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“….Signor Michele “

Posted by Il Barelliere on luglio 09, 2015
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foto di EP

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Eccoci.

Sapevo che prima o poi questo momento sarebbe giunto. E sebbene sarà una costante nel mio prossimo futuro, vista la facoltà che ho intrapreso, la prima volta non è mai facile da affrontare.
Le mie mani, una sopra l’altra, come da manuale, comprimono il torace del signor Michele. 27…28…29…30…aspetto che il capo equipaggio, alla testa, esegua le due insufflazioni con l’ambu e poi di nuovo a massaggiare 1…2…3…4… Maledetti capelli lunghi! Continuano a cadermi davanti agli occhi ad ogni compressione toracica. Dove cazzo ho lasciato la fascia per raccoglierli!? Ma soprattutto perché sto torace non scende come sul manichino!? Aumento l’intensità del massaggio.
“Lascia stare; ormai lo sterno è completamente sfondato, è per quello che ti sembra di non massaggiare abbastanza. Continua pure con il ritmo di prima che andava benissimo” mi dice Marta, con tranquillità .
In effetti sappiamo benissimo entrambi che, se anche ora interrompessimo le manovre di rianimazione, non cambierebbe nulla lo stesso. Il signor Michele è morto.
Quasi sicuramente lo era anche all’arrivo della prima ambulanza, composta da due soccorritori: sono loro ad aver iniziato i tentavi di rianimazione, ma essendo solo in due, hanno dovuto aspettare il nostro arrivo per trasportarlo in ospedale. Sono andati avanti almeno per mezz’ora, il defibrillatore semiautomatico ha effettuato 11 analisi, nessuna delle quali seguita da alcuna scarica.
Non sono un medico ( non ancora almeno) , ma non è difficile ipotizzare che il signor Michele è in asistolia : il suo cuore ha smesso di battere da parecchio tempo e nulla potrà farlo ripartire.

Così mi ritrovo qui. Un sabato sera di Gennaio, su un ambulanza che corre a sirene spiegate tra i palazzoni popolari del sud-Milano, a massaggiare un cuore che non riprenderà più a battere. Lo sappiamo tutti : Io, il capo equipaggio e l’autista e forse lo sa anche il signor Michele. Ma non per questo io smetto di comprimere quel torace, Marta di insufflare aria nei polmoni o Matteo di fare lo slalom tra le auto nel traffico. Non tanto perché non possiamo legalmente constatarne il decesso, ma perché in fondo, compiendo quei gesti, codificati, protocollati ripetuti fino all’automatismo, non abbiamo il tempo di pensare…pensare alla morte.
Già…la morte…ma che cos’è in fondo la morte ? Ne siamo quotidianamente circondati, ne sentiamo parlare ovunque: giornali, televisioni, libri…fateci caso ! Non passerà un giorno in cui voi non sentiate, almeno una volta, parlare di morte. Ma finché questa rimane confinata sulle pagine di un quotidiano o dietro uno schermo, non ci scalfisce; certo possiamo rimanerne sconcertati, rattristati o addirittura indignati, ma non siamo in grado di percepirne la profonda tragicità. Davanti alla morte tutto si sgretola : sogni, certezze, speranze…non tanto in chi ormai è già morto, ma in coloro che vi stanno assistendo.
Oggi mi sono reso, forse per la prima volta conto di quanto, nonostante tutti i nostri sforzi per camuffarlo, siamo esseri infinitamente fragili e soprattutto mortali.

Non so che senso abbia la vita, in che modo vada vissuta, e francamente queste domande mi angosciano terribilmente. Non so neanche se sia normale porsele a 20 anni, mentre si finisce di ripulire una barella sulla quale è appena morto un uomo.

Per ora so soltanto una cosa, forse cinica voi direte. Ma allo stato attuale, non posso far altro che ringraziare il Signor Michele: è stato il primo infatti a mettermi faccia a faccia con la morte ed ad insegnarmi come affrontarla.

