pediatria

A che serve?

Posted by Gio on settembre 10, 2015
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Foto di EP

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Avrei bisogno di trovare un motivo a tutto questo dolore.

Avrei bisogno di capire come il destino possa accanirsi cosi tanto su alcuni uomini donne e bambini.

Avrei bisogno di trovare una ragione, per capire, per non rassegnarmi, per continuare a credere che lottare abbia importanza.

Quando il tuo paziente si rialza dopo un percorso estenuante, accenna appena a tornare ad una vita normale, riassapora la dignità di una esistenza fuori dalle mura di una stanza ospedaliera; cosa gli resta se il fato lo colpisce di nuovo e lo riporta indietro nei suoi giorni di sofferenza?

A che giova?

A che serve il coraggio da uomo che ha avuto essendo bambino, la forza che ha trovato nei suoi pochi anni per combattere quotidianamente. A che serve lo sguardo fiero che ha tenuto davanti a me e ai suoi genitori per non tradire la sua paura, per non infliggere ulteriore dolore a chi lo ama (e farebbe a scambio con ogni sua sofferenza). E a che serve l´eroico e incredibile sforzo che i suoi genitori hanno fatto ogni giorno, assistendo impotenti al compiersi delle chemio, delle febbri, delle medicazioni. Quanto è stata vana ogni loro attesa, l´attesa per un neutrofilo in più, baluardo contro le infezioni, per un cenno di eritema, simbolo di un trapianto attecchito. A che serve la mia voce che dice che tutta quella sofferenza è per qualcosa: la mucosite, la GvHD, le infezioni, il vomito, tutto avrà una fine quando il midollo del donatore avrà spazzato via la malattia e tu, piccolo, potrai finalmente goderti la tua infanzia.

A che serve, se il destino è in attesa di giocarti lo scherzo più crudele appena avrai rialzato la testa…

Gio

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La corsa

Posted by Gio on luglio 09, 2014
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Foto di DB

Foto di DB

 

Esco di casa in fretta, direzione ospedale.

La città è una festa colorata di gente che prende parte a una gara podistica.

Chi non corre, guarda dal bordo della strada.

Gruppetti di gente con un cono gelato in mano, a godersi l´inizio dell´estate.

Qui esplode la vita.

E vorrei prendervi parte, ma sto andando a dare una mano perché Michele sta giocandosi ora la sua partita contro il tempo.

8 anni, recidiva di una leucemia, ora ricoverato con una sepsi fulminante, che in poche ore lo ha constretto al tubo, alla dialisi, e ora all´ECMO.

Sorpasso la vita che corre, e in poco tempo sono in terapia intensiva.

Fa caldo in questa stanza e io, gli intensivisti, i chirurghi e le infermiere che lavorano intorno a Michele, siamo tutti imperlati di sudore sotto le mascherine.

Massaggiamo mentre i chirurghi isolano l’arteria per l’ECMO, ogni tanto loro ci chiedono 5 secondi di pausa dalla RCP per poter lavorare senza strattoni continui.

I miei occhi al monitor, a cercare qualche cenno di attività cardiaca.

È in DIC, sanguina da ogni possibile punto, mentre ventilo vedo il tubo sporcarsi di gocce rosse.

Plasma, trombociti, rossi; senza sosta.

Bicarbonati, adrenalina, calcio gluconato; senza soluzione di continuo.

L´ECMO inizia a lavorare: niente polso, ma flusso.

La dialisi ripulisce l’iperkaliemia, il cuore ricomincia a muoversi.

Flussi cerebrali presenti.

Ipotermia controllata.

La camera si svuota, prima se ne vanno i chirurghi, poi alcuni degli intensivisti, rimane il perfusionista e il medico di guardia.

Quando torno le strade sono vuote.

L´aria dolce dell´estate mi fa bene.

Michele questa è la tua corsa, non mollare!

 

Gio

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Muscoli e cuore

Posted by Gio on novembre 20, 2013
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Foto di NC

Foto di NC

Affretto il passo su per le scale dal Pronto Soccorso al Centro Trapianti, sono le 6 del mattino, lavoro da 22 ore, mal di gambe mentre salgo i gradini.

