ricordi di fine estate

Posted by Giro Batol on settembre 25, 2009
pensieri / 1 Commento

06.00 del mattino, dell’ultima notte prima delle vacanze: la tracheotomia di una paziente sanguina un po’ e sarà da rivedere, l’ACT del suo vicino di letto è un po’ basso e bisogna aumentargli la velocità d’infusione dell’eparina, ma tutto sommato la notte sta scivolando via tranquilla ed allora steso sulla branda dello studiolo si può pensare ad un anno di Notti di Guardia.
Non è una cosa che si fa spesso, generalmente i ritmi di lavoro non concedono tanto spazio a tali riflessioni e quando lo si fa sono quasi sempre i momenti drammatici che ti attraversano la mente per affacciarsi alla soglia dei ricordi con una tale violenza da travolgere tutto ciò che incontrano: come il padre di quel ragazzo abbattuto per strada da un emopericardio per rottura di cuore che mi guarda con gli occhi stravolti quando gli dico in Pronto Soccorso che per suo figlio non c’è stato niente da fare, che è morto: “Dottore, non è giusto! Un padre non dovrebbe mai sopravvivere a suo figlio, non è giusto!”, sono le uniche parole che ha trovato la forza di dirmi.
Già, parole che porterò sempre con me e che rivivo tutte le volte che sto per arrendermi durante una rianimazione cardio-polmonare conscio che di lì a poco riincrocerò occhi stravolti, riascolterò parole dilanianti.
Ma ecco che in questa occasione ci sono anche altri ricordi che affiorano con tonalità completamente diverse ed un lieve sorriso increspa i lineamenti: e sì, per esempio la notte con Francesca, 15 anni e occhi blu profondo, ma con la pelle che progressivamente si stava ricoprendo di macchie purpuree lievemente rilevate, sempre più estese sempre più confluenti: “Sepsi meningoccica” era stata l’inesorabile consegna di qualche minuto prima, “sta andando molto male adesso le ho dovuto mettere su le amine; i genitori le sono lì accanto nell’isolamento, sono distrutti”.
“E no, ragazza mia, non mi fare uno scherzo del genere perché io stanotte non vado a dire ai tuoi genitori che non ce l’hai fatta” è stato il primo pensiero.
Parlarle e spiegarle, insieme a Carlotta, l’infermiera del Pronto Soccorso, tutte le varie manovre invasive che una dopo l’altra abbiamo eseguito su di lei era stato meno difficile del previsto con l’eccezione dell’intubazione oro-tracheale: “Tranquilla Francesca, adesso ti addormenti e quando ti sveglierai starai meglio” già peccato che non ne fossi affatto sicuro e il pensiero che tante altre volte quelle erano state le ultime parole udite dai miei pazienti mi torturava.
Poi la ricerca su Internet, la possibilità di usare un farmaco da poco in commercio gravata però dal rischio di un sanguinamento cerebrale, il consulto alle 02.00 con il primario, il colloquio con i genitori, la corsa del taxi dall’ospedale pediatrico per recuperare la Proteina C zimogeno ed infine una piccola inversione di tendenza divenuta poi una marea montante fino alla definitiva dimissione dopo più di un mese di interminabili trattamenti medici e di chirurgia plastica in Rianimazione e Medicina d’Urgenza superati con una incredibile forza d’animo e volontà di lottare.
E il signor G3 chi se lo dimentica? 48 anni, Rumeno, lavorava in Italia con le sue due figlie, mentre la moglie era rimasta in patria: 2000 di glicemia, polmonite evoluta in shock settico, infarto miocardio acuto in corso e linfoma non Hodgkin con localizzazioni sovra e sottodiaframmatiche istologicamente tipizzato come G3, insomma quasi morto, quasi senza indicazioni rianimatorie, ma quasi… e allora quasi quasi ci proviamo e tra l’incredulità generale giorno dopo giorno, notte dopo notte ecco che Costel si tira fuori di qui e va a casa pronto a lottare di nuovo contro il suo linfoma: ma ormai ci contiamo, i G3 rispondono bene alla terapia.
E così tra un ricordo e l’altro si son fatte le otto, tempo di consegne per chi arriva e tempo di ferie per chi smonta: diceva Oscar Wilde che “il ricordo di un dolore è sempre un dolore, mentre il ricordo di una gioia non è più una gioia”. Beh, caro Oscar, ti vorrei presentare Francesca e Chelmus: credo che cambieresti idea! Non solo è ancora una gioia, ma è una gioia contagiosa e stimolante che ci aiuta tutti a non mollare anche quando fatica, stress e malinconia si fanno sentire durante le notti di guardia.

