa di turni estivi che farò. Come del resto non apprezzare le dodici-tasche-dodici dove mettere guanti, biro, piletta, cellulare personale, cellulare di servizio, carta per appunti, documento di identità, memo operativi: sarà divertente perdere una manciata di secondi per aprire quella giusta, di tasca, dove il cellulare suona “e-speriamo-sia-la-sede-e-non-la-centrale” e io avrò un attacco di panico da ritardo nella risposta. Ripensando poi a tutte le volte che sono rimasta impigliata in porte di ingresso, cancelli, serrande, lamiere contorte, abitacoli deformati, rami di alberi o pali divelti devo ammettere che la giacca fatta così è davvero una sicurezza in più. Come lo sono le protezioni nere all’altezza di gomiti e ginocchia che mi permetteranno di strisciare senza pensieri in cunicoli mal illuminati, mal frequentati e con ogni specie di rifiuti pericolosi che potrebbero altrimenti farmi male. No, però queste protezioni mi piacciono: il nero spezza il monocolore arancione e la mia divisa assomiglierà un pochino, tanto pochino, a quella dei mitici equipaggi delle Alfa.

Vorrei che questa divisa così nuova mi permettesse di scendere negli angoli bui e remoti della mia città, cosi insospettabilmente prossimi ai miei percorsi diurni e distratti, e risalire senza portarmi dentro il peso opprimente di quelle esistenze nascoste, deragliate dai binari della nostra “normalità”.

Vorrei trovare sull’etichetta interna un simbolo che mi sveli a quale temperatura e con quale tipo di lavaggio rimuoverò sofferenza, paura, disperazione di quelle vite altrui che incontrerò per caso e che in una qualche piega del mio io rimarrebbero altrimenti impresse.

Vorrei che la mia nuovissima tuta arancionera mai facesse vacillare quel senso di estraneità e distacco che mi protegge dai mali degli altri.

Continuerò a entrare nelle case e nelle vite altrui, mi imbatterò in una serie indistinta di voci e visi di cui terminato il servizio non saprò più nulla; medicherò, allerterò, chiacchiererò per distrarre, stringerò mani, ventilerò, massaggerò, sorriderò simulando certezze che non ho, mi arrabbierò, piangerò e riderò; incontrerò ancora anziani con lo stesso sguardo sgranato di bambini, visi sgomenti e disarmati di chi è stato derubato delle certezze che tengono ancorati alla vita, volti composti della paura, sorrisi timidi e pudici, gioia incontenibile, rabbia disperata, dignitosa e disarmante solitudine.

A loro, a tutta la varia umanità che incontrerò, sarò grata per ricordarmi la mia vulnerabilità e per regalarmi, seppur inconsapevolmente, gli strumenti per affrontare quella paura che, prima o poi, ci coglie tutti.

Lunasioux

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Quanti talenti avrò?

Posted by supergiovan8 on febbraio 24, 2015
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foto di PB

foto di PB

Stanotte non ho salvato nessuno. Dannazione. E proprio mentre scrivo questo pensiero suona l’ultimo campanello a cui fa subito eco la NET al termine nell’altro corridoio… dannazione anche a lei!

Ma torniamo al punto della faccenda: questa notte non ho salvato nessuno! Terribile secondo me, molto meno per la collega e per i pazienti. In realtà non è un dramma nemmeno per il sottoscritto però, dai… “però, dai” un cavolo! Meglio così.

Ogni giorno, sia per la mia inclinazione, sia per evadere dalla cronicità di questa unità operativa, mi immagino il mio futuro in rianimazione come se potessi già sapere come sarà. È strano poter immaginare il top della propria carriera e nel frattempo ricordarsi che o andrà come voglio, e in questo caso sarà una figata, oppure non andrà come immaginato, e per ora non ci penso. Non ci voglio pensare.

Intanto guido nella nebbia verso il mio lago, penso alla paella di stasera, alla sciata in programma fra qualche giorno e ripenso: stanotte non ho salvato nessuno però stasera mangio il pesce e fra tre giorni ho una rara domenica libera. Piccole gioie a breve termine s’avvicinano, ma non basta: io voglio salvare qualcuno!

supergiovan8

Grazie.

Posted by Ungiovanequasiinfermiere on novembre 27, 2014
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NC grazie

 

 

Le notti di guardia spesso sono davanti a dei libri. Sono davanti ad uno schermo di un computer. Davanti ad articoli in inglese da tradurre. Sono davanti ad una tesi a cui mancano solo i ringraziamenti.

