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Il Paradiso – sogno di un’anestesista in pensione

Posted by Magamagò on settembre 08, 2016
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foto di EP

foto di EP

“in fondo abbiamo sempre avuto a che fare con la fermata precedente al paradiso,
ma noi cerchiamo di fare scendere la gente lì e non farla proseguire… :-)
H.Asch”

Dovevo chiudere la finestra. Eppure lo so che quando c’è la luna piena devo chiuderla. Per non farla entrare. La luce argentea mi abbaglia. E mi toglie il fiato. Anche i pensieri sono corti. Intercisi. Affannati. E ho un peso sullo stomaco. No sul petto. Piccoli aghi che s’infilano nella pelle. AIUTO ! Apro gli occhi, voglio alzarmi. Ma due occhi mi bloccano: verdi, piccoli, in una nuvola bianca. Ma di notte le nuvole sono nere.

Una linguetta rossa si lecca i baffi. Ah, meno male, è il gatto.

MA IO NON HO GATTI !

“Non ti affannare, che vuoi capire, sei solo un uomo.”

Lo sento nella mia testa; meno male, non è un gatto parlante.

MENOMALE? Sto impazzendo. Mi legge nel pensiero, mi parla nel cervello, ed io che riesco ad elaborare di pensiero con senso compiuto? MENOMALE.

“Appunto, sei limitato. Ma non è colpa tua, sei un uomo ” Vabbè, mettiamola così.

“Sei ateo, anzi agnostico” Non è una domanda  ma un’asserzione. “Io lo so perché” e continua il monologo nella mia testa “Tu sei un tipo pragmatico e ti sei fatto quattro conti da ragioniere come sei.

Quanto si può vivere? Al massimo cento anni, forse qualcosina in più, ma i primissimi anni uno non se li ricorda e dunque non valgono; e dunque cento anni. E nell’aldilà, quanto ci staremo? Un’eternità, che non si sa quanto sia ma comunque nell’ordine di 1 più tantissimi zeri. Ne consegue che bisogna scegliere bene il dopo, più che il prima. Giusto? Ti torna il discorso?”

Accidenti gatto, non avrei saputo spiegarmi meglio, anzi forse tu hai dato un senso alla mia inquietudine.

“Allora ti aiuterò a fare la scelta giusta, facendoti vedere tutti i possibili paradisi offerti dalle varie religioni.”

E come puoi fare un prodigio simile? Con Google?

“Shhhh. Non dire sciocchezze e chiudi gli occhi”

Li ho chiusi, naturalmente, avrei fatto qualunque cosa in quel momento, e subito dopo una lingua rasposa ha cominciato a leccarmeli, facendomi così apparire luoghi, testi, immagini, sensazioni; tutte catalogate, precise, anche col numero progressivo, proprio come avrei fatto io con la mia anima di ragioniere se non fossi stato pigro… e pavido.

1° Il Paradiso cristiano: luogo dove andranno gli uomini da Dio giudicati giusti e retti.

2° Il Paradiso cattolico (nello specifico): lo stato dei giusti dopo la morte, costituito dalla visione beatifica di Dio.

3° Il Paradiso dei Sumeri: luogo primordiale, terra pura, posto privo di sofferenze dove vivrà eternamente l’uomo destinato dagli dei.

4° Il Paradiso musulmano: sotto il trono di Allah, dove andrà l’uomo, dopo essere stato giudicato positivamente nella tomba. Potranno accedervi anche da altre religioni. Il più alto livello del Paradiso sarà per i giusti, i martiri e i più religiosi. La storia delle Urì, cioè le vergini destinate come mogli al beato, allietandone il soggiorno eterno, in realtà non compare nel Corano ma solo nelle leggende islamiche.

5° Per Buddismo e Induismo, siamo un tutt’uno con Brahma; il peso delle conseguenze delle proprie azioni ricade su noi stessi e dipende dal Karma, dal destino, di ciascuno. C’è la reincarnazione; non esiste paradiso, si perde la propria identità e si torna nell’unità universale.

Ci sono anche altre religioni, passate e presenti, forse meno diffuse.

Ma è l’alba, l’ultimo pensiero scompare con un “puff” come nei fumetti. Apro gli occhi, guardo l’ora e mi accorgo di quanto sia tardi, terribilmente tardi, mostruosamente tardi. Mi preparo in fretta, ancora con la mente confusa dai pensieri notturni, ma impossibilitato a metterli in chiaro. Forse più tardi, forse stasera.

Esco e corro in strada a prendere l’autobus. E LO PRENDO, in pieno, anzi è lui che prende me e mentre volteggio in aria una volta, due volte, prima di cadere sul selciato e perdermi in un mare di sangue, un ultimo pensiero, il mio ultimo, è ancora nell’aria e cerca di raggiungermi : CAZZ…!   Non ho scelto il Paradiso!