Giro Batol

il cellulare

Posted by Giro Batol on giugno 18, 2009
racconti / Nessun commento

Radiologia, 20.15: il turno è iniziato da poco e abbiamo appena terminato la diagnostica per immagini di un giovane signore caduto dal balcone di un secondo piano. La sua vicina uscendo aveva dimenticato le chiavi dentro casa e lui aveva cercato di entrare dal balcone per aprirle la porta, ma la ringhiera aveva ceduto. Era caduto in piedi, non aveva battuto la testa, si era rotto i calcagni, un femore ed una vertebra lombare, ma senza lesioni midollari:
“Tutto sommato gli è ancora andata bene pensavo tra me e me”
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
non è il mio cellulare sarà quello di Laura, l’infermiera del Pronto Soccorso che mi accompagna, ma anche lei mi guarda con aria interrogativa.
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Il suono proviene dal fagotto posto sotto la barella dove raccogliamo generalmente quel che resta degli indumenti personali dei pazienti spesso sbrindellati nelle convulse fasi iniziali di assistenza. Mi chino, vedo il bagliore di un display con una scritta: CASA
Ho quasi una scossa al braccio proteso verso il cellulare e lo sguardo si fa vuoto…

“Tango zero da Tango 85, Tango zero da tango 85″
“Avanti per Tango zero”
“Tango 85 ha scaricato il paziente in Pronto Soccorso a Chivasso ed è di nuovo operativa”
“Mi confermi Tango 85 che siete operativi?”
“Confermo Tango Zero”
“Bene perché abbiamo un nuovo servizio per voi, si tratta di un codice Rosso Uno Sierra, ripeto Rosso Uno Sierra, sull’autostrada Torino-Milano, uscita Chivasso Ovest, direzione Torino. I testimoni parlano di due ragazzi incastrati apparentemente incoscienti, ma vivi. Orario di apertura del servizio ore 03.15″.
“Ricevuto Tango Zero, abbiamo uno stimato di arrivo sul posto di 4 primi, chiudo. Cazzo, Doc, ma quando ci sei tu non si dorme mai!”
Chi aveva tenuto la conversazione con la Centrale Operativa era Luca, 16 anni, volontario della Rossa da due; un armadio di 185 centimetri con due spalle belle larghe; era un ragazzo difficile, senza padre e con amicizie pericolose, aveva appena abbandonato la scuola e iniziato a lavorare come muratore. Preso nel modo giusto era buono come il pane, ma se gli saltava la mosca al naso, come mi raccontava orgoglioso nei pomeriggi in cui cercava disperatamente di insegnarmi a giocare a ping-pong in attesa di un servizio, era capace di scatenare risse furibonde con i malcapitati di turno.
“Dai Luca, capita con tutti…”
“Di andare alle 03.00 di notte, sotto una pioggia della Madonna, in autostrada, su un Rosso Uno Sierra, con due ragazzi incastrati? No, può capitare a tutti, ma poi capita a te porco dinci porco, e io lo so, è per quello che mi faccio mettere in turno con te”.

