il prezzo che si paga

Scritta da il guardiano su gennaio 05, 2009
pensieri

E’ una settimana che non ti vedo. Quando mi avvicino al tuo letto hai gli occhi aperti. Ti guardi intorno. A volte sembri volgere il capo verso chi ti chiama. Forse segui con lo sguardo chi ti parla (ma questo non sempre). Non hai più la febbre, respiri da sola. Insomma, mi sembra che stai andando bene, proprio bene.
Quando ti ho lasciata, era tutta un’altra storia. La pressione dentro la tua testa continuava ad essere alta e di difficile controllo (segno che il tuo cervello soffriva ancora) e la tac faceva vedere una serie di zone che avevano patito molto. La radiografia del torace evidenziava un focolaio di polmonite. Non potevamo togliere la sedazione (i farmaci che ti tenevano addormentata), e dal punto di vista respiratorio avevi ancora bisogno di un grande aiuto da parte delle macchine. Nelle due settimane precedenti si era presentata una complicazione dietro l’altra. Tutte le volte che andavi un po’ meglio c’era sempre un problema nuovo. Avevo parlato con i tuoi famigliari, tua sorella soprattutto, e nei loro occhi leggevo una speranza che si affievoliva sempre di più. Le poche valutazioni neurologiche fatte erano terribili (avevi dei movimenti in estensione degli arti, nessuna mimica, crisi di brivido e aumento della pressione intracranica, tutti segni di grave danno cerebrale). Solo cattive notizie e un futuro incerto.
Ma questa mattina, quando sono arrivato, avevi gli occhi aperti, e ti guardavi intorno.

Il fatto è che non riesco ad essere contento. Non sono soddisfatto per niente. Non ti conoscevo prima di questa terribile malattia, ma spesso ho immaginato che assomigliassi a tua sorella. Adesso sei completamente diversa. E non solo perché hai la testa rasata, o il viso tirato. E’ proprio lo sguardo che è diverso. E’ perso, vuoto, assente, o forse solo disorientato, ma senza intensità. Inoltre il tuo corpo è teso nel letto in una serie di posizioni innaturali. Le tue braccia sono scarne, e le mani affusolate restano contratte sul busto come un burattino dai fili tirati malamente. Digrigni spesso i denti, la fronte ti si imperla di sudore, e le tue labbra si piegano in una smorfia anormale. Eppure stai andando bene.
Oggi ho parlato di nuovo con tua sorella e ho confermato tutto questo. Non c’è infezione, respiri autonomamente, ti guardi intorno. Ma il mio tono non è stato per niente persuasivo. Così alla fine tua sorella mi chiesto se c’era qualcosa che non andava. Cosa c’era che non mi convinceva. E io non ho saputo bene cosa rispondere. Per la prima volta mi sono sentito meno soddisfatto dei famigliari. Per la prima volta le mie speranze erano più grandi di quelle di tua sorella.

Sono arrabbiato, perché per sopravvivere hai pagato un prezzo veramente alto. La morte, per lasciarti andare, ha voluto in cambio tutto ciò che avevi di bello. La tua intelligenza, il tuo buon umore, il tuo sguardo. La tua capacità di muoverti, di andare, venire, guidare la macchina. E io ho assistito impotente a questo ricatto. Io ho barattato la tua vita, in cambio di tutto questo. Eppure non potevo fare altrimenti. La mia unica arma di negoziazione è una medicina imprecisa, fallace, impotente. E ciò che mi fa ancora più rabbia è che presto mi dimenticherò di te, e della nostra sconfitta Sarà sufficiente che il prossimo malato abbia la meglio in questa iniqua contrattazione, e io mi sentirò vincente. Ma non posso fare altrimenti. Perché io devo andare avanti per la mia strada e tu per la tua.

Forse un giorno sapremo non solo come si curano gli organi, ma anche come si conservano i ricordi. Sapremo raccogliere la memoria che si è persa nel fango di un’emorragia e accendere uno sguardo che si era spento in un incidente stradale. Forse un giorno sapremo fare tutto questo, e allora potremo presentarci vincitori al tavolo dell’oscura signora. Ma fino ad allora il prezzo della vittoria sarà sempre molto alto, e la felicità verrà spesso sacrificata alla salvezza.
E’ per questo che ti chiedo ancora una volta scusa.

il guardiano

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