Si dice che negli ultimi istanti la vita ti passi tutta davanti, che finalmente si capisca tutto, che… non so, per me è stato solo quel lampo, quel rimpianto, nemmeno un dolore fisico ma mentale.

Ho di nuovo un peso sullo stomaco, anzi sullo sterno, sopra il cuore insomma, che so bene che è immobile ma ancora vivo. Apro le palpebre e vedo di nuovo gli occhi verdi, e intorno una nuvola bianca… buffo, pensavo fosse il pelo del gatto, che so, un gatto d’Angora tutto bianco a pelo lungo, ma invece è proprio una nuvola, soffice, dai contorni indistinti, eppure ben definita, irreale ma solida. Un sorriso, un lampo di quegli occhi verdi che mi fa chiudere i miei, una leccatina rasposa sopra, un pensiero che si va formando nella mia mente… “Tranquillo, non so se tu sia stato giusto, ma sei stato buono, almeno hai cercato di essere buono, e quindi andrai nell’unico vero Paradiso.”

Una bolla mi circonda, mi racchiude, sento un suono in lontananza, sempre più forte, un ronzio, anzi no, un ron-ron, delle fusa megagalattiche che mi circondano, penetrano in ogni mia cellula, ed io mi rilasso, felice, sereno, appagato perché le fusa servono a questo, e so che questa è la vera felicità, il vero paradiso.

Ma… e i più giusti? In alcuni paradisi i più giusti hanno qualcosa in più. E allora cosa è?

I più giusti potranno accarezzare la schiena di un gatto che fa le fusa dalla testa alla coda; cosa si può chiedere di più?
Ah ecco, mi pareva, speriamo di meritarlo. Eh sì, questo sì che è paradiso!

Magamagò

 

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A che serve?

Posted by Gio on settembre 10, 2015
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Foto di EP

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Avrei bisogno di trovare un motivo a tutto questo dolore.

Avrei bisogno di capire come il destino possa accanirsi cosi tanto su alcuni uomini donne e bambini.

Avrei bisogno di trovare una ragione, per capire, per non rassegnarmi, per continuare a credere che lottare abbia importanza.

Quando il tuo paziente si rialza dopo un percorso estenuante, accenna appena a tornare ad una vita normale, riassapora la dignità di una esistenza fuori dalle mura di una stanza ospedaliera; cosa gli resta se il fato lo colpisce di nuovo e lo riporta indietro nei suoi giorni di sofferenza?

A che giova?

A che serve il coraggio da uomo che ha avuto essendo bambino, la forza che ha trovato nei suoi pochi anni per combattere quotidianamente. A che serve lo sguardo fiero che ha tenuto davanti a me e ai suoi genitori per non tradire la sua paura, per non infliggere ulteriore dolore a chi lo ama (e farebbe a scambio con ogni sua sofferenza). E a che serve l´eroico e incredibile sforzo che i suoi genitori hanno fatto ogni giorno, assistendo impotenti al compiersi delle chemio, delle febbri, delle medicazioni. Quanto è stata vana ogni loro attesa, l´attesa per un neutrofilo in più, baluardo contro le infezioni, per un cenno di eritema, simbolo di un trapianto attecchito. A che serve la mia voce che dice che tutta quella sofferenza è per qualcosa: la mucosite, la GvHD, le infezioni, il vomito, tutto avrà una fine quando il midollo del donatore avrà spazzato via la malattia e tu, piccolo, potrai finalmente goderti la tua infanzia.

A che serve, se il destino è in attesa di giocarti lo scherzo più crudele appena avrai rialzato la testa…

Gio

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Quelle notti angosciose

Posted by Nicola on marzo 12, 2015
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foto di NC

foto di NC

Quando ho iniziato a lavorare in ospedale, ogni notte sognavo. Sognavo di lavorare in ospedale.

O quasi. Anzi, a ben pensarci quasi mai: quasi mai ero IN ospedale. Sognavo di lavorare nei luoghi più disparati, sulle rive di un lago, in treno, in una palestra… situazioni diverse che però, dal punto di vista emotivo, per me rappresentavano inequivocabilmente l’ospedale.
Nonostante il setting cambiasse ogni volta, il contenuto dei sogni era sempre lo stesso; il mio inconscio mi mandava un unico messaggio: sappi che patisci il peso delle responsabilità che questo lavoro comporta. Io te lo dico. Poi vedi tu.

Me lo diceva in modo chiaro, cristallino, quasi sillabando: una volta, ad esempio, sognai di essere sdraiata supina su un cornicione molto stretto, con un paziente disteso su di me, la sua vita dipendente dalla mia capacità di mantenere l’equilibrio. Non c’è certo bisogno di aver studiato Freud per interpretare sogni di questa portata. “Un linguaggio onirico così facilmente decifrabile non può che esser frutto di una mente altrettanto semplice, Signorina!” avrebbe probabilmente sentenziato Sigmund, con quella sua aria burbera.