Il Barelliere

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Ultima notte di guardia

Posted by supergiovan8 on maggio 21, 2015
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Foto di PB

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Ultima notte di vita di una centrale operativa

Qui dentro sono state combattute e coordinate tante battaglie, dalle più banali alle più difficili.
Ogni operatore ci ha messo la testa, il cuore e anche la schiena per portare a termine ogni missione con professionalità, avendo sempre come obiettivo il bene per l’utenza.
Ogni tanto sarà sembrato di aver perso ma una missione andata bene cancella la tristezza di 100 negative (forse non sempre…)!
Tante persone hanno affidato completamente la loro vita, quella di un caro o di un perfetto sconosciuto a “ignoti” che dietro a un telefono avevano il potere, e l’onore, di provare a portare la vita a chi, in quel momento, ne aveva bisogno, infondendo speranza e istruendo persone digiune di qualsiasi nozione clinica a valutare il paziente per fargli poi eseguire manovre salvavita, spesso non procrastinabili.
Questi “ignoti”, poi, come per magia si materializzavano in pochi minuti e prendevano in mano le redini del soccorso, infondendo ora qualcosa di più concreto per poi scappare in tutta fretta, come se si trattasse di un rapimento.
Questi “ignoti”, ora, arriveranno ancora in tempi supersonici a soccorrerci però non risponderanno più loro al telefono, il che non è poco!
I nostri ignoti, che hanno fatto la storia del 118, non solo provinciale, veglieranno comunque sempre su di noi, nei giorni più caldi e nelle notti più lunghe.
Grazie di tutto!

supergiovan8

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Davide

Posted by Labile on aprile 25, 2015
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Foto di HA

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Con questi miei occhi azzurri filtro le immagini come dall’acqua del mare, ogni leggera increspatura, ogni piccola onda. Il lampo e il tuono, le foglie strappate dal vento.
Le urla dei bambini in un giardino, le api pascolare sui fiori. L’abbaiare di un cane lontano.
Il sordo borbottio e il soffio osceno del metrò in arrivo.
I mille aggettivi miserabili di una vita per tutti normale.
Allargo gli occhi perché è la cosa che so fare, che ancora posso fare.
Entrano come schiere di uccelli le immagini e con esse il movimento evocato, il sufficiente respiro che ancora posso ottenere dal mio petto.
Leggero, sì, come l’assillo del poeta al risveglio del mattino.
Io che dal giornale leggo e non giro nemmeno una pagina.
A malapena me lo sistema il primo che passa, strategicamente piego il collo se si sposta, fino al prossimo aiuto.
Spalanca la finestra, amico che passi, fuori è già primavera.
Non sento il freddo, vedo solo la luce inondare il prato verde smeraldo, ci annuncia una felicità non più sappiamo.
Moltiplica gli occhi e non temerne la follia che essi sanno contenere e distingui quello che fai, quello che dici, quello che pensi, quello che mangi, quello che respiri, quello che cammini, quello che ami, dall’abitudine del farlo.
Il corpo malato, il mio corpo malato agisce per sottrazione. Senza forza allontana se stesso in isole lontane.
Resto così nei posti dove il mio occhio mi conduce.
L’isola trovata, profumata delle mille e mille mie primavere, il mio Paradiso Perduto.

“Uno spirito è con lui che non si cangia
Per loco o per età, giacché lo spirito
A se stesso è dimora, e può del cielo
Farsi un inferno, e dell’inferno un cielo.”

John Milton (1608-1674) Paradiso Perduto

Labile

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Mai avrei pensato…

Posted by Mentepreziosa on aprile 12, 2015
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Foto di NC