Non so quando ho scoperto di preciso questo blog. Ne il come. Ma l’ho trovato subito vero. In tre anni di università cercano di formarti a fare le cose più disparate ma non ti educano a vivere la malattia, la sofferenza, la gioia di lavori come questi. Qui ognuno è il protagonista di una storia. Qui non ci sono gli eroi ma nemmeno gli arrendevoli. Qui ho incontrato uomini che aprono il cuore e la mente e la spalmano con una capacità professionale su quel foglio bianco di Word. Qui non esistono le frasi fatte del tipo “l’assistenza è un arte” o “il sorriso è la miglior cura”. No.

Qua si scrivono storie vissute in ospedali di tutta Italia (e non solo) e ritrascritte la mattina, di pugno, con ancora addosso l’odore di plastica mischiato a quello del caffè che piano piano sale. Ed è questo quello che queste storie mi hanno trasmesso.

Le ho lette tutte (più o meno) tra le notti passate in tirocinio e i momenti liberi e da ognuna ho imparato a coltivare le situazioni che vivevo. A non lasciarle scivolare via dalla mente come se non fossero mai esisite. Ma nemmeno a farle diventare un peso per la mia vita.

Qui ho imparato che le storie possono servire a crescere professionalmente e umanamente. Che dietro ad un camice o ad una divisa ci sono grandi poeti e scrittori. Che le emozioni è meglio imprimerle sulla carta.

Quindi tra i ringraziamenti che devo ancora terminare in questa notte di guardia e studio, ci siete tutti voi. Voi coi vostri pseudonimi più assurdi. Voi che vi calate dagli elicotteri o siete da sempre in geriatria. Voi che uscite stravolti dalla sala o che cercate di capire la cura migliore. Voi che magari incontrerò lungo il mio percorso senza sapere chi siete.

Grazie. Per ogni singola storia.

ungiovanequasiinfermiere

Poi l’ho dimenticato

Posted by Nicola on ottobre 15, 2014
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Foto di NC

Foto di NC

 

Una volta mi hanno rubato la bicicletta.

Eh, magari! In realtà quattro volte me l’hanno rubata. Quattro biciclette diverse, non sempre la stessa. Ognuna ha avuto la sua breve storia di felici pedalate conclusa con il banale rituale di una catena spezzata. Nulla di cui valga la pena parlare, davvero. Dirò solo che la prima volta è stata incredulità, la seconda rabbia, la terza rassegnazione e la quarta l’ho dimenticata. Ed è proprio di questo che vorrei raccontare: di quando, per la quarta volta, mi hanno rubato la bicicletta e io l’ho dimenticato.

Da casa mia, ho la fortuna di poter raggiungere l’ospedale in cui lavoro in circa tredici minuti di pedalata decisa.

Dico “fortuna” perché tredici minuti in bici sono proprio pochi, me ne rendo conto. Eppure a volte sembran tanti: sembrano tanti dopo le notti, quando anche il teletrasporto sarebbe una soluzione lenta rispetto all’intensità con cui si desidera essere già a letto, già docciati, già addormentati; sembrano tanti le mattine d’inverno, quando si vorrebbe essere ancora a letto, ancora addormentati, uterinamente avvolti dal piumone caldo. Sembrano tanti questa sera, che ho finito il turno del pomeriggio e domani dovrò alzarmi presto per quello del mattino. Pomeriggio, poi. Ma quale pomeriggio!? Tra una cosa e l’altra si esce dall’ospedale quasi alle undici, altro che pomeriggio: è notte fonda! Già notte fonda quando esco e ancora notte fonda quando mi alzerò. Tanto valeva tenersi la divisa addosso. Tanto valeva restare in ospedale. E ora che faccio? Cosa la metto dentro a fare la bici, se tra poche ore sarò di nuovo per strada a pedalare? No, questa notte la lego fuori, davanti a casa, che non ho tempo da perdere a litigare con la serranda del garage. Qui non me l’han mai rubata, non succederà proprio questa notte. Sarebbe la quarta in sei mesi, è statisticamente impossibile. Non succederà.

Il mattino seguente, sono in strada a correre, letteralmente correre, verso la fermata dell’autobus. E’ successo. Me l’hanno rubata.