Era da tanto che non ripensavo a quelle notti angosciose. Forse con il tempo le paure semplicemente si superano. Senza neanche accorgermene, sono tornata a sguazzare nella confortevole illogicità dei sogni sereni e ora vivo notti tranquille… ad eccezione, certo, di quelle che effettivamente passo in turno.

Purtroppo a lavoro le notti tranquille sono bestie rare, le condizioni necessarie perché se ne verifichi una sono molteplici e tutte indispensabili.

Servono innanzitutto pazienti stabili, che non tentano di estubarsi, che non vogliono scendere dal letto. Servono i colleghi giusti, quelli che parlano ad un volume che non superi i valori limite fissati dalla 626. Ma soprattutto, servono elettromedicali collaborativi e questo è estremamente importante e dannatamente difficile da ottenere, in un reparto dove a tutto ciò che è attaccato a corrente è data la possibilità di farsi udire.  Alle volte si ha l’impressione che le macchine si stiano ribellando all’uomo, attaccandolo con allarmi tanto insistenti quanto privi di fondamento eziologico; tra le più sovversive: il materasso, che lui solo sa perché stia allarmando da due giorni, e l’umidificatore, che lui solo sa perché mai l’abbiano dotato di un allarme acustico in primo luogo. E con tutti quei decibel per giunta.

Ma quando gli utenti, i colleghi, le apparecchiature e l’allineamento dei pianeti lo consentono, le notti tranquille sono davvero tranquille. Così tranquille che posso sedermi qui alla scrivania, proprio di fronte ai miei pazienti, e rilassarmi un attimo.

Sono le cinque e quarantacinque. Tra un quarto d’ora inizio con prelievi, esami, consegne da scrivere. Alcuni colleghi hanno già cominciato e vanno avanti e indietro con le provette piene, svuotano urinometri, diluiscono antibiotici… non ho terapia alle sei, posso fare con calma, inizio tra un quarto d’ora, un quarto d’ora soltanto, ecco, mi metto qui tranquilla, poggio un attimo la testa sulle braccia conserte, proprio solo un attimo. Guardo l’orologio. Cinque e quarantacinque. Da qui vedo i monitor, vedo i pazienti. Un quarto d’ora, un quarto d’ora e inizio.

Sussulto.

Guardo l’orologio: quasi le sette. Ma come? Mi sono addormentata! Sollevo la testa, non c’è un rumore nell’aria, le luci sono ancora spente. Guardo i monitor. Uno ha i tracciati piatti. Cos’è successo? Perché non legge niente? Mi alzo e mi avvicino al letto… è vuoto. Come può esser vuoto? Mi muovo più velocemente verso l’unità. Il mio cuore accelera. Dov’è il paziente?? Una spondina è abbassata, vado verso quel lato e lo vedo. A terra. Immobile. Morto.

Oh no! E’ morto. Sento caldo, sono come bloccata. Perché il monitor non ha suonato? Dice “cavi scollegati”, devono essersi staccati prima che cadesse! No, non è accettabile, non è possibile che un paziente monitorizzato muoia in una rianimazione senza che nessuno se ne accorga. Il MIO paziente! E ora cosa faccio?? Devo dirlo a qualcuno. Ma dove sono tutti?? Diego. C’è Diego in turno, devo dirlo a Diego. “Diego!” mi muovo di nuovo velocemente, ma è più per dimostrare a lui che vorrei, davvero, vorrei poter fare qualunque cosa per recuperare alla mancanza di averlo lasciato cadere… Diego si avvicina, lo guarda, “Eh, è morto!” “E’ caduto! Il monitor non ha suonato!” “E cosa vuoi? Rimettilo nel letto. Adesso devo pure darti una mano?” Aspetta. Aspetta, questa non è una risposta normale. Non è normale che il monitor non suoni. C’è qualcosa di sbagliato, tutto questo non è possibile. Mi agito, mi agito sempre di più. Non è possibile. Mi sento stringere. E’ tutto sbagliato.

Guardo l’orologio: cinque e cinquanta. Mi sono addormentata per cinque minuti. Sollevo la testa, le luci centrali sono accese e i miei colleghi si muovono come formichine operose nella penombra concludendo le ultime attività della notte. Guardo i monitor, colorati e silenziosi, indicano parametri perfettamente compatibili con la vita. Era solo un brutto sogno, come quelli che facevo anni fa.

Era da tanto che non ripensavo a quelle notti angosciose. Forse semplicemente alcune paure non si superano del tutto.