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Mai avrei pensato che sarebbe stato per uno di loro che avrei scritto: uno di quelli che ci mandano talmente complicati che, per consentirgli di sopravvivere, si dovrebbe iniziare a ricostruirli dalla A e finire alla Z. Però non c’è abbastanza tempo. Uno di quelli che arrivano da sconosciuti, con parenti incapaci di raccontare, disattenti, trascurati, incoscienti o soli, con la propria storia dentro la loro bocca chiusa o dentro la loro mente chiusa: lui, laringectomizzato da epoca imprecisata, cachettico, quasi sordo e quasi cieco, brandiva il suo “microfono” con le manine secche e ossute solo per comunicarci con voce da E.T. che aveva male alla schiena. Ma tanto male. E che “Graziella era andata al bagno”: Graziella, l’amore di una vita, mancato l’anno scorso o la nipote?
Lui, talmente magro e asciutto che, a parte i tofi disseminati ovunque, nulla sporgeva del suo corpo. Lui che da (quanti?) giorni non mangiava e non beveva più, che da (solo?) due giorni non urinava più, che (chissà da quanto) pativa una fimosi serrata e dolori atroci e che (forse) aveva perso sangue con le feci. O forse era caduto nei suoi faticosi cambi di posizione. O forse semplicemente era caduto nelle mani sbagliate, che avrebbero dovuto guardarlo, visitarlo, ricoverarlo una settimana prima, almeno, per reidratarlo, nutrirlo, indagare sul perché di quel dolore. Lui, cui non sono bastati litri di liquidi a sostenergli il circolo; che sopportava un 28 di glicemia e un 33.4 di temperatura meglio di chiunque altro abbia visto finora; lui, con esami di laboratorio che definire schifosi sarebbe stato un eufemismo; lui che alla fine, dopo quattro ore, ha smesso di parlarci, lo sguardo fisso, il respiro impercettibile, il cuore spinto solo dalla noradrenalina. Lui che, con la sua manina aguzza e ritorta, quando già il colorito era cambiato e non rispondeva piu’, tentava forse ancora di tenersi aggrappato o forse di lasciare la nostra presa.
Non credevo che sarebbe stato lui a costringermi a scrivere, finalmente: pensavo sarebbe stato uno dei miei pazienti, uno tra quelli che avevo accarezzato e tentato di rassicurare per giorni, dopo la comparsa dei primi movimenti afinalistici; uno tra quelli che con il loro sorriso sdentato mi avevano riempito di consolazione perché “quando vedevano me, vedevano la loro speranza”; uno tra quelli cui avevo stretto forte la mano per salutarli, sapendo che la prossima volta che li avrei visti sarebbe stata solo per accompagnarli, perché non volevano morire a casa ma in mezzo ai loro dottori; uno tra quelli che avevo visto dimagrire, sanguinare, cadere, lottare, sorridere, piangere, gridare e infine chiudere gli occhi e smettere di respirare.
Invece è stato proprio lui che, con quella sua manina artigliata, mi ha pizzicato il cuore al punto da non poter più dire che avrei scritto la prossima volta, un’altra volta, perché in fondo non ho niente di speciale da dire, niente che non sia stato già visto, già detto o già scritto.
Ma non riesco ad abituarmi. E soprattutto non voglio farlo.
Non posso dimenticare quella manina.

Mentepreziosa

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Autoprotezione

Posted by lunasioux on marzo 01, 2015
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foto di HA

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Quest’anno sono stata brava. Come compagna, sorella, zia, figlia, amica o collega non saprei. Ma come soccorritore sì, molto brava: lo sa Babbo Natale che mi ha fatto un regalo. Una divisa nuova, nuovissima, non di seconda o terza mano come le altre; questa è una tuta quasi fashion, più arancione che mai, più “performante” che mai, più leggera che mai.

E’ di un materiale tecnico, con rinforzi e protezioni su gomiti e ginocchia, senza pezzi strani sulle spalle che rischiavano di farmi rimanere impigliata, con dodici-tasche-dodici contate solo tra pantaloni e giacca…: insomma, vista così dovrebbe proteggermi al meglio.

La indosso, regolo la cintura, mi specchio e mi vedo quasi carina. Effettivamente è comoda, mi permette movimenti agevoli, pesa molto poco; mi hanno assicurato che sarà fresca d’estate: i miei Capi sanno quanto io non sopporti il caldo. E contando che nella mia grande città fa davvero caldo al massimo per due mesi ma al contrario il freddo, la notte, già da ottobre si fa sentire, beh, è fondamentale che la nuova divisa mi tenga fresca per quella dozzina scarsa di turni estivi che farò. Come del resto non apprezzare le dodici-tasche-dodici dove mettere guanti, biro, piletta, cellulare personale, cellulare di servizio, carta per appunti, documento di identità, memo operativi: sarà divertente perdere una manciata di secondi per aprire quella giusta, di tasca, dove il cellulare suona “e-speriamo-sia-la-sede-e-non-la-centrale” e io avrò un attacco di panico da ritardo nella risposta. Ripensando poi a tutte le volte che sono rimasta impigliata in porte di ingresso, cancelli, serrande, lamiere contorte, abitacoli deformati, rami di alberi o pali divelti devo ammettere che la giacca fatta così è davvero una sicurezza in più. Come lo sono le protezioni nere all’altezza di gomiti e ginocchia che mi permetteranno di strisciare senza pensieri in cunicoli mal illuminati, mal frequentati e con ogni specie di rifiuti pericolosi che potrebbero altrimenti farmi male. No, però queste protezioni mi piacciono: il nero spezza il monocolore arancione e la mia divisa assomiglierà un pochino, tanto pochino, a quella dei mitici equipaggi delle Alfa.

