Centomila minuti

Scritta da Benedetta Galgani su novembre 10, 2017
emozioni
foto di HA

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“Mi vieni a trovare?”…sussurra la voce sottile dietro un naso affilato e un paio di occhiali ormai diventati troppo grandi per l’estrema magrezza dello sperimentare così tanta malattia…”se mi trasferiscono in in medicina mi vieni a trovare?…ho paura! qua mi state tutti dietro, mi controllate..”
Certo che ci vengo, ci vengo tutti i giorni a trovarti. Soprattutto mi aspetto di vederti una mattina di queste solite, fisiologicamente incasinate tra urgenze in pronto soccorso, tracheostomie, dialisi che si inceppano, crisi di panico di qualche medico, aspetto di vederti varcare la pesante porta blu della rianimazione, con l’aria sana e abbronzata, con qualche chilo di più, con la sicurezza del tuo lavoro e dei tuoi affetti ritrovati, con mani ferme e gambe forti.
Facevi cose da tutti i giorni, tran tran quotidiano, proprio come gli altri che transitano da qui. Le stesse semplici cose. Magari eri in macchina durante il percorso di tutte le mattine per accompagnare i figli a scuola, o portavi il cane fuori, buttavi la spazzatura, camminavi pensieroso per una bolletta da pagare, facevi sport, baciavi la donna che ami, dormivi tranquillo nel tuo letto… e intanto è arrivata lei. Falce inossidabile che non ti avverte, non suona il campanello… e ti decapita. Ti lascia a terra. Qualche volta a chiamare aiuto, altre incosciente, a volte morto.
E noi a stringere quella testa insanguinata, a inserire tubi e cannule, a iniettare, a pompare aria, a muoversi attorno a te come piccole api operaie, a misurare, a misurare tutto, a prevedere e scansare qualche colpo, quando ci riusciamo… a correre ai ripari il più delle volte, a contrastare.
Chissà se nonostante gli ettolitri di sedazione hai avvertito la nostra paura, la delusione dei peggioramenti, il senso di impotenza dei meccanici che non riconoscono alla prima il guasto, la stanchezza delle ipotensioni nel bel mezzo della notte (cavolo, non chiudo occhio nemmeno stanotte, e domani chi le porta le piccine al corso di ginnastica?!)… chissà se hai avuto paura di morire, se sognavi di far l’amore con tua moglie grazie ai nostri potenti oppiacei, o se avevi incubi mostruosi. Se sentivi le nostre mani addosso, a setacciarti, a decidere per te, in silenzio insieme a te.
Sei stato forte, quando smettevamo di crederci facevi quel passo in avanti, e ripartivamo a lottare. E ancora sale operatorie, ancora angiografie, diagnostiche, dialisi, aggiustamenti con il ventilatore. E via, di nuovo. Tutto d’accapo.
Hai passato qui dentro 70 giorni, 1680 ore, centomila minuti.
Negli ultimi giorni il risveglio, i passi in avanti, niente più infezioni, via gli accessi, via la cannula… ora non c’è motivo per te di stare qui. Devi recuperare, devi riabilitarti. Devi guarire, risargiranno le ferite della cute e piano piano si aggiusterà anche qualcosa nella tua anima.
Questo letto non rimarrà vuoto a lungo. Tra un paio d’ore probabilmente ci sarà già qualcun’altro. Tempo di disinfettare la postazione e gonfiare un nuovo materasso antidecubito. E ripartiremo, ancora e ancora… ma essere anche solo il più insignificante tassello del percorso che ti porta ora a chiedere “vieni a trovarmi?” appaga delle altrettante sconfitte che ci aspettano.
Buona vita mister X, tifo per te.

Benedetta

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