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Cold nose

Posted by Labile on luglio 07, 2013
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foto di MV

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Sì, è evidente la sorpresa ripensando alla tua faccia! Potrei aspettarmi l’irruzione di un lunedì qualsiasi con cui incomincia la settimana, l’aria seria che circonda gli occhi scuri quasi all’ombra di ciglia folte e cespugliose … almeno così mi sembra di ricordarle cercando bene di impaginare i ricordi.

Quando le persone ci lasciano, tornano a trovarci inaspettate con un ricordo, una docile memoria che ci asseconda in ogni momento, a volte consolandoci, altre a scuoterci.

Comunque sia, tornano i pensierini precisi, fatti e immagini speciali che mai ci lasceranno più.

Quasi evocato, Aldo mi torna in mente, quando la commessa spruzza un piccolo getto vaporizzato di profumo sulla striscia di pergamena, agitandola nell’aria davanti alla mia faccia, con lo sguardo professionalmente ammiccante.

Non ho ben capito ancora oggi se a colpirmi fu il suo misterioso mestiere mai sentito o la meraviglia che veramente il suo naso potesse essere un’occupazione vera e anche molto ben pagata.

Aldo mi torna così improvviso alla mente, annusando il leggero profumo da scegliere in un inizio di sole tiepido e che annuncia la tanto attesa primavera.

Quanta perizia ci mise Aldo a convincere la mia incredulità che il suo naso era veramente l’organo con cui esercitava e concepiva da anni in giro per l’Europa nuove e sconosciute fragranze di essenze da vendere sul mercato di mezzo mondo.

Mi sarei aspettato un naso importante alla Cyrano de Bergerac, un organo facciale del tutto monumentale, quasi che grandezza e importanza rendessero quel suo reale mestiere così misterioso e ben pagato.

Mi convinse, invece, con quel naso del tutto normale spiegandomi per bene la capacità infinita che alloggiava nelle sue cellule olfattive. L’olfatto, mi diceva, è il senso che rende possibile la percezione delle sostanze volatili presenti nell’aria. Nell’aria, continuò, c’è tutto un mondo invisibile e apparentemente senza corpo che i nostri occhi non vedono e che solo il nostro naso può far si che ogni giorno non abbia lo stesso odore.

Aldo ammalato in un letto ben pulito e riassettato ogni giorno. Aldo accudito, Aldo alimentato, Aldo lavato, pettinato e sbarbato, Aldo curato. Quante volte le nostre mani hanno sostituito le mani di Aldo, quante volte le nostre gambe hanno camminato al posto di quelle di Aldo.

Mai però, il suo naso, fu in nessun caso sostituito.

Dalla sua stanza commentava le numerose “essenze” che circolavano per il reparto e lui spiegava abilmente facendoci notare che da quegli odori lui sapeva sempre cosa succedeva in giro.

Il giro letti al mattino si annunciava benissimo, a seguire il sottilissimo odore del caffellatte ospedaliero, il profumino silenzioso del disinfettante della pulizia dei pavimenti. Il silenzio spietato e freddo del giro visita. La minestrina serale accompagnata dalla mela cotta.

L’onnipresente e improvviso profumo, quasi crudele, del caffè appena fatto. Un potente elisir di lunga vita capace di resuscitare sguardi opachi e rassegnati, suggerito all’infinito sempre in orari inaspettati.

A volte la sua puntuale descrizione degli odori, (Aldo, a volte si chiamano puzze!) era del tutto comica, altre invece alquanto tristi e lungimiranti.

Comunque sempre puntuali.

A pensarci bene, oggi, ci insegnò un punto di vista nuovo e imprevisto, a compiere lo sforzo giusto e necessario di andare oltre le evidenze, una lezione indimenticabile di come l’inaspettato possa realizzarsi attraverso un odore, un profumo.

Altro che Proust e le sue petites madeleines

Aldo dal suo letto a occhi chiusi sembrava una portaerei in perlustrazione nel mediterraneo, la sua immobilità allettata provocava a momenti il sottile terrore di essere intercettati e individuati.

Magari anche girando lentamente il suo naso, di essere affondati.

Ciao Aldo ovunque sei !

( “… E’ stata una visione o un sogno ad occhi aperti?”Ode to a Nightingale,  John Keats (1819)

Labile

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Lettera a Gi

Posted by Picu on maggio 20, 2013
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Foto di AC

 

Ho conosciuto una ragazza motivata e seria, che inspiegabilmente vuole fare il mio mestiere, con determinazione proprio il mio. Proprio come dire la mia sottospecialità. E vuole pure venire da me, ad imparare (??) (sì, ho colleghi molto bravi). Insomma, io che sono quasi commossa da tanta determinazione e volontà, dovrei metterla in guardia, perchè lei ancora non sa bene cosa la aspetti.

Cara Gi, dovrei dirti che è un mestiere pericoloso, e stancante. Che starai in piedi sempre, e la sera avrai le caviglie a puntaspilli nonostante le calze supercompressive che imparerai a mettere immediatamente. Che quindi ti verranno delle venazze. Che non avrai orari regolari, e mangerai quando capita, e vivrai di caffè se va bene, e quindi avrai la gastrite cronica e ingrasserai perché quando poi arrivi sul cibo ti ingozzerai famelica di tutto quel che ti passa sott’occhio. Scordati di andare in mensa a mangiare verdurine cotte e risino in bianco. Che farai milioni di notti e sarai sfasata, e stanca, ma così stanca da non riuscire a dormire mai per la troppa adrenalina. Quindi sarai incazzosa, e chi ti sta accanto, se non fa proprio proprio il tuo stesso mestiere, non capirà questa tua stanchezza, e alla fine si stuferà di te, dei tuoi orari, delle tue lune, della tua mente impegnata altrove, e se ne andrà, probabilmente, o resterà ma non ti capirà. Sì, perché solo chi fa la stessa cosa può capire che la tua mente non si allontani mai dall’ospedale, dai pazienti. Che tu ripensi ansiosamente a cosa hai probabilmente sbagliato, sperando non sia troppo grave. Che ripensi a quel che si sarebbe potuto fare in più e meglio.

Dovrei dirti che dovrai imparare a tirar fuori le unghie, e litigare spesso con colleghi di altre specialità, specie quelli che stanno dall’altra parte del telino, finchè almeno non avrai conquistato la loro fiducia assoluta e si fideranno di te anche se gli rimandi un intervento. Ma passeranno anni prima di allora. E fino ad allora, dovrai essere inflessibile, non cedere a lusinghe o ricatti, e ti tratteranno male, sai, ma molto, e ti verrà la tentazione a volte di piangere umiliata, ma non lo dovrai mai e poi mai fare, o avrai perso in partenza. Dovrai fingere coraggio e spavalderia anche quando sarai pietrificata dalla paura, dentro di te, e controllare il tremito alle mani, e agire in fretta, mentre tutti ti osservano, perchè tanto, non tocca a loro quel lavoro di merda. Perchè non si può non aver paura, ad avere in mano la vita degli altri.

E a fronte di tutto questo, non verrai mica pagata tanto, sai? Non è come nel romanzo “la casa di Dio”, in cui negli svantaggi dell’anestesista si dice “noia inframmezzata da panico” ma nei vantaggi ci sono “soldi soldi soldi”. Qui non siamo in America, e i soldi non si fanno. Ne farai uguali ad un medico di base che ha lo studio tre ore al giorno, e a tutti quegli altri che hanno un decimo delle tue responsabilità. Ma l’assicurazione, quella ti costerà uno sproposito, invece. E ti gireranno i coglioni, oh se ti gireranno.