Vorrei che questa divisa così nuova mi permettesse di scendere negli angoli bui e remoti della mia città, cosi insospettabilmente prossimi ai miei percorsi diurni e distratti, e risalire senza portarmi dentro il peso opprimente di quelle esistenze nascoste, deragliate dai binari della nostra “normalità”.

Vorrei trovare sull’etichetta interna un simbolo che mi sveli a quale temperatura e con quale tipo di lavaggio rimuoverò sofferenza, paura, disperazione di quelle vite altrui che incontrerò per caso e che in una qualche piega del mio io rimarrebbero altrimenti impresse.

Vorrei che la mia nuovissima tuta arancionera mai facesse vacillare quel senso di estraneità e distacco che mi protegge dai mali degli altri.

Continuerò a entrare nelle case e nelle vite altrui, mi imbatterò in una serie indistinta di voci e visi di cui terminato il servizio non saprò più nulla; medicherò, allerterò, chiacchiererò per distrarre, stringerò mani, ventilerò, massaggerò, sorriderò simulando certezze che non ho, mi arrabbierò, piangerò e riderò; incontrerò ancora anziani con lo stesso sguardo sgranato di bambini, visi sgomenti e disarmati di chi è stato derubato delle certezze che tengono ancorati alla vita, volti composti della paura, sorrisi timidi e pudici, gioia incontenibile, rabbia disperata, dignitosa e disarmante solitudine.

A loro, a tutta la varia umanità che incontrerò, sarò grata per ricordarmi la mia vulnerabilità e per regalarmi, seppur inconsapevolmente, gli strumenti per affrontare quella paura che, prima o poi, ci coglie tutti.

Lunasioux

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Quanti talenti avrò?

Posted by supergiovan8 on febbraio 24, 2015
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foto di PB

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Stanotte non ho salvato nessuno. Dannazione. E proprio mentre scrivo questo pensiero suona l’ultimo campanello a cui fa subito eco la NET al termine nell’altro corridoio… dannazione anche a lei!

Ma torniamo al punto della faccenda: questa notte non ho salvato nessuno! Terribile secondo me, molto meno per la collega e per i pazienti. In realtà non è un dramma nemmeno per il sottoscritto però, dai… “però, dai” un cavolo! Meglio così.

Ogni giorno, sia per la mia inclinazione, sia per evadere dalla cronicità di questa unità operativa, mi immagino il mio futuro in rianimazione come se potessi già sapere come sarà. È strano poter immaginare il top della propria carriera e nel frattempo ricordarsi che o andrà come voglio, e in questo caso sarà una figata, oppure non andrà come immaginato, e per ora non ci penso. Non ci voglio pensare.

Intanto guido nella nebbia verso il mio lago, penso alla paella di stasera, alla sciata in programma fra qualche giorno e ripenso: stanotte non ho salvato nessuno però stasera mangio il pesce e fra tre giorni ho una rara domenica libera. Piccole gioie a breve termine s’avvicinano, ma non basta: io voglio salvare qualcuno!

supergiovan8

Grazie.

Posted by Ungiovanequasiinfermiere on novembre 27, 2014
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NC grazie

 

 

Le notti di guardia spesso sono davanti a dei libri. Sono davanti ad uno schermo di un computer. Davanti ad articoli in inglese da tradurre. Sono davanti ad una tesi a cui mancano solo i ringraziamenti.

Non so quando ho scoperto di preciso questo blog. Ne il come. Ma l’ho trovato subito vero. In tre anni di università cercano di formarti a fare le cose più disparate ma non ti educano a vivere la malattia, la sofferenza, la gioia di lavori come questi. Qui ognuno è il protagonista di una storia. Qui non ci sono gli eroi ma nemmeno gli arrendevoli. Qui ho incontrato uomini che aprono il cuore e la mente e la spalmano con una capacità professionale su quel foglio bianco di Word. Qui non esistono le frasi fatte del tipo “l’assistenza è un arte” o “il sorriso è la miglior cura”. No.

Qua si scrivono storie vissute in ospedali di tutta Italia (e non solo) e ritrascritte la mattina, di pugno, con ancora addosso l’odore di plastica mischiato a quello del caffè che piano piano sale. Ed è questo quello che queste storie mi hanno trasmesso.

