La cura dell’agonia – quarta parte

Scritta da Herbert Asch su gennaio 22, 2014
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Foto di HA

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Restavano, ultima ratio, i cossiddetti eccitanti diffusivi. L’etere muschiato, l’olio canforato, cosa potevo sperare da questi agenti? Era ancora possibile di eccitare fortemente il cuore, come con una frustata, o potevo sperare una reazione vaso motoria?

Ricordavo un caso di embolismo della polmonare superato colle iniezioni di olio canforato ogni cinque minuti; ricordavo l’effetto dell’etere muschiato in un attacco d’asistolia in un mitralico ancora vivente; rammentavo dei colerosi richiamati in vita con le iniezioni di etere…,

ma ricordavo purtoppo altri pneumonici tormentati invano sull’agonia con iniezioni di etere, etere muschiato, etere canforato, di olio canforato, e mi domandavo se c’era ragione di far soffrire un povero paziente, in cui la mente offuscata non comprendeva più appieno il pericolo mentre i nervi sentivano ancora il dolore pungente di una introduzione di etere

Dappertutto dove la morte ha fatta una apparizione lascia dietro di se questo perfido odore di muschio. Il fatto è oramai così conosciuto che quell’odore penetrante, ingrato, porta con sè la sentenza fatale pel malato, se è ancora in grado di comprenderla e pei parenti. Ma quand’anche la speranza fosse minima ed il dolore anche più grande di quanto è realmente, sarebbe stato immorale lascire intentata l’ultima via.

Praticai alcune iniezioni di etere canforato. Esse uniscono certamente i due più potenti eccitanti momentanei. L’effetto di esso è certo meno duraturo di quello dell’olio canforato, ma è più pronto ed io non avevo tempo da perdere.

Inutile! Il rantolo cresceva , il respirare diventava una fatica disperata, il polso si faceva aritmico, vuoto, le estremità erano fredde e sudate.

– Ma dottore! Soffre non si può almeno calmarlo? –

È lecito diminuire le sofferenze degli ultimi momenti cogli oppiati?

È utile e morale sopir la mente sugli ultimi guizzi della vita con un po’ di morfina?

Quante volte me lo sono domandato dinanzi allo strazio di agonie prolungate, dolorose, e mai ho saputo rispondermi in maniera soddisfacente. Una dose piccola di morfina, secondo alcuni, sarebbe piuttosto un eccitante che un calmante, ma in queste condizioni riescirebbe anche inutile. A dose più alta, a dose ipnotica non esercita essa un’azione deprimente sul cuore, sui centri nervosi che negli ultimi sforzi di questi organi può riuscire mortale?

No, no! Non è morale aggiungere pericolo a pericolo per ottenre un piccolo sollievo! A coscienza perfettamente integra, a dolori atroci forse il problema della convenienza si potrebbe porre, ma qua dove la coscienza è alla soglia appena, dove forse tutto l’apparato fenomenologico è più penoso per chi assiste che pel malato, non è lecito gettare anche un minimo peso sulla bilancia: dire, muori, ma senza dolore!

Ma il rantolo taceva ad intervalli, il polso non era più percettibile e la pressione era dissolta. Alcune convulsioni dei muscoli della faccia e dei sollevatori della mandibola inferiore segnavano la fine.

Era morto!

Nella luce scialba del mattino, rifiutata la carrozza che mi attendeva alla porta, percorrevo a piedi il corso, calpestando il soffice tappeto di neve, che aveva cominciato a cadere tranquilla e solenne.

Ed in quella pace alta, senza rumori e senza viventi, riandavo al dramma della notte: possediamo noi qualcosa di veramente efficace di fronte alla morte eveniente?

O non sarebbe meglio non turbare le ultime ore di un morente, e lasciare la cura dell’agonia alla pietà dei parenti ed al conforto della fede?

(4 – fine)

“La cura dell’agonia” di Scipione Riva Rocci è integralmente riportato nel libro “Buona Sanità – Storia di un Ospedale” di Francesco Scaroina. Pintore Ed. Torino, 2005.

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