Archive for luglio, 2010

l’umiltà degli aquiloni

Posted by Gaddo on luglio 30, 2010
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E’ un corridoio sotterraneo, quello che collega il padiglione dove è ubicato il mio reparto a quello della terapia intensiva neurochirurgica. Un corridoio lungo, buio e freddo. A un certo punto la strada si biforca: a destra si va nel padiglione neurochirurgico; a sinistra, paradossale metafora, si imbocca l’ingresso dell’obitorio. Mentre lo percorro mi viene in mente che se fossi un barbone queste svolte ad angolo retto potrebbero fornirmi un riparo per la notte: ma è il pensiero di un attimo. Il pensiero fisso invece è il motivo della chiamata in consulenza: ecografia per potenziale donatore di organi. Traduzione: un paziente è morto, lo teniamo in vita solo perchè doni i suoi organi a un’altra persona.Quando arrivo in terapia intensiva neurochirurgica lo spettacolo è desolante. Ci sono molti letti, e sono tutti pieni. Poveri pazienti ranicchiati su sè stessi, la testa rapata e solcata da cicatrici che sembrano infinite. Hanno tutti gli occhi semichiusi, non so se dormano e se siano in preda a dolori atroci mezzo sedati dagli analgesici.

Il medico rianimatore è gentile, mi accoglie con un sorriso che già di per sè è un mezzo miracolo. Mi chiede: Come va?

E io che devo rispondergli? Va bene per forza. In un luogo del genere tutto va bene, tranne essere l’ospite.

Mentre l’ecografo si accende il collega mi mostra la tac toracica di un altro paziente. Mi chiede cosa penso del suo torace: c’è acqua e c’è aria libera, dunque non va benissimo. Ma il peggio non è quello: il peggio è l’incidente di moto che lo ha condotto lì, e che lo ha già reso irreparabilmente tetraplegico.

Poi l’infermiera, anche lei incredibilmente sorridente, mi informa che l’ecografo è pronto e scopre l’addome della potenziale donatrice di organi. Che, al di là di questa fredda definizione medica, è una donna. Abbastanza giovane e persino bella, nonostante i tubi che le spuntano come rami secchi da tutte le parti del corpo. Sembra che stia solo dormendo. Che stia sognando qualcosa di rasserenante, mentre il macchinario le pompa aria nei polmoni con stantuffi regolari e implacabili. Mentre eseguo l’ecografia non riesco a non guardarle il viso: ho quasi la sensazione che se allungassi una mano, e le carezzassi una guancia, la signora potrenne svegliarsi e sorridermi meravigliata di trovarsi seminuda davanti a uno sconosciuto in camice bianco.

Ma non ne ho il coraggio. Finisco il mio lavoro, scrivo il referto e me ne torno in pronto soccorso. Questa volta non voglio percorrere quel terribile corridoio sotterraneo: farò la strada esterna, lungo il viale alberato. Anche se la primavera tarda ad arrivare, gli alberi sono spogli e l’unico privilegio del cambio incipiente di stagione sono le prime, maledette zanzare.

Una volta Rod Laver, l’indimenticabile tennista australiano che vinse il Grande Slam negli anni ‘60, in un’intervista disse: Mi sento umile, quando batto un uomo.

Io non ho battuto nessuno, anzi. Ma mi sento umile lo stesso, quando faccio l’ecografia a un paziente che già non c’è più, ma che noi medici tratteniamo con tutte le nostre forze al di qua di quella linea nera da cui, dicono, non si fa più ritorno.

Come se stringessimo nella mano il filo di un aquilone, e fuori ci fosse un ventaccio da paura.

Gaddo

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stasera proprio non mi va

Posted by Drkrishna on luglio 16, 2010
cronache / 4 Commenti

Stasera proprio non mi va, eppure devo, ma non mi va, ma devo. E’ sabato, e il sabato notte in ospedale è corredato di una nota di tristezza in più rispetto alle notti infrasettimanali.

Stasera non mi va di lasciare la mia famiglia, mio figlio, non mi va di fare la persona seria quando tutti gli altri, proprio perché è il weekend, si possono permettere di non esserlo.