Le ho lette tutte (più o meno) tra le notti passate in tirocinio e i momenti liberi e da ognuna ho imparato a coltivare le situazioni che vivevo. A non lasciarle scivolare via dalla mente come se non fossero mai esisite. Ma nemmeno a farle diventare un peso per la mia vita.

Qui ho imparato che le storie possono servire a crescere professionalmente e umanamente. Che dietro ad un camice o ad una divisa ci sono grandi poeti e scrittori. Che le emozioni è meglio imprimerle sulla carta.

Quindi tra i ringraziamenti che devo ancora terminare in questa notte di guardia e studio, ci siete tutti voi. Voi coi vostri pseudonimi più assurdi. Voi che vi calate dagli elicotteri o siete da sempre in geriatria. Voi che uscite stravolti dalla sala o che cercate di capire la cura migliore. Voi che magari incontrerò lungo il mio percorso senza sapere chi siete.

Grazie. Per ogni singola storia.

ungiovanequasiinfermiere

Poi l’ho dimenticato

Posted by Nicola on ottobre 15, 2014
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Foto di NC

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Una volta mi hanno rubato la bicicletta.

Eh, magari! In realtà quattro volte me l’hanno rubata. Quattro biciclette diverse, non sempre la stessa. Ognuna ha avuto la sua breve storia di felici pedalate conclusa con il banale rituale di una catena spezzata. Nulla di cui valga la pena parlare, davvero. Dirò solo che la prima volta è stata incredulità, la seconda rabbia, la terza rassegnazione e la quarta l’ho dimenticata. Ed è proprio di questo che vorrei raccontare: di quando, per la quarta volta, mi hanno rubato la bicicletta e io l’ho dimenticato.

Da casa mia, ho la fortuna di poter raggiungere l’ospedale in cui lavoro in circa tredici minuti di pedalata decisa.

Dico “fortuna” perché tredici minuti in bici sono proprio pochi, me ne rendo conto. Eppure a volte sembran tanti: sembrano tanti dopo le notti, quando anche il teletrasporto sarebbe una soluzione lenta rispetto all’intensità con cui si desidera essere già a letto, già docciati, già addormentati; sembrano tanti le mattine d’inverno, quando si vorrebbe essere ancora a letto, ancora addormentati, uterinamente avvolti dal piumone caldo. Sembrano tanti questa sera, che ho finito il turno del pomeriggio e domani dovrò alzarmi presto per quello del mattino. Pomeriggio, poi. Ma quale pomeriggio!? Tra una cosa e l’altra si esce dall’ospedale quasi alle undici, altro che pomeriggio: è notte fonda! Già notte fonda quando esco e ancora notte fonda quando mi alzerò. Tanto valeva tenersi la divisa addosso. Tanto valeva restare in ospedale. E ora che faccio? Cosa la metto dentro a fare la bici, se tra poche ore sarò di nuovo per strada a pedalare? No, questa notte la lego fuori, davanti a casa, che non ho tempo da perdere a litigare con la serranda del garage. Qui non me l’han mai rubata, non succederà proprio questa notte. Sarebbe la quarta in sei mesi, è statisticamente impossibile. Non succederà.

Il mattino seguente, sono in strada a correre, letteralmente correre, verso la fermata dell’autobus. E’ successo. Me l’hanno rubata.

Non ci credo, mi hanno rubato la bicicletta, di nuovo. Proprio questa notte, proprio a me, proprio la mia bicicletta… rubata. Una tragedia! Ah, ma oggi mi sentono! Chi? Tutti! Tutti mi devono sentire! Se non posso colpevolizzare nessuno, allora tutti dovranno pagare: oggi mi lamenterò tutto il giorno, incessantemente, svergognatamente, oggi mi lamenterò come non ho mai osato fare in vita mia, perché mi hanno rubato la quarta, dico la quarta bicicletta in sei mesi e lamentarmi è un mio sacrosanto diritto!

Quando arrivo in reparto, i colleghi si sono già assegnati i pazienti. “Scusate il ritardo, è che mi han rubato la bici, la quarta…” ecco, iniziamo a lamentarci, che capiscano quale sarà l’andazzo della giornata “…la quarta in sei mesi! Comunque, chi è rimasto da seguire?” Letti sette e otto.

Prendo consegna.

