disagio sociale

Civitanova

Posted by Herbert Asch on aprile 13, 2013
cronache / 1 Commento
Foto di HA
Foto di HA

Di solito sono preciso, man mano che i post arrivano li metto in ordine e programmo la pubblicazione, mantenendo rigorosamente l’ordine di arrivo.

 

Giorni fa ci è arrivata una mail, un amico ci ha inviato addirittura un e-book. Non erano molte pagine e, in attesa di leggerlo, comunque, mi sono tenuto sulle generali. Pensavo che, visto che era pubblicato ed in vendita, anche se non certo a caro prezzo, avremmo potuto postare un piccolo estratto, indicando poi il link per eventualmente acquistarlo.

 

Quindi ho risposto chiedendo cosa ne voleva fare.

 

Poi, in una interminabile seduta operatoria, ho avuto il tempo di leggere il libro, e devo dire che mi ha preso bene.

 

La risposta è arrivata quasi contemporaneamente alla fine della lettura:

 

“Ciao Asch, sono contento che il libro ti interessi, ma vedi com’è la vita, oggi mi trovo a risponderti in un modo che non avrei immaginato quando ti ho inviato Caro Dottor Cronin, il quattro aprile. Forse non lo sai ma io vivo a Civitanova Marche, un qualsiasi posto della costa adriatica fino a tre giorni fa, poi all’improvviso due brave persone si impiccano in uno sgabuzzino chiedendo perdono e una terza, appena lo scopre, si getta in mare e li segue; così questa mia piccola città di provincia diventa il simbolo della sofferenza della gente in tempo di crisi.

 

Ma facciamo un passo indietro.

Circa un anno fa mi venne l’idea di scrivere qualcosa che raccontasse chi siamo noi medici di oggi, cosa pensiamo e sentiamo mentre marchiamo il cartellino; credevo che la gente dovesse sapere chi c’era dentro i camici cui s’affidava.

Non l’ho scritto e lo confesso a te, ma credo che siamo in una condizione simile a quella dei fanti della prima guerra, che se non saltavano fuori dalla trincea o non avanzavano adeguatamente, venivano ammazzati da altri soldati italiani a questo deputati. Si poteva quindi scegliere soltanto tra una pallottola austriaca e una italiana. Noi medici di questo SSN derubato, truffato, tarlato e falsamente aziendalizzato abbiamo la malattia al posto degli austriaci e i politici che ci sparano alle spalle. I pazienti, gli esseri umani che vogliamo curare, in tutto questo, invece di essere la patria da difendere, stanno sdraiati e aspettano nella terra di nessuno (mi vergogno di questa similitudine offensiva per i fanti e spero che mi perdonino se li ho paragonati a noi, ma è solo per la emblematicità di quanto accadde a loro).

Sempre per i casi della vita, mia madre mi restituì una vecchia copia di E le stelle stanno a guardare venuta fuori da uno scatolone dei tempi del liceo. Rileggendo Cronin non ho potuto fare a meno di trovarvi  le similitudini sconcertanti di cui parlo nel prologo del libro e che mi hanno spinto a sceglierne il titolo.

Finito il lavoro, ho pensato che potevo farne qualcosa di utile a chi ne avesse più bisogno e se vai al link

 

http://www.amazon.it/Caro-Dottor-Cronin-ebook/dp/B00BTNNJWS 

vedi che avevo deciso di devolvere gli utili di vendita (anche se probabilmente simbolici) all’emporio della solidarietà del comune di Civitanova: un posto dove distribuiscono beni di prima necessità a chi ne ha bisogno.

Pensavo che la prima forma di cura sia quella di garantire almeno il nutrimento.

L’undici marzo, quando il libro è stato pubblicato, mi sentivo soddisfatto della mia scelta e del lavoro. Giorni dopo veleggiando nella rete mi sono imbattuto nel vostro sito, l’ho visitato e mi è piaciuto molto (adesso faccio lo psichiatra ma ho cominciato come medico di pronto soccorso e conosco l’odore delle notti di guardia), così vi ho inviato volentieri una copia, era il quattro di aprile.

Il cinque aprile si sino ammazzati in tre, e il sei aprile, il Presidente della Camera è venuto in piazza da noi, in chiesa e in comune. Questa mia piccola città è stata sparata sui media in ogni forma, ognuno ha trovato il modo di dire la sua: dall’ OMICIDIO DI STATO, a Vittime della DIGNITA’…

Quante parole, e a sera, leggendo la tua mail, non me ne venivano per rispondere alla tua domanda: che ne vuoi fare?

Ho aspettato e penso che, nonostante tutto, continuare a parlare e diffondere quando tutto sembra insensato può sempre rappresentare, se non altro, una ricerca di senso. Inoltre, seppure la scelta di attirare l’attenzione su chi si trovava in condizione di improvvisa e imprevista povertà è stata per il momento inutile (e a vederla da qui, davanti a quei morti, simile ai soliloqui di certi miei matti), credo che sia coerente proseguire. Non solo, se oggi qualcuno è morto perché dopo una vita di lavoro non aveva più di che sostentarsi, continuando così, non è da escludere che domani qualcuno possa ammazzarsi perché non potrà permettersi le cure che un SSN in fallimento non può più prestargli.

 

Quindi, caro Herbert, scegli uno o due sospiri e pubblicali pure. Se vorrai diffondere il link che ti ho indicato sopra te ne sarò grato.”

 

e così farò.