Non mi va di impegnarmi con la mente, con l’anima e con il corpo quando gli altri stanno rilassati: non dico che vorrei andare in giro per discoteche che non è più tempo né luogo, (se questi siano mai esistiti!), ma che mi piacerebbe essere stasera anche come chi può abbandonarsi lascivamente ad un programma televisivo o ad una pizza casalinga o ad una nuova ricetta.

Ebbene sì, stasera non mi va di pensare alle vite degli altri, stasera mi va di pensare alla vita mia.

Ma queste sono parole che non posso confidare a nessuno, perché nessuno capirebbe, mi si risponderebbe con un’altra domanda: ma come? Tu sei un medico, e allora perché hai scelto di fare questo mestiere? Come se non fossi un essere umano anche io,come se non avessi una famiglia anche io, come se una volta tanto, ma una volta solamente, non potessi avere voglia di tirarmi indietro… Come se non potessi sentirmi male anche io, non di un male fisico, ma di un male dentro. Eppure la mia notte comincia ore 20.

Il benvenuto non è male… Al marcatempo è tutto un brulicare di “beep” di entrate e di “beep” di uscite. Quelli che entrano hanno il viso uguale al mio, un po’ stanchi per la giornata trascorsa, e il sabato si sa è il giorno della spesa e dei servizi in casa e con i figli, un po’ spaventati per quello che succederà ma con l’aria sicura di chi pensa “non è mica la mia prima notte in PS!!!”; quelli che escono sono visibilmente stanchi ma contenti, la loro giornata è finita.

Incrocio vari colleghi, “ciao, tutto a posto?”, “si tutto ok, grazie e a te?”, “senti ma poi quella signora?..” fra questi una serie di “buonasera dottorè” che sono poi sono i saluti che personalmente gradisco di più, perchè mi capita spesso che con il personale paramedico riesco ad instaurare un rapporto di maggiore autenticità.

E’ tempo per me di salire in reparto, I piano, servizio di Radiologia. Neanche il tempo di andarmi a cambiare che subito arrivano 2 eco addome del PS, chiama la chirurgia “una diretta addome urgente sospetto di perforazione”, scendono 4 bambini della pediatria “non abbiamo posti e prima di mandarli a casa vogliamo stare sicuri con un’rx del torace” … e io sempre in borghese.

Nonostante i miei 35 anni ed un abbigliamento non proprio da teenager i miei momentanei pazienti si ostinano a darmi del tu (ma questo è per ignoranza credo) a chiamarmi “bella” e a non farmi domande sul loro status perché forse non gli sembro credibile… sarà, ma io non affiderei i miei organi addominali ad una sonda ecografica manovrata da una che non abbia laurea né specializzazione. Uno dei tecnici di radiologia più anziano è quello che i pazienti individuano come “il dottore” e a lui pongono tutte le domande, pure sulle ecografie che IO ho appena fatto… Bene! Ho trovato la strategia per spersonalizzarmi da me stessa stasera, per non essere io, per non essere quello che stasera non ho voglia di essere… e invece no, il referto lo firmo io, solo e soltanto io.

Finalmente mi riesco a cambiare, adesso sono vestita da medico, adesso porto pure un cartellino appeso al camice vicino al dosimetro. Adesso potete pure farvi male, che il radiologo sta qua. Qualcuno ascolta la mia voce dell’inconscio e arriva un codice rosso, forse viola. E un codice così rosso a metà serata non è mai un buon indice di predittività positiva della notte. Parlo con i colleghi, loro richiedono eco addome, rx torace, tc cranio etc etc… Ma che perdiamo il tempo? Via direttamente TAC e pure con il contrasto non c’è tempo da perdere: inizio le scansioni e ingurgito a mano a mano che vedo le immagini. Il chirurgo col fiato sul collo – che in quel momento odio, però poi penso, poveretto questo qui lo deve operare lui! – incalza “allora? Che tiene? E il torace? E l’addome?” e io “Calma, ancora 20 secondi e ti dico tutto…”. Rivedo tutte le immagini e comincio “PNX a sinistra con emotorace, aree contusive parenchimali polmonari multiple bilateralmente, frattura di milza, frattura di rene sinistro, frattura dell’ala iliaca sinistra, abbondante liquido libero in addome, fegato e rene destro apparentemente nella norma.”… Che guaio… E via dritti in sala operatoria. Via. Sono andati tutti. Da che il corridoio trasbordava di gente fra chirurghi anestesisti infermieri e barellieri, ora il vuoto assoluto. E io ancora con l’adrenalina in corpo.