Al letto otto c’è un paziente nuovo, un ricovero della notte; ieri sera, mentre io tornavo a casa in bici, lui rientrava a casa in macchina.

Al letto otto c’è un giovane uomo, sembra un bambino per noi, abituati come siamo ad assistere persone tanto più grandi di lui; ieri sera, mentre rientrava in casa in macchina da solo, ha perso irrimediabilmente il controllo della vettura.
Al letto otto c’è un ragazzo di diciotto anni. E sta andando in morte cerebrale.

I pazienti in rianimazione non vanno proprio da nessuna parte, tendenzialmente se ne stanno a letto. Eppure si dice in continuazione: sta andando in morte cerebrale. Lui è arrivato a 3 di potassio, l’altro è andato in fibrillazione atriale, poi è rientrato… se lo avessi sentito dire da bambina, molto più bambina del paziente del letto otto, mi sarei immaginata un gran via vai di gente. Avrei pensato ad uno stanzone pieno di persone, alcune in divisa, altre no; ogni tanto uno inizia a camminare “Scusi, dove sta andando?” “Io? Sto andando in acidosi” “Non credo proprio, venga da quest’altra parte con me…” gli direbbe quello in divisa.

La reazione di quelli in divisa è sempre diversa: se uno va in ipernatriemia, ad esempio, gli si batte una mano su una spalla, gli si fa no col dito e lo si riporta sulla strada giusta accompagnandolo lentamente. Ma se uno si mette inaspettatamente a correre e qualcuno vedendolo lo addita urlando “Sta andando in arresto!!”, allora gli si salta addosso in tanti e lo si placca con determinazione come giocatori di rugby. Altre volte ancora, qualcuno si alza e va, e nessuno cerca di fermarlo, lo si osserva in silenzio mentre si allontana “Lui sta andando in morte cerebrale” e chi va in morte cerebrale non si può far altro che lasciarlo andare. Anche se ha diciotto anni.

Accanto al paziente del letto otto c’è una donna, sta seduta su una sedia blu, poi si alza, poi si siede. Vederla piangere, per quanto straziante, è un sollievo. Quando smette, diventa quasi palpabile un dolore tanto forte da spegnerle il pianto.

Mi ritrovo a chiedermi se sarebbe più comodo per me se lei non fosse qui. Se non ci fosse questa madre a trasformare il paziente del letto otto, un perfetto sconosciuto, in un figlio amato.

Se fossimo solo io e lui, se guardandolo mi rendessi conto che tutto sommato ieri sera avevamo la stessa probabilità di vivere o morire, non sarei spaventata dal riflesso della mia vulnerabilità.

Ma questa madre testimonia il fatto che per ogni persona che amo e che amerò corro il rischio di ritrovarmi seduta su una sedia blu, senza più lacrime da piangere. Come proteggersi da questa vulnerabilità? E come supportare questa donna, come starle accanto senza essere inadeguati?

Non sarà certo sufficiente rannicchiarsi ipocritamente dietro lo scudo del fare. Eppure ci sono i parametri da registrare, sistolica, diastolica, media, frequenza, diuresi, saturazione… ci sono terapie da somministrare, stappa, aspira, diluisci, inietta, deflussa… ci sono fogli da compilare, telefoni a cui rispondere, ci sono di nuovo parametri da registrare… e c’è lei, sempre lei che piange e quando non piange è forse peggio. Il suo dolore rende insignificante ogni più piccolo gesto, ogni pensiero, ogni cosa che non sia dolore stesso.

Il turno finisce. Do consegna al mio cambio. Esco dal reparto, mi cambio con estrema lentezza e me ne vado guardando la vita che scorre al di là del vetro dell’autobus.

Solo quando arrivo sotto casa mi ricordo della bicicletta. Me l’hanno rubata. Che stupida: poche ore fa era per me un avvenimento tanto tragico da credere che valesse la pena lamentarmene. Poi l’ho dimenticato.

Nicola

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Traumalgia

Posted by FiloDiK on ottobre 03, 2014
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Foto di MV

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Lunedì di quelli infiniti, se esistesse il concorso di “Miss Occhiaie” credo che avrei delle buone chances di vittoria. Certo che passare le ore fuori dalla sala ad aspettare il nostro turno, con gli interventi delle 11:00 e delle 14:00 che diventano quelli delle 13:30 e delle 16:00 per una sottocapitata che non si lascia inchiodare, non aiuta proprio per niente.

