Impressioni da là dentro

Scritta da fantasia su luglio 08, 2012
cronache
foto di HA

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A volte mi domando dove sia e se esista un limite per l’animo umano. Si toccano punte di grande nobiltà e abissi di tremenda nefandezza. A volte si alternano l’uno e l’altro aspetto. Le notti di guardia trascorse all’interno del carcere sono un viaggio vertiginoso all’interno dell’animo umano. Ho attraversato quei corridoi bui e umidi come se stessi attraversando io stessa la privazione della libertà, della privacy, della sicurezza, degli affetti, il tempo è vuoto come l’ultima bottiglia che ha portato alcuni di loro a commettere il “fattaccio”. E di notte tutto è silenzio. Un silenzio assurdo, irreale, un silenzio pieno di ciò che accade dietro il blindo di ogni cella, e che lì rimarrà anche il giorno dopo, e quello dopo ancora, e ancora, e ancora, e per sempre. Un silenzio che si appiccica sulla pelle come sudore marcio e che non riesco mai a scrollarmi di dosso anche quando chiusa nella mia piccola infermeria mi concedo il lusso di un po’ di musica tenuta bassa.

Ma il silenzio non sempre dura tutta la notte.

A volte un telefono inizia a suonare insistentemente con quel trillo (ma chi l’ha scelto?) che sembra voler sottolineare con quel tono acuto e stridulo la necessità assoluta che qualcuno alzi la cornetta, e quel qualcuno posso essere soltanto io. Di notte ci sono soltanto io al maschile, a vegliare su 800 anime perdute. A sperare che non succeda più di una cosa alla volta, altrimenti sono fottuta! Poi certo, c’è il medico di guardia, ma lui interviene solo in casi di gravità assoluta. Sono sola, e il telefono sta squillando.

-Pronto?-

-Ciao infermiera, devi venire al reparto penale, un detenuto si è tagliato-

Click.. Conversazione finita, non ho altre informazioni. E la dicitura “si è tagliato” non è mai riferita ad un evento accidentale, ma piuttosto ad uno autoprocurato, che per quanto tale può rappresentare una sciocchezza come anche un problema molto serio, ma in questo momento non so cosa troverò.

Eccola lì, un’infermiera donna, alta 1.65, per un peso di nemmeno 50 kg, che mentre cerca di ritrovare la concentrazione si carica in spalla metà della sua infermeria e si appresta a percorrere circa 1 km a piedi, al buio, in posto che fa anche un po’ paura, senza sapere assolutamente a cosa sta andando incontro. Una mezza cartuccia che trasporta un’infermeria.

Passano i minuti, ma che gli hanno fatto al tempo? Qualcuno mi ruba i minuti, non arrivo mai!

Infine, giungo al posto di guardia degli agenti della sezione “incriminata”, che belli belli, se ne stanno tutti a sorseggiare un caffè, e ridere e scherzare. Bella forza, penso io, ma il mio detenuto dov’è?

Ovviamente è in cella, accudito da suoi coinquilini. Due agenti, un uomo e una donna, mi accompagnano presso la cella, mi aprono il blindo e la porta e mi spingono in quella minuscola stanzina puzzolente. Si accende una lucina, e vedo 4 facce tutte nere che mi guardano. O meglio, le facce nere le vedo dopo, la prima cosa che vedo sono 4 paia di occhi bianchi bianchi.

Uno di questi ragazzoni è seduto su una seggiola, si preme un pezzo di stoffa sul collo, e i suoi amici gli fanno scudo, non vogliono che io lo tocchi e lui non vuol parlare con me e nemmeno vuole farmi vedere il collo. Mi invitano ad andarmene, ci penseranno loro al compagno, non vogliono ingerenze esterne, il mio ferito è in realtà il loro amico e lo vogliono accudire da soli.

Insisto, provo ad usare il dialogo, provo a convincerli che voglio aiutarli, che non farò nulla di male a quel ragazzo di cui non conosco nulla, né il nome, né la sua storia, né il suo reato.

Ma non c’è nulla da fare. Passano molti minuti durante questa contrattazione, ma ne esco sconfitta completamente. E anche contrariata, devo essere sincera. Ed è così che con un certo senso di inutilità mi riprendo tutta la mia attrezzatura e con la coda tra le gambe torno da dove ero venuta.

 

Normalmente una persona ferita, per sbaglio per atto deliberato, si affida a noi per farsi assistere, per ricevere cure e tutto il resto.

Ma questo è un carcere, e la normalità, cioè il mondo di fuori, non esiste. Ed ogni notte non vedo l’ora che arrivi il giorno per tornare nel mondo di fuori, perché questo mondo qua dentro, assurdo, incomprensibile, crudele, mi succhia l’anima.

Fantasia

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