Non ci credo, mi hanno rubato la bicicletta, di nuovo. Proprio questa notte, proprio a me, proprio la mia bicicletta… rubata. Una tragedia! Ah, ma oggi mi sentono! Chi? Tutti! Tutti mi devono sentire! Se non posso colpevolizzare nessuno, allora tutti dovranno pagare: oggi mi lamenterò tutto il giorno, incessantemente, svergognatamente, oggi mi lamenterò come non ho mai osato fare in vita mia, perché mi hanno rubato la quarta, dico la quarta bicicletta in sei mesi e lamentarmi è un mio sacrosanto diritto!

Quando arrivo in reparto, i colleghi si sono già assegnati i pazienti. “Scusate il ritardo, è che mi han rubato la bici, la quarta…” ecco, iniziamo a lamentarci, che capiscano quale sarà l’andazzo della giornata “…la quarta in sei mesi! Comunque, chi è rimasto da seguire?” Letti sette e otto.

Prendo consegna.

Al letto otto c’è un paziente nuovo, un ricovero della notte; ieri sera, mentre io tornavo a casa in bici, lui rientrava a casa in macchina.

Al letto otto c’è un giovane uomo, sembra un bambino per noi, abituati come siamo ad assistere persone tanto più grandi di lui; ieri sera, mentre rientrava in casa in macchina da solo, ha perso irrimediabilmente il controllo della vettura.
Al letto otto c’è un ragazzo di diciotto anni. E sta andando in morte cerebrale.

I pazienti in rianimazione non vanno proprio da nessuna parte, tendenzialmente se ne stanno a letto. Eppure si dice in continuazione: sta andando in morte cerebrale. Lui è arrivato a 3 di potassio, l’altro è andato in fibrillazione atriale, poi è rientrato… se lo avessi sentito dire da bambina, molto più bambina del paziente del letto otto, mi sarei immaginata un gran via vai di gente. Avrei pensato ad uno stanzone pieno di persone, alcune in divisa, altre no; ogni tanto uno inizia a camminare “Scusi, dove sta andando?” “Io? Sto andando in acidosi” “Non credo proprio, venga da quest’altra parte con me…” gli direbbe quello in divisa.

La reazione di quelli in divisa è sempre diversa: se uno va in ipernatriemia, ad esempio, gli si batte una mano su una spalla, gli si fa no col dito e lo si riporta sulla strada giusta accompagnandolo lentamente. Ma se uno si mette inaspettatamente a correre e qualcuno vedendolo lo addita urlando “Sta andando in arresto!!”, allora gli si salta addosso in tanti e lo si placca con determinazione come giocatori di rugby. Altre volte ancora, qualcuno si alza e va, e nessuno cerca di fermarlo, lo si osserva in silenzio mentre si allontana “Lui sta andando in morte cerebrale” e chi va in morte cerebrale non si può far altro che lasciarlo andare. Anche se ha diciotto anni.

Accanto al paziente del letto otto c’è una donna, sta seduta su una sedia blu, poi si alza, poi si siede. Vederla piangere, per quanto straziante, è un sollievo. Quando smette, diventa quasi palpabile un dolore tanto forte da spegnerle il pianto.

Mi ritrovo a chiedermi se sarebbe più comodo per me se lei non fosse qui. Se non ci fosse questa madre a trasformare il paziente del letto otto, un perfetto sconosciuto, in un figlio amato.

Se fossimo solo io e lui, se guardandolo mi rendessi conto che tutto sommato ieri sera avevamo la stessa probabilità di vivere o morire, non sarei spaventata dal riflesso della mia vulnerabilità.

Ma questa madre testimonia il fatto che per ogni persona che amo e che amerò corro il rischio di ritrovarmi seduta su una sedia blu, senza più lacrime da piangere. Come proteggersi da questa vulnerabilità? E come supportare questa donna, come starle accanto senza essere inadeguati?

Non sarà certo sufficiente rannicchiarsi ipocritamente dietro lo scudo del fare. Eppure ci sono i parametri da registrare, sistolica, diastolica, media, frequenza, diuresi, saturazione… ci sono terapie da somministrare, stappa, aspira, diluisci, inietta, deflussa… ci sono fogli da compilare, telefoni a cui rispondere, ci sono di nuovo parametri da registrare… e c’è lei, sempre lei che piange e quando non piange è forse peggio. Il suo dolore rende insignificante ogni più piccolo gesto, ogni pensiero, ogni cosa che non sia dolore stesso.