Dovrei anche dirti che non è vero, come forse pensi ora entusiasticamente, che se studi come una bestia poi saprai sempre cosa fare. Non è vero, e poi, non si studia mai abbastanza in questo lavoro. Non è nemmeno vero, come speri, che poi ad un certo punto interverrà l’esperienza, il senso animale del problema, ad aiutarti: succederà, un pochino, ma non sarà mai abbastanza.

 

Però poi, cara Gi, dovrei anche essere onesta, e dirti che ci sono momenti che non potrai mai dimenticare nella vita, alla stessa stregua della nascita di un figlio. Ci saranno, raramente, momenti in cui capisci che il paziente ha virato, e da lì in avanti migliorerà, e avrete schivato la fine ad un pelo dallo schianto. Sono momenti che non ti dicono i numeri scritti sul monitor o sulla carta, ma te lo dice il fiuto. Ci sono momenti in cui chiamerai dentro i genitori e gli farai vedere che stubi il bambino e lui dirà mamma, per la prima volta da troppi giorni, e piangerete tutti di gioia. Ci saranno le albe viste da una rianimazione, che sono diverse, perché sono quando tu stai per cedere e ti viene in soccorso la luce, finalmente, e il caffè, ultimo di una lunga serie ma primo del nuovo vero giorno, e ti torna la forza di tirare altre due ore, e sei soddisfatta, perchè siete ancora tutti lì. Ci saranno momenti in cui i bambini che hai visto su un letto pieni di tubi e sul filo del rasoio torneranno a salutare, anni dopo, perfetti. Ci saranno le mamme con cui ti darai del tu e scambierai i  numeri di cellulare e vi scriverete messaggini. Ci saranno tutti i momenti in cui sarai di guardia e i tuoi colleghi ti scriveranno sms negli orari più impensati per sapere come va quel tal bambino lì. Ci saranno le volte in cui incontrerai al mercato qualche persona che ti farà le feste e tu non ricorderai forse chi sia, ma il viso un po’ sì, e ti si rischiarerà la giornata.

Insomma, cara Gi, non sarei onesta a tacerti tutto questo: perché poi, è quel che fa andare avanti, altrimenti, no, non ne varrebbe proprio la pena.

Picu

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Ginocchieide (2a parte)

Posted by rens on aprile 05, 2013
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foto di RR

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Camera operatoria.

Si fa avanti un’infermiera. Sarà la mitica anestesista? Provo.

-Io vorrei l’anestesia totale, ma mi dicono che devo…- – deve parlare con l’anestesista!-

-Lo so! Rispondo secco. È lei?- – No-.

-Ma lei è teso-, mi dice con un sorriso dietro al simil-burka che le copre il viso -…cosa la turba?-

-Certo che sono teso, è da questa mattina che mi dicono di parlare con l’anestesista… esiste costui? È un terrestre? O è un fantasma?- rispondo un po’ incavolato.-Vede, è che vorrei… ma a che serve contarla a lei se devo parlare all’anestesista…-

-Ma no, mi racconti, mi racconti tutto…-

-È che vorrei l’anestesia totale e tutti mi guardano come fossi un marziano. Mica lo faccio per sfizio, è che è più forte di me, svengo se mi bucate la schiena.-

-Non se ne faccia un problema. Anch’io avrei paura, sa? Anch’io farei la totale, c’è niente di strano. Parli con l’anestesista e vedrà che vi mettete d’accordo.-

Che mi stia pigliando per il culo, mi chiedo… Ma quella mi sorride e mi dice che non vuole vedermi arrabbiato, che posso contare su di lei, che tutto si sistema. È una persona, e mi quieto. Avevo solo bisogno di un po’ di comprensione. Un pochino. Mi parla gentile, mi fa anche una carezza sul capo. Grazie, le dico, grazie.

Intanto si fa avanti un’altra infermiera, giovane, anche lei mascherata; mi buca il braccio e ci infila un chiodo per la flebo. Non una sillaba. Neanche fossi un legno o uno straccio. Ma a queste ragazze non l’ha mai detto nessuno che i malati sono anche persone? Lo sa quella fighetta risicata che fuori di qui me la trito in un baleno? Che non le lascio nemmeno il tempo di dire bah…

Arriva un tipo, un uomo questa volta, sempre mascherato. È così in quei posti, non vedi nessuno in faccia; oltretutto senza occhiali sono proprio orbo; se si ritraessero di un metro potrebbero farmi impunemente gli sberleffi.

-È lei l’anestesista-, chiedo?

-Si, che c’è?-

Infine eccolo qui, dunque, il mio arabo fenicio.

-Senta, io vorrei l’anestesia totale, l’ho già detto a tutto il mondo, e l’avevo detto anche al dottore che mi ha pronosticato il menisco rotto, ma lì c’è scritto che mi fate l’epidurale. E tutti m’hanno detto che devo parlare con lei…-

-E perché la vuole totale?- Mi chiede; ma è gentile, affabile. Forse è un furbone.

-Perché se no le resto in mano… svengo. Prima, sotto, ho già corso grossi rischi per il prelievo di sangue.-

-E come ha fatto?-

-Ho dovuto guardare via e farmi mettere un rattoppo sul braccio. Si figuri dunque se mi buca la schiena.-

-Beh, qui ha ancora meno problemi, allora, perché non può vedersi la schiena.-

Un altro che mi piglia per i fondelli, penso…

-Comunque se vuole io gliela faccio, la narcosi, ma non le conviene sa-, dice con calma. Mi parla anche lui come fossi una persona. –Oltretutto-, continua, -con l’epidurale dopo non ha male.-

-Dice bene lei, ma se le resto in mano?-

-Beh, siamo già qui… c’è tutto il necessario, cosa vuole di più?-

Bel merlo, penso, non c’è che dire. Però potrebbe anche esser vero quel che afferma, non è scritto che debba essere un serpente incantatore. Perché è davvero difficile essere bugiardi così bravi.

Un lampo, da pazzo, come spesso m’è successo: -dai, proviamo-, rispondo. Non so nemmeno io perché. Arriva l’infermiera umana, mi infila una siringa nel tubo predisposto da quell’altra e dice quasi con leggerezza: -questa le fa bene, è bella… è buona, è soltanto un calmante…- M’hanno incastrato come un pivello. Come un novellino; non di primo pelo, ma proprio sprovvisto, di pelo. Non dispongo più d’uno sputo di difesa.

Mi segano.

Mi spostano ancora, me e il letto. Mi fanno girare sul fianco destro e portare le gambe al petto. Braccia lunghe. Sono in due lì dietro. Sento pungere la schiena. Tutto lì? Però, una bazzecola, aveva ragione il tipo. Mi rigirano pancia al cielo. Poi mi alzano un telo davanti alla faccia. Bene, non voglio vedere. Dall’altra parte del telo parlano, muovono, non so cosa traffichino. Ogni tanto la fascia attorno al braccio sinistro si gonfia: controllano se son vivo, penso. Certo che son vivo!

Ma cosa combinano lì davanti? Che diavolo aspettano? Il tempo non passa, non m’accorgo nemmeno che non sento più la gamba.

