bambini

Manca qualcosa?

Posted by Giramondo on giugno 01, 2017
cronache / 2 Commenti
foto di NC

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La guerra in Afghanistan (quest’ultima intendo…) è iniziata nell’Ottobre 2001…
Sì lo so, mi sembra già di sentirvi… ma che palle questo qui con la guerra in Afghanistan, e ormai non ne parla più nessuno, e cosa c’è da dire ancora, il solito pacifista rompiballe…
ALT, fermatevi un momento.
Rilassatevi, tranquilli… dedicatevi questi 10 minuti per finire di leggere.
Nessuna retorica pacifista.
Nessuna argomentazione politica da proporre.
Sono solo un chirurgo che lavora da dieci anni in paesi in guerra, e circa la metà di questi anni li ho passati in Afghanistan. Volevo semplicemente condividere alcune descrizioni cliniche dell’ultima settimana di ammissioni nell’ospedale dove attualmente lavoro, nel sud dell’Afghanistan.
Vediamo un po’.
A un bambino di 10 anni ferito da mina manca una gamba.
Ad una bambina di 12 anni ferita da mina mancano le due gambe e la mano destra; in poche parole, se sopravvive, avrà bisogno per tutta la vita di qualcuno che la spinga in sedia a rotelle perché con una mano sola proprio non si può.
Ad un bambino di 15 anni ferito da schegge di un missile mancano entrambi gli occhi; avrà bisogno per tutta la vita di qualcuno che lo aiuti a fare tutto.
A un bambino di 14 anni mancano una gamba, l’ano ed il pene, portati via da una mina; adesso però in più ha una colostomia ed un catetere sovrapubico che porterà per tutta la vita.
Ad una bambina di 4 anni (quattro anni) manca la parola: un proiettile le ha portato via lingua e mandibola ma le ha regalato una tracheotomia per respirare ed una gastrostomia per nutrirsi.
Anche ad un altro ragazzino di 16 anni manca la parola. A lui però la pallottola ha portato via il cervello temporo-parietale sinistro con l’area di Broca: è arrivato in pronto soccorso con la materia cerebrale che colava sulla barella e sul pavimento. Il suo Glasgow Coma Scale era 10, per cui abbiamo chiuso la sua ” dura mater ” con un bel patch di fascia lata della coscia; andrà a casa così: muto, parlando con gli occhi e paretico a tutto l’emisoma destro.
Diciamo che questi sono solo pochissimi casi di questa settimana; le ammissioni giornaliere variano dalle 5 alle 15 al giorno, ogni giorno; vengono ammessi solo ed esclusivamente feriti di guerra. Fate il conto in un mese, fate il conto in un anno.
Questo Ospedale ha 90 letti… sempre pieni.
Questa guerra, dicevo, dura ormai da 16 anni ( più o meno tre volte la durata della Seconda guerra mondiale, tanto per capirci ).
Alle persone che vivono qui cosa ha portato ?
Sono PERSONE, come me, come te che mi leggi. Sono esseri umani.
Sono bambini, bambini normali… bambini come tutti i bambini.
Manca qualcosa? Manca il senso di appartenere tutti alla stessa famiglia umana.
MANCA UMANITÀ.
NON C’È NESSUNA PIETÀ.

Giramondo

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Ascensore

Posted by Gio on dicembre 20, 2016
emozioni / Nessun commento
Foto di EP

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Sono in ospedale.

All´ingresso principale due bambini sui tre e sette anni giocano a indovinare quale dei quattro ascensori arriverà per primo e si inseguono e corrono approfittando del fatto che la mamma, intenta a parlare con un’infermiera nel corridoio, non li veda.

Come sempre non posso resistere e ingaggio il gioco con i due piccoli, in due minuti stiamo tutti ridendo a crepapelle.

A un tratto sopraggiunge una donna di circa trent’anni, alta, bionda, carnagione chiara, zigomi alti, labbra naturalmente vermiglie. Indossa un cappotto che lascia intravedere le sagoma di un addome arrotondato dalla gravidanza. Mentre si avvicina il suo sguardo incrocia il mio e lo attraversa, come se non mi vedesse, figuriamoci partecipare alla risata che ho ancora nella coda degli occhi mentre l’ascensore arriva, i bambini tornano dalla loro mamma e io salgo scegliendo il piano del mio reparto.

La donna stringe in mano una scatola di fazzolettini, e guarda dritto davanti a se ma il suo sguardo penetra ciò che ha di fronte più che accarezzarlo. L’ascensore è vuoto, i piani molti, ma lei non fa cenno di notare che siamo solo in due in quello spazio.

Quali pensieri stringono la tua mente?

L’ascensore si ferma praticamente ad ogni piano nel solito calvario, lei rimane in un altro mondo.

Arriva il piano otto, le porte si aprono, lei si muove per uscire.

Ora ho capito, quell’addome non sta per dare alla luce un piccolo ma deve averlo già fatto, forse troppo presto perché quello è il piano della terapia intensiva neonatale.