Nicola

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Com’ero

Posted by Magamagò on febbraio 10, 2015
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foto di HA

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Com’ero da piccola, com’ero da adolescente, com’ero all’inizio dell’Università …

Sono le tre, di notte naturalmente, una notte di guardia tranquilla che scorre nei soliti binari della tragedia …
reparto pieno, pieno di persone anziane e quindi di vite vissute, ricche, tanto ricche, che forse si concluderanno questa notte, o la prossima ( noi siamo come animali, la notte fa paura, ma al tempo stesso dà riparo e conforto ).
E con loro finirà un pezzo di memoria universale, cosa sono stati ma anche come sono vissuti i loro cari, più giovani o più vecchi di loro.
E la memoria universale è come un treno con tanti vagoni attaccati l’uno all’altro; ogni tanto un vagone sparisce ma ne rimane l’ombra, e il treno non si ferma mai ma prosegue il suo cammino nella sua ” interezza a buchi “.
E’ quasi Natale e questo per ora mi intristisce, perché i miei cari vecchietti non ci sono più, e ho paura piano piano di dimenticarli, non come persone ma come frammenti di vita passata; di non ricordare le cose fatte insieme, il loro modo di essere. Oppure di non ricordare come mi vedevano loro, cosa pensavano di me, e mi rammarico di non poterglielo più chiedere… non lo saprò mai più.
Scrivevamo tanto prima, nei tempi passati, nel secolo scorso; lettere d’amore, lettere quando si era in vacanza, lettere quando si rimaneva ad aspettare chi era partito.. qualcosa rimaneva.
Mio zio invece viaggiava molto e mandava sempre una cartolina con su scritto ” SEGUE LETTERA “.
Ovviamente mai ricevuta una di quelle lettere promesse ! Era già moderno !
E guardando ” i miei vecchietti ” quelli che sto cercando di curare, vorrei dir loro :
” aspettate, non andate via senza aver prima riversato la vostra memoria passata su di noi, fateci questo regalo di Natale ! Per favore !
Ma non è possibile e poi forse noi non potremmo vivere con questo peso cosmico sulle spalle.
Allora basta ricordare qualcosa ogni tanto, un campanellino che trilli nella mente quando meno ce l’aspettiamo …
Sì, può bastare. Tanto c’è Dio che è la memoria assoluta.
Vi voglio bene ” vecchietti “, miei ed altrui, e vi porterò nel cuore e nella mente come una delle ragioni per cui sono un medico e non … un’alpinista o chissaché.

Magamagò

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La costante di Fidia (o del λόγος della proporzione)

Posted by folfox4 on novembre 20, 2014
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Sezione aurea

 

https://www.youtube.com/watch?v=5EG3s7lDOyY

La sezione aurea, o costante di Fidia o proporzione divina, indica il rapporto fra due lunghezze disuguali, di cui la maggiore è medio proporzionale tra la minore e la somma delle due.[1]

L’uomo, cogliendovi l’ideale di armonia e di proporzione che esiste tra grandezze progressivamente crescenti, o tra contrari dialetticamente connessi, l’ha proposta nel tempo in differenti contesti culturali, creandone un canone di bellezza (aureo appunto, divino): in filosofia, nella musica, in matematica, nelle arti figurative, nel diritto, ma anche in medicina.

Nel Simposio, Platone fa dire al medico Erissimaco che la medicina è proporzione: un pensiero armonico in grado di cogliere la struttura complessivamente ordinata del corpo, analizzandola sia come proporzione delle parti in sé stesse che come equilibrio morfologico e funzionale delle parti tra loro.

Questa idea della proporzione non si fonda sui criteri della scienza galileiana, bensì su quella modalità del pensiero che procede dalla percezione del mondo all’idea del mondo, e viceversa.

In opposizione al principio dell’armonia o della proporzione, ma assieme, costituendone il lato in ombra, un altro principio abita l’animo umano: quello della forza.

La forza reifica l’uomo: lo può uccidere facendone un cadavere, oppure, in un modo ben più prodigioso e tremendo, lasciandolo vivo. In questo caso lo minimizza ai suoi bisogni vitali, ne annulla la vita interiore, gli infligge una morte che si prolunga per tutto il resto della vita.

Il potere della forza di reificare gli uomini colpisce però non solo quelli che la subiscono, ma anche quelli che la usano, poiché questi ultimi ritengono di avere essi sì, essi soli, ogni diritto. Si genera allora una cesura netta tra il forte e il debole che non si riconoscono più come appartenenti alla stessa specie.

In quell’esatto momento, nel momento in cui il forte s’inebria della sua stessa forza, egli valica il limite: crede di possedere la forza. Il λόγος della proporzione ne è ottenebrato.

Ma nessun essere umano, per quanto forte, smette di essere umano e quindi fragile. Così nessuno possiede la forza veramente, e coloro cui è stato dato di usarla periranno a loro volta.