Mi hanno messo addosso le coperte con la mano destra fuori, perché è quella impalata. La sinistra sotto, a non prendere freddo, allungata sul fianco. Mentre aspetto la mano si muove. Trova una massa molle, in mezzo alle gambe, senz’anima ne corpo, incoerente. Che diavolo è? M’han tirato fuori le trippe! Ma no… Sono i genitali! Realizzo di colpo. Possibile? Tocco meglio… non li riconosco, non hanno consistenza, come non fosse roba mia; eppure il salamotto piccolo piccolo sembra proprio lui, il fratellino…

Quando eravamo bambini e nessuno ci vedeva, toglievamo i vestiti alle bambole per vedere com’erano fatte in mezzo alla gambe; senza sapere cosa cercare, per altro, ma si cercava, la curiosità era prepotente; e non c’era niente. Nè pisello nè altro. Tutto liscio, tutto piallato, nulla. Ecco, io mi sono scoperto così, quando la mano è andata a spasso sotto le coperte.

Mi spostano ancora. Allora hanno finito. Mi fanno passare in una apertura strana per mettermi dalla lettiga a un’altra.

-Si sposti!-, mi incitano.

Macchè spostare, una parola, non risponde niente. Sono di piombo.

-Dai, forza!-, insistono.

Allora provo a rotolare. -No, non rotolando-, mi ammoniscono. E come faccio allora, maledizione? Poi ci arrivo. Punto sulle braccia e sposto la schiena sul lettino a fianco; qualcuno mi sposta le gambe. Si torna al mio letto. Non so chi mi porti, sono proprio cotto. Chissà che diavoleria m’han messo in vena…

La pipì.

Letto, Mil lì vicina che sorride.

La pace dopo la tempesta. Arriva un donnone e mi cambia il recipiente della flebo. Sarà un antidolorifico, penso. Per fortuna non c’è da bucare. Il buco è sempre quello della stronzetta di sopra.

-Appena fa pipì, la lasciamo andare-, dice il donnone.

Quanto ci vorrà?

Un paio d’ore.

Il tempo passa.

Ho modo di controllare tutto me stesso lì sotto, quel che sento e quel che non sento. Gamba destra assente, sinistra presente ma senza dita del piede, e gluteo che sembra un budino, una vescica tiepida, sorda come una ciocca. Ma non c’è dolore, è già qualcosa.

Flebo finita. La sostituiscono con un fiasco. Ci sarà un litro di brodo lì dentro. Per fare pipì. -Beva quattro bicchieri d’acqua-, ordina la tipa. Questo è facile, penso. E invece no. È difficilissimo bere stando orizzontale. Difatti non c’è nessun animale che beva così, in natura. Nemmeno le lucertole: pigliano una boccata e alzano il muso al cielo per mandarla giù.

Passa il tempo. Mil va a farsi un giro, è stanca e stufa ed ha ragione. Che palle aspettare che uno faccia pipì.

Entrano due ragazzette bianco vestite. -Ha urinato?- Esclama forte una. Avrà visto il grigio dei miei capelli e deciso che sono sordo. -No-, rispondo secco. Urinare, penso: dev’essere per darsi un tono… fatto pipì non va eh, troppo umano, ma vaff… anche tu, dai. Altro fiasco da mandare in vena.

Scoccano le due ore.

-Fatto pipì?-

-Macché!-

L’infermiera è un’altra. Ma quante ce ne sono? Sono tutte qui a scrutare le mie disgrazie?

Questa però mi piace. Giovane anche lei ma semplice e umana, sorride, ha un cuore e credo anche un’anima.

Quanto ci vorrà ancora? Mezz’ora e vedrà che arriva. E intanto cambia fiasco un’altra volta. E tre! Più il primo.

Due ore e mezza, niente.

Tre ore.

Quattro, tuoni e fulmini.

-Fatto pipì?- -Nooooooooooo!-

-Vedrà che adesso arriva-, dice sorridente l’infermiera. Venti minuti.

-Provi a sedersi sul letto con le gambe penzoloni-.

Aspetto un po’ poi Mil mi aiuta. Ma come si fa a fare pipì se non ti senti il pisello, accidenti? Eppure, tra fiaschi e bicchieri d’acqua, ne avrò bevuti dieci, non quattro, dovrà pur decidersi. È un’impresa persino infilare il pisello nel pappagallo: poveraccio lui, è mortificato, potesse rientra nell’antico vano assieme ai testicoli. Ma quando tutto sembra perso…

Pipìììììììììììììììììì………… poca, ma c’è.

Robe da matti. Sessant’anni per gioire d’un bicchiere di pipì! Troppo poca, dice l’infermiera, e mette su un altro fiasco. Con questo sono quattro. Ma ormai il ghiaccio è rotto. Sono le 19.00 suonate quando l’impresa ha termine, faccio di nuovo pipì e l’infermiera dice che possiamo andare. Schizzo sul letto.

-Non vuole mangiare qualcosa?-

Ma no… andiamo via subito.

-Mangi qualcosa…-

-Un frutto-, rispondo. C’è?

-Una mela cotta?-

Perfetto. Due mele cotte, una anche per mia moglie.

-Gliele porto, ma non devo farmi vedere-, dice il mio angelo.

Si vede che c’è qualche bastardo che controlla, penso, e magari il rancio non mi spetta. Trovarlo tra qualche tempo, il verme, magari al Lauzun o al Lubè… Mangio in un lampo, Mil non ha fame. Torna l’infermiera, mi insegna a farmi l’iniezione nella pancia da solo, a camminare con le stampelle, due dritte generali; la ringrazio con un sorriso da orecchio a orecchio, l’abbraccerei, le darei un bacio, tanta è la mia riconoscenza. Tutto il contrario di quanto provo per il Dottore che mi ha operato. Lui non m’ha detto nemmeno crepa, su in camera operatoria, nemmeno m’ha degnato d’uno sguardo; gli sarebbe bastato affacciarsi oltre il telo, ma forse pensava di operare un pupazzo. Di fare allenamento. Tanto meno s’è degnato di venirmi a vedere in camera. Sono singolari questi personaggi. Autentici luminari, bravissimi e senz’anima, vuoti come una vescica; sembrano il mio gluteo sinistro quando ancora era sotto effetto dell’anestetico: lo sentivo ballonzolare se lo scuotevo con la mano ma non sapeva di nulla e non diceva nulla. Una vescica. Gli stambecchi per i quali mi sono fatto male sono molto più espressivi, ed uguali quanto a parola, perché entrambi sono muti.

Ma ora è tutto passato. Si parte. Via!

Tutti in fila.

Da quell’ospedale là a casa ci sono una novantina di chilometri. È buio pesto ormai. Mil non ama guidare di notte, conosce poco la Polo che non usa mai, e non conosce il percorso. È tesa ma si và. Faccio il navigatore.

Tutto dritto, asciutto, non c’è nebbia. Mil guida impettita, dura a metà dello spazio tra il volante e il sedile. Se la si bucasse non uscirebbe una stilla di sangue. Cinquanta all’ora, ma si va. Dietro ci sono parecchie auto. Più grandi, più piccole, furgoni e camioncini. Mil ha messo tutti in riga. Chi ha la ventura di fare il nostro percorso, viaggia a cinquanta all’ora. Passano uno alla volta dove possono.

Da quell’ospedale là a casa. Eterno.

Vicino a casa Mil si rià, tocca punte anche di ottanta chilometri l’ora per qualche istante: lì conosce bene la strada; tiene duro, è davvero grande la mia Mil, e alle 21 siamo a casa. Dalle 6.30 del mattino.

È fatta. Siamo eroi.