“Ma smettila, va; occhio che ci siamo quasi”
“Là c’è uno che segnala”, dice Grop, il nostro autista di tante missioni; 50 anni, ben piazzato, uno dei pochi in grado di tenere Luca sotto la propria ala protettrice.
La macchina, una Fiesta nera, è ferma contro il guard rail, ma si deve essere ribaltata un po’ di volte, è tutta accartocciata.
“Tango zero da Tango 85, Tango 85 sul posto” e poi ancora:
“Siamo i primi, metto l’ambulanza a protezione dell’auto, con questa pioggia non si vede niente”.
Grop sapeva il fatto suo: quando arrivi sull’incidente, recitano i manuali, valuta subito la scena, comprendi la dinamica e metti tutti in sicurezza.
Il servizio 118 era partito solo da sei mesi a Chivasso e non avevamo ancora l’infermiere a bordo per cui l’equipaggio era completato da una terza volontaria della Croce Rossa, Ingrid, studentessa in Medicina di origini francesi, brava e pacata, dai modi cortesi, ma risoluti.
“Grop, tu bada alle segnalazioni, io penso ai ragazzi con Luca ed Ingrid”.
La scena era raccapricciante scriverebbe un bravo giornalista, un miscuglio di sangue e lamiere, dolore e morte senza senso o come hanno cercato a lungo di insegnarmi “con un senso imperscrutabile”.
Veloce come un lampo, Luca, che con la freddezza di un veterano ha già esplorato le possibilità di accesso ai ragazzi feriti, estrae le Robin dallo zaino e con qualche colpo ben assestato sfonda il lunotto posteriore unica via praticabile per arrivare ai due ragazzi. Mi incuneo nell’abitacolo con due collari infilati nel braccio e l’immancabile marsupio in vita. Arrivo al quadro ancora acceso e lo spengo. Lui è con il capo riverso sul volante, immobile con lo sguardo vitreo di chi è già andato da un po’. Gli palpo il polso carotideo: assente. Lei ha il capo reclinato all’indietro sullo schienale ed un respiro russante: è viva. Le piazzo il collare, mi faccio passare da Ingrid il saturimetro portatile, la bombola di ossigeno e il kit per l’intubazione.
Nel frattempo è già arrivata la Polstrada ed arrivano anche i Vigili del Fuoco. “Doc, per tirarvi fuori dobbiamo segare il tetto, vi verranno addosso i vetri del parabrezza, usate questo lenzuolo per proteggervi”.
Ingrid si è fatta strada anche lei nell’auto per aiutarmi nel posizionare l’accesso venoso e nel tentativo di praticare l’intubazione orotracheale, che fallisce miseramente. Una decina di intubazioni in sala operatoria non bastano per preparare ad una situazione simile. Possibile che chi mi ha preparato ad affrontare queste situazioni solo con un corso di 300 ore, 150 teoriche e 150 pratiche, non se ne sia reso conto?
“Doc, stenda il lenzuolo sulla ragazza e si metta sotto, stiamo per asportare il tetto del veicolo, i vetri voleranno dappertutto”.
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti
mi guardo attorno e da sotto un sedile lampeggia il display di un cellulare,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti
la scritta è chiara: CASA, mi si stringe il cuore, ma rimango immobile.
Ingrid mi guarda e poi con i suoi soliti modi decisi:
“Che fai, non rispondi?”
“Rispondo? E poi cosa dico, scusi lei è il padre di un ragazzo di circa vent’anni, alto, magro, bruno di capelli che giace qui accanto a me morto o è invece il genitore di una ragazza esile, bionda forse di 18 anni, forse meno, in coma, che ora stiamo cercando di estricare da una Fiesta nera accartocciata?”
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti
“No, Ingrid, non guardarmi così, non saprei davvero cosa dire; al corso di 300 ore non mi hanno parlato dei cellulari, non mi hanno detto che squillano e ti cercano insistenti e impietosi anche quando uno è morto o è in coma…”

Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti
Il frastuono del gruppo elettrogeno dei pompieri ha infine il sopravvento sul cellulare e sulla mia coscienza…
“Che fai, non rispondi?”
“Sì, Laura, mi ero solo incantato un attimo, ora rispondo…” ora rispondo anche se ormai è troppo tardi!

“Ehi, voi del corso di 300 ore! non mi avevate detto che anche dopo molti anni quando leggi CASA sul display di un cellulare ti potranno tornare in mente lo sguardo vitreo di un ragazzo morto ed il respiro russante di una ragazza in coma…!”

