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Shlomo

Posted by folfox4 on luglio 10, 2013
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24 luglio 2011
Quel giorno in medicina d’urgenza fu ricoverato per un’insufficienza respiratoria acuta Salomone (Shlomo) Venezia.
Shlomo Venezia, nacque a Salonicco il 29.12.1923 ma di nazionalità italiana, fu un sopravvissuto di Auschwitz dove fu internato perché ebreo.
Fece parte dei sonderkommando (“squadre speciali”); i gruppi scelti tra gli stessi deportati, addetti allo svuotamento delle camere a gas dai cadaveri e al loro trasporto/scarico ai forni (per il solo campo di Auschwitz si calcolano oggi circa 1.300.000 – 1.500.000 morti).
Dopo esser tornato indietro, Shlomo Venezia rese una costante testimonianza scrivendo – tra gli altri – un intensissimo libro: “Sonderkommando Auschwitz” ed. Rizzoli, 2007.
La nuora, una collega, chiese il nostro aiuto. Il medico di guardia ed io andammo.
Il signor Venezia – portatore di esiti di fibrotorace sinistro – aveva vissuto fino a allora in discreta buona salute e, soprattutto, lucido.
L’ultima conferenza l’aveva tenuta, sembra, circa quindici giorni prima.
Da allora era in affanno con un progressivo aumento della PaCO2 fino ad arrivare la mattina prima a valori tra 120 e 98 mmHg.
Quando arrivammo era già in NIMV ma in carbonarcosi. L’emodinamica era stabile, la PaO2 sufficiente, con una SatO2 = 100% per FiO2 0.4.
Come spesso capita ai grandi anziani in alcune parti del corpo la cute era talmente esile ed anelastica da rompersi generando una trasudazione sieroematica; così il braccio sinistro portava una fasciatura.
Quando la rimossi per cercare una vena un po’ più robusta potei vedere il suo numero: 182727, color antracite, alto circa 1,5 cm e lungo circa 6 cm.
La moglie ci riferì che il signor Venezia non avrebbe mai voluto per sé cure sproporzionate.
Il medico di guardia espose alla signora i nostri dubbi circa la possibilità che trattandosi di un fatto acuto, un trial di ventilazione meccanica invasiva avrebbe potuto aiutarlo ma che se le cose fossero andate male certamente si sarebbe potuto aprire un percorso irto di difficoltà (tracheotomia?) e noi su questo non avremmo potuto ovviamente dare garanzie.
Alla parola “tracheotomia” la moglie del signor Venezia ci confermò che mai il marito avrebbe voluto per sé questo.
Nel frattempo la NIMV – per quanto applicata in questo caso in modo non appropriato per la carbonarcosi, e ormai di fatto una PCV – stava facendo scendere lentamente ma progressivamente la PaCO2, contribuendo alla normalizzazione del pH.
Accettammo la sfida e rispettammo la volontà del signor Venezia.
Nel pomeriggio fu ricoverato in Unità di Terapia Intensiva Respiratoria dove mantenne per tutta la notte la NIMV continuando a ridurre la PaCO2 e a correggere l’acidosi, fino a riacquistare l’indomani mattina un soddisfacente ripristino dello stato di coscienza ed una PaCO2 compatibile con la sua patologia.
Poi leggete anche questo brano:
«Altre volte mi hanno chiesto, per esempio, se qualcuno sia mai rimasto vivo nella camera a gas. Era difficilissimo, eppure una volta è rimasta una persona viva. Era un bambino di circa due mesi. All’improvviso, dopo che hanno aperto la porta e messo in funzione i ventilatori per togliere l’odore tremendo del gas e di tutte quelle persone – perché quella morte era molto sofferta – uno di quelli che estraeva i cadaveri ha detto: “Ho sentito un rumore”. Normalmente quando uno muore, dopo un po’ finché non si assesta, il corpo ha dentro dell’aria e fa qualche rumore. Abbiamo detto: “Questo poverino, in mezzo a tutti questi morti, comincia a perdere il lume della ragione”. Dopo una decina di minuti ha sentito di nuovo. Abbiamo detto: “Tutti fermi, non vi muovete”, ma non abbiamo sentito niente e abbiamo continuato a lavorare. Quando ha sentito di nuovo, ho detto: “Possibile che senta solo lui? Allora fermiamoci un po’ di più e vediamo cosa succede”. Infatti, abbiamo sentito quasi tutti un vagito da lontano. Allora uno di noi sale sui corpi per arrivare laddove veniva il rumore e si ferma dove si sente più forte. Va vicino e, insomma, là c’era la mamma che stava allattando questo bambino. La mamma era morta e il bambino era attaccato al seno della mamma. Finché riusciva a succhiare stava tranquillo. Quando non è arrivato più niente si è messo a piangere – si sa che i bambini piangono quando hanno fame. Il bambino era quindi vivo e noi l’abbiamo preso e portato fuori, ma ormai era condannato. C’era l’SS tutto contento: “Portatelo, portatelo”. Come un cacciatore, era contento di poter prendere il suo fucile ad aria compressa, uno sparo alla bocca e il bambino ha fatto la fine della mamma. Questo è successo una volta in quella camera a gas. Ci sono tanti racconti, ma io non racconto mai cose che hanno visto gli altri e non io. »
Shlomo Venezia è morto a Roma il 1 ottobre 2012
Folfox4
Nota per gli addetti ai lavori eventualmente interessati:
Mi permetto di invitarvi a leggere due articoli dove a mio avviso si sistematizza in modo chiaro e utile l’uso della NIMV sia in termini di supporto vitale per superare l’insufficienza respiratoria acuta in una serie di specifici casi (cosa più nota), sia in termini di palliazione (cosa meno nota):

-È. Azoulay et al. Palliative noninvasive ventilation in patients with acute respiratory failure Intensive Care Med (2011) 37:1250-1257

-J. Randall Curtis, et al. Noninvasive positive pressure ventilation in critical and palliative care settings: Understanding the goals of therapy Crit Care Med (2007) 35: 932-939

A quest’ultimo proposito nella tabella 1 del secondo articolo si dimostra che, pur non avendola letta prima, il medico di guardia ed io collocammo correttamente il signor Venezia nella categoria II con possibilità di shift verso la categoria III che comunque non ci fu.
Sono contento. Ma penso che il collega d guardia, quello che prese materialmente le decisioni, possa ancor oggi esserlo ancor di più!

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