E tutto per uno stupido menisco… una guarnizione, o poco più. 

rens

 

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Ginocchieide (1a parte)

Posted by rens on aprile 01, 2013
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foto di RR

Genesi.

Tutto è cominciato il 31 dicembre. Dodici ore in più e il 2012 sarebbe finito senza guai, e io non sarei qui a scrivere dei miei bubù.

Anche se forse tutto è iniziato ad agosto, al Lubè, mentre portavo a casa una roverella per i bari dell’orto.

Pesava come ferro quella pianta, e salendo verso il sentiero, subito a monte del ciabot, sono scivolato; non potevo cadere con quel carico sulla spalla, lì dove è pieno di pietre e lose spigolose. Così avevo fatto forza sulle gambe ed ero riuscito a stare in piedi. Ma al ginocchio destro avevo provato una sensazione sgradevolissima; non dolore puro, ma come di qualcosa che grippa, che si incricca. E nei giorni successivi il ginocchio aveva cominciato a darmi fastidio e non potevo più chinarmi col peso del corpo sui talloni, ché faceva troppo male. Un problema fotografare i fiori. Dovevo avvicinarmi a terra allungando le gambe, niente ginocchia piegate. Più d’una volta, dimentico del problema, ho ribaltato come un fesso. Poi, piano piano la situazione era migliorata, tanto da indurmi a pensare: prima o poi passa e mi lascia in pace. Perché la mia filosofia è: come viene, prima o poi il bubù se ne va.

E così ero arrivato al 31 dicembre, Vallone di Massello, prati tra la Cascata del Pis e le Miande Lauzun; a correre dietro agli stambecchi che, in quella stagione, lì si riuniscono per fare l’amore; quasi in gruppo… lo sapessero i vescovi…

Salendo, piccola scivolata, proprio piccola, da nemmeno registrare, sul prato, ma con ginocchio destro tutto chiuso. Di colpo. Che male. Una legnata. Quando ho cercato di muovere, dopo un attimo, una spilla di fuoco tremenda mi ha schiacciato a terra. Di qui non vado più via, ho pensato. Qualche istante e ho riprovato, e la fitta era un po’ più leggera. Ancora un attimo e sono riuscito ad alzarmi. Che male, ma ero in piedi, forse potevo rientrare con le mie forze.

Prima però sono ancora riuscito ad andare dietro agli stambecchi, e li ho anche agguantati… con l’obbiettivo, intendo.

Nei giorni successivi sono ricorso alle arti di Fiurelin, l’amica carissima fisioterapista, a qualche cerotto anti infiammatorio e mi sono rimesso. Quasi. Perché sapere d’avere un ginocchio che può mollarti da un momento all’altro non è bello. E se mi molla al Col dell’Arcano? Pensavo, ai Laghi dell’Albergian? Anche solo a Roca Cadrega? Alla Cascata di Mil?

Così sono andato a fare la risonanza, e lì non hanno detto niente di particolare, niente di molto diverso da quanto emerso già in agosto dove, con un’altra risonanza a seguito dell’incidente del Lubè, era emerso che si, il ginocchio non era splendido, ma nemmeno da buttare; un ginocchio di sessant’anni, tutto lì. Ma questa volta, dopo la risonanza, Mil mi ha guidato da un luminare, il quale, dopo attenta meditazione e dopo avermi fatto un male cane, ha decretato: menisco rotto. Ed eccomi qui, claudicante, a raccontare per trascorrere il tempo, e pure un po’ per ridere, delle mie sventure di inseguitore azzoppato di stambecchi e di trasportatore mediocre di travi di roverella.

Il decreto.

Era giovedì 24 gennaio quando il dott. Tal dei Tali decretò che il menisco era rotto.

Intervento in quell’ospedale là, ragionevolmente verso la metà di febbraio. Telefonare per mettermi d’accordo. Tipo freddo, il luminare, di quelli formalmente corretti che ti fan sentire una merda, perché dall’alto del loro io non scendono al tuo basso. Da quell’altezza, però, dovessero mai cadere o trovare la loro roverella, sai che tonfo.

Telefono due giorni dopo e mi confermano ipotesi metà febbraio, da definire.

Si trae il dado.

Lunedì 11 febbraio, sono al lavoro.

È l’una, ho appena finito di mangiare quando squilla il telefono. Sono solo e sono in pausa, non ne sono tenuto e non rispondo: chi me lo fa fare, in quel luogo di puttane e ruffiani. Ma il telefono continua e alla fine, non so perché, alzo la cornetta. È la segretaria della clinica, quella che ho sentito una settimana prima. -Si è liberato un posto per il 14 febbraio, dice, se le va bene… –

-Ceeeeeeerto che mi va bene-, così la facciamo finita, penso. Ma poi… 14 febbraio, giovedì… tra tre giorni… quasi cado dalla sedia. -Mi lascia mezz’ora per decidere?-, le chiedo? -Va bene-, risponde.

Telefono a Mil, dice OK, richiamo la clinica ed è fatta.

Sono basito: non mi sembra vero: tre giorni e mi segano. Bene, così non ho tempo di pensare e penare, si fa tutto mentre fa freddo e fuori non si può concludere un gran che, nemmeno andare per roverelle al Lubè!

Tempo di darmi da fare.

Il gran giorno.

Giovedì 14 febbraio. Giorno del mio secondo menisco. Il primo fu dieci anni fa, se ricordo bene.

Alle 7.30 siamo in clinica. C’è già la coda per farsi ricoverare. Una signora gentile mi dice che per gli esami devo salire, che i documenti di ricovero li fanno anche dopo.

Salgo, Mil continua la coda.

Sopra, al terzo tentativo trovo lo sportello giusto, sanno addirittura chi sono – mi sento importante -, mi danno un foglio con su il mio nome e la mia data di nascita: sono il numero otto!

Mi fanno accomodare in una grande sala dove siamo in pochi. Ma in un baleno è colma. Le 8.00 e nulla si muove. Mi raggiunge Mil; che aspettano? Un attimo e d’incanto si va, ne chiamano otto, entro di culo nel gruppo d’elite. Vado davanti a una stanza ad aspettare in piedi. Dentro nemmeno un lettino, dissanguano da seduti. Brutta faccenda, per me. Per fortuna arriva un’altra infermiera uscita da un’altra stanza; cerca l’otto, per l’elettrocardiogramma, così guadagniamo tempo, dice…

Mai fatto l’elettrocardiogramma. Osservo curioso che mi agghinda, dopo avermi spruzzato d’acqua petto, caviglie e polsi. Poi mi collega, mi sistema modello defunto ben disteso ma con braccia ai fianchi, e via. Un attimo e mi toglie gli aggeggi e sono fuori, di nuovo davanti alla porta dei vampiri. E torno in crisi. Passeggio, mi allontano, cerco di pensare ad altro. Mi chiamano. Entro e dico subito alle due infermiere che ho dei problemi, che potrei svenire. Solite mezze risatine, il diavolo le porti, ma sono gentili. Mi fanno mettere sulla poltrona e mi ribaltano a testa in giù. Quella che mi buca è incredibile. Mano leggerissima. Un attimo e sono fuori anche di lì. Ma prima le dico che ho chiesto l’anestesia totale… Dice che l’ha scritto sui fogli grande come una casa. Ma bisogna parlare con l’anestesista. Va bene.

Si va al terzo piano. Infermiera gentile coi capelli rossi. Ancora un chilo di carta da compilare.