Mentre scende la donna ha le lacrime agli occhi, ma non distoglie lo sguardo da quel suo orizzonte interiore, da quel suo obbiettivo unico: guardare il suo cucciolo penetrando il plexiglas dell’incubatrice. Guardare avanti, al momento in cui il suo cucciolo non avrà più bisogno del plexiglas per mantenere la sua temperatura, quando basterà il suo abbraccio per scaldarlo, quando, dimenticando le settimane dei dubbi e delle terribili incertezze iniziali, potrà godere della beata inconsapevolezza di tutti i neonati. Ancora più avanti, quando la donna con le labbra vermiglie starà parlando in un corridoio e il suo cucciolo potrà giocare con gli ascensori.

In quell’ascensore ho sentito il tuo dolore, donna dalle labbra vermiglie, la tua speranza, la forza e la fierezza con cui combatti la battaglia per il tuo cucciolo.

Buona fortuna!

Gio.

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A che serve?

Posted by Gio on settembre 10, 2015
pensieri / Nessun commento
Foto di EP

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Avrei bisogno di trovare un motivo a tutto questo dolore.

Avrei bisogno di capire come il destino possa accanirsi cosi tanto su alcuni uomini donne e bambini.

Avrei bisogno di trovare una ragione, per capire, per non rassegnarmi, per continuare a credere che lottare abbia importanza.

Quando il tuo paziente si rialza dopo un percorso estenuante, accenna appena a tornare ad una vita normale, riassapora la dignità di una esistenza fuori dalle mura di una stanza ospedaliera; cosa gli resta se il fato lo colpisce di nuovo e lo riporta indietro nei suoi giorni di sofferenza?

A che giova?

A che serve il coraggio da uomo che ha avuto essendo bambino, la forza che ha trovato nei suoi pochi anni per combattere quotidianamente. A che serve lo sguardo fiero che ha tenuto davanti a me e ai suoi genitori per non tradire la sua paura, per non infliggere ulteriore dolore a chi lo ama (e farebbe a scambio con ogni sua sofferenza). E a che serve l´eroico e incredibile sforzo che i suoi genitori hanno fatto ogni giorno, assistendo impotenti al compiersi delle chemio, delle febbri, delle medicazioni. Quanto è stata vana ogni loro attesa, l´attesa per un neutrofilo in più, baluardo contro le infezioni, per un cenno di eritema, simbolo di un trapianto attecchito. A che serve la mia voce che dice che tutta quella sofferenza è per qualcosa: la mucosite, la GvHD, le infezioni, il vomito, tutto avrà una fine quando il midollo del donatore avrà spazzato via la malattia e tu, piccolo, potrai finalmente goderti la tua infanzia.

A che serve, se il destino è in attesa di giocarti lo scherzo più crudele appena avrai rialzato la testa…

Gio

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La migliore complicanza possibile

Posted by FiloDiK on dicembre 08, 2014
racconti / 1 Commento
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Foto di NC

Trauma trauma trauma traumapediatrico. Un bambino, frattura di Monteggia tipo 1, e come ultimo della mattina.

Butto giù a fatica lo pseudo-caffè della macchinetta, con in testa il solito film dell’esserino urlante e indomabile che sta alla sala operatoria come un DJ ad una severa biblioteca.

Grazie a Dio almeno dormirà … Non faccio in tempo a finire questo pensiero semiconscio e politicamente alquanto scorretto che mi viene incontro l’anestesista. Ahia, aria di casini! Niente totale. Niente totale Eh no, elleviibipi … insomma, plesso pediatrico e pace, per tutta una serie di ragioni. E’ sicuro è provato è efficace. Lo dice anche Pubmed, se leggi.

Leggo, giuro.

Lei così lo tiene controllato, ed è tranquilla, lei. Lui così non sente male, ed è sereno, lui. Io così mi scartavetro le mani al lavaggio per scaricare il nervosismo, io.

E se …. E se gli faccio male? Se il plesso prende poco e lui sente mentre incido? Se lo faccio piangere, o peggio, urlare di dolore? Se lo traumatizzo a vita? Madonna Santa. Entro in sala tutta tesa, e mi sembra così diverso dalla visita in PS di poche ore prima. Mi sembra molto, ma molto, piccolo. Un ragnetto piccolo e secco, incartato come uno strano regalo nel riscaldatore Bair Hugger che lascia emergere solo un visetto vispo e due occhioni azzurri giganti. Due scanner che mi sento addosso durante la vestizione, due fari allo xeno che si allargano ancora di più quando spontaneamente mi dice “lo so che dovevo dormire, ma ti prometto che starò fermo e quindi tu stai tranquilla”.

Mi vergogno. Mi ha rubato le battute. Sono sempre io quella che tranquillizza, col mezzo sorriso sicuro. Eh che diamine.