Entro in reparto, la mia seconda casa.

Le infermiere sanno che i turni di guardia sono lunghi e non mancano mai di lasciare su un tavolino comune qualcosa da bere e da sgranocchiare, è lì per tutti, si prende senza chiedere, in quella famiglia che diventa il tuo reparto.

Qui i bambini di notte sono da soli, coraggiosi combattono la loro battaglia che dura ben più di 22 ore e stanca molto più di una guardia a mangiar male.

Loro combattono per arrivare a un trapianto di midollo e combattono dal giorno del trapianto ogni ora di più.  Imparano a conoscere nemici dai nomi impronunciabili: adenovirus, graft versus host disease, capillary leak syndrome, e li combattono anche nel sonno stretti al loro peluche o alla bambola preferita.

Non sono più bambini quando escono da queste stanze, hanno fatto un balzo avanti di 1000 anni e acquisito una saggezza con la quale non mancheranno di renderti pan per focaccia ogni volta che proverai a dissimulare.

Come Robin, 6 anni, che è al secondo trapianto, lui la lezione la ha imparata a memoria, lui al giorno -2 mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: lo dirò solo una volta e poi piú, quello che fate non funziona con me, non serve a nulla.

Come Tommaso che ha 3 anni e oggi ha raccontato di aver sognato un posto meraviglioso, dove ci sono tutti gli animali che lui vorrebbe vedere, ma è un posto dove lui andrà da solo, noi non possiamo andare con lui.

Non ho mai lavorato con gli adulti, ma fare la pediatra in emato oncologia mi ha fatto pensare che tutti sanno quando stanno per morire, più spesso però gli adulti lo ritengono un pensiero inconfessabile, per se stessi e per gli altri, mentre i bambini, in alcuni casi, no.

E tu stai lì, con i loro occhi piantati addosso, deglutisci 1000 volte sperando di mandare giù anche le lacrime. Sai che hanno ragione perchè conosci la loro storia e i loro esami, hai cercato ogni possibile diagnosi differenziale per nascondere a te stessa la verità, che la battaglia è persa, che i muscoli sono stanchi, che il cuore ha galoppato abbastanza, che hanno bisogno di essere lasciati andare ed essere liberi da quelle stanze, da quei letti finti per bambini, che sarebbero troppo per qualunque adulto.

Ma stamattina le infermiere mi chiamano perchè Luca compie oggi 5 anni e proprio oggi potrà essere dimesso.

La stanza è stata decorata durante la notte, al suo risveglio ci sarà una festa. Ora firmo il biglietto di auguri che accompagna un regalo tanto desiderato: una nuova costruzione Lego della serie Star Wars.

Luca è qui da 230 giorni.

Vai a casa Luca, corri, corri a riprenderti i tuoi 5 anni e cancella questi 230 infiniti giorni!

E non girarti mai indietro.

Gio

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Ma tu non hai le ali?

Posted by Ungiovanequasiinfermiere on settembre 05, 2013
emozioni / 2 Commenti
foto di RR