Il turno finisce. Do consegna al mio cambio. Esco dal reparto, mi cambio con estrema lentezza e me ne vado guardando la vita che scorre al di là del vetro dell’autobus.

Solo quando arrivo sotto casa mi ricordo della bicicletta. Me l’hanno rubata. Che stupida: poche ore fa era per me un avvenimento tanto tragico da credere che valesse la pena lamentarmene. Poi l’ho dimenticato.

Nicola

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Traumalgia

Posted by FiloDiK on ottobre 03, 2014
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Foto di MV

Foto di MV

Lunedì di quelli infiniti, se esistesse il concorso di “Miss Occhiaie” credo che avrei delle buone chances di vittoria. Certo che passare le ore fuori dalla sala ad aspettare il nostro turno, con gli interventi delle 11:00 e delle 14:00 che diventano quelli delle 13:30 e delle 16:00 per una sottocapitata che non si lascia inchiodare, non aiuta proprio per niente.

Meno male che l’avambraccio è complesso e l’omero si rivela una pluri-frammentata un po’ stronza … almeno ne è valsa la pena, di tutta quella pre-sala a intra-sentire i pazienti appena svegli che straparlano, drogatissimi di Diprivan. Da registrare.

Entrano gli infermieri a prendere il paziente, lo specializzando cambia sala inseguendo la sua ennesima placca di clavicola.

Tempo di accoccolarmi sul seggiolino del pc per scrivere il verbale, ma soprattutto sottrarre le caviglie alla morsa della gravità, che entra il Doc: sala urgenze, c’è da amputare quel politrauma per cui è accorso in piena notte … quel ragazzone di 29 anni e 120 chili, che si è distrutto in un incidentaccio auto/moto nel weekend e adesso è lì che aspetta con le sue fasciotomie di gamba.

Dai Doc, non guardarmi così. Dai che mi manca mezz’oretta e basta. E poi son sempre qui… Se mi ordini di stare anche oggi mi impunto, stavolta mi impunto davvero.

Ma il Doc non dice niente ed è stanco, e ha in mente quel paziente dalle 3 del mattino, e a me non sembra neanche di avere alternative. Me ne accorgo mentre mi lavo, con quell’assurdo grembiulino impermeabile che preannuncia sangue in quantità, e poi ancora mentre aspiro con cautela vicino a quella malefica sega di Gigli che sembra sempre lì lì per tirare gli ultimi e abbandonarci nel mezzo del nostro campo di battaglia.

Operatoriamente va tutto liscio, se così si può dire, con l’adrenalina che mi soccorre dalla stanchezza letale della giornata seminando placche ateromasiche in giro per le mie arterie ma salvandomi innegabilmente le chiappe davanti a due o tre vasellini ribelli, e il moncone è proprio bello. Funzionalmente bello, con cute a sufficienza … possiamo definirci contenti.

Ma io mentre chiudiamo vorrei la radio a mille per sigillare fuori il pensiero che, per un Ortopedico, amputare è l’atto più irrazionale che esista – l’atto che più di tutti va contro la logica del nostro lavoro, contro la logica di chi taglia per riparare e non per tagliare e basta. Un atto preciso come tutto quello che si fa in sala, ma di una precisione dura e irrevocabile e avvolta da una vertigine di definitività.

E non so cosa darei per essere ancora là nel mega ospedale americano, dove “Life over Limb” era il mantra di ogni 24 ore e giustificare – prima di tutto a me stessa – la lieve presunzione di questo specifico gesto chirurgico non era poi così difficile. Non so cosa darei per avere accanto D., il mio fratello-collega di tante notti di Trauma made in U.S.A., e cercare nei suoi occhi le risposte a tutte quelle domande che non permetto a me stessa nemmeno di formulare.

Ma non son da sola: c’è il Doc, che ha fatto un super-intervento anche dopo questo insensato turno devastante di quasi 18 ore all-inclusive e che non ha smesso un attimo di impegnarsi come per il più certosino dei salvataggi d’arto. Il Doc che non si piega alla fredda necessità della cosa e non si lascia anestetizzare insieme al paziente – anche se questo implica esporsi e uscirne stravolto – perché tenerci è l’unica posizione veramente umana e didattica e corrispondente.

Perché il giusto non è il comodo e non è il facile, e richiede mani salde cui aggrapparsi.