-Anestesia totale-, ripeto. -Bisogna parlare con l’anestesista-, conferma.

Attendo, molto, che mi diano una camera. Alle 9.30 l’ottengo: 333, c’è scritto fuori dalla porta. Dopo un po’, altra infermiera, pure lei gentile, a farmi la barba al ginocchio da segare. Tricotomia si dice, perbacco!

Anche con lei: -anestesia totale-, abbozzo… -Bisogna parlare con l’anestesista-.

Poi se ne va.

Pausa eterna.

Eccone un’altra. Giovane, mulatta direi, quasi carina, ma antipatica. Mi porta il costume per la camera operatoria. Spiega: -alcuni minuti prima di salire veniamo ad avvisarla, così si prepara: nudo come un lombrico, mette slip, cuffia, calzari e tunica-.

Ci provo anche con lei: anestesia totale… -Bisogna parlare con l’anestesista!-

Comincio a essere nervoso. Che mi stiano prendendo per il culo?

Aspettiamo.

Io che mi riscaldo, Mil anche, nel timore che mi saltino i nervi.

Eterno.

Tempo per scoprire che ho un calzino bucato. Maledizione, non le metto mai quelle calze, le ho scelte per esser un po’ più figo… e sono bucate. Porco mondo. Mica ho pensato a controllare se avevano dei buchi, questa mattina all’alba… Le tolgo, così non si vede il buco. Nella stanza fa caldissimo, ma ho i piedi di ghiaccio. Tensione, fifa, nervoso. Li tengo in mano per scaldarli. L’orologio sembra fermo. Qualcuno ha incollato i numeri.

Non viene nessuno.

Le 10.00; 10.30. E se mandassi tutti a cagare e me ne andassi? Questo pensiero garibaldino in camicia rossa mi insegue e mi martella sempre più deciso in testa. Quasi quasi, mentre ho ancora le mie gambe da corsa… Perché si può morire anche senza l’aiuto dei medici, diceva un mio amico tanto tempo fa.

11.00; niente. 11.45 o giù di lì: rientra la tipa antipatica.

-Si prepari che andiamo-, annuncia.

Mi spoglio e Mil mi aiuta nel passarmi il costume da camera operatoria. Anche lei è tesa. Cerchiamo di ridere e scherzare. Che forza la mia Mil.

I mini slip sono molto sexi. Da gigolo. Da una parte un triangolo più grande, dall’altra un rettangolino piccolo piccolo. Due spaghi per la vita. Quale sarà il davanti? Quello più piccolo, dice Mil decisa. Infilo così. Quel rettangolino tiene su, si e no, il pene che, pur ridottissimo per la tensione, non ci sta; esce una volta a destra e una volta a sinistra. Forse va al contrario. Si, così va meglio.

Rientra la tipa: mi fa salire su una sedia a rotelle. Mi dice di tirare su i piedi. Dove? Tiro su i piedi… Il predellino è aperto! Se ne accorge, traffica un po’ e ce la fa.

Andiamo.

Non una parola: come fossi un sasso.

Vaffanculo, ragazza!

rens

Fine della prima parte (continua)

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Amalia

Posted by Before.C. on gennaio 20, 2013
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Foto di MV

Foto di MV

Come al solito, dò il cambio in anticipo per la guardia di notte in Chirurgia, la quarta in otto giorni. Se non che sono uscito dalla Sala Operatoria tre ore fa: giusto il tempo di andare a casa per un panino, controllare la mail, starsene un po’a guardare le foglie secche che cadono dall’imponente albero di noci vicino casa, e tornare in Ospedale.

Negli ultimi tre anni abbiamo avuto tre pensionamenti e un trasferimento e ormai siamo rimasti in sei: nonostante tutto reggiamo il peso di tre sedute operatorie settimanali e guardia H24 più la reperibilità per le urgenze. In Regione Campania, ai tagli della spending review si sommano il piano di rientro e la cronica disorganizzazione.

 

Il collega smontante, nel passarmi le consegne, mi dice: “Sai chi abbiamo in appoggio in Ortopedia con una subocclusione intestinale? Amalia S., te la ricordi?”. Il nome mi suona familiare, ma non riesco inizialmente a focalizzarla. Poi mi ricordo la storia.

Trent’anni fa, da poco entrato in Ospedale, una delle ospiti ricorrenti era lei, Amalia, con una patologia stranissima che non ho mai visto descritta nei testi di Chirurgia: i due glutei erano piatti e solcati da profondi incisioni cerebriformi; periodicamente, dal fondo di una di esse, si sviluppava una fistola con secrezione purulenta. Oggi sarebbe stata trattata a domicilio e ambulatorialmente, ma all’epoca, con sessanta posti letto a disposizione e senza l’incubo dei DRG e dell’appropriatezza del ricovero, non avevamo problemi a tenerla periodicamente con noi. Anche perché Amalia era una paziente “speciale”.

Epilettica fin dall’infanzia, con crisi non sempre controllate dalla terapia, veniva da una famiglia estremamente povera; il padre la costrinse, all’età di ventun anni, a sottoporsi ad isterectomia “profilattica”, perché “se rimaneva incinta e faceva un figlio, con le crisi che aveva il bambino le sarebbe caduto dalle braccia”.

Si era sposata con tale Francesco (“Ciccillo” per tutti), invalido e disoccupato, e vivevano in un casa di proprietà del Comune, che eravamo riusciti a far loro avere grazie a continue segnalazioni. Periodicamente, quando Amalia si ricoverava, riuscivamo anche, a nostre spese, a mandare qualcuno che si occupasse di una pulizia straordinaria dell’abitazione, e che rifiutava di tornarci successivamente. Ciccillo, nei periodi di degenza di Amalia, si stabiliva praticamente in Ospedale, un po’ per l’affetto verso la moglie un po’ perché il vitto dell’Ospedale che gli passavamo era sicuramente una prelibatezza rispetto al solito menù casalingo.

Non ho più visto Amalia per decenni. Per questo, quando il collega me ne segnala la presenza, vado subito da lei. Non è cambiata molto: un volto forse un po’ amimico e sicuramente triste. Non mi riconosce subito: quando le dico il mio nome mi stringe le mani e quasi piange. Poi mi racconta che Ciccillo è morto da quattro anni; il giorno dopo il funerale, un fratello è andata a prenderla a casa e le ha detto di preparare i miseri bagagli perché sarebbe andata a vivere con la sua famiglia. Una volta in macchina, l’ha portata in un ospizio (abbastanza conosciuto per non essere esattamente un Albergo a cinque stelle), dove tuttora vive. Il cambio della biancheria ha cadenza bimestrale e il trattamento non è propriamente “amichevole”.

Poi la figura del medico rispunta e vado avanti con la storia clinica recente e con la visita. Amalia ha il sondino naso-gastrico, ma si sente “graffiare in gola”. Le cerco un po’ d’acqua e la imbocco con un cucchiaio; la convinco a tenersi quel tubicino nel naso. Devo andare a vedere gli altri pazienti ricoverati in Chirurgia, la devo lasciare…ma Amalia non mi lascia le mani, se non dopo ripetute promesse di tornare subito.

Cosa che faccio appena mi sono liberato. Non dorme ancora, mi aspetta, mi prende le mani e così dopo un po’, si assopisce.