foto di RR

Nevicava quel giorno. Anzi aveva già nevicato tutta la notte prima. I campi erano coperti, così come i tetti, i rami, i lampioni, le macchine pargheggiate. Quel giorno la sveglia suonò alla solita ora. 6.05. Con una forza di volontà mai usata prima si alzò da quel letto che ormai vedeva sempre più come un miraggio lontano. Avrebbe voluto andare in letargo. Per un mese non preoccuparsi più di nulla, ne di esami nè di ospedale, nè di lezioni, nè di amore nè di morte. Di nulla voleva solo dormire. Si accorse della neve e sbuffò consapevole che sarebbe arrivata tardi perchè quando nevica la gente in strada diventa ancora più stupida e goffa. Buttarsi sotto il getto caldo della doccia, prendere una tuta dall’ armadio, riempire la borsa, fare colazione, erano diventate ormai gesti abitudinari in questo mese.
Anche la macchina era più stanca del solito. Metterla in moto fu un’impresa. E sbuffò ancora. Era il 21 dicembre. Stava per finire questo mese nel reparto più brutto a suo parere dell’ Ospedale. Dopo aver parcheggiato, senza trovare strani intoppi per la strada (anche lei si meravigliò) , salì al nono piano per cambiarsi. Stranamente era sola. Non c’era nessuno in spogliatoio. Le altre ragazze forse avevano avuto notte ed erano ancora in reparto. Indossò la divisa bianca, gli zoccoli bianchi e legò la sua chioma bionda con un nastrino bianco. Guardò fuori dalla finestra e continuava a nevicare. Salutò un suo compagno di corso, il quale non le andava molto a genio, ma in mancanza di contatti umani in quella mattina bianca, troppo bianca per lei, sembrava quasi simpatico. Fece un piano di scale e pensò che finalmente domani avrebbe potuto dormire. L’albero di Natale nell’atrio del reparto emanava piccole luci soffuse; neanche quello poteva farla un po’ gioire in quella giornata bianca. Si era forse anche dimenticata del Natale. Entrando in centralina la sua assistente le ricordò che oggi avrebbe dovuto avere la valutazione finale. Ma a lei non importava molto, si era rassegnata, faceva le cose in modo perfetto, parlava con i pazienti, rispettava tutti gli orari, ma dentro era come se stesse pian piano distruggendo la sua consapevolezza di voler diventare infermiera. C’erano stati nuovi ingressi il pomeriggio precedente, un signore sulla sessantina e una bambina di 4 anni. Andavano fatti dei prelievi subito, per mandarli con le analisi del mattino. Prese con sè il materiale e si avviò verso la camera della bambina. Appena entrata, notò le tende spalancate che mostravano una città bianca, completamente bianca. Sbuffò ancora poichè si era dimenticata di prendere il laccio emostatico. Una volta preso, rientrando nella stanza, notò che la madre della bambina si era svegliata. Stava lì accanto al letto con delle occhiaie gigantesche, ma le sorrise. Malgrado tutto. Quella bambina non era grave ma doveva subire un operazione delicata alle orecchie. La madre la svegliò con fatica. La piccola con i suoi occhi di quel nero profondo come il cielo, dopo esserseli stropicciati per bene si svegliò. Lei dava le spalle alla finestra e con in mano l’arcella e gli aghi rimase lì in attesa del risveglio di quella bambina. Provava tenerezza per quella scena. La prima bella e vera del suo tirocinio. Ma la stanchezza ammazzava anche quei sentimenti. Quando all’improvviso la bambina alzò il capo e la vide non si trattenne dall’esclamare: “Ma tu non hai le ali?”. Rimase di sasso. Le ali? cosa c’entravano le ali? Ok sei una bambina appena svegliata ma perchè mi devi chiedere se ho le ali? “Tu le ali le devi avere. Sei tutta bianca e sei scesa insieme alla neve. Tu sei un Angelo” Le venne la pelle d’oca, la gola si seccò, si sentì un forte peso a livello dello stomaco. Nessuno le aveva mai detto una cosa del genere. O almeno non così. Qualche anziana nel suo delirio da farmaci le aveva detto che assomigliava ad un angelo ma lei aveva sorriso e basta. Questa volta era diverso. Questa volta era stato mosso il cuore. Il suo cuore congelato dalla tristezza e dalla insoddisfazione. Il suo cuore si era sciolto mentre la neve scendeva. Si era sciolto grazie a quella neve che lei non capiva e non desiderava. Si era sciolto grazie a quella bambina. Sbuffò. Ma non come le prime tre volte in questa giornata. In quel momento tirò fuori tutta la sua stanchezza, la tristezza, i problemi, le preoccupazioni. Uscì dal letargo prima ancora di entrarci. Si sentiva viva e forse più di prima. Prese la farfallina e incominciò a preparasi per il prelievo. Ormai era un Angelo. E si sentiva le ali. Bianche. Come la neve.