E perché quando un Energy Drink non basta per ingoiare i dubbi, quando non ci sono parole per esprimere il crollo del Parasimpatico nelle vene e la certezza di un lavoro ben fatto nelle mani e la morsa della paura intorno al cuore – perché gli anestesisti han parlato di CID e poi già altre volte è crollato tutto, proprio nel momento del massimo “controllo” … esiste solo la gratitudine di potersi affidare, e la sensazione che un abbraccio di 30 secondi possa in realtà durare 4 ore e 20. Minimo.

FiloDiK

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Didattica, cura e sogni

Posted by Pills on agosto 28, 2014
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foto di NC

foto di NC

 

Non ci sono sogni più strani di quelli fatti nelle notti delle settimane di tirocinio.
Sono popolati di camici spiegazzati, emergenze improbabili e scambi di ruolo tra studente e paziente.
Ci si sveglia sudati, frementi e con i muscoli strizzati dal “girarrosto” notturno.
– Saprò abbastanza? Mi chiederanno tanto? Mi cazzieranno? Qualcuno abbia pietà di me! –
Le domande si affollano mentre un camice inamidato si appoggia sul corpo come una palandrana da apprendista stregone.
-Ecco…Mi faranno portare secchi d’acqua come le scope magiche della Disney? –
Fonendo, fazzoletti per esplosioni allergiche, liquirizia per cali pressori e afrori (in)umani, telefono silenzioso e cartellino segnaletico.
– E se mi perdessi e non trovassi il reparto? Se al primo errore mi cacciassero? Potrò sedermi e andare in bagno? –

La porta e davanti al mio naso mezzo ignorante di studente. Busso ed entro.
Nessuno tranne i miei sconosciuti compagni di tirocinio che non salutano e osservano con occhi prematuramente giudici.
Per fortuna poco dopo di me entra la mia CompagnaAmica. Una ventata di aria fresca.
– E’ troppo presto o troppo tardi?   –
Mentre te lo domandi compaiono figuri in camice.
Presentazioni d’obbligo, controllo della presenza e scartabellamento di cartelle.
– Sei già stata in una chirurgia? –
Sì.
– Oh bene, allora oggi c’è sala. Vai di sotto ed entra e cerca il primario. Magari ti fa anche lavare se ha bisogno di una mano in più –
Orpo!
Corro con la mente ma cammino spedita coi piedi.
Arrivata prendo la divisa, mi spoglio del mio essere individuo riconoscibile ed entro nell’anonimato che tanto mi piace. Solo gli occhiali tradiscono un lato di me.
Mi infagotto con cuffietta e mascherina e divento temporaneamente una delle tante anime che vivono di neon, aria condizionata e zoccoli autoclavabili.
CompagnaAmica è con me e gode anche lei dell’essere diventata fantasma.
Segnaliamo la nostra presenza senza scoprire il volto. Si dovranno fidare delle nostre mani e del nostro sguardo.
Trovata la sala entriamo come si entra in qualità di ospiti in un salotto di una casa sconosciuta.
– Permesso? –
Formichine viaggiano attorno all’Ospite d’Onore (per comodità Doppia O). Toccano, pungono, agganciano a flebo, girano, si intrufolano, palpano, accarezzano, montano aggeggi vagamente inquietanti.
Doppia O si addormenta dopo aver detto : “Fate i bravi”.
I Chirurghi arrivano, si vestono come da rituale. Per la vestizione devi farti allacciare il dietro del camice da qualcun altro, come la mamma che ti tira su la zip del vestito elegante.
La sala trasuda intimità e distacco contemporaneamente.
Un po’ di musica e si incide.
A metà del primo taglio vengo invitata a lavarmi (l’ho già fatto in precedenza).
Tachicardia. – Posso toccare. Posso imparare! –
Chiedo aiuto ad InfermieraSorriso. Mi fa un refresh sul lavaggio. Insultiamo il lavandino poco pratico.
Mani a preghiera e mi vestono.
Porto un 6 e mezzo. Me l’ero dimenticata.
Mi accomodo e vengo investita dal fumo dell’elettrobisturi… e nel giro di un attimo gli operatori conoscono il mio nome e vengo risucchiata nel vortice del campo operatorio.
Siamo sincronizzati e anche se devo solo tenere delle spatole e altri aggeggi ne approfitto per aiutare la strumentista a tenere ordinato il campo.
Scopro consistenze strane d’organi e di vasi. Me le imprimo a fuoco nella testa per quando ri-studierò quegli apparati.
Tengo, taglio, osservo e mi ipnotizzo.