Giro Batol

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il sergente Gunny

Posted by Giro Batol on marzo 21, 2009
racconti / 1 Commento

Il paziente della Rianimazione che ho accompagnato in Radiologia sta per iniziare le scansioni Tac. Driiin, Driiin: “Ciao,dal Pronto, abbiamo un signore di 88 anni, con un’infarto ed un quadro di edema polmonare,è bruttino, è meglio se quando ti liberi vieni a dargli un occhiata, c’è già la cardiologa che lo sta valutando per l’angioplastica.”
Il paziente della Rianimazione ha appena terminato le scansioni Tac. Driiin, Driiin: “E’ meglio se vieni subito perché è ulteriormente peggiorato, desatura ed è molto agitato”.
“Raga, chiamate in Ria per farvi venire a prendere, devo scappare in Pronto.” E poi mentre affretto il passo tra me e me: “Tanto non lo intuberò mai, ha 88 anni, sarà tutto malandato, al massimo gli metto una CPAP, ma non lo intubo di sicuro.”
Arrivo, cardiologa, urgentista ed infermieri di sala emergenza si stanno affannando attorno al mio vecchiettino: beh, vecchiettino si fa per dire, sarà alto un metro e ottantacinque ed ha una muscolatura ben più tonica della mia: ma non lo intuberò mai.
Il raccordo anamnestico è breve e preciso: “Ha un infarto inferiore ed è andato in edema polmonare nel giro di dieci minuti, mentre lo visitavo, una marea montante, pensa che è arrivato qui con le sue gambe lamentando solo un fastidio al torace, ma è evoluto con una tale rapidità che ho raccolto solo un’anamnesi sommaria”. Non lo intuberò mai.
Pressione arteriosa 130/70 mmHg, frequenza cardiaca 96 al minuto, ritmico, saturazione d’ossigeno 78% con il reservoire. Non lo intuberò mai.
“Ok, ma le comorbidità? E’ diabetico, iperteso, dislipidemico, ha un’anamnesi positiva per patologia tumorale, un quadro di involuzione cerebrale senile, è un bronchitico cronico avanzato?”
“No guarda, è un ex sergente dell’esercito, in buona forma psico-fisica fino all’evento di oggi: ha negato interventi chirurgici ed assunzione di farmaci a casa. Dovevi vederlo quando è arrivato: ha rifiutato il nostro aiuto per salire sul lettino, davvero un tipo tosto”.
E’ incredibile, penso mentre connetto il “va e vieni”. Allora lo intubo.
“Aspirati per favore midazolam, fentanest e rocuronio: andiamo in sequenza rapida con un tubo N°8.
Finalmente in questa agitazione trovo il contatto con gli occhi del sergente: sembrano presenti all’ambiente e mi fissano spalancati, quasi attoniti: “tranquillo sergente, non abbia paura, adesso la facciamo dormire un po’, ma quando si sveglierà starà meglio”. Ma i suoi occhi continuano a fissarmi con le pupille dilatate, al tempo stesso indagatori ed increduli per quello che sta avvenendo. “Non abbia paura, sergente, stia tranquillo.” “Sono senz’altro gli occhi di chi è terrorizzato dalla paura di morire” penso trovando una troppo facile risposta. Non me lo sarei aspettato da un duro come il mio Sergente Gunny. Certo che quegli occhi…

Due giorni dopo in Rianimazione: “Ciao Paola, come sta il Sergente?” “Mah, così, così poverino, non è più contropulsato… certo però che è proprio un brutto momento per lui; mi ha detto suo figlio che tre, quattro mesi fa gli è morta la moglie e da allora non ha più interesse per la vita, anzi ha espresso più volte il desiderio di morire anche lui”.
Accidenti che pugno nello stomaco, ecco cos’erano quegli occhi: altro che paura, erano l’estremo tentativo di ribellione a ciò che stavi per subire: mi spiace Sergente Gunny, non ti sei mai piegato al volere altrui finché non ti hanno spezzato i sonniferi che ti ho somministrato, ma non conoscevo la tua volontà e l’arroganza di chi vede la realtà solo dal proprio punto di vista mi ha impedito di intuirla!

Porterò sempre con me quel tuo sguardo sgomento sperando che mi aiuti a ricordare come non esista solo la mia verità e come vada rispettata anche quella degli altri.
Dieci giorni dopo il cuore del Sergente Gunny si ferma, senz’altro purificato da quelle interminabili ore di agonia, come potrebbe dire chi è pieno solo della sua verità.