Riesco a mangiare un boccone in compagnia dei tecnici di radiologia mentre continuano ad arrivare altri pazienti con banali contusioni, qualcuno con la colica renale, qualcuno ha mangiato un po’ troppo, qualcun altro si è fratturato un dito, e io continuo a pensare a quel povero disgraziato in sala operatoria che pare avesse perso il controllo del motorino e fosse andato a sbattere violentemente contro un albero. Sono le 3 e mezza. Vengo chiamata urgentemente in sala operatoria per un’eco. Corro pensando di aver fatto un guaio, che magari non ho visto una lesione al fegato, che magari non ho visto qualcosa di lampante e invece no, si tratta di tutt’altro: un uomo con un’arteria del braccio recisa dopo un trauma e zampillante… non potevano portarlo in radiologia in queste condizioni, ma bisogna fare una valutazione di eventuali traumi agli organi interni. Mi avvicino con la sonda ma… sono troppo bassa per il tavolo operatorio, col mio braccio destro non arrivo fino al lato sinistro del paziente per cui, tra le risate di tutti, mi viene gentilmente concesso uno “scannetiello per la dottoressa” ovvero uno sgabellino. Così vi salgo e comincio l’eco, ma stavolta, grazie a Dio, non c’è nulla. Stando all’in piedi sullo sgabellino porgo il mio di dietro ad un collega, maschietto, che in maniera simpatica non manca di fare un commento… in altri tempi gli avrei reciso una carotide col suo stesso bisturi, ma stanotte no, quella specie di complimento me lo prendo per buono, e anzi rispondo come solo una donna medico ospedaliero sa rispondere e nessuna altra donna sa.

Torno in reparto, si sono fatte quasi le 5 e vengo graziata da una pioggia scrosciante… Nessuno esce di casa, diluvia e fa troppo freddo… Mi appoggio sul lettino…

Toc toc… “Dottorè!” – “No, ancora?” – “Dottorè sono le 7,30… c’è il caffé!”

drKrishna

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come cambia la vita in una notte

Posted by bambinachedanzanelvento on luglio 04, 2010
testimonianze / 5 Commenti

Inverno 2007-2008. Uno degli inverni più secchi degli ultimi anni, quasi siccità. La pelle mi sembra un po’ secca. Prude. Dappertutto. Inizio a mettere creme e va un po’ meglio. Ma poco. Poi provo a cambiare le stoffe, uso solo cotone, taglio tutte le etichette perché non le sopporto. Passano i mesi.Stanca. Mamma mia se sono stanca. Certo, stiamo facendo turni pazzeschi. Ma d’altra parte i miei turni non sono più pesanti di quelli degli altri, se ce la fanno loro perché non dovrei farcela io? Il prurito continua, eppure ho fatto anche esami del sangue ed era tutto più o meno a posto, niente problemi al fegato, non sono allergica… sarà lo stress? Può essere… sembra peggiorata anche l’esofagite da reflusso: per dormire devo aggiungere un cuscino, altrimenti mi viene la tosse. Mah… forse dovrei andare da uno psicologo…

Inverno 2008 – 2009. Continuano, e aumentano, il prurito, la stanchezza, e i cuscini… Sembra sempre solo stress. Ripeto gli esami del sangue, sembra sempre tutto ok. Lavoro, lavoro, lavoro. Mi sento un po’ gonfia, la catenina non sembra più stretta? E la giugulare esterna sinistra mi sembra turgida, no? Chiedo ai miei colleghi… ma no, figurati… Magari fai una lastra del torace. Sì… e poi? ho altro da fare… e il tempo passa…

28 aprile. Rientro da una settimana di ferie passata praticamente sempre a dormire, ma non mi sento molto riposata. Forse perché la settimana ancora prima avevo lavorato 90 ore? Mah…