Rimango a guardarla: mi sono sempre chiesto se è solo compassione quello che ci muove verso Amalia e le tante altre persone con storie simili in cui ci imbattiamo nella nostra vita professionale. No, c’è anche affetto, che nessuna delle riforme cui periodicamente la Sanità viene sottoposta ha mai citato, e che assieme a senso del dovere, di responsabilità, a coscienza fa sì che ogni giorno tutte le Amalia d’Italia possano avere una mano da stringere.

 

Before.C.

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Cosa vuoi fare da grande?

Posted by Marianna on ottobre 16, 2012
emozioni, testimonianze / 2 Commenti

foto di NC

A  cinque anni, quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo sicura: “l’astronauta!”. Trovavo meraviglioso che un uomo potesse “volare”, indossare tutoni metallizzati e camminare tra le stelle.

Poi sono cresciuta e finito il liceo, non avevo più le idee così chiare. Cosa avrei fatto da grande? Non riuscendo a trovare risposta tra il caos che avevo in testa, mi affidai a Internet e navigando senza rotta, trovai finalmente qualcosa che suscitò in me una qualche curiosità.

Per caso trovai il bando di concorso per le professioni sanitarie.

Per caso trovai la strada per arrivare a fare i test.

Per caso risultai vincitrice tra le centinaia di persone che avevano provato.

E mo’ che faccio? Io che svengo alla sola vista del sangue mi vado a chiudere in un ospedale? Io che tremo al solo pensiero di vedere un medico? No, no, lasciamo stare!

Alla fine però, non andò esattamente così.

Non so per quale motivo mi iscrissi. Inconsciamente forse, era la cosa che davvero desideravo fare o semplicemente era solo un dispetto che facevo a me stessa, per mettermi alla prova, per capire dove realmente arrivassero i miei limiti.

Mi ritrovai catapultata in un posto che pensavo non adatto a me.

Passino le giornate intere di corsi, passi la fisica, la statistica e le leggi da imparare, ma c’era sempre l’ostacolo più grande da superare: l’ospedale.

Da sempre l’avevo visto come un luogo dove le persone soffrono, combattono, e muoiono. Non immaginavo l’altro lato della medaglia, il lato buono, quel lato di cui nessuno parla, che si dà così tanto per scontato da essere ignorato.

“E ho visto in sala parto la potenza delle cose”, un’esplosione di luce fuoriuscire da grembi gonfi di donne sfinite che ti emoziona tanto da farti svenire.

E ho visto esserini di 500 grammi attaccarsi alla vita e non volerla abbandonare, lacrime di gioia dei neogenitori che portavano a casa dopo mesi i loro pargoletti che erano già abbastanza grandi per sorridere.

Ho visto anche la morte, quella aspettata, da alcuni sperata e quella che si presenta all’improvviso lasciandoti senza fiato. Ho visto gli sguardi complici, quelli cattivi, ho sentito caldi abbracci e parole di affetto.

Ho imparato a convivere con una divisa informe, una cuffietta che schiaccia i capelli, campanelli e allarmi nelle orecchie e mani screpolate da eccessivi lavaggi.

Ho quasi finito il mio corso di laurea.

Oggi quando mi chiedono cosa voglio fare da grande rispondo sicura: “l’infermiera pediatrica”.

Marianna

Anima d’Africa

Posted by manuele on marzo 17, 2012
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Congo, lago Tanganika.

Mattino, ore 6 precise. I canti “gospel” in lingua swahili della messa sono la mia sveglia. Apro gli occhi. Sul viso un sole enorme che mi riempie l’anima, entra nella mia stanza dalla finestra della ex missione dei saveriani abbandonata. Ogni mattina percorriamo in jeep una lunga strada di polvere rossa.

Colori vividi, mai visti prima, un cielo terso e d’un azzurro sgargiante. Un via vai continuo di persone a piedi, motociclette mai viste fanno da taxi, edifici in rovina e capanne lasciati così dalla guerra ai lati del lago splendente.

“jambooo ! munganga musungu, habari gani?” è il saluto che accompagna il mio esser uomo bianco e medico in missione, tra sorrisi e volti che mi guardano con occhi grandi e sereni, volti d’un colore d’ebano di antiche origini dell’uomo.

L’ospedale è fatiscente. Nei piccoli giardini circostanti, galli e capre, panni colorati stesi al sole, persino i guanti in lattice vengono messi all’aria per essere riutilizzati.

In sala operatoria si muore di caldo, ci saranno 50 gradi, ma oggi ho un ventilatore comperato ieri a Bujumbura dopo 4 ore di macchina.

A volte non riesco a credere a ciò che vedo, colera, lebbra, tifo, malaria, meningiti, tumori, gozzi grossi come meloni…  come faccio a curare cosi’, coi mezzi che ho?

Tra un intervento e l’altro esco a fumare una sigaretta e coi miei fratelli africani parlo un misto tra francese e swahili e le risate assordanti non mancano.

Sì perchè là non si parla sommessamente come da noi. E questo mi piace da morire. Ricordo che avevo un pacchetto di mentine. Le assaggiavano e ridevano di gusto…ma come? Non avete mai assaggiato la menta? Ahahahah fantastico.

Tra un reparto e l’altro percorro corridoi all’aperto con le donne che mi sorridono, si interrogano, c’è chi dorme sulle stuoie, chi cucina… giuro, c’è anche il coiffeur che taglia e pettina !

Bimbi che mi toccano i capelli biondi e lisci e ridono e ti saltano al collo….le mamme poi dicono loro che lui è l’uomo bianco, il “musungu”…Ma com’è possibile che queste persone che non hanno nulla riescano ad avere sempre il sorriso ?

La mia ombra si stacca da me al massimo di trenta centimetri. E d’un tratto fuori ed è buio.

Il sole cade alle sei precise, esattamente dodici ore dopo. Non ci sono lampioni, ci sono i grandi fari della jeep che ci portano a casa. Ma anche il buio sembra colorato e acceso da stelle grandi come sassi se guardo in alto…

E c’è un profumo accattivante nell’aria, di lago salato, di erba, di frutti, come d’incenso che miete la mia stanchezza. Ogni giorno e sera così per un mese.

Oggi si ritorna in Italia. I bambini della missione hanno un nastro di carta sulla testa con scritto in italiano “tornate presto”. Le mie lacrime sono cosi’ grosse, che non riesco quasi a vedere chi abbraccio ed è un coro di voci, di canti e ululati delle donne vestite a festa, con abiti lunghi dai toni accesi… Grazie Dio Onnipotente che mi hai fatto non fare ma Essere medico dopo un’esperienza così.

La mia anima è cambiata: è colma di quel sole, di quegli odori, di quei colori, di quegli abbracci di bimbi e amici, di lacrime e risate, del ricordo di quelle malattie così “distanti” da noi, del mio senso di impotenza ma di ritrovo continuo di vigore quotidiano, di dire a me stesso di non mollare mai, ma di pensare con calma a come affrontare tutto.

Grazie.

Ho imparato che la mia anima è fatta per condividere, per avere e donare empatia, come loro senza volere l’hanno donata a me. E io ritornerò là…presto, molto presto….perchè tutto questo mi manca immensamente e se ci ripenso mi viene un groppo in gola….

Manuele

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Scusi, lei con quanti cuscini dorme?