Giro Batol

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Biancaneve

Posted by Giro Batol on gennaio 10, 2009
cronache, ritratti / Nessun commento

31/12/2008, h 20.00: ho ancora negli occhi mio figlio che stamattina sciava con me, ma ho già addosso la casacca azzurra un po’ stinta e l’immancabile fonendoscopio portafortuna al collo, un Littmann cardiologico da sballo: qualche piccolo vezzo bisogna anche concederselo!
Neanche il tempo dei saluti e “Pronti,via!”: paziente in edema polmonare acuto in cardiologia. Situazione seria: ottantenne, agitato, ipossico, al saturimetro 72% e ovviamente nessun posto libero nelle terapie intensive; e allora via, in Sala Emergenza di Pronto Soccorso. All’arrivo le ormai solite schermaglie di battute con medici, infermieri ed OSS, più amici che colleghi, quasi ad esorcizzare l’implacabile ripetersi di scene che ci augureremmo sempre irripetibili. Ma questa volta le cose vanno bene, per le 23.30 il paziente si è ripreso ed è stabile: intorno a lui in compenso il Pronto Soccorso freme del solito caos per nulla calmo:
“Non respiro, mi manca l’aria, toglietemi questa maschera vi dico!”
“Aiutatemi, ho dolore al torace.”
“La faccia, la faccia, mi è andato l’olio bollente in faccia!”.
Riesco a salire in Rianimazione in tempo per gli Auguri ed un accenno di brindisi: siamo nel 2009, chissà che cosa ha in serbo per noi:
Driinn, Driinn!!!!, 2240 la MedUrg, accidenti. “Ehi, scherzavo, non avevo alcuna fretta di scoprirlo, sono solo le 00.15! Ma forse è solo per gli auguri”, pensa tra sè e sè quell’inguaribile ottimista che mi porto dentro.
” Un anestesista urgente, paziente in arresto, stanza C, letto 10″.
“Alla faccia degli auguri, però precisi quelli della MedUrg, gli unici che quando ti chiamano ti dicono dove andare e non giocano a nascondino: stanza C, letto 10.”
Arrivo nel corridoio del reparto ed individuo da lontano la stanza C: accanto ad una porta infatti vi sono una giovane donna, di circa 30 anni ed il suo fidanzato, come poi mi verrà presentato. Lei piange, singhiozza, urla “E’ morta, la mamma è morta”! Lui freddo, “Dai, chiama tuo padre!”
Entro nella stanza in cui sono già febbrilmente in corso le manovre rianimatorie, massaggio cardiaco, ventilazione con AMBU, monitoraggio ECG, Carrello Emergenza dispiegato in tutta la sua operatività. Saluto, dò una sommaria occhiata alla paziente che a prima vista appare molto anziana e segnata da parecchie malattie e vado alla sua testa per la gestione delle vie aeree: quante volte quella stessa scena, quante volte quelle stesse facce e quelle stesse espressioni!
Chi guarda il monitor corrucciato come cercando di carpire il segreto di quell’arresto, la sua causa e magari la sua terapia; chi ha le gote rosse, la fronte imperlata di sudore ed il fiato sempre più grosso causato dallo sforzo del massaggio; chi si muove freneticamente intorno al carrello per prendervi l’occorrente con movimenti talmente automatici da sembrare quasi marionettistici: “larincoscopio, tubo numero sette, siringa per cuffiare, fonendoscopio, cerotto, adrenalina 1 fiala ogni tre minuti” e così via.
Anche la signora del letto 11, la sua compagna di stanza, ha assunto quella che ormai ho capito essere la modalità di risposta classica a quella situazione: è girata su un fianco, verso la finestra, apparentemente come se dormisse e come se gli eventi che si stanno svolgendo a poco più di un metro da lei altro non fossero che un fastidioso temporale estivo che presto si risolverà permettendole di riprendere il meritato riposo.
Le prime volte che ho notato questi comportamenti mi sembrava impossibile che le persone potessero assumerli.
“Ma come, dicevo tra me e me, una persona con la quale parlavi fino a mezz’ora fa sta morendo, e tu ti giri dall’altra parte? Non dico di venire ad aiutarci, non dico di stare lì ad incoraggiare gli sforzi rianimatori almeno con lo sguardo, ma addirittura far finta che non stia accadendo nulla mi sembra eccessivo!”
Eppure passando gli anni, rispondendo agli immancabili Driinn!, aprendo porte e porte su rianimazioni in corso, ho osservato che è proprio questo il comportamento della maggior parte dei “compagni di sventura”.
Penso che sia spiegabile con la paura di ciò che più temiamo, la morte, vissuta per giunta proprio in un momento di maggior fragilità come può essere quello di un ricovero. In questi momenti torniamo fragili come bambini e, come i bambini pensano di nascondersi portando le mani davanti agli occhi, noi ci nascondiamo alla morte girandoci dall’altra parte e pensando che la campana non stia suonando per noi.
Ma torniamo alla mia signora della stanza C: dopo quaranta minuti di manovre rianimatorie inutili constatiamo il decesso: la mia collega ed io ci guardiamo in faccia e sappiamo entrambi che adesso stiamo per affrontare il momento che ognuno di noi detesta più di ogni altro, la comunicazione del lutto. Portiamo con fatica la figlia della signora ed il suo fidanzato in uno studio tranquillo, li facciamo sedere e gli comunichiamo la morte della signora. Inaspettatamente la figlia pur tra lacrime e sussulti si rasserena ed assume un contegno da moderna principessa (Biancaneve, penso guardando fuori). Si assicura che la madre non abbia sofferto e dopo essere stata confortata su ciò, ci dice di come ormai si fosse resa conto che le sofferenze legate alle malattie fossero divenute per lei insopportabili. Ci dice che i suoi genitori sono separati e che il padre ha rifiutato il suo invito a giungere in Ospedale asserendo di essere troppo stanco: in fin dei conti è stata pur sempre la notte del Veglione di Capodanno, le ha consigliato di andare anche lei a riposare che poi se ne sarebbe riparlato l’indomani mattina. Mentre ci racconta tutto ciò è proprio triste la nostra Principessa Biancaneve, quasi più che per la morte della madre. Cerca conforto nel suo fidanzato, il suo Principe Azzurro, il quale non trova di meglio che consolarla così: “Faresti meglio a dire a tuo padre di alzare il culo dal suo letto”.
Driinn! E’ il Ponto Soccorso: “serve un anestesista per una cardioversione
Urgente”.
“Povera principessa Biancaneve, penso mentre mi allontano dal reparto, se è questo il principe azzurro che ti ha trovata…”
E intanto la neve fiocca copiosa.