Meno male che il collega si sta ancora lavando, posso mantenere una reputazione da adulta con tutti i crismi. Iniziamo, e il bello è che il ragnetto sta fermo davvero. Ma proprio fermo, che l’avambraccio di ieri con tutti i suoi 65 anni di vita in confronto ci ballava la tarantella sotto i ferri. Sta LVIBP1 funziona proprio bene. E anche il mio ragnetto se la cava alla grande… bravo ragnetto coraggioso! Spariamo il filo decisivo, ci siamo quasi ragnetto resisti. Il collega va a scrivere l’intervento e io resto a rifinire il tutto con le scopie e la medicazione. Niente di nuovo sul fronte occidentale, direi …

Ma entra il Doc con la sua faccia da brutto quarto d’ora. Uragano in vista, e solo perché mi è finalmente arrivata l’approvazione del Capo per quel periodo di perfezionamento all’estero che avevo richiesto da mesi. Vuoi andare all’altro capo del mondo, ho fatto tanto per te ma non è mai abbastanza, hai fretta di cambiare ambiente perché non vuoi restare qui con me, cosa ti danno loro che qui non hai e variazioni sul tema, a volume crescente. Argomentazioni infondate e tempismo discutibile, Doc, ma non posso risponderti per le rime perché sei già uscito come una furia, perché sei tu, e perché c’è il ragnetto sveglio sul lettino.

Ragnetto che ha deciso di stupirmi fino in fondo, ragnetto che – appena tolgo il telino che ci ha divisi per quasi due ore – mi guarda. Mi guarda e mi dice che non devo arrabbiarmi, che è come quando il suo papà lo sgrida, perché ci tiene a lui. “Lui mi urla quando sbaglio, ma io lo so che poi mi vuole bene perché mi aiuta e mi fa le sorprese e controlla sempre se mangio”. Non riesco a reprimere il pensiero irritato per cui il ragnetto è solo un ragnetto, che cosa vuole saperne lui … queste son dinamiche complesse, altro che papà e figli … son cose da adulti, ecco.

Ragnetto mio, devi capire, il Doc non è il mio papà. Lui è arrabbiato con me e basta, non sto a spiegarti. Peccato che proprio in quel momento il Doc rimetta dentro la testa. “Pensavo che tra tutto tu oggi non hai mangiato! Dai che in mensa ci sono le lasagne calde, magari mandi giù un piatto di cibo vero per una volta, no?! Fai veloce che se no becchiamo una coda che neanche lo stradone alle 18:00!”.

Ragnetto, hai sentito anche tu ?! Se hai pazienza un secondo mi levo il guanto. E per rispetto del plesso mi limito a un ganascino sulle tue guancine da cucciolo – per darti un abbraccio da boa constrictor, in fin dei conti, posso anche aspettare in reparto.

 

FiloDiK

 

1 Lateral Vertical Infraclavicular Brachial Plexus

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U.G.I.*, l’occasione

Posted by massimolegnani on giugno 04, 2013
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foto di GP

Pino gonfia i palloncini e ride

A guardarlo sembra un citrullo che ride alle domande sciocche dei bambini. In effetti lui ride all’allegria che non sapeva di possedere e che ora sparge intorno come chicchi di semenza. E ride anche a quell’uovo di Colombo che è la vita.

Pino non è mai stato un uomo buono, ha viaggiato con un dolore dentro incancrenito e un rimorso continuamente rinnovato che gli serrava le labbra impedendogli il sorriso. “Ti porterò a pescare quando sarai più grande, ci divertiremo.”, diceva al suo bambino, scrollandolo di dosso, mentre usciva la domenica mattina con la canna e il pentolino dei cagnotti. Ma più grande il suo Michele non è diventato mai, non ne ha avuto il tempo.

E non è più andato a pesca, lui, troppa la colpa di non aver giocato.

Per vent’anni è andato avanti a rabbia e odio per ogni cosa che si muovesse sulla terra. Anche il sangue che donava non era una vera offerta al prossimo, ma una restituzione puntigliosa al padreterno per non sentirne più parlare, un tentativo di pareggiare il conto aperto, che tanto ne aveva consumato il figlio in poche notti prima di morire, più delle bottiglie che una combriccola di ubriachi si scola in una settimana di bagordi.

Un giorno Pino è entrato per errore in Pediatria, cercava la Cardiologia che è al piano sottostante. Capito l’errore, l’ho visto annaspare verso l’uscita. Ma prima che arrivasse alla maniglia, un bimbo gli si è aggrappato ai pantaloni: ”Tu sei BabboNatale, vero?”. L’istinto era quello di scrollarselo di dosso e di scappare, ma non è stato in grado di trasmettere l’ordine alle gambe, inchiodate al pavimento. Quello gli ha tirato di nuovo i pantaloni, che lo guardasse negli occhi: “BabboNatale mi fai guarire?”

Pino avrebbe voluto piangere, urlare, disintegrarsi che non restasse traccia del suo passaggio sulla terra, ma è rimasto lì impietrito per una vita intera. Poi si è messo a ridere a bocca spalancata, mentre le ginocchia si piegavano da sole. Da un tavolino ha raccattato un palloncino floscio e ci ha dato dentro a pieni polmoni. “A guarire ci penseremo dopo, ora divertiamoci a giocare.”

Pino gonfia i palloncini e ride.

A guardarlo sembra un citrullo.