Il corso della vita è tutto rappresentabile in questo moto pendolare: il vincitore dimentica di proporzionarsi al vinto e, reificandolo, è vinto egli stesso. È ridotto egli stesso, dalla forza, a una cosa.

Dalla seconda metà del secolo scorso gli sviluppi conseguiti nei settori della farmacologia e della biotecnologia spingono continuamente la medicina a subordinare la pianificazione delle cure per la singola persona malata al continuo spostamento in avanti dei limiti delle capacità delle scienze biologiche di vincere la malattia e procrastinare la morte.

Di conseguenza, elevare a valori unici di riferimento la riduzione della mortalità da un lato, e il prolungamento della sopravvivenza dall’altro, ha fatto smarrire il senso profondo del concetto di proporzione e il criterio della proporzionalità da esso sotteso – proporzione come misura di sé, proporzione del rapporto, proporzione alla persona – considerati da sempre nella tradizione medica, aspetti essenziali della sua identità epistemologica e etica in quanto criteri costitutivi di una buona medicina.

Di pari passo la forza si è impossessata del pensare e dell’agire medico.

Il curare e il prendersi cura, entrambi espressione di una relazione umana di confine in cui una persona s’impegna intenzionalmente e chiaramente a promuovere il benessere di un’altra, si riducono, in una casistica sempre più ampia, all’esercizio della forza, tramite il quale il termine benessere perde il senso profondo del legame alla misura del possibile, alla sua capacità di essere medio proporzionale tra altre grandezze, per spingersi alla ricerca di un assoluto impossibile.

La rappresentazione e la percezione di questo scenario si sostanziano nell’immagine di corpi reificati, mantenuti in vita meccanicamente nonostante l’evidenza della morte biologica, spesso già avvenuta, di parti paradossalmente essenziali alla vita stessa.

Ma anche chi cura, o chi si prende cura, se non è in grado di cogliere il confine, è reificato e sconfitto dalla forza.

Così, chi cura è anch’esso annichilito dallo spettacolo di quei corpi ai quali si è indissolubilmente legato con il vincolo stesso alla sopravvivenza che gli ha imposto. Egli è obbligato ormai a un crescendo di azioni, sordo a ogni richiamo a rinvenire un senso in quell’agire i corpi dei più deboli.

Come gli eroi superstiti dopo la battaglia, si guarda intorno, e constata che non vi sono né vincitori né vinti, e si interroga.

Si chiede se la sua ύβρις valesse quelle vite amputate o quelle morti.

Anche le domande dell’eroe, tuttavia, appartengono al mondo della forza, perché egli recupera solo a posteriori, nel tono di luce di una coscienza crepuscolare, il criterio della proporzionalità.

C’è infatti un’iterazione nel suo pensiero, ricorrente e circolare; come se la disfatta dell’agito non fosse mai sufficiente a sé stessa per indurre, una volta per tutte, una modificazione dell’impianto morale e quindi della condotta dell’agente. In questi casi l’eroe afferma: “ non ci sono certezze assolute ”.

Simone Weil scrive in un saggio sull’Iliade: “ il sentimento della miseria umana è una condizione della giustizia e dell’amore. Colui che ignora fino a qual punto la volubile fortuna e la necessità tengono ogni anima umana alla loro mercé, non può considerare suoi simili né amare come sé stesso quelli che il caso ha separato da lui con un abisso. Non è possibile amare né essere giusti se non si conosca l’imperio della forza e non lo si sappia rispettare. Nulla è più raro di una giusta espressione della sventura.

Il più delle volte i Greci ebbero la forza d’animo che consente di non mentire a sé stessi; seppero così toccare in ogni cosa il più alto grado di lucidità, purezza, semplicità. Ma nessuno è andato oltre: tanto i Romani che gli Ebrei si credettero sottratti alla comune miseria umana… Anche lo spirito del Vangelo non si trasmise puro alle successive generazioni cristiane. Il martirio, presentato quasi come una gioia, è frutto d’illusione o fanatismo.

L’uomo che non è protetto dalla corazza di una menzogna, non può patire la forza senza esserne colpito fino all’anima.

La grazia può impedire che questa percossa lo corrompa, ma non può impedire la ferita.

Il genio epico della Grecia non è risorto nel corso di 20 secoli … Gli uomini lo ritroveranno quando sapranno credere che nulla è al riparo dalla sorte, quindi arriveranno a non ammirare mai la forza … È dubbio che ciò sia prossimo ad accadere ”.[2]

Queste riflessioni indotte da storie estratte da un personale repertorio sperimentato in un reparto di Terapia Intensiva, costituiscono, almeno per me il senso, prosciugato di ogni inutile rivolo, del tema della relazione di cura: riscoprire e assecondare il λόγος della proporzione consentirà di comprendere che senza di esso la cura si riduce a elementare applicazione di una τέχνη terapeutica, cosa appunto s-misurata perché non proporzionata alla persona del malato, ma riferita da un lato alle potenzialità della stessa τέχνη e, dall’altro, alla forza dell’eroe che la usa, inebriata di sé tessa.