Posted by zarianto on settembre 25, 2011
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Che domanda è, da fare a un paziente da operare d’urgenza?
Semplicemente si cerca di capire se il malato abbia difficoltà respiratorie, derivanti da problemi polmonari e/o cardiaci, nel caso in cui abbia la necessità di riposare il meno possibile sdraiato. Ciò condiziona l’intera gestione clinica, perioperatoria.
Ma il paziente, seduto sul letto, con le gambe a penzoloni e di spalle, rispetto all’intervistatore, e rivolto verso la finestra, inondata dalla luce di un Sole nascente di una limpida e calda mattina di mezza estate, priva di nuvole e piena di cielo tinto di turchese, non risponde!
La domanda viene ripetuta in modo perentorio e stizzito, da chi, dopo l’ennesima notte di guardia, trascorsa a combattere contro il più agguerrito degli avversari, il sonno, nonché il destino dei malcapitati pazienti, che li vorrebbe tutti morti e che pertanto ha in odio coloro che gli si oppongono con ogni mezzo (ed è per questo che spesso nulla funziona al momento del bisogno: è il fato che si vendica!), chi, dicevo, non vede l’ora di immergersi dentro quel mare di luce naturale, stanco del molesto chiarore artificiale che illumina le ore piccole di noi, operose formiche notturne, ancorchè per poco, visto che dopo qualche ora, quando, cioè, inizierà la giornata degli altri, quelli normali, quelli diurni, crollerà privo di forze sul divano, senza neppure spogliarsi, per risvegliarsi al tramonto, essendosi privato di un altro giorno.
Ed è proprio l’ebbrezza, nel rivedere il cielo azzurro, che proviene dal profondo della stanchezza, di chi proprio non ne può più, quasi a scacciarla, che a poco a poco si trasforma in qualcosa di molto simile alla rabbia, troppo debole per esserlo realmente, perché almeno si preferirebbe non vedere ciò che ancora non si può vivere e non si godrà quel giorno!
Già ma che ne può il malato?  Sicuramente preferirebbe ammirare il paesaggio da casa sua, altro che da un letto d’ospedale e, per di più, con l’allettante prospettiva di subire un intervento chirurgico d’urgenza!
Quindi, con pacatezza, moderazione e tutta l’empatia per chi ha ben altro da perdere che una giornata di sole, gentilmente, di nuovo: “Scusi: lei con quanti cuscini dorme?”.
Ma il malato non risponde.
Nel frattempo si avvicina una ragazza, con la borsa a tracolla e stretta a sé, come se temesse il furto –peraltro possibile, in quel cavolo di posto, soprattutto di notte- col giubbino scuro, estivo, perché a volte anche le mattine estive sono fredde, che rivelano la prudenza di chi è quasi avvezzo ad aspettarsi di tutto e che concede unicamente qualcosa ai calzoni bianchi corti, che arrivano sotto il ginocchio (i “pinocchietti”?), ai sandali infradito e allo smalto nero di mani e piedi.
Contrariato a pensare che si tratti della parente del vicino di letto, il quale, peraltro, dorme profondamente, incurante dei rumori del reparto, procurati appositamente per risvegliare di soprassalto i malati, colpevoli di riposare, mentre il personale, in piedi all’alba, deve già smazzarsi tutto il lavoro mattutino, solitamente il più pesante, parente, immagino questuante richieste assolutamente irreali a quest’ora, mi sovviene un’unica idea: “Che vuole questa, adesso?”.
“Questa”, piuttosto seccata, mi dice “Mio padre è sordo” –come dire: “Non sei nemmeno in grado di accorgertene, sciocco?”. Dopo una notte di lavoro intenso, la risposta, sorprendentemente, è no!
Allora chiedo a lei: “Con quanti cuscini dorme suo padre?”.  “E che ne so. Ci ha abbandonati quando eravamo piccoli. Non lo vedo da decenni”.
Ma allora che ci fa qui “Questa”? Mi chiedo.
I miei toni si smorzano subito, per l’intuizione di trovarsi al cospetto di qualcuno “più grande”. Quella ragazza d’aspetto poco più che adolescenziale è una donna sulla quarantina, sposata con prole, che in gioventù provvide al mantenimento di parecchi fratelli più piccoli, nonchè della madre: vissero tutti del suo reddito, prodotto, in parte, addirittura come emigrante, all’estero, da teen-ager, con la rinuncia finanche agli studi di medicina, di cui è fortemente appassionata!
Ma ciò non le ha impedito attualmente di occuparsi dell’ istruzione dei figli altrui.  Chapeau!
Il padre, ad un certo punto, non li volle e li lasciò. Ma ora, malato, li ha cercati e loro se lo riprendono, perché, come dice lei “Il sangue non è acqua!”.
Finalmente torno a casa, incapace di pensare al sole, al cielo azzurro, al prato verde e via discorrendo.
Quella notte insonne, di dura lotta per la sopravvivenza mia e dei poveracci che mi capitano tra le mani, tra le imprecazioni per l’ennesima urgenza o perché mancano i guanti monouso e i rantoli di chi è giunto a fine corsa mi ha comunque arricchito, poiché qualcuno disse, a ragion veduta, che una bella storia non ha prezzo!
E ripensando ad essa storia, quella che ti sorprende, quella che non ti aspetti di certo all’alba, guadagno sereno il meritato riposo.
E con quanti cuscini dorme il paziente? Boh! Non l’ho mai saputo! Nonostante ciò, però, mi risulta in salute.

“Nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore” (F. De Andre’).

Zarianto

Primo giorno d’ospedale

Posted by Magamagò on agosto 30, 2011
cronache, testimonianze / 5 Commenti

Primo giorno d’ospedale, ma non dalla parte del malato inerme, combattuto tra la sua dignità di uomo del Duemila e l’atavica paura dell’ignoto; no, stavolta sono dall’altra parte della barricata, non ancora medico ma sulla buona strada per diventarlo. Per ora sono una studentessa di Medicina che inizia a fare pratica in Ospedale: in gergo si dice internato.

Già, bisogna che cominci anche io a parlare come “loro“.

L’Ospedale: è un posto dove si gioca un’interminabile partita a scacchi con la Malattia, finché lei, la Nemica con la falce lucente, obbedendo a disegni più alti non allungherà la mano dichiarando scacco matto, o più spesso, si ritirerà nell’ombra.

In fondo la scienza ha fatto passi da gigante, e la chirurgia robotica è qualcosa di infinitamente lontano dalla scheggia di quarzo del primo medico preistorico.

Però il camice, il rito della vestizione prima di un intervento chirurgico, lo stetoscopio freddo poggiato sul filo della schiena a scoprire ogni magagna … tutto ciò è solo progresso o anche stregoneria ?

Forse sono solo rituali magici, esorcismi millenari che rivelano la congenita paura dell’uomo di fronte a fatti più grandi di lui.

Tutto vero, analisi socio-psicologica perfetta, ma allora perché ho scelto di diventare medico anch’io? Diamine, perché ho una folle paura delle malattie, no ?!

Dunque primo giorno d’ospedale, e quello che i maligni definiscono “ il mio restauro quotidiano “ è durato più del solito; non perché io sia proprio un mostro, ma purtroppo Madre Natura mi ha dotato di un aspetto in generale che si usa definire giovanile.

Questo vorrà dire che a cinquant’anni sarò ancora una bella signora, snella e fresca, ma presentemente a ventidue anni suonati e con tutta la mia buona volontà, non dimostro più di 15 anni, e pur essendo matura e intelligente, si sa, anche l’occhio vuole la sua parte.

Ed io, fossi un malato, non mi fiderei più di tanto di una dottoressa che con quel camice bianco sembra appena uscita dall’asilo, dimenticando in aula il suo bel fiocco blu.

Quindi: cerchiamo di invecchiarci!