 

* l’UGI è un’associazione di volontari che assistono bambini gravemente malati

 

 massimolegnani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Lettera a Gi

Posted by Picu on maggio 20, 2013
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Foto di AC

 

Ho conosciuto una ragazza motivata e seria, che inspiegabilmente vuole fare il mio mestiere, con determinazione proprio il mio. Proprio come dire la mia sottospecialità. E vuole pure venire da me, ad imparare (??) (sì, ho colleghi molto bravi). Insomma, io che sono quasi commossa da tanta determinazione e volontà, dovrei metterla in guardia, perchè lei ancora non sa bene cosa la aspetti.

Cara Gi, dovrei dirti che è un mestiere pericoloso, e stancante. Che starai in piedi sempre, e la sera avrai le caviglie a puntaspilli nonostante le calze supercompressive che imparerai a mettere immediatamente. Che quindi ti verranno delle venazze. Che non avrai orari regolari, e mangerai quando capita, e vivrai di caffè se va bene, e quindi avrai la gastrite cronica e ingrasserai perché quando poi arrivi sul cibo ti ingozzerai famelica di tutto quel che ti passa sott’occhio. Scordati di andare in mensa a mangiare verdurine cotte e risino in bianco. Che farai milioni di notti e sarai sfasata, e stanca, ma così stanca da non riuscire a dormire mai per la troppa adrenalina. Quindi sarai incazzosa, e chi ti sta accanto, se non fa proprio proprio il tuo stesso mestiere, non capirà questa tua stanchezza, e alla fine si stuferà di te, dei tuoi orari, delle tue lune, della tua mente impegnata altrove, e se ne andrà, probabilmente, o resterà ma non ti capirà. Sì, perché solo chi fa la stessa cosa può capire che la tua mente non si allontani mai dall’ospedale, dai pazienti. Che tu ripensi ansiosamente a cosa hai probabilmente sbagliato, sperando non sia troppo grave. Che ripensi a quel che si sarebbe potuto fare in più e meglio.

Dovrei dirti che dovrai imparare a tirar fuori le unghie, e litigare spesso con colleghi di altre specialità, specie quelli che stanno dall’altra parte del telino, finchè almeno non avrai conquistato la loro fiducia assoluta e si fideranno di te anche se gli rimandi un intervento. Ma passeranno anni prima di allora. E fino ad allora, dovrai essere inflessibile, non cedere a lusinghe o ricatti, e ti tratteranno male, sai, ma molto, e ti verrà la tentazione a volte di piangere umiliata, ma non lo dovrai mai e poi mai fare, o avrai perso in partenza. Dovrai fingere coraggio e spavalderia anche quando sarai pietrificata dalla paura, dentro di te, e controllare il tremito alle mani, e agire in fretta, mentre tutti ti osservano, perchè tanto, non tocca a loro quel lavoro di merda. Perchè non si può non aver paura, ad avere in mano la vita degli altri.

E a fronte di tutto questo, non verrai mica pagata tanto, sai? Non è come nel romanzo “la casa di Dio”, in cui negli svantaggi dell’anestesista si dice “noia inframmezzata da panico” ma nei vantaggi ci sono “soldi soldi soldi”. Qui non siamo in America, e i soldi non si fanno. Ne farai uguali ad un medico di base che ha lo studio tre ore al giorno, e a tutti quegli altri che hanno un decimo delle tue responsabilità. Ma l’assicurazione, quella ti costerà uno sproposito, invece. E ti gireranno i coglioni, oh se ti gireranno.

Dovrei anche dirti che non è vero, come forse pensi ora entusiasticamente, che se studi come una bestia poi saprai sempre cosa fare. Non è vero, e poi, non si studia mai abbastanza in questo lavoro. Non è nemmeno vero, come speri, che poi ad un certo punto interverrà l’esperienza, il senso animale del problema, ad aiutarti: succederà, un pochino, ma non sarà mai abbastanza.

 

Però poi, cara Gi, dovrei anche essere onesta, e dirti che ci sono momenti che non potrai mai dimenticare nella vita, alla stessa stregua della nascita di un figlio. Ci saranno, raramente, momenti in cui capisci che il paziente ha virato, e da lì in avanti migliorerà, e avrete schivato la fine ad un pelo dallo schianto. Sono momenti che non ti dicono i numeri scritti sul monitor o sulla carta, ma te lo dice il fiuto. Ci sono momenti in cui chiamerai dentro i genitori e gli farai vedere che stubi il bambino e lui dirà mamma, per la prima volta da troppi giorni, e piangerete tutti di gioia. Ci saranno le albe viste da una rianimazione, che sono diverse, perché sono quando tu stai per cedere e ti viene in soccorso la luce, finalmente, e il caffè, ultimo di una lunga serie ma primo del nuovo vero giorno, e ti torna la forza di tirare altre due ore, e sei soddisfatta, perchè siete ancora tutti lì. Ci saranno momenti in cui i bambini che hai visto su un letto pieni di tubi e sul filo del rasoio torneranno a salutare, anni dopo, perfetti. Ci saranno le mamme con cui ti darai del tu e scambierai i  numeri di cellulare e vi scriverete messaggini. Ci saranno tutti i momenti in cui sarai di guardia e i tuoi colleghi ti scriveranno sms negli orari più impensati per sapere come va quel tal bambino lì. Ci saranno le volte in cui incontrerai al mercato qualche persona che ti farà le feste e tu non ricorderai forse chi sia, ma il viso un po’ sì, e ti si rischiarerà la giornata.