No. Non farò il chirurgo. Non ho la resistenza di fisico ed animo necessaria.
Adoro parlare con le persone. Mi mancherebbe troppo quella parte.
Magari finirò dietro la vela, diventerò quella che sta seduta e fissa il monitor e conta i complessi dell’ECG.
Così assaporerò l’intimità della sala e la sete di curiosità dell’osservatore.
In più con calma e decisione tornerò a parlare con le persone dopo un sonno popolato da chissà quali sogni e demoni.

Chissà poi quali saranno i miei sogni tormentati.
Magari saranno li stessi dei miei pazienti e lì nelle nostre paure ci terremo per mano.
Io che rassicurerò loro sulla procedura e loro che rassicureranno me con il loro essere svegli.
– Che qualcuno abbia cura di noi tutti… –

Pills

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Skyfall

Posted by Ultiva on agosto 18, 2014
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foto di FR

foto di FR

Serata in hamburgeria con i soccorritori del 118, ed io sono sempre piuttosto monotono. Parlo sempre di lavoro.

Sono quelle serate con gente che conosci poco, con cui ti capita di condividere un turno, qualche birra ogni tanto. Giusto per non fare la figura dell’orso, il mio animale specchio.

Esco a fumare una sigaretta con C. che mi chiede come è andata l’ultima settimana…. Male, rispondo.

Nell’ultima settimana – di merda – ho avuto la sfiga cosmica di occuparmi di tre ventenni, che sono finiti uno peggio dell’altro.

Racconto brevemente il caso del 21enne morto di meningite, non mi vergogno di dire che ho pure pregato perchè rimanesse nell’aldiquà. E la soccorritrice, con un sorrisetto, mi dice: “Beh, non ti ci sei ancora abituato?”.

No cazzo, non mi ci sono abituato. Neanche un pò.

A. aveva 21anni. Al rientro dalle vacanze dapprima un vago malessere, una perdita di coscienza in stazione con intervento del mezzo avanzato ed immediato trasporto nella rianimazione di D., dove le condizioni sono apparse subito critiche. GCS 15 in rapido scadimento con una TC encefalo fortunatamente libera da sanguinamenti, scambi osceni. Sedazione, IOT, rachicentesi. Risultato: meningite da neisseria.

La banale copertura antibiotica parte subito, ma non serve ad arrestare la bestia. Una bestia che si mangia A. ogni ora che passa. A 24 ore dal tubo ci chiamano, il Paziente satura 37. Non sapevo che un saturimetro potesse essere affidabile fino a valori così bassi, ma l’EGA conferma. Come sempre il mio compito è fare l’idraulico, ovvero mettere in ECMO ARDS, shock cardiogeni, ecc. ecc..

Al mio arrivo in quella che definirò rianimazione periferica A. è già evidentemente oltre ogni ragionevole speranza di sopravvivenza. La porpora forma delle macchie liquide dal ginocchio e dai gomiti in giù, impedendo al sangue di raggiungere i tessuti. Non trattengo un “Minchia!” quando vedo le gambe. Le urine sono a lavatura di carne (quei pochi ml), Crea 13, CPK 75000, Lac 20, pH 6.8, CO2 30, PaO2 40, HCO3- 24, BE – 20.

Mi avvicino al letto: i colleghi hanno fatto moltissimo, e A. sembra Cristo in croce.

E’ poco più che un cucciolo. Ce la mettiamo davvero tutta: incannuliamo, contropulsiamo, Ceprotin ed accarezziamo l’idea di un plasma exchange.

Di ammalati così ne ho già visti un tot, e ricordo un solo sopravvissuto.

Mentre aspettiamo l’elicottero faccio entrare papà, nonna e mamma. Come sempre dettaglio la situazione clinica, spiego a cosa servono le varie macchine. La nonna, con cui A. vive, mi chiede almeno una speranza. Non ce la faccio a rispondere di si. Farfuglio qualcosa tipo: “La situazione è più che drammatica, stiamo a vedere, rimanetegli vicino”.

Ovviamente i Parenti, come sempre, vedono in noi una sorta di “Delta Force”, in grado di risolvere tutti i problemi, e rimangono delusi dalle nostre risposte.

Argomentiamo con dovizia di dettagli, poi esco a fumare la meritata sigaretta post-procedura.