Meno male che l’avambraccio è complesso e l’omero si rivela una pluri-frammentata un po’ stronza … almeno ne è valsa la pena, di tutta quella pre-sala a intra-sentire i pazienti appena svegli che straparlano, drogatissimi di Diprivan. Da registrare.

Entrano gli infermieri a prendere il paziente, lo specializzando cambia sala inseguendo la sua ennesima placca di clavicola.

Tempo di accoccolarmi sul seggiolino del pc per scrivere il verbale, ma soprattutto sottrarre le caviglie alla morsa della gravità, che entra il Doc: sala urgenze, c’è da amputare quel politrauma per cui è accorso in piena notte … quel ragazzone di 29 anni e 120 chili, che si è distrutto in un incidentaccio auto/moto nel weekend e adesso è lì che aspetta con le sue fasciotomie di gamba.

Dai Doc, non guardarmi così. Dai che mi manca mezz’oretta e basta. E poi son sempre qui… Se mi ordini di stare anche oggi mi impunto, stavolta mi impunto davvero.

Ma il Doc non dice niente ed è stanco, e ha in mente quel paziente dalle 3 del mattino, e a me non sembra neanche di avere alternative. Me ne accorgo mentre mi lavo, con quell’assurdo grembiulino impermeabile che preannuncia sangue in quantità, e poi ancora mentre aspiro con cautela vicino a quella malefica sega di Gigli che sembra sempre lì lì per tirare gli ultimi e abbandonarci nel mezzo del nostro campo di battaglia.

Operatoriamente va tutto liscio, se così si può dire, con l’adrenalina che mi soccorre dalla stanchezza letale della giornata seminando placche ateromasiche in giro per le mie arterie ma salvandomi innegabilmente le chiappe davanti a due o tre vasellini ribelli, e il moncone è proprio bello. Funzionalmente bello, con cute a sufficienza … possiamo definirci contenti.

Ma io mentre chiudiamo vorrei la radio a mille per sigillare fuori il pensiero che, per un Ortopedico, amputare è l’atto più irrazionale che esista – l’atto che più di tutti va contro la logica del nostro lavoro, contro la logica di chi taglia per riparare e non per tagliare e basta. Un atto preciso come tutto quello che si fa in sala, ma di una precisione dura e irrevocabile e avvolta da una vertigine di definitività.

E non so cosa darei per essere ancora là nel mega ospedale americano, dove “Life over Limb” era il mantra di ogni 24 ore e giustificare – prima di tutto a me stessa – la lieve presunzione di questo specifico gesto chirurgico non era poi così difficile. Non so cosa darei per avere accanto D., il mio fratello-collega di tante notti di Trauma made in U.S.A., e cercare nei suoi occhi le risposte a tutte quelle domande che non permetto a me stessa nemmeno di formulare.

Ma non son da sola: c’è il Doc, che ha fatto un super-intervento anche dopo questo insensato turno devastante di quasi 18 ore all-inclusive e che non ha smesso un attimo di impegnarsi come per il più certosino dei salvataggi d’arto. Il Doc che non si piega alla fredda necessità della cosa e non si lascia anestetizzare insieme al paziente – anche se questo implica esporsi e uscirne stravolto – perché tenerci è l’unica posizione veramente umana e didattica e corrispondente.

Perché il giusto non è il comodo e non è il facile, e richiede mani salde cui aggrapparsi.

E perché quando un Energy Drink non basta per ingoiare i dubbi, quando non ci sono parole per esprimere il crollo del Parasimpatico nelle vene e la certezza di un lavoro ben fatto nelle mani e la morsa della paura intorno al cuore – perché gli anestesisti han parlato di CID e poi già altre volte è crollato tutto, proprio nel momento del massimo “controllo” … esiste solo la gratitudine di potersi affidare, e la sensazione che un abbraccio di 30 secondi possa in realtà durare 4 ore e 20. Minimo.