Insomma, cara Gi, non sarei onesta a tacerti tutto questo: perché poi, è quel che fa andare avanti, altrimenti, no, non ne varrebbe proprio la pena.

Picu

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Trovarsi al posto giusto al momento giusto

Posted by Icy24 on dicembre 17, 2012
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foto di DB

foto di DB

Ieri sera mentre giravo per un noto e GRANDE centro commerciale di Roma mi sono ritrovato a passare dal ridere e scherzare con la mia ragazza e gli amici, a sudare freddo e ad assaggiare la paura vera… e dire che a questo giro ho avuto paura, ad esser sinceri, è dire poco…

Sono alcuni anni – anni che non conto più – che la sera, dopo il lavoro, spesso indosso una divisa blu con una grande croce sulle spalle e salgo su un furgoncino con tante luci e sirena. Sono sono un soccorritore volontario… che a guardarsi dentro, tra incidenti e calamità naturali, qualcosina ha visto e vissuto… ma per quanta esperienza tu possa avere c’è sempre una tipologia di soccorso che TERRORIZZA qualsiasi soccorritore: i bambini…

Ieri sera è stata una cosa istantanea.. istintiva… improvvisa. Guardavo le vetrine scherzando con la mia compagna ed amici, in mezzo a tantissima gente, quando ho sentito una donna, una mamma, urlare.

Mi son voltato e ho visto la madre inginocchiata a terra per terra con le mani tra i capelli e il padre, completamente bloccato dal panico, con un frugoletto di forse un paio d’anni se non meno in braccio svenuto o quasi con le labbra blu e in completa assenza di un respiro efficace…

…C… !

Mi è sembrato che il tempo rallentasse fino quasi a fermarsi… ho vissuto tutto come se visto da fuori… lo staccarmi dall’abbraccio della mia ragazza, il correre più forte che potessi dal padre, chiedergli di darmi il bambino e poi, vedendo che non era in sè, toglierglielo delicatamente dalle braccia dalle braccia per praticargli la manovra di disostruzione pediatrica Heimlich una, due volte, forse tre e prepararsi mentalmente a cominciare il PBLS… e poi, in un meraviglioso istante, sentiro tossire e poi piangere e strillare come un aquila… vedere quel visetto e quelle labbra tornare rosa… restituire il bimbo al padre che era fermo nella stessa posizione di pochi attimi prima… completamente in trance… e poi, finalmente, dopo lunghi, lunghissimi, minuti, rendermi conto anche io di quello ch’era appena successo…

Non ero io… non ero l’io cosciente… e quando i monitori e colleghi anziani di croce rossa mi ripetevano sempre (e come io spesso ripeto alle matricole a cui sto insegnando) “continua ad addestrarti… quando sarà il momento agirai quasi inconsapevolmente… il panico ti blocca quando l’istinto non sa che fare…”… ecco… ora so a cosa si riferivano…

È da ieri sera che ci penso e ripenso… come penso al fatto che sia assurdo e inacettabile che una struttura del genere non ci sia un medico o una squadra di soccorritori pronta a intervenire… l’ambulanza è arrivata in trenta minuti e solo perchè doveva intervenire su un’altro caso, qui nessuno aveva fatto in tempo, tutti bloccati in stato di shock… quel bimbo, il piccolo Simone (nome di fantasia), stamattina, poteva non esserci più… o riportare danni cerebrali permanenti per ipossia…

Ringrazio i miei istruttori di croce rossa per avermi dato gli strumenti per intervenire, ringrazio la costanza e il tempo “sacrificato”, anzi, investito per tenermi aggiornato e allenato e il fato che ha fatto sì che succedesse a pochi passi da un soccorritore che si trovava lì per caso…

Oggi più di ieri vorrei tanto che ogni mamma o neomamma frequentasse uno “stupido” corso di disostruzione pediatrica delle vie aeree di appena tre ore per SAPERE cosa fare in questi casi… ma no… si pensa che tanto succederà sempre a qualcun’altro…

Si, ho avuto paura… e tanta… ma ero lì con la possibilità di fare qualcosa, di fare la differenza… e questo ripaga ogni singolo istante speso e sudato con quella divisa blu e la grande croce rossa addosso…

Icy24

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Destino beffardo

Posted by zarianto on novembre 17, 2012
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foto di HA

foto di HA

Quante volte accade, nel nostro amato/odiato mestiere di custodi notturni e festivi delle  vite altrui, di imbattersi in circostanze così singolari, da giustificare il sospetto dell’esistenza di un qualche regista occulto e bizzarro, alla direzione sapiente e divertita delle drammatiche e sofferte vicende umane?  Moltissime!  Ma tra tutte quelle possibili oggetti di narrazione, mai dimenticherò lo strano caso che mi accingo a raccontare, per la sequenza di coincidenze, pure assolutamente occasionale, occorsa a tutti i protagonisti.  E se non parlassimo, aihmè, di salute e malattia, di morte e sopravvivenza, che impongono la giusta dose di rispettosa serietà, forse verrebbe addirittura…da sorridere!