Non dunque proporzione per un vero progresso, ma esplosione di forza per un mero sviluppo.

Folfox4

[1]. A. Scimone. La Sezione Aurea. Storia culturale di un Leitmotiv della Matematica. Sigma, Palermo, (1997).

[2]. S. Weil. La Rivelazione Greca. Ed. Biblioteca Adelphi, Milano (2a ed., 2014)

Da capo

Posted by Gio on novembre 13, 2014
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foto di HA

foto di HA

Giornata di sole nella nuova città che mi accoglie ormai da 2 mesi. Altra grande città europea. Sono venuta qui perchè qui si gioca davvero la serie A del mio lavoro. Ho avuto l´occasione, e non me la sono lasciata sfuggire.

Come sempre l´inizio è in salita. Equipe nuova, regole cambiate, abitudini diverse, ricette peculiari per risolvere problemi comuni. E come sempre mi lascio indietro tutto il resto (amici, famiglia, casa) per fare un passettino in avanti e imparare di più.E sempre loro, nuovi volti di bambini.

Qui sono davvero tanti. Tra tutti però ho un ricordo speciale per i bambini che seguivo in Italia, durante la mia specializzazione.Forse perchè ero più giovane, forse per via della lingua, non mi è ancora più capitato, di essere legata ad altri bambini come a loro. Sono una quantità enorme di volti, sorrisi e storie che mi arricchiscono la vita.

Ecco, quando penso a loro, quando penso che il vero motivo per cui sono qui è fare meglio per loro, allora ha di nuovo senso questo stato di isolamento dalla vita e distacco da tutto che sento ogni volta che mi sposto. Allora c´é un motivo, uno importante. Forza, alzarsi,  che ci sono nuove storie da conoscere!

Gio

Albert Einstein

Posted by Magamagò on febbraio 12, 2014
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foto di EP

foto di EP

Tra i vari poster e cartelli qui in Rianimazione ci vorrebbe anche una foto di LUI, Albert Einstein, con scritta sotto la sua celebre teoria della relatività..
Sì, perchè qui è tutto relativo; dal tempo che non scorre mai e che poi in un attimo ti cambia le carte in tavola, alle luci artificiali modello serra e ai suoni modello Las Vegas, come ha detto recentemente un famoso paziente, scrittore, contento soprattutto di poterlo raccontare.
È relativo anche il nostro concetto di “star meglio”: un pizzico in meno di temperatura, un punto in più all’EGA, un dito del piede che si muove in chi fino a ieri era immobile …Ci si “accontenta” qui dentro, e sembra la formula della felicità: “SAPER APPREZZARE COME UN DONO GRANDE QUEL POCO CHE OGNI GIORNO CI RISERVA LA VITA.”
A volte basta NON: non soffrire, non essere dispnoico, non tremare per le convulsioni, non sibilare coi polmoni chiusi dal broncospasmo …non fermarsi nel cammino verso la guarigione .
E pensare che fuori di qui c’è gente che si arrabbia se c’è troppo traffico, se si smaglia un collant, se quella ragazza non gli ha sorriso …
E’ tutto relativo e la Medicina non sempre è una scienza esatta, e per fortuna a volte nonostante tutte le brutte previsioni si può guarire.
Anche l’età è un concetto relativo, a volte hanno più acciacchi quelli giovani, e comunque non è l’anagrafe che deve farci desistere in partenza dal combattere la malattia. Io citavo sempre a difesa di questa tesi la Rita Levi Montalcini… adesso che è morta sono un po’meno credibile, ma comunque 103 anni sono sempre un bel traguardo! I miei colleghi adesso mi prendono in giro: “E ora di chi parlerai per dare coraggio a pazienti e parenti? Di Matusalemme? ” E perchè no; ma forse lui è vissuto tanto perchè c’erano pochi medici a quei tempi. Tutto è relativo a questo mondo, ma c’è spazio per tutto, per la vita, per la morte, per la lotta… Stanotte ho pazienti che stanno vincendo, e mi sento vincitrice anch’io, domani chissà …
È domani, un lunedì mattina smonto notte, e quindi libera dal lavoro: stiamo andando a Roma in macchina a trovare nostra figlia, biologa (per fortuna ha un po’ dirazzato avendo anche il padre chirurgo), e la radio trasmette il solito programma di intrattenimento con gli ascoltatori. Quella mattina il “conduttore creativo” se ne esce con questa faceta domanda: ditemi in 7 parole come avete passato il weekend, poveri lavoratori del lunedì: mandate un SMS al numero …”
E io mi sono trovata a rispondere (guidava mio marito ovviamente): IO HO LAVORATO ANCHE SABATO E DOMENICA.
E mi sembrava di essere di un altro pianeta, o forse lo era quel tipo che dava per scontato che tutti lavorassero cinque giorni a settimana, tutte le settimane, tutti gli anni, e dunque riposandosi 2 giorni soffrissero di stress di vacanza. “Ma mi faccia il piacere!” diceva il compianto Totò.
Invece c’è un mondo di lavoratori per gli altri, con orari in controtempo, con esigenze personali che sono sempre in coda nella lista delle priorità.
Nostra figlia da piccola diceva che forse ci avrebbe avuti per sè dopo il nostro pensionamento, ma ne era orgogliosa, e siccome il sangue non è acqua passa anche lei i sabati, unica, in laboratorio, per la gloria!
E io, a 60 anni, più stanca di prima, comunque non vorrei fare altro nella vita che questo, il medico, e vorrei essere sì di un altro pianeta, ma di quelli come si vedono in TV, nelle galassie lontane, dove ci sono attrezzature che in 5 minuti fanno diagnosi e guariscono sempre tutti, al 100%.
Eh sì, sarebbe bello poter guarire tutti ma solo fino al momento finale, quello del trapasso, perchè comunque quello ci deve essere, e il quando e il come non si può sapere.
E’ inutile, le notti in Rianimazione mi ispirano sempre un po’ e risvegliano la mia vena filosofica: che ci volete fare sono fatta così !