Come sempre al rientro dalle ferie, ho “vinto” il turno mattino-notte, e mi preparo alla notte facendo il mio solito pisolino. Stavolta però mi ribello ai cuscini: ho sempre dormito meglio senza cuscini e a pancia in giù, possibile che non possa farlo anche ora?
Mi sveglio a fatica dopo un paio d’ore, la sveglia suona con insistenza, la testa è pesante. Mi guardo allo specchio e mi spavento a vedere gli occhi gonfi. A dire il vero mi sento tutta gonfia, testa, collo… Palpo istintivamente il collo e finalmente lo sento: un linfonodo sovraclaveare a destra, grosso almeno 2-3 cm, ma come avrò fatto a non sentirlo prima?
E d’un tratto, finalmente, dopo mesi, i pezzi del puzzle iniziano ad andare a posto…

Vado a lavoro. Al mio ingresso in rianimazione le infermiere mi vedono e si alza il coro: ma cos’hai fatto??? hai una faccia! Tranquille, mi sono solo svegliata un po’ gonfia, in effetti ho anche un linfonodo ingrossato, ma tranquille, ora vado in pronto soccorso e mi faccio fare due esami… Il mio collega della notte è al telefono, gli parlerò poi…
L’internista del pronto soccorso è d’accordo con me sugli esami e suggerisce anche un ecografia del collo per la mattina dopo. Sono io a chiedergli la lastra del torace. Lui: figurati, dai, speriamo proprio di no… Io: tu prescrivimela.
Passo in radiologia ma c’è tanta gente, e poi proprio in quel momento mi chiamano per un cesareo urgente. Un bel maschietto. Un piccolo miracolo, come sempre, quel piccolo cucciolo urlante, la mamma commossa. Il mio ultimo cesareo per un po’… per fortuna, comunque, anche l’ultima chiamata della notte: quasi un secondo miracolo!

Ripasso in radiologia, c’è ancora gente, ma i tecnici decidono che io ho la precedenza (d’altra parte ero già passata prima, no?) e mi fanno passare. Quando esco dallo spogliatoio c’è un torace sul monitor, e commento: beh, non è male. Il tecnico: sì, in effetti è meglio del tuo… che è questo: il mediastino è un po’ allargato, ma lo sapevi già, vero? io: no, ho fatto la lastra per questo. Il tecnico: ah… mi è sembrata una gran risposta, non c’era proprio altro da dire. Quella lastra poteva voler dire solo linfoma. Se poi ci metti il prurito, la stanchezza, la tosse (che, iniziavo a sospettare, era dovuta alla massa e non all’esofagite), non poteva essere molto altro. Lo sapevo io, lo sapeva il tecnico. L’ha capito subito anche il mio collega della ria, quando sono tornata su e gli ho fatto vedere la lastra. Essere medici in certe cose aiuta, ti risparmi qualche ansia da attesa, perché alcune cose le capisci da solo.

Beh, è stata una serata lunga, sono le 2 passate, e la mia stanchezza è sempre con me. Me ne vado a dormire. Ma riesci anche a dormire, mi chiede il collega? Oh sì! Assolutamente sì!
Vado a stendermi nella poltrona-letto dove ci stendiamo quando non ci chiamano per qualche urgenza, con tre cuscini stavolta… ma in effetti non mi addormento subito. Mi domando cosa mi aspetta, e quando sarà la prossima notte che passerò su quella poltrona, se ci sarà un’altra notte su quella poltrona… ma sono certa di sì. Il linfoma ha una prognosi ottima, l’ematologia non è stato uno dei miei esami preferiti all’università ma questo me lo ricordo bene. Se proprio devi avere un tumore, forse il linfoma è il migliore di tutti. O almeno, il meno peggio.
E poi, se devo essere sincera: sollievo. Non è stress, non sono matta. Finalmente so. Finalmente si potrà fare qualcosa. Finalmente, soprattutto, posso riposare. Al mattino inizieranno gli esami, le cure, le novità che, di fatto, cambieranno un bel po’ la mia vita, almeno per qualche mese. Ma per ora posso riposare. Tranquilla, finalmente.

bambinachedanzanelvento

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