Ungiovanequasiinfermiere

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U.G.I.*, l’occasione

Posted by massimolegnani on giugno 04, 2013
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foto di GP

Pino gonfia i palloncini e ride

A guardarlo sembra un citrullo che ride alle domande sciocche dei bambini. In effetti lui ride all’allegria che non sapeva di possedere e che ora sparge intorno come chicchi di semenza. E ride anche a quell’uovo di Colombo che è la vita.

Pino non è mai stato un uomo buono, ha viaggiato con un dolore dentro incancrenito e un rimorso continuamente rinnovato che gli serrava le labbra impedendogli il sorriso. “Ti porterò a pescare quando sarai più grande, ci divertiremo.”, diceva al suo bambino, scrollandolo di dosso, mentre usciva la domenica mattina con la canna e il pentolino dei cagnotti. Ma più grande il suo Michele non è diventato mai, non ne ha avuto il tempo.

E non è più andato a pesca, lui, troppa la colpa di non aver giocato.

Per vent’anni è andato avanti a rabbia e odio per ogni cosa che si muovesse sulla terra. Anche il sangue che donava non era una vera offerta al prossimo, ma una restituzione puntigliosa al padreterno per non sentirne più parlare, un tentativo di pareggiare il conto aperto, che tanto ne aveva consumato il figlio in poche notti prima di morire, più delle bottiglie che una combriccola di ubriachi si scola in una settimana di bagordi.

Un giorno Pino è entrato per errore in Pediatria, cercava la Cardiologia che è al piano sottostante. Capito l’errore, l’ho visto annaspare verso l’uscita. Ma prima che arrivasse alla maniglia, un bimbo gli si è aggrappato ai pantaloni: ”Tu sei BabboNatale, vero?”. L’istinto era quello di scrollarselo di dosso e di scappare, ma non è stato in grado di trasmettere l’ordine alle gambe, inchiodate al pavimento. Quello gli ha tirato di nuovo i pantaloni, che lo guardasse negli occhi: “BabboNatale mi fai guarire?”

Pino avrebbe voluto piangere, urlare, disintegrarsi che non restasse traccia del suo passaggio sulla terra, ma è rimasto lì impietrito per una vita intera. Poi si è messo a ridere a bocca spalancata, mentre le ginocchia si piegavano da sole. Da un tavolino ha raccattato un palloncino floscio e ci ha dato dentro a pieni polmoni. “A guarire ci penseremo dopo, ora divertiamoci a giocare.”

Pino gonfia i palloncini e ride.

A guardarlo sembra un citrullo.

 

* l’UGI è un’associazione di volontari che assistono bambini gravemente malati

 

 massimolegnani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Lettera a Gi

Posted by Picu on maggio 20, 2013
testimonianze / 5 Commenti

Foto di AC

 

Ho conosciuto una ragazza motivata e seria, che inspiegabilmente vuole fare il mio mestiere, con determinazione proprio il mio. Proprio come dire la mia sottospecialità. E vuole pure venire da me, ad imparare (??) (sì, ho colleghi molto bravi). Insomma, io che sono quasi commossa da tanta determinazione e volontà, dovrei metterla in guardia, perchè lei ancora non sa bene cosa la aspetti.

Cara Gi, dovrei dirti che è un mestiere pericoloso, e stancante. Che starai in piedi sempre, e la sera avrai le caviglie a puntaspilli nonostante le calze supercompressive che imparerai a mettere immediatamente. Che quindi ti verranno delle venazze. Che non avrai orari regolari, e mangerai quando capita, e vivrai di caffè se va bene, e quindi avrai la gastrite cronica e ingrasserai perché quando poi arrivi sul cibo ti ingozzerai famelica di tutto quel che ti passa sott’occhio. Scordati di andare in mensa a mangiare verdurine cotte e risino in bianco. Che farai milioni di notti e sarai sfasata, e stanca, ma così stanca da non riuscire a dormire mai per la troppa adrenalina. Quindi sarai incazzosa, e chi ti sta accanto, se non fa proprio proprio il tuo stesso mestiere, non capirà questa tua stanchezza, e alla fine si stuferà di te, dei tuoi orari, delle tue lune, della tua mente impegnata altrove, e se ne andrà, probabilmente, o resterà ma non ti capirà. Sì, perché solo chi fa la stessa cosa può capire che la tua mente non si allontani mai dall’ospedale, dai pazienti. Che tu ripensi ansiosamente a cosa hai probabilmente sbagliato, sperando non sia troppo grave. Che ripensi a quel che si sarebbe potuto fare in più e meglio.