FiloDiK

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Didattica, cura e sogni

Posted by Pills on agosto 28, 2014
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foto di NC

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Non ci sono sogni più strani di quelli fatti nelle notti delle settimane di tirocinio.
Sono popolati di camici spiegazzati, emergenze improbabili e scambi di ruolo tra studente e paziente.
Ci si sveglia sudati, frementi e con i muscoli strizzati dal “girarrosto” notturno.
– Saprò abbastanza? Mi chiederanno tanto? Mi cazzieranno? Qualcuno abbia pietà di me! –
Le domande si affollano mentre un camice inamidato si appoggia sul corpo come una palandrana da apprendista stregone.
-Ecco…Mi faranno portare secchi d’acqua come le scope magiche della Disney? –
Fonendo, fazzoletti per esplosioni allergiche, liquirizia per cali pressori e afrori (in)umani, telefono silenzioso e cartellino segnaletico.
– E se mi perdessi e non trovassi il reparto? Se al primo errore mi cacciassero? Potrò sedermi e andare in bagno? –

La porta e davanti al mio naso mezzo ignorante di studente. Busso ed entro.
Nessuno tranne i miei sconosciuti compagni di tirocinio che non salutano e osservano con occhi prematuramente giudici.
Per fortuna poco dopo di me entra la mia CompagnaAmica. Una ventata di aria fresca.
– E’ troppo presto o troppo tardi?   –
Mentre te lo domandi compaiono figuri in camice.
Presentazioni d’obbligo, controllo della presenza e scartabellamento di cartelle.
– Sei già stata in una chirurgia? –
Sì.
– Oh bene, allora oggi c’è sala. Vai di sotto ed entra e cerca il primario. Magari ti fa anche lavare se ha bisogno di una mano in più –
Orpo!
Corro con la mente ma cammino spedita coi piedi.
Arrivata prendo la divisa, mi spoglio del mio essere individuo riconoscibile ed entro nell’anonimato che tanto mi piace. Solo gli occhiali tradiscono un lato di me.
Mi infagotto con cuffietta e mascherina e divento temporaneamente una delle tante anime che vivono di neon, aria condizionata e zoccoli autoclavabili.
CompagnaAmica è con me e gode anche lei dell’essere diventata fantasma.
Segnaliamo la nostra presenza senza scoprire il volto. Si dovranno fidare delle nostre mani e del nostro sguardo.
Trovata la sala entriamo come si entra in qualità di ospiti in un salotto di una casa sconosciuta.
– Permesso? –
Formichine viaggiano attorno all’Ospite d’Onore (per comodità Doppia O). Toccano, pungono, agganciano a flebo, girano, si intrufolano, palpano, accarezzano, montano aggeggi vagamente inquietanti.
Doppia O si addormenta dopo aver detto : “Fate i bravi”.
I Chirurghi arrivano, si vestono come da rituale. Per la vestizione devi farti allacciare il dietro del camice da qualcun altro, come la mamma che ti tira su la zip del vestito elegante.
La sala trasuda intimità e distacco contemporaneamente.
Un po’ di musica e si incide.
A metà del primo taglio vengo invitata a lavarmi (l’ho già fatto in precedenza).
Tachicardia. – Posso toccare. Posso imparare! –
Chiedo aiuto ad InfermieraSorriso. Mi fa un refresh sul lavaggio. Insultiamo il lavandino poco pratico.
Mani a preghiera e mi vestono.
Porto un 6 e mezzo. Me l’ero dimenticata.
Mi accomodo e vengo investita dal fumo dell’elettrobisturi… e nel giro di un attimo gli operatori conoscono il mio nome e vengo risucchiata nel vortice del campo operatorio.
Siamo sincronizzati e anche se devo solo tenere delle spatole e altri aggeggi ne approfitto per aiutare la strumentista a tenere ordinato il campo.
Scopro consistenze strane d’organi e di vasi. Me le imprimo a fuoco nella testa per quando ri-studierò quegli apparati.
Tengo, taglio, osservo e mi ipnotizzo.

No. Non farò il chirurgo. Non ho la resistenza di fisico ed animo necessaria.
Adoro parlare con le persone. Mi mancherebbe troppo quella parte.
Magari finirò dietro la vela, diventerò quella che sta seduta e fissa il monitor e conta i complessi dell’ECG.
Così assaporerò l’intimità della sala e la sete di curiosità dell’osservatore.
In più con calma e decisione tornerò a parlare con le persone dopo un sonno popolato da chissà quali sogni e demoni.

Chissà poi quali saranno i miei sogni tormentati.
Magari saranno li stessi dei miei pazienti e lì nelle nostre paure ci terremo per mano.
Io che rassicurerò loro sulla procedura e loro che rassicureranno me con il loro essere svegli.
– Che qualcuno abbia cura di noi tutti… –

Pills

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