 

Vista la concomitanza degli eventi stavolta non mi sono sentito di procrastinarlo (sarebbe passato a fine maggio) e così chiedendo scusa agli altri autori, il prossimo post sarà tratto dal libro “Caro Dottor Cronin” di Ubaldo Sagripanti.

 

Herbert Asch

Tags: , ,

Centodue o centoquattro

Posted by Labile on dicembre 08, 2012
cronache / 2 Commenti
foto di SC

foto di SC

centodue o centoquattro…” mi dice, così di colpo, appena mi avvicino per sistemare le barelle  dell’attesa.

centodue o centoquattro …” mi ripete indicandomi con un dito puntato.

Non capisco e li per li penso “ Ecco, la solita …”. Invece afferro il suo sguardo interessato, guarda proprio  alla mia persona, a qualcosa di fisico che l’ha colpita da quando lei è qui e  si può dire ormai già da qualche ora, mentre se ne sta sdraiata su una delle barelle dell’attesa.

All’improvviso capisco e rispondo “centonove, sono centonove grani”.

Per lei il rosario tibetano che porto al collo, più per vezzo che per altro, la deve aver colpita fin da subito e questo le ha dato modo di rivolgermi la parola e di catturare, lei,  la mia attenzione.

Ora che la guardo meglio mi accorgo di non averla nemmeno notata nel trambusto generale che regna sempre in questo pronto soccorso e stranamente non ha colpito neanche l’altro collega che ha lavorato con lei.

Se ne sta sdraiata su una barella come una paolina borghese di periferia,  in jeans e maglietta ordinari,  una bella faccia in decadimento, resto di una bellezza giovanile nemmeno poi tanto lontana.

Da subito mi dice che la sua crisi d’ansia ormai sta scemando e che qui in pronto soccorso trova sempre un posto dove venire. Ci vuole solo restare qualche ora e passarci un po’ più di tempo anche se dimessa , la fa rimanere calma e così affrontare meglio le prossime giornate.

Intanto ha riconosciuto il rosario e mi dice che anche lei è molto interessata alla religione buddista perché le sembra l’unica che la lascia respirare.

Si dice proprio così “respirare quello che ad oggi le manca di più: il respiro”.

Mi racconta con parole precise di essere da un decennio fuggita da una brutta periferia romana e di essersi innamorata di una casetta con un pezzetto di terra qui in campagna.

Le è sembrato immediatamente il suo piccolo e grande paradiso e solo l’idea di essere tornata alla terra l’ha fatta   prestissimo sentire di star bene.

Mi racconta che era da tempo che non riusciva a prendere una decisione, andar via dalla città, dalla vita convulsa e disordinata,dagli orari stretti, ma più di ogni altra cosa dal senso di solitudine che nonostante l’affollamento di persone non riusciva adattraversare.

Invece la “campagna”, così come lei da definisce, la ha restituita in qualche modo a se stessa e ha di nuovo poggiato i piedi per terra.

Così con entusiasmo si è caricata del solito mutuo e della fatica di lavorare duro per poterlo pagare e così starci  dentro fino alla fine del mese, magari con difficoltà ma felice del suo piccolo e grande paradiso.

Tutto è filato liscio per più di dieci anni sentendosi quasi a metà del guado, finalmente felice della propria vita e della sua casetta finché,  mi racconta, la perdita del lavoro.

A raffica mi dice di aver perso il lavoro e di non riuscire più a pagare il mutuo, si la cassa integrazione, si il blocco annuale del pagamento, si la ricontrattazione del debito, una infinità di problemi che la hanno condotta qui su questa scomoda ma rassicurante barella, dove qualche goccia e le nostre chiacchiere la svuotano di quel senso di perdita infinita che non riesce più a contenere.

Allora smette di respirare, magari così la invade completamente la vertigine che la divora ogni giorno, quella che la conduce a vestirsi di abiti comprati  sui banchi dell’usato o a mangiare i cibi scadenti del discount.

Tutto così, tanto per stare ancora dentro la propria persona e non perdersi, mi dice,  in un orizzonte che non ha più luce.

È per questo che è qui, col suo senso di panico che anche in questo tardo pomeriggio trova apertura e voglia di parole, un po’ di più dei miei centonove grani di rosario.

Labile

Tags: , ,

Tra Me e T(h)e

Posted by Bellerophontes on giugno 26, 2012
cronache / 2 Commenti

Ci sono momenti, camminando per il girone infernale che è il “logistico” del pronto soccorso di un grande ospedale in cui, uscendo per la tua meritata e nociva sigaretta delle tre del mattino, un attimo prima dell’alba, ma ancora troppo vicino alla notte, la scienza si arrende all’umanità, alla paura di chi soffre, segretamente intersecata alla tua di fallire.

C’era V.

Siriano, lineamenti nobili, antichi, gentile nel parlare, seguito dai servizi psichiatrici.

C’erano i rossi, la battaglia da vincere in cinque minuti (se va bene), ma c’erano anche verdi, come V.

La sua bottiglietta di the era caduta nel canale e lui a ruota per recuperarla, fa caldo hai sete e l’acqua serve due volte quando cammini in un paese che non conosci, di cui non conosci la lingua, e dove molte persone avranno approfittato della tua situazione per toglierti quella già poca fiducia, incarcerati dai buoni, sfruttati dagli stronzi.

V. voleva solo la sua bottiglietta di the; quando i pompieri lo hanno estratto dal canale la brandiva come un trofeo.

ANAMNESI/EO: pz pallido, ipotermico, rispescato dopo mezz’ora