Magamagò

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Comunque auguri

Posted by lunasioux on gennaio 01, 2014
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C’è così tanta felicità nella vita.
La felicità di essere con le persone che ami di più.
La felicità del dare- e di ricevere. La felicità di vivere in una terra pacifica, sicura, familiare.
Ma la felicità ha un nemico, e il nome di quel nemico è indifferenza.
Quando l’anno volge al termine, è un buon momento per guardare dentro di noi.
Che cosa è importante? Cosa provoca indignazione? Quando ti riempi di meraviglia? Cosa ti rende felice?
Non ci vuole molto a provare a rendere felici gli altri.
Quando offri a qualcuno il tuo posto in autobus, quando aiuti il tuo vicino di casa anziano a scendere le scale, quando ti rifiuti di guardare dall’altra parte.
Inizia dal piccolo mondo che è di fronte al tuo naso.
Tu sei sulla buona strada per combattere l’indifferenza.

Auguri a tutti.

Lunasioux

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Condicio sine qua non

Posted by diprivan on ottobre 24, 2013
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Foto di HA

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Ok…stasera parlo solo di loro. Siamo in tanti, ma stasera ho voglia di parlare solo di loro. Sono la categoria più importante. Voglio dire siamo tutti importanti…ma loro…loro sono davvero speciali. Senza di loro non funzionerebbe nulla e se non ci fossero loro non ci saremmo neanche noi. Sono il nostro biglietto da visita. Sono il tramite, con loro possiamo avvicinarci al dolore…sono loro che toccano, infondono, aspirano, parlano,  lavano, pungono, esplorano l’inesplorabile.

Ogni volta lo ripeto: se fossi stata brava avrei fatto l’infermiera.

Ricordo ancora la prima notte di guardia in rianimazione nelle vesti di specializzanda alle prime armi.

Arrivai con molto anticipo…sufficiente a trovare ancora il turno del giorno. Una di loro, appena varcai la soglia sul retro della terapia intensiva, mi picchiò in mano 5 sacchetti molli di color rosso rubino e urlò “Controlla questo!” Non sapevo neanche di cosa stesse parlando…l’unica cosa che capii era che in mano avevo circa 3litri di sangue e che dovevo fare qualcosa che c’entrava con corrispondenze di numeri e lettere. In quel momento la odiai. Pensai che gli infermieri sono davvero brutte persone e che possono renderti la vita un inferno.

Con gli anni ebbi una smentita ed una conferma: non sono brutte persone ma possono renderti la vita un inferno. Eppure non lo fanno…non tutti almeno.

Subito dopo aver controllato il sangue, il monitor di un letto cominciò a suonare e una donna di 50anni,un po’ in sovrappeso, aveva deciso di morire di embolia polmonare massiva proprio quella notte. Mi ritrovai a guardare negli occhi l’infermiere che massaggiava la donnona e che con un sorriso mi disse “la tua prima notte?…che cu** che hai!”

Pensai che forse non erano tutti stronzi gli infermieri.