Dovrei dirti che dovrai imparare a tirar fuori le unghie, e litigare spesso con colleghi di altre specialità, specie quelli che stanno dall’altra parte del telino, finchè almeno non avrai conquistato la loro fiducia assoluta e si fideranno di te anche se gli rimandi un intervento. Ma passeranno anni prima di allora. E fino ad allora, dovrai essere inflessibile, non cedere a lusinghe o ricatti, e ti tratteranno male, sai, ma molto, e ti verrà la tentazione a volte di piangere umiliata, ma non lo dovrai mai e poi mai fare, o avrai perso in partenza. Dovrai fingere coraggio e spavalderia anche quando sarai pietrificata dalla paura, dentro di te, e controllare il tremito alle mani, e agire in fretta, mentre tutti ti osservano, perchè tanto, non tocca a loro quel lavoro di merda. Perchè non si può non aver paura, ad avere in mano la vita degli altri.

E a fronte di tutto questo, non verrai mica pagata tanto, sai? Non è come nel romanzo “la casa di Dio”, in cui negli svantaggi dell’anestesista si dice “noia inframmezzata da panico” ma nei vantaggi ci sono “soldi soldi soldi”. Qui non siamo in America, e i soldi non si fanno. Ne farai uguali ad un medico di base che ha lo studio tre ore al giorno, e a tutti quegli altri che hanno un decimo delle tue responsabilità. Ma l’assicurazione, quella ti costerà uno sproposito, invece. E ti gireranno i coglioni, oh se ti gireranno.

Dovrei anche dirti che non è vero, come forse pensi ora entusiasticamente, che se studi come una bestia poi saprai sempre cosa fare. Non è vero, e poi, non si studia mai abbastanza in questo lavoro. Non è nemmeno vero, come speri, che poi ad un certo punto interverrà l’esperienza, il senso animale del problema, ad aiutarti: succederà, un pochino, ma non sarà mai abbastanza.

 

Però poi, cara Gi, dovrei anche essere onesta, e dirti che ci sono momenti che non potrai mai dimenticare nella vita, alla stessa stregua della nascita di un figlio. Ci saranno, raramente, momenti in cui capisci che il paziente ha virato, e da lì in avanti migliorerà, e avrete schivato la fine ad un pelo dallo schianto. Sono momenti che non ti dicono i numeri scritti sul monitor o sulla carta, ma te lo dice il fiuto. Ci sono momenti in cui chiamerai dentro i genitori e gli farai vedere che stubi il bambino e lui dirà mamma, per la prima volta da troppi giorni, e piangerete tutti di gioia. Ci saranno le albe viste da una rianimazione, che sono diverse, perché sono quando tu stai per cedere e ti viene in soccorso la luce, finalmente, e il caffè, ultimo di una lunga serie ma primo del nuovo vero giorno, e ti torna la forza di tirare altre due ore, e sei soddisfatta, perchè siete ancora tutti lì. Ci saranno momenti in cui i bambini che hai visto su un letto pieni di tubi e sul filo del rasoio torneranno a salutare, anni dopo, perfetti. Ci saranno le mamme con cui ti darai del tu e scambierai i  numeri di cellulare e vi scriverete messaggini. Ci saranno tutti i momenti in cui sarai di guardia e i tuoi colleghi ti scriveranno sms negli orari più impensati per sapere come va quel tal bambino lì. Ci saranno le volte in cui incontrerai al mercato qualche persona che ti farà le feste e tu non ricorderai forse chi sia, ma il viso un po’ sì, e ti si rischiarerà la giornata.

Insomma, cara Gi, non sarei onesta a tacerti tutto questo: perché poi, è quel che fa andare avanti, altrimenti, no, non ne varrebbe proprio la pena.