E’ la notte di San Sivestro di qualche anno fa.  Terminato il giro-pazienti medico e infermieristico di una rianimazione abbastanza tranquilla, onde attenuare la frustrazione di chi spesso è costretto a lavorare durante le festività, anche quelle più importanti e sentite, mentre gli altri, “i normali”, si danno alla pazza gioia, il personale del reparto dà luogo, con impaziente e superstiziosa rapidità furtiva, preventivamente anti-catastrofista, al brindisi – minimalista, austero e assai spartano, s’intenda – da tempo programmato, di saluto agli anni vecchio e nuovo, giacchè il regista occulto di cui sopra, apparentemente lo concede.  Apparentemente…appunto!

Per il cardiochirurgo di guardia è l’ultima notte di lavoro…in assoluto: il nuovo anno reca con sé una bella finestra provvidenziale, non solo previdenziale – l’ultima? – soprattutto quando gambe sinistrate, anziane e malferme escludono da tempo dalla sala operatoria: ci voleva proprio!

Il cardiologo reperibile sconta l’ultimo turno prima dell’agognato trasferimento verso un primariato prestigioso e si gode l’euforia di un doppio festeggiamento in compagnia degli amici.

L’anestesista di guardia non è sicuramente avulso dal contesto, ma un po’ contrariato si: nonostante una certa anzianità di servizio maturata altrove, in quella rianimazione è l’ultimo arrivato e, dunque, gli tocca lavorare, perché, nella nuova realtà, non contano le innumerevoli festività già trascorse in turno, in diverso nosocomio.

E’ da poco passata l’una di notte e tutti, ma proprio tutti, avvinti da improbabili intuizioni cabalistico-statistiche di auto-convincimento propiziatorio, si crogiolano nella più totale e incrollabile certezza…di averla scampata!  Quand’eccoli sobbalzare e ammutolire d’atomico sincronismo, al ritmo…della suoneria del telefono portatile “d’ordinanza” che annuncia l’emergenza in arrivo.  E che emergenza!  Di tutte quelle possibili e immaginabili…la peggiore in assoluto!

Si tratta di una neonatina di colore, in arrivo dall’ospedale ginecologico perché affetta dalla madre di tutte le malformazioni cardiache congenite, il cuore sinistro ipoplastico!  In pratica, la sventurata è funzionalmente priva di ventricolo sinistro e di radice aortica, per cui il ventricolo destro pompa sangue per tutto l’organismo e non solo per i polmoni, come normalmente dovrebbe accadere.  Affinchè però  il sangue vi giunga dalle vene polmonari, è necessario garantire la comunicazione tra atrio sinistro e destro, destinata a chiudersi in poche ore dopo la nascita.  Pertanto si rende opportuno l’ intervento urgente di settotomia percutanea mediante cateterismo cardiaco, da eseguirsi nel laboratorio di emodinamica, ad opera del cardiologo…e dell’anestesista reperibili!

I genitori della piccola sono di nazionalità nigeriana e non parlano Italiano.  Ricorrendo allo Spaghetti-English, dimostratosi estremamente affidabile finora, forse perché ne sono – modestamente – campione mondiale in carica, riesco a illustrare comprensibilmente la complessità del caso, le procedure cui verrà sottoposta la loro unica figlia e la  prognosi, piuttosto invalidante, se non fatale, in assenza di trapianto di cuore.  La rappresentazione della cruda realtà non li scoraggia e non scalfisce la loro felicità neo-genitoriale: ancora una volta, mi inchino di fronte alla grandezza dei sentimenti di cui l’animo umano è sorprendentemente capace.
Tuttavia, il loro racconto, che, a scanso di equivoci, faccio ripetere per ben tre volte e che trova conferma nella storia clinica, …mi fa letteralmente trasalire!  Rimango sbigottito nell’apprendere che la madre è reduce da ben…sette interruzioni volontarie di gravidanza!

Ora, posso facilmente immaginare…anzi no, potrei finanche percepire distintamente il flusso e il contenuto dei pensieri di chi legge in questo momento, ma, ove necessario – e con ogni probabilità non lo è – vorrei propagare il mio umile invito alla sospensione di un accattivante giudizio, poiché nulla è più fallibile…di noi tutti!  Cionondimeno, considerazione ancora, diciamo così, politicamente corretta, potrebbe essere la seguente: accidenti!  Doveva toccare proprio all’ottavo?

Purtroppo, dopo diversi mesi di ricovero ospedaliero e tribolazioni varie, nonostante l’instancabile e commovente vicinanza di entrambi i genitori ,la piccola …muore.