Giro Batol

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l’arabo

Posted by Giro Batol on ottobre 18, 2008
ritratti / Nessun commento

Finalmente una notte tranquilla! Sono già le tre ed il telefono tace; d’altronde l’avevo promesso al Guardiano: ”Vedrai, stanotte ti scrivo!” DRIIN,DRIIN,DRIIIIN! Accidenti alla mia mania di sfidare la sorte: eppure me lo dico sempre che la persona intelligente risolve i problemi, ma il saggio li evita. DRIIN,DRIIN, DRIIIIN! 2437: è la Sala Emergenza del Pronto Soccorso: anche per questa notte la saggezza è un’utopia! “Abbiamo un ragazzo di vent’anni, alto circa un metro, con un quadro di tetraparesi spastica, che si è fratturato il femore destro e non riusciamo a prendergli un accesso venoso in nessun modo;forse serve una centrale”. “Arrivo” In pochi secondi sono in Pronto ed incrocio un’infermiera delle ”vecchie”; mi guarda, mi sorride e scuote sconsolata la testa, come a dire: ”Di nuovo tu?”. Poi mi indica un letto in una zona poco luminosa della degenza verso il quale mi dirigo a passo rapido. Avvicinatomi, scopro un gomitolo di pelle ed ossa, dal torace deforme, le braccia rattrappite, le gambe in una posizione innaturale in parte anche a causa della frattura. Ma da un collo inesistente si erge un viso pieno, ben nutrito, dalla pelle ambrata, sormontato da folti riccioli neri, con incastonati al suo interno due occhi scuri ricolmi di paura. Mi rendo conto che il mio incedere aggressivo potrebbe averlo spaventato e cerco di riguadagnare posizioni con il miglior sorriso che possa venirmi fuori dinnanzi a tanta sofferenza. Poi gli accarezzo il capo e gli chiedo se capisce quello che gli dico. Dall’oscurità ai lati del letto una voce calma e sicura con forte accento straniero mi risponde che il ragazzo capisce la sua lingua ma che non riesce a parlare. Solo ora mi accorgo di una signora vestita con abiti orientali, dall’età indecifrabile che si china sul suo capo e gli sussurra alcune parole in arabo di una dolcezza e di un’armonia che mai avrei immaginato fosse possibile per tale lingua. Effettivamente paiono infondergli un minimo di serenità. Spiego ai due pazienti, non riesco a considerarli entità distinte, quel che devo fare e mi ripropongo di farlo rapidamente e cagionando loro il minor disagio possibile. Mi carico, come quando giocavo a pallavolo: ”Pensi di essere bravo? Ed allora dimostralo, pallone gonfiato”. E con non poca buona sorte che individuo una vena sull’avambrccio destro e con l’aiuto della mia infermiera riesco effettivamente a incannularla senza difficoltà. L’espressione di gratitudine che ho potuto apprezzare sul viso della madre ed appena intravedere su quello del ragazzo è il più bel ricordo di questa nottata. Mentre mi allontano dal Pronto Soccorso non posso fare a meno di riflettere su quanto sia stato e sia stupido da parte degli uomini combattersi per difendere il nome di un dio, Allah o Elohim che sia, che se esiste mi pare davvero un gran pasticcione per non dire di peggio. DRIIN,DRIIN,DRIIIIN! “Abbiamo una signora di sessant’anni con una tachi a complessi larghi, batte a 210” “Arrivo”, ma questa è un’altra storia”.

Giro Batol

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