Picu

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Primi giorni di lavoro!

Posted by Mama Killa on maggio 12, 2013
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foto di MFR

foto di MFR

Primi giorni alla struttura. Sono già a conoscenza del movimento rutinario del lavoro e cerco di concentrarmi sulle cose da fare. Sto facendo il mattino e dopo la terapia restano cinquemila cose in sospeso, ma… ma ho lasciato il bimbo con la tosse…

Mio marito valutava se portarlo all’asilo, ma quella tosse la conosco. Mannaggia, avrà fatto bene a mandarlo all’asilo? Lui diceva che non ne aveva tanta quando l’aveva portato… speriamo.

10 e 30 del mattino, squilla il telefono. La maestra:

-Signora il piccolo ha la febbre, lo venite a prendere?-

Nooo, mi è crollato tutto. Come ha potuto lasciarlo senza accorgersi della temperatura del bimbo? (i mariti ….) Quanto può darmi lo stipendio in confronto alla salute del mio piccolo? Tutte queste domande mi circolavano per la testa e nel frattempo avevo già telefonato a mio marito dicendogli di andare a prenderlo. Ad un tratto, ero in infermieria e sento:

-permesso, signorina posso chiederle una informazione?-

I miei pensieri non mi lasciavano tranquilla e mentre l’orecchio destro ascoltava l’ospite, il sinistro ascoltava la mia testa che mi bombardava di reclami. Ad un certo punto però sentii solo una cosa (udito selettivo)

-Ma io ho il cancro?? Me lo dica lei per piacere…”-

Fu l’orecchio sinistro a prevalere perché i miei occhi si riempirono di lacrime e iniziai a piangere davanti a lui.

Col cuore in mano era venuto a chiedermi quello che ne ai suoi ne al medico aveva avuto il coraggio di chiedere. Io gli risposi

-Mio figlio ha la febbre ed io sono qui!-.

Con questa risposta alla sua domanda lui mi prese la mano e disse

-Ma non si preoccupi, c’è qualcuno con lui ? Suo marito, sua suocera?-.

Dissi di si, con la testa bassa senza il coraggio di guardarlo, perché in fondo sapevo che non era professionale e che non lo stavo aiutando. Avevo perso il controllo, ma in quel momento era venuta prima la mamma che l’infermiera. Lui continuò e mi disse:

-si vede che è la prima volta che lo lascia a casa ammalato, andrà tutto bene. Manca poco per la fine del turno, stia tranquilla che il suo bimbo non è da solo.- Dopo poco si girò con la carrozzina e si allontanò.

Un’ora dopo la terapia di mezzogiorno, era in sala pranzo col viso sorridente che chiaccherava con la moglie. Non mi chiese più niente ed io neanche, mi guardò solo con uno sguardo dolcissimo, uno sguardo di nonno…

Fu la prima volta: “Lavoro- bimbo malato”… ormai sono già una mamma che cura l’influenza anche per telefono…

Mama Killa

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Vigilia

Posted by Picu on marzo 24, 2013
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foto di MV

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Qui, di vigilia, come un soldato romano a guardia delle mura. C’è da tener fuori il nemico, almeno stanotte. A guardia di queste creature in bilico tra il qui e il là, tra l’ora e il sempre, tra il contatto e il ricordo. C’è da tener fuori quella nera signora, a volte con l’inganno e un trucco subdolo, a volte sfidandosi a viso scoperto, con ogni mezzo a nostra disposizione. Siamo coraggiosi ma a volte non basta, e ci assale un timore antico. No, non ora, non oggi, per favore. Non a me. Egoismo dell’angoscia. A volte spavaldi, ma che vuoi da noi?, vattene o sarà peggio per te! A volte invece non siamo nulla, siamo tranquilli, per questa notte è lontana, e ci penseremo domani. E invece ci assale di sorpresa, non ha il coraggio di guardarci in volto: e non eravamo armati.