Me lo dicono tutti che fumare fa male, specialmente se vieni intercettato dai Parenti. A cui non posso nascondere l’imminenza del dramma.

Sono piegati, mi raccontano che A. è un appassionato di motocross, e che la settimana successiva avrebbe compiuto 22 anni. In pochi minuti so tante cose di lui che non avrei dovuto e voluto sapere.

Arriva il momento del trasferimento, che avviene senza variazioni cliniche di rilievo.

Consegnato il Paziente ai colleghi, torno a casa. Sono le otto di sera.

Mi ritrovo a pregare, a sperare nel miracolo. Io, che a Dio non credo.

Il giorno dopo le notizie sono confortanti: la porpora in regressione, le amine in riduzione. La funzionalità renale che migliora.

Forse Dio esiste?

No, non esiste. Il giorno dopo A. ha un sanguinamento intracranico che, più nello specifico, è una emorragia con inondamento tetraventricolare. Iniziano le procedure per  l’osservazione. Morirà il giorno dopo.

Mi chiamano a casa per dirmelo, siamo un bel gruppo e le vittorie e le tragedie si condividono.

Sono annichilito, frustrato: inizio con i forse…

Mi chiedo: perchè? Perchè proprio un ventunenne? Non è come per i traumi, questa è proprio sfiga.

Penso a suo papà e a sua mamma, alla nonna, alla fidanzata. Mi si chiude lo stomaco.

Cerco di spiegarlo a C., che sul 118 non vedi tutto questo, non vedi i morti che vedo io in rianimazione. Non stabilisci lo stesso lungo contatto con i famigliari, non fai in tempo ad affezionarti. Lei non mi capisce, fa il soccorritore, non è mai stata in rianimazione.

Le ho chiesto di venirci, di passare un giorno con me, di capire cosa vuol dire passare più di 20 minuti con un Paziente. Dovrebbe essere obbligatorio per un soccorritore.

Pensate soccorritori, pensate che se anche su un mezzo di base avete in mano una vita e quelle che intorno ad essa gravitano.

Ricordatevi di occuparvi dei Parenti quando il Paziente se ne sta andando, e del conforto che le vostre parole e le vostre mani, quando stringono quelle del Paziente, possono dare. Non dimenticatevi, colleghi, dell’importanza di appoggiare un braccio sulle spalle dei Parenti e della necessità di essere umani.

Intanto il mio pensiero va a lui, alla sua famiglia. E sono sicuro che l’unica cosa fatta davvero bene è stata ottimizzare l’analgosedazione, togliergli almeno il dolore e la consapevolezza dell’agonia.

L’ultima cosa che faccio prima di chiudere il pensiero su A. è di affidarlo a Matteo, il mio amico alpino, che “è andato avanti”.

Molto poco scientifico, ma sicuramente una consolazione per la mia anima.

Ultiva

Una notte insonne

Posted by Indiano on maggio 05, 2014
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foto di DB

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Non è una notte di guardia la mia ma solo una notte insonne, troppo lunga perché arrivi in fretta il turno di domani mattina e troppo corta per essere dormita.

Ho appena cambiato posto di lavoro, inseguito in un sogno iniziato quando quel maledetto 30 Giugno ho messo piede per la prima volta su un ambulanza che correva nella notte per le vie della Brianza, ora lavoro nel Mio pronto soccorso con i mostri sacri tanto invidiati da insignificante soccorritore.

La mia vita ora è stupenda, ha voltato pagina ma credo ad un prezzo troppo alto.

Laureato da poco, pieno di complimenti e pacche sulle spalle dei migliori coordinatori in circolazione ma senza possibilità di essere integrato, in cerca disperata di un posto che mi permetta di crescere e non mi faccia “morire” in una maledetta RSA.

Finalmente ho il mio primo colloquio a venti giorni dalla mia laurea, entro in un bell’ufficio preciso ma non troppo ordinato, curato ma con quel non so che di rivoluzionario; mi accoglie lui F. sulla trentina non tanto alto magro vestito con un paio di pantaloni a sigaretta maglioncino e…. scarpe sportive insomma un tipo particolare.

Dopo pochi giorni diventa il mio primo caposala dopo pochi mesi diventa il mio mentore dopo un anno è diventato mio fratello: abbiamo condiviso tanto assieme : voli in elicottero, su aerei, grandi manifestazioni, tanto lavoro ma anche litigi, arrabbiature, esuberanze, pensieri e riflessioni.