Fortunatamente, per noi sopravvissuti, come solitamente  accade, giunge infine l’alba di un nuovo…giorno!  E allora: happy new year!

Zarianto

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Anima d’Africa

Posted by manuele on marzo 17, 2012
testimonianze / 1 Commento

Congo, lago Tanganika.

Mattino, ore 6 precise. I canti “gospel” in lingua swahili della messa sono la mia sveglia. Apro gli occhi. Sul viso un sole enorme che mi riempie l’anima, entra nella mia stanza dalla finestra della ex missione dei saveriani abbandonata. Ogni mattina percorriamo in jeep una lunga strada di polvere rossa.

Colori vividi, mai visti prima, un cielo terso e d’un azzurro sgargiante. Un via vai continuo di persone a piedi, motociclette mai viste fanno da taxi, edifici in rovina e capanne lasciati così dalla guerra ai lati del lago splendente.

“jambooo ! munganga musungu, habari gani?” è il saluto che accompagna il mio esser uomo bianco e medico in missione, tra sorrisi e volti che mi guardano con occhi grandi e sereni, volti d’un colore d’ebano di antiche origini dell’uomo.

L’ospedale è fatiscente. Nei piccoli giardini circostanti, galli e capre, panni colorati stesi al sole, persino i guanti in lattice vengono messi all’aria per essere riutilizzati.

In sala operatoria si muore di caldo, ci saranno 50 gradi, ma oggi ho un ventilatore comperato ieri a Bujumbura dopo 4 ore di macchina.

A volte non riesco a credere a ciò che vedo, colera, lebbra, tifo, malaria, meningiti, tumori, gozzi grossi come meloni…  come faccio a curare cosi’, coi mezzi che ho?

Tra un intervento e l’altro esco a fumare una sigaretta e coi miei fratelli africani parlo un misto tra francese e swahili e le risate assordanti non mancano.

Sì perchè là non si parla sommessamente come da noi. E questo mi piace da morire. Ricordo che avevo un pacchetto di mentine. Le assaggiavano e ridevano di gusto…ma come? Non avete mai assaggiato la menta? Ahahahah fantastico.

Tra un reparto e l’altro percorro corridoi all’aperto con le donne che mi sorridono, si interrogano, c’è chi dorme sulle stuoie, chi cucina… giuro, c’è anche il coiffeur che taglia e pettina !

Bimbi che mi toccano i capelli biondi e lisci e ridono e ti saltano al collo….le mamme poi dicono loro che lui è l’uomo bianco, il “musungu”…Ma com’è possibile che queste persone che non hanno nulla riescano ad avere sempre il sorriso ?

La mia ombra si stacca da me al massimo di trenta centimetri. E d’un tratto fuori ed è buio.

Il sole cade alle sei precise, esattamente dodici ore dopo. Non ci sono lampioni, ci sono i grandi fari della jeep che ci portano a casa. Ma anche il buio sembra colorato e acceso da stelle grandi come sassi se guardo in alto…

E c’è un profumo accattivante nell’aria, di lago salato, di erba, di frutti, come d’incenso che miete la mia stanchezza. Ogni giorno e sera così per un mese.

Oggi si ritorna in Italia. I bambini della missione hanno un nastro di carta sulla testa con scritto in italiano “tornate presto”. Le mie lacrime sono cosi’ grosse, che non riesco quasi a vedere chi abbraccio ed è un coro di voci, di canti e ululati delle donne vestite a festa, con abiti lunghi dai toni accesi… Grazie Dio Onnipotente che mi hai fatto non fare ma Essere medico dopo un’esperienza così.

La mia anima è cambiata: è colma di quel sole, di quegli odori, di quei colori, di quegli abbracci di bimbi e amici, di lacrime e risate, del ricordo di quelle malattie così “distanti” da noi, del mio senso di impotenza ma di ritrovo continuo di vigore quotidiano, di dire a me stesso di non mollare mai, ma di pensare con calma a come affrontare tutto.

Grazie.

Ho imparato che la mia anima è fatta per condividere, per avere e donare empatia, come loro senza volere l’hanno donata a me. E io ritornerò là…presto, molto presto….perchè tutto questo mi manca immensamente e se ci ripenso mi viene un groppo in gola….

Manuele

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dottore, che Apgar mettiamo?

Posted by Rabuccia on aprile 03, 2010
cronache / 2 Commenti

L’ ostetricia extraospedaliera, chiamamola così, è sempre stata oggetto di grande timore per gli operatori del 118… ad un certo punto in una piovosa notte d’estate i timori stessi erano diventati cosa concreta…Sono passati tanti anni ma, con un piccolo sforzo, facendo riemergere i ricordi ed il loro sapore come faceva Proust con la sua madeleine nel the… ecco riaffiorare pienamente questo indimenticabile episodio…

Era ancora, per il sottoscritto, il periodo della specializzazione in Anestesia e a completamento ore svolgevo dei turni di 118 in montagna presso il servizio di P. L’attività non era particolarmente affaticante… i codici rossi erano pochi, l’ambiente giovane, e l’esperienza che si accumulava in sala operatoria dava garanzie di sempre crescente manualità… insomma lavoravo sereno con quel candido entusiasmo, quella santa voglia di fare e strafare che tutti noi conosciamo bene…

