Archive for marzo, 2012

Quante ore

Posted by Vitullio on marzo 28, 2012
poesie / 1 Commento

foto di MV

 

Quante ore e il tempo passa,

quante ore in questo silenzio rotto da sospiri, lamenti, fremiti.

Intanto il tempo passa, è passato.

Quante ore e quante ancora in una illusione di Vita.

La nebbia si leva, le luci si affievoliscono pian piano…

quante ore.

Vitullio

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Anima d’Africa

Posted by manuele on marzo 17, 2012
testimonianze / 1 Commento

Congo, lago Tanganika.

Mattino, ore 6 precise. I canti “gospel” in lingua swahili della messa sono la mia sveglia. Apro gli occhi. Sul viso un sole enorme che mi riempie l’anima, entra nella mia stanza dalla finestra della ex missione dei saveriani abbandonata. Ogni mattina percorriamo in jeep una lunga strada di polvere rossa.

Colori vividi, mai visti prima, un cielo terso e d’un azzurro sgargiante. Un via vai continuo di persone a piedi, motociclette mai viste fanno da taxi, edifici in rovina e capanne lasciati così dalla guerra ai lati del lago splendente.

“jambooo ! munganga musungu, habari gani?” è il saluto che accompagna il mio esser uomo bianco e medico in missione, tra sorrisi e volti che mi guardano con occhi grandi e sereni, volti d’un colore d’ebano di antiche origini dell’uomo.

L’ospedale è fatiscente. Nei piccoli giardini circostanti, galli e capre, panni colorati stesi al sole, persino i guanti in lattice vengono messi all’aria per essere riutilizzati.

In sala operatoria si muore di caldo, ci saranno 50 gradi, ma oggi ho un ventilatore comperato ieri a Bujumbura dopo 4 ore di macchina.

A volte non riesco a credere a ciò che vedo, colera, lebbra, tifo, malaria, meningiti, tumori, gozzi grossi come meloni…  come faccio a curare cosi’, coi mezzi che ho?

Tra un intervento e l’altro esco a fumare una sigaretta e coi miei fratelli africani parlo un misto tra francese e swahili e le risate assordanti non mancano.

Sì perchè là non si parla sommessamente come da noi. E questo mi piace da morire. Ricordo che avevo un pacchetto di mentine. Le assaggiavano e ridevano di gusto…ma come? Non avete mai assaggiato la menta? Ahahahah fantastico.

Tra un reparto e l’altro percorro corridoi all’aperto con le donne che mi sorridono, si interrogano, c’è chi dorme sulle stuoie, chi cucina… giuro, c’è anche il coiffeur che taglia e pettina !

Bimbi che mi toccano i capelli biondi e lisci e ridono e ti saltano al collo….le mamme poi dicono loro che lui è l’uomo bianco, il “musungu”…Ma com’è possibile che queste persone che non hanno nulla riescano ad avere sempre il sorriso ?

La mia ombra si stacca da me al massimo di trenta centimetri. E d’un tratto fuori ed è buio.

Il sole cade alle sei precise, esattamente dodici ore dopo. Non ci sono lampioni, ci sono i grandi fari della jeep che ci portano a casa. Ma anche il buio sembra colorato e acceso da stelle grandi come sassi se guardo in alto…

E c’è un profumo accattivante nell’aria, di lago salato, di erba, di frutti, come d’incenso che miete la mia stanchezza. Ogni giorno e sera così per un mese.

Oggi si ritorna in Italia. I bambini della missione hanno un nastro di carta sulla testa con scritto in italiano “tornate presto”. Le mie lacrime sono cosi’ grosse, che non riesco quasi a vedere chi abbraccio ed è un coro di voci, di canti e ululati delle donne vestite a festa, con abiti lunghi dai toni accesi… Grazie Dio Onnipotente che mi hai fatto non fare ma Essere medico dopo un’esperienza così.

La mia anima è cambiata: è colma di quel sole, di quegli odori, di quei colori, di quegli abbracci di bimbi e amici, di lacrime e risate, del ricordo di quelle malattie così “distanti” da noi, del mio senso di impotenza ma di ritrovo continuo di vigore quotidiano, di dire a me stesso di non mollare mai, ma di pensare con calma a come affrontare tutto.

Grazie.

Ho imparato che la mia anima è fatta per condividere, per avere e donare empatia, come loro senza volere l’hanno donata a me. E io ritornerò là…presto, molto presto….perchè tutto questo mi manca immensamente e se ci ripenso mi viene un groppo in gola….

Manuele

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I miei tempi erano diversi

Posted by Pills on marzo 08, 2012
pensieri / 3 Commenti

“Ehhh, certo che ai miei tempi era tutto diverso!”
Ricordo chiaramente i miei pensieri di bambina e poi adolescente nel sentire questa frase.
Non potevo credere che gli anni e il tempo potessero plasmare le persone, o meglio generazioni intere in modo così radicale.
Non mi pareva possibile che i bambini non avrebbero più avuto voglia di vedere Spiderman, I Biker Mice, gli orsetti Gummi, la Pimpa e l’Albero Azzurro.
Non mi pareva possibile che la boy band “Blue” si potesse separare un giorno e che le borchie sulla cintura passassero di moda.
Non mi sarei mai immaginata di lasciar andare i miei compagni delle elementari e di non aver più voglia di vederli tutti i giorni, così per quelli delle medie e anche per quelli del liceo.
A quattordici anni non mi sarei mai immaginata a ventun anni, a perseverare nei miei errori sentimentali, dopo una storia prematuramente seria.