Dopo un anno e tre mesi è arrivato il momento di salutarti, sono stati giorni bui, giorni in cui la paura di abbandonarti ha tenuto testa al mio sogno ma ho scelto di seguirlo e viverlo nel bene e nel male.

È una notte insonne abbiamo appena avuto uno scambio di messaggi, ricordando alcuni momenti belli qe ora sono qui, a fissare la parete bianca illuminata dalla luce del mio PC, a prometterti e promettermi che diventerò migliore di te perché è questo quello che mi hai insegnato … che non ci sono limiti.

Non esisterà mai nessuno come noi

Indiano

Labirinto

Posted by Gio on marzo 10, 2014
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foto di GP

foto di GP

Nella vita io non sono mai stata molto coraggiosa.

Ero la tipica bambina che non si buttava dagli scogli troppo alti, che non saliva sulle montagne russe, insomma una fifona.

È quindi con molta sorpresa che mi sono scoperta a reagire con prontezza di fronte all´urgenza in medicina.

Soprattutto durante la specialità, quando avevo poca esperienza, mi è successo più volte di sentire quella doppia chiamata in reparto (quella che segnala l´allarme per un´emergenza) e di precipitarmi nella camera del paziente.

Riuscivo a gestire la situazione.

Tutto secondo algoritmo, tutto fatto a dovere.

È cosi che ho capito, che l´anima gioca brutti scherzi.

Giorni dopo l´emergenza, mi trovavo a lacrimare senza ragione sulle scale che portavano al reparto, settimane dopo la morte di un paziente, a tremare quando sentivo il suono del campanello provenire dalla stanza in cui si era spento.

Strano come la mente comandi anche le emozioni urgenti, quanto la lucidità del momento e la necessità di essere efficienti sopiscano la paura, e poi la facciano riapparire in altre vesti.

Essere medico è anche un viaggio dentro a se stessi, è un labirinto nel proprio subconscio che si percorre a tentoni.

Chissà quanti anni mi ci vorranno per raggiungerne il centro…

Giò

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Black-out

Posted by Gio on marzo 01, 2014
emozioni / 2 Commenti

foto di HA

A volte ho paura del mio lavoro.

A volte penso che esponga la mia anima, e la lasci nuda di fronte a tutte le emozioni, belle e brutte, della vita.

Succede in 1000 modi diversi e sempre avverto quel colpo all´anima, che fa male.

Può essere durante una notte, quando l´adrenalina di un caso difficile ben risolto lascia lo spazio all´inadeguatezza totale di fronte a un altro paziente, di cui non capisco il problema.

Succede quando mi accorgo che, non importa quanti passi avanti ho fatto e quanta esperienza ho accumulato, non basta ancora, devo imparare, imparare ed imparare, perchè la medicina non è mai finita.

Succede quando sono stanca, svuotata, quando ho semplicemente l´impressione di aver dato tutto quello che avevo, fino al punto che ho la nausea, fino al punto che non so più cosa sia la mia vita fuori dal reparto e vorrei solo dormire, un lungo sonno riposante.

E in quel sonno mi vengono a trovare i miei pazienti, quelli che non ho potuto aiutare, quelli che ho lasciato andare. E loro mi rimproverano perchè io mi sento stanca. Che diritto ho di sentirmi stanca in una vita che loro non possono avere, ma desidererebbero? Una vita della quale loro vivrebbero ogni attimo appieno, invece di spegnersi tra la fine di un turno e l´inizio del successivo, come faccio io a volte.

E succede quando vorrei piangere ma non mi vengono le lacrime, quando non mi ricordo il nome di un paziente che non è più qui, quando sono cosi satura di cattive notizie che ascolto quella più recente mangiando uno snack, e neppure smetto di masticare.

Che persone siamo noi medici?

A volte penso che siamo persone terribili.

Perchè nessuno permette alla propria anima di essere cosi frustata e maltrattata.

Con che coraggio ogni giorno comunichiamo diagnosi terribili ai nostri pazienti, alle loro famiglie, per poi impacchettare il dolore, portarlo in fondo allo stomaco, e domani ricominciare di nuovo, ancora, e ancora, e ancora.

Chi sceglierebbe un lavoro del genere?

Chi continuerebbe ad amarlo, e a mettere in scacco tutto il resto, per qualcosa di simile?

Giò

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