Un pomeriggio di qualche mese dopo, con umiltà e senza vergogna, chiesi ad un’infermiera di insegnarmi a fare iniezioni intramuscolo…volevo che i pazienti non sentissero dolore mentre pungevo, anche se raramente i malati della terapia intensiva sentono dolore…appoggiò un cuscino sul davanzale della finestra e prese una siringa e con estrema delicatezza mi chiese di pungere quelle piume e di farlo e rifarlo ancora. La ringrazio ancora.

Pensai che non erano tutti stronzi gli infermieri.

Qualche anno dopo mi ritrovai vestita di arancione in un campo di grano appena tagliato…a pochi metri c’era una macchina ribaltata e al mio fianco una sfortunata signora che credo stesse andando a fare la spesa. Questa volta era un tubo quello che dovevo infilare e il ricordo dell’intramuscolo era poco utile. Presi il laringo in una mano e il tubo nell’altra. La sua voce era ferma: “Stai tranquilla… va tutto bene… ci sono qua io… ora prendi la lama… ecco brava… così…”. Lo ringrazio ancora.

Pensai che gli infermieri non erano stronzi.

Col tempo continuai a parlare con loro e a volte mi sembrava di non capire nulla della loro professione, non capivo quale fosse il limite… dove arrivavo io e dove loro, un limite doveva esserci… ma quale?

Una notte di guardia in centrale provai anche a chiederlo ma fu difficile comprendere la risposta… o almeno non la capii del tutto ma sapevo che avevo accanto tre persone speciali sedute su comode (?) poltrone, pronte a lavorare al mio fianco per un unico scopo e ne ero orgogliosa…ed ogni notte…ed ogni giorno le poltrone rimanevano lì e le facce cambiavano ma la sensazione era la stessa.

Pensai che gli infemieri sono buone persone.

E così arriviamo a qualche giorno fa e mi ritrovo a fare la mia prima guardia in pronto soccorso da sola ma soprattutto con un reperibile lontano… urgenza vascolare… il mio reperibile al telefono che detta ogni singola cosa con precisione… le sacche di sangue… questa volta sono 10 e so controllarle e tutto è difficile e tutto dev’essere veloce e preciso… e come per magia compaiono tre angeli vestiti da infermieri e mi accorgo che ogni mio ordine viene eseguito un istante prima che esca dalla mia bocca.

Ho pensato che gli infermieri sono una meraviglia.

Alcuni li ho odiati. La maggior parte di loro li ho amati. Alcuni li amo ancora.

Riesco a bermi una birra solo con loro. Ed ogni volta mi chiedo perché.

I più bei ricordi con loro? Le risate così forti da coprire le sirene.

I ricordi che non mi lasceranno mai? Le risate che coprono i silenzi, quando le sirene non suonano più.

diprivan

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Se rinasco un’altra volta faccio il rianimatore

Posted by diprivan on ottobre 14, 2013
pensieri / 1 Commento

foto di EP

foto di EP

Il mio lavoro è il lavoro più bello del mondo.

No. Non è vero.

Il lavoro più bello del mondo è quello che ti fa vivere sereno facendo la cosa che più ti piace e facendoti pagare per farla e lasciandoti tanto libero per fare ciò che ti piace in egual modo.

Forse sì. Il mio lavoro è il lavoro più bello del mondo…se non fosse per quel piccolo dettaglio del farti vivere sereno.

Ci lamentiamo sempre di essere sottopagati…di meritare più di quanto spendiamo in energie mentali e fisiche e in responsabilità.

Ormai non faccio più il rianimatore “da strada” e mi manca l’ossigeno. Mi manca non potermi sporcare le mani. Mi manca il suono delle sirene. Mi manca non poter più condividere con chi sale con me in macchina di essere lì sul posto e di sentire che puoi fare la differenza. Quando sei per strada ci sei tu…e solo tu…e se non fai tu devi fare per forza tu.

Ormai faccio il rianimatore “di centrale” e sto risparmiando un sacco di soldi in benzina che investo puntualmente in pantoprazolo. Devi fare la magia e trasformare il tuo orecchio in un occhio e guardare attraverso la cuffia del telefono cercando, per quanto possibile, di non litigare, di fidarti, di organizzare, di far finta di essere lì anche tu e l’unica cosa che pensi è che vorresti con tutto il cuore sporcarti le mani.

Ormai faccio il rianimatore che porta notizie dal “fronte” pronto soccorso e quando sei lì ci sei tu, il collega più esperto (Dio sia lodato sempre sia lodato), il consulente, l’altro consulente, il tecnico, lo specializzando, l’internista, il medico accettante, ….vado avanti?

Ho capito perché lo faccio…non è vero che siamo sottopagati…sono tutte fregnacce…non c’è prezzo per un lavoro così.

L’unico motivo che mi spinge a farlo è perché lo amo alla follia. Non potrebbe essere altrimenti.

diprivan

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