Mai mi sarei immaginata sulle ambulanze, con la divisa arancione ad alta visibilità. Mi ricordo perfettamente da piccola in compagnia del nostro pasticcere di fiducia. Alla sera a volte andava nel laboratorio ma non nell’angolo con la planetaria, le fruste, gli stampi e le farine. Andava in un angolino diverso e prendeva un vestito arancione, si metteva questa grossa giacca con strisce catarifrangenti ed usciva. Una volta siamo andati a trovarlo, io e il mio papà. Mi ha detto con fare curioso:”Vuoi vedere un’ambulanza?”. Ricordo di aver annuito un po’ timida e di essere salita su questo Ducato bianco che mi sembrava gigantesco. Era giallo dentro e sapeva di disinfettante.
C’erano un sacco di oggetti strani, delle cinture, la barella col materasso e le sue cinture di sicurezza e una coperta. C’era una tavola di plastica che serviva a portare le persone e un’altra barella metallica. C’erano mascherine e scatole di guanti e cose appese alle pareti e i cassetti straripanti di oggetti.
Sono scesa aiutata dal mio papà, perché c’era un gradino troppo alto per me.

Quattordici anni dopo sfrecciavo nelle notti invernali con la zip della giacca palesemente troppo grande per me tirata su fino al naso, accompagnata da altri due figuri ugualmente abbigliati, dalla luce azzurra dei “funghi” e l’ambulanza sapeva dell’odore acre dei malati.
Ero un’aggregata, “arrivata ieri e con decorrenza domani” come ama dire il mio capo. Non sapevo nulla. Non sapevo usare un ambu, non sapevo del pehaft, non sapevo delle forbici di Robin. Una cosa la sapevo: era il 14 novembre 2009 e ero agitata perché c’erano più di trenta persone che non conoscevo ed ero appena diventata parte di quel casino.
Mi hanno fatta uscire subito. Ho girato tantissimo. Due psichiatrici, un neurologico piuttosto grave, un tossico piuttosto violento.
Nelle guardie a seguire ho imparato i nomi di tutti e di tutti gli oggetti della borsa e dell’ambulanza. Pizzetto mi ha insegnato a sbarellare con lui sopra la barella. Skywalker mi ha insegnato come si massaggia durante un servizio particolarmente intenso.
Ho lavato miliardi di volte quel pentolone gigante, quella padella per il sugo incrostata.
Mi sono sentita poco considerata mille volte. Mi sono chiesta altrettante volte il perché dell’atteggiamento dei miei superiori. Perché l’arroganza, il tirarsela, l’essere scontrosi e borbottoni.
Non ho mai fiatato. Ho sempre sopportato e ho ricoperto il mio ruolo: l’apprendista.
Ho fatto il corso faticando per il tempo da passare sui manichini, alle lezioni, a fare pratica. Ho passato gli esami in un tripudio di gloria. Era il febbraio 2011.
Nel frattempo sono entrati altri aggregati, molti dei quali estremamente curiosi, umili ed operativi. Questi sono miei cari amici, di quelli ai quali puoi insegnare e raccontare, con i quali ridi davanti a vignette e video in internet, con i quali ti senti fuori dal servizio, con i quali puoi confidarti e anche piangere.
Da marzo dico sempre più spesso “Ai miei tempi…”
Sono entrati una serie di personaggi poco umili e poco capaci. Pretendono di sapere già tutto dopo una volta. Si offrono di fare delle attività quali cucinare o lavare i piatti e poi si lamentano delle stesse attività pretendendo di non stare in sede in servizio ma di andare in postazione nonostante le loro scarse capacità (molte volte non dovute a loro stessi).
Ai miei tempi ho aspettato con ansia e agitazione l’opportunità di andare in Medicalizzata e ora che finalmente ci vado spesso, godo della fiducia che mi danno (se mi mandano in Tango vuol dire che mi reputano una persona in grado di cavarsela).
Ai miei tempi ci rimanevo male se finivo al centralino per tante volte di fila o se finivo in una postazione loffia.
Ai miei tempi stavo zitta per tutto e me la cavavo da sola e mi lamentavo tornata a casa
Adesso pretendono si scavalcare chi ha più esperienza, di andare dove vogliono loro, di non lavare mai, di non cucinare e di fare cose che non spettano ai non Militi.
Vogliono il sangue. Ma senza umanità, umiltà, pazienza e capacità di ascolto , il sangue ferisce e basta. Oppure ti passa addosso come acqua su un k-way. E perdi il senso di quello che fai e della persona che sta soffrendo dietro al sangue. Perdi il senso della parola Volontario. Diventi Sanguinario e basta.
Ed è da persone vuote.
Ho ventun anni. E in squadra c’è chi dice che io sia più umile, matura ed esperta di persone di trenta-quaranta-cinquanta che sono capricciose ed impazienti.
Ai miei tempi questo non era la norma.

Pills

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