Primo giorno d’ospedale: non bastano occhi per vedere tutto, né orecchie per ascoltare l’anamnesi del paziente letta con voce monotona dal collega: sembra non basti neanche il cervello per imparare tutto ciò che serve.

Ce la farò? Gli avvenimenti della giornata, piccoli e grandi, rimangono impressi nella mia mente non già come sono ma sotto forma di racconto.

Racconto che farò a tutti: ai miei genitori, che quando mi vedono pallida, a luglio, studiare fino a notte fonda su libroni più grossi di me pensano che loro gli anni della giovinezza non li hanno goduti per via della guerra, però neanche io mi sto divertendo.

Racconto soprattutto da fare al mio lui, conosciuto sui banchi di Anatomia (romanticissimo), il primo di mille che caratterizzeranno la nostra vita in comune.

La cosa più bella è che io ho le idee chiare sul mio futuro e il mio primo giorno d’ospedale potrebbe essere anche uno dei tanti fra dieci o vent’anni; sarò più vecchia, più esperta, toccherà a me spiegare agli studenti, ma l’entusiasmo, il senso del dovere, l’amore per la gente, saranno come oggi, anzi di più.

Primo giorno d’ospedale …o forse è solo un ricordo, di quelli che vengono a chi ha i capelli bianchi e il viso rugoso? Chi sono io, la studentessa col camice bianco o la dottoressa quasi in pensione? Devo vivere ancora la mia vita o è già quasi tutta trascorsa? Chi sono io?… Non dovrei pensare troppo, la mente mi si confonde, è colpa della preanestesia, e poi stare distesi sul lettino e attraversare così tanti corridoi con tante porte …ma non si arriva mai? Ragioniamo: sto per entrare in Sala Operatoria, una cosa semplice, lo so, andrà tutto bene, e poi me lo sta dicendo anche questa graziosa ragazza in camice che cammina affianco della barella.

Quant’è giovane, ha una faccia sbarazzina; con quel camice e quel visino più che una dottoressa sembra una bambina dell’asilo, le manca solo il fiocco blu ….Curioso! Mi ricorda qualcuno ma non so chi, la mia mente scivola nel buio, questa narcosi, bisogna che le paarli doopo …doopo, le parl…curios…

( ritrovato tra le mie carte 35 anni dopo )

Magamagò

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Anna e Giorgio

Posted by Meri on febbraio 15, 2011
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All’Asilo dei Vecchi si lavora per difendere la vita. Ma non come in una rianimazione e men che meno come in una neonatologia, perchè è la vita di vecchi, è già vissuta. Si aspetta solo che finisca in qualche modo, non si può fare altro che togliere un po’ di dolore, ma non si riesce mai farli star bene. Facciamo attenzione che non gli vengano le piaghe, che riescano a mantenere i movimenti che hanno ancora, che siano puliti, dignitosi insomma.
Una volta la settimana si proietta un film o qualcuno suona una fisarmonica cercando di mantenere vivo un minimo interesse per la vita, ma solo ed esclusivamente la propria, quella degli altri non esiste più. Il mondo di ogni anziano che abbia ancora un minimo di lucidità e molti acciacchi, inizia e finisce con lui.
Lavorare all’Asilo dei Vecchi significa difendere la dignità della persona al di là del suo stato, per quello che è, se è ancora qualcosa in un involucro sofferente, o per quello che è stato.
All’inizio sembra tutto inutile, perchè sono anziani, perchè non sono più consapevoli, perchè sono aggressivi, perchè hanno un rivolo costante di saliva che gli riga il mento, perchè qualcuno ogni notte fa a pezzi il pannolone e sparge e spalma ovunque il contenuto…
Tuttavia col passare degli anni (per quanto mi riguarda, almeno dieci) scopri e capisci che ciascuno di loro è un personaggio, sia nella lucidità che nella demenza.
Raccontano una storia, la loro certo, ma tutte simili tra di loro. Sembrano brandelli della stessa storia universale, il che mi fa venire il dubbio che possa essere un’anteprima della mia possibile storia, ma anche della tua o di ciascuno di noi.

Allora lo sguardo, il punto di vista cambia e si fa più attento, le orecchie più tese.

Cerco di andare oltre e di immaginarmi quella persona quarant’anni fa, nel pieno delle sue forze quando lavorava in miniera o in fabbrica.
Così mi lascio dare un bacio sulla guancia, per quanto mi faccia un po’ senso. Talvolta afferro una mano che vaga nell’aria anche se è scambiata per quella di una figlia, ma più spesso per quella di una mamma.

Al secondo piano dell’Asilo dei Vecchi c’è Anna, con i suoi 94 anni, una postura perfettamente eretta, lo schema del cammino sciolto e ancora agile senza bastone nè girello. Può salire più volte al giorno quattro piani di scale, ma il suo sguardo è opaco, guarda con sospetto ogni persona che le passa accanto perchè pensa che voglia ucciderla, non parla con nessuno, non partecipa a nessuna attività e, di tanto in tanto, preleva alcuni abiti dall’armadio, li ripone in una borsa di nylon e si siede sulle scale aspettando, a volte anche per intere giornate, un nipote inesistente che la riporti “a la sua casa”.
Al primo piano c’è Giorgio di 68 anni che cinque anni fa ha attraversato la strada ubriaco ed è stato investito da un’auto riportando delle lesioni cerebrali gravissime con gravi conseguenze motorie e cerebro-cognitive. Dopo un lungo ricovero in ospedale, senza figli nè moglie è finito da noi, all’inizio qualche visita sporadica di qualche lontano parente e poi via via sempre più rade. Solo un fratello di tanto in tanto gli fa visita, ma lui sembra non accorgersene, le voci che sente più di frequente sono quelle del personale che si prende cura di lui.
Chissà se pensa, chissa che cosa pensa Giorgio, rannicchiato in posizione fetale, con gli arti raggomitolati e le mani serrate a pugno. Può fare solo delle smorfie quando il dolore, mentre lo mobilizzi o mentre lo lavi, è troppo forte. E’ nutrito con la Peg ed è ovviamente disfagico per cui si dà solo acquagel.

L’altro ieri passando davanti alla stanza di Giorgio, vedo accanto al suo letto Anna.

Mi fermo un po’ stupita e incuriosita mentre Anna cerca di stare sulla punta dei piedi per poter rimboccare le coperte a Giorgio. Ma il letto è di quelli elettrici, alto, con le sponde. Le sue mani artrosiche fanno fatica a passare sotto il materasso e tra le sbarrre.

Intanto gli parla dolcemente, gli racconta di castagne da raccogliere, di mucche all’alpeggio, del dover tornare a casa. E lo accarezza, e Giorgio ha un’espressione beata con gli occhi stranamente aperti. La guarda con una certa espressività che io non gli ho mai visto, addiritttura sembra muovere le labbra e persino gli arti sono un po’ più distesi.
Allora mi avvicino e Anna mi spiega che quello è suo figlio, che lei è lì per curarlo e per riportarselo a casa, ma lui è molto malato.

E’ come se un lampo mi avesse attraversato la mente: ma certo! Quale soluzione migliore per entrambi? e mentre rimprovero tutta la mia razionalità e la mia capacità di pianificare l’assistenza e l’esistenza altrui, capisco che in ciascuno può esserci una soluzione…

A che cosa?

a quello che a noi sembra “IL NULLA”.

Così prendo una poltroncina per Anna, abbasso il letto di Giorgio e tiro un po’ giù le sponde.

Meri

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