L’operatrice della centrale fa squillare il telefono in stanza alle tre e mezza di una notte d’agosto da tregenda in cui, proprio in quel momento, un temporale si abbatteva gagliardo su tutta la valle con un repertorio completo di lampi e tuoni…

Quello che nell’obnubilamento del sonno interrotto sentivo al telefono mi faceva subito accapponare la pelle: “C’è una ragazza che sostiene di essere sul punto di partorire nel bagno di casa a B. Alla fine del paese c’è una casa bassa sulla destra… Non sa più cosa fare… Non è venuta subito in ospedale perchè dice di aver nascosto la gravidanza ai genitori… Dottore, sembra quasi uno scherzo a dir la verità, ma bisogna andare a verificare. Tra l’altro ha chiuso il telefono.”

L’operatrice mi dà l’indirizzo completo. Il paese di B. è piccolo e dista dieci chilometri… Il posto è piuttosto semplice da raggiungere. Partiamo con l’ambulanza veloci ma senza troppa convinzione. C’erano stati diversi procurati allarmi provenienti da B. nelle settimane precedenti quindi… onestamente dentro di noi si sperava, soprattutto stavolta, nell’ennesimo scherzo…

Il pensiero di quello che ci poteva aspettare sul posto però aveva spento gli sbadigli molto rapidamente… nessuno apriva bocca… Si, beh dai l’assistenza al parto… più o meno sappiamo cosa fare…
“Hai preso la borsa da rianimazione pediatrica?”
“Si dottore”

Il tergicristallo dell’ ambulanza col suo scrin-scran seguiva in perfetta sincronia la rotazione della luce blu… le case dei paesi lungo la valle del B. sfilavano attraverso dai finestrini… e le facciate e sembravano arcigni spettatori intenti a guardare con dileggio dei concorrenti dilettanti intenti ad una gara troppo grande… Pensieri…

“Abbiamo il kit ostetrico in ambulanza?”
Il mio infermiere stavolta rispondeva con solo un grugnito di affermazione…

L’autista ad un certo punto rallenta, si ferma: “Dottore siamo arrivati. Deve essere questa la casa”
Mentre cercavamo il civico in mezzo allo scrosciar del diluvio, una figura si avvicinava spuntando dal buio dalla nostra destra. Un fantasma. Un lampo illumina la strada… Una ragazza bionda ed alta si avvicinava a noi con in mano un fagotto… In quel momento abbiamo capito che non si trattava affatto di uno scherzo. Scendiamo tutti dall’ ambulanza sotto la pioggia… “Sali, sali… presto…”

Dal fagotto spuntava quella che senza alcun dubbio era una placenta sanguinante…

“Ma cosa hai fatto…!” Non sapevamo cosa dire… La neo mamma era frastornata… e noi anche… “Partite subito che i miei genitori si svegliano…”

Non avevo dubbi: partiamo subito… Distendiamo la ragazza sulla barella. Prendo in mano il fagotto inzuppato di pioggia e e due occhioni azzurri mi fissavano accompagnati da uno di quei meravigliosi sbadigli che solo i neonati possono fare! Il mio infermiere mi fa: “Dottore che Apgar metto sulla scheda…?”

“Apgar?… si,si… ah… si… beh metti 9…!!!”

Apriamo il pacchetto ostetrico e senza pensarci troppo zac! due clamp sul cordone, taglio… controllo che la paziente non sanguini… il bambino non era neanche da aspirare in bocca. Un virgulto di vitalità… Comunicavo alla radio: “Rientro con parto espletato. Avvisate il pediatra reperibile. Neonato vivo con Apgar 9. Codice 2 per la madre”

Il bambino era splendido… Un maschietto biondino… Si guardava attorno con due occhi da aquilotto… Lo tenevo in braccio io… Lo asciugavamo per bene…

“Ma come è successo… perchè? Perchè così?”
“Ho nascosto per nove mesi la gravidanza. I miei me le avrebbero date… ed ora è nato in bagno… nel water… Ho chiamato col cellulare… non mi credeva quella del 118… Ma il bambino non voglio riconoscerlo… non so neanche chi sia suo padre…”

A quelle parole… beh non sapevo davvero cosa dire. Ho stretto il neonato più forte e ho pensato:
“Ce la farai… lo hai già dimostrato!”

In ospedale compilavo il modulo di assistenza al parto obbligatorio sotto lo sguardo incuriosito della ostetrica di turno… Il mattino dopo, smontando dalla guardia, mi recavo io personalmente a registrare la nascita nel comune di B. visto che nessuno si era fatto vedere. Il funzionario del comune che non aveva ben realizzato chi fossi… mi ha chiedeva con curiosità e stupore se ero il padre. “No, no lei scherza! Non sono io il padre ma un pò forse si…! E’ come se lo fossi”

Una notte-di-guardia un pò diversa… dolce ed un pò amara, come la vita.

Rabuccia

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