Qui, di vigilia, come madri antiche a guardare il loro bambino, in notti di febbre, di respiro pesante, in notti di paura per quella paralisi che prendeva all’improvviso, per quel mal di gola che chiudeva il respiro. Sentimento universale di paura per il tuo sangue, la tua carne, terrore e preghiere. Madri anche noi, questa notte prestate ad altri figli, perché altre madri possano chiudere gli occhi un momento, e sperare non sia mai accaduto.

Qui, di vigilia, ad aspettare che sorga il sole, e qualcuno prenda il nostro posto. Che qualcuno controlli i nostri errori, e ci rassicuri che non saranno fatali. Ad aspettare il primo raggio di luce nel buio dei nostri dubbi, e che si alzi la nebbia, e venga giorno pieno a scaldarci.

Qui, di vigilia, a sentirci soli in quell’ora che non è quasi più notte ma non è ancora giorno, quando vorresti chiamare qualcuno a dividere il carico con te, e nessuno può venire, e chiudi gli occhi e li riapri credendo il tempo così passerà prima, ed è sempre lo stesso minuto, la stessa ora.

Qui, di vigilia, quando vorresti essere a casa a dormire coi tuoi, di bambini, e maledici il giorno in cui hai scelto questo lavoro, e poi si fa l’alba, ed è passata ancora una volta, e qualcuno sta meglio, e sai benissimo che altro lavoro non potresti fare.

Picu

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…e Fabio ride.

Posted by massimolegnani on febbraio 23, 2013
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Foto di MV

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Scaraventato giù dal letto sono lì che mi arrabatto contro rantoli a pioggia e parametri da schifo, cercando di farmi venire in mente qualche idea che sia buona ma non troppo devastante e lui dal letto mi guarda e ride. È una risata senza voce ma inequivocabile: sta ridendo di me, non c’è dubbio. Forse è la mia faccia da vecchio gufo (saggio? rincitrullito?), forse il mio affanno attorno a strumenti e tubi, a divertirlo. Gli allarmi strepitano ma lui agita nella mano destra, l’unica abile, una spada fatta con i palloncini, e tenta di darmela in testa. Non so che fare, sfodero anch’io una risata, però mi esce amara, in linea con la situazione poco allegra.

Fabio è qui da una settimana, l’ennesimo ricovero, questa volta per una brutta polmonite che l’ha sfiancato, lui già così debilitato. Potrei snocciolare come un rosario tutte le sfighe di questa sua corsa ad handicap per restare in vita, più lui resiste e più gli arriva una mazzata, un nuovo grano di rosario che si aggiunge alla sua corona di spine.

Per una settimana non ha guardato nessuno in faccia, se n’è rimasto lì tutto rattrappito e cupo a lasciarsi sforacchiare, rigirare, nutrire, massaggiare, come se quel corpo non gli appartenesse, forse aspettando il peggio. E adesso che il peggio sembra essere arrivato, eccolo di umore splendido come per magia. Già questa mattina era più partecipe, aveva accennato dei sorrisi, e in effetti le cose sembravano mettersi al meglio. Ma stanotte che tutto sta di nuovo precipitando perché ride?

Non c’è niente da ridere mi viene voglia di dirgli. Ma non è lui che si è ammattito, sono io che sto sbagliando approccio. Dimentico sempre di che pasta sono fatti, lui e la sua famiglia, gente tosta, che sa ridere e combattere. La mamma quando un’ora fa mi ha visto tornare in reparto per suo figlio, mi ha accolto con una battuta allegra, come fossi lì in visita di cortesia, salvo poi opporsi, con tatto e fermezza, alla terapia d’urgenza che volevo intraprendere; mi spiega come nella cardiomiopatia ipertrofica i diuretici siano un azzardo. Già, perché ha pure l’ipertrofia del cuore, non me ne ricordavo, aggiungo mentalmente quest’altro grano al suo rosario. Dovrei chiamare il rianimatore e affidarlo alle sue cure, ma qualcosa mi frena, temo che una volta attaccato al respiratore non lo si svezzerà più. E poi intubazione significa trasferimento, relegarlo in luoghi anonimi, a chi potrà più dare in testa la sua spada?

Smetto di guardare radiografie e monitor, torno alla sua faccia come a un punto di partenza: non ha cambiato espressione e se Fabio ride significa che possiede ancora risorse da cui attingere. E allora aiutiamole queste risorse, mi dico, ma usando il minimo di intervento possibile. Così decido per l’aerosol di adrenalina e per la vecchia maschera di Venturi al posto dell’apparecchio d’ossigeno a pressione positiva che in teoria doveva essere più efficace.

Nel giro di poco il respiro si fa più regolare, gli allarmi finalmente tacciono. La crisi è superata, di qualunque crisi si trattasse, che ancora non ho capito se erano i polmoni, il cuore o il circolo a non fare il proprio dovere.

Ora che dovrebbe ridere, Fabio si è acquietato. Riposa tranquillo, ancora sveglio, un vago sorriso sulle labbra e un’aria soddisfatta da “missione compiuta”. È spossato, d’altronde glie n’è costata di fatica farmi capire come dovevo comportarmi.

massimolegnani

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Solo di notte

Posted by massimolegnani on dicembre 01, 2012
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Di giorno si balbetta, ma le parole nella notte si fanno tonde e calde, piccole pagnotte dal buon odore alle narici, pietre di fiume smussate all’acqua e tiepide di sole da tenere in mano e da sgranare come grani di rosario, bocce di ferro che rotolano precise sul liscio della terra dietro l’osteria fino a raggiungere il pallino.

Di notte le parole ci fanno tutti complici, amici solidali, quasi amanti per quanto sconosciuti. Siamo le talpe semicieche che trovano nel buio sorrisi e gesti dove non potevano sapere finchè c’era la luce a nascondere emozione.

Forse solo questo ho imparato in tanti anni di lavoro. Che la notte aiuta.

Nella penombra delle stanze ti è più facile essere sereno sedendoti sul bordo di un letto sfatto di paura. Guardi negli occhi gonfi che non vedi questa mamma che boccheggia sotto il macigno di una diagnosi. Lei tace accarezzando lenta il suo bambino che finalmente dorme, miniera inesaurita di dolore, tu usi silenzio e vicinanza, parli, poco, stai in ascolto anche se tutto apparentemente tace. E con questi due strumenti che possono sembrare miseri, poco più che due cucchiai di fronte a una montagna, scavi un cunicolo fino al cuore della donna, che almeno possa respirare. E col respiro il pianto che assecondi muto, perchè occorre dare il tempo giusto ad ogni lacrima, che lenta cada come sangue sporco di terra da una ferita aperta che non devi avere fretta di richiudere. E dopo parli in bisbiglio caldo, divaghi, infili qualche fesseria accettando il rischio di essere frainteso, e infine torni al sodo, che è quello il punto da smussare. Tu non sei giudice che possa fare sconti sulla pena, ma la pena la puoi dividere per due.

E solo quando ti sei fatto carico del peso altrui, azzardi di forzare la tristezza, ti fai caronte allegro, “di qui si esce più in fretta se le tornerà il sorriso, ginnastica di labbra e di cervello”. Lei forse capisce cosa intendi perché prima ti guarda stralunata poi abbozza una smorfia complice e bambina.

Nel buio amico escono altre mamme dalle stanze, ti stanano in ambulatorio o in cucina, sensi assonnati che fiutano e reclamano il conforto della voce prima ancora dell’aiuto di una cura. Chiedono, ascoltano in piedi in corridoio e per un poco le abbandona il freddo che si portavano dentro.

Così per qualche ora oscura e chiara diventi il Cristo minimo che allevia la comunanza del dolore e riaddormenta con le dita sulla fronte.

Poi torna la luce e con la luce i capi e i bravi e i belli, quelli con il sapere in tasca e le parole in bocca da utilizzare in giro per tenere le distanze e accrescere la gloria. “Notte tranquilla, nulla di nuovo” dici, che tanto a certa gente è inutile spiegare. Ma mentre te ne vai, vedi una mamma sul limitare della stanza che incomincia con te a tessere la tela di sorrisi e di fiducia, da non disfare nella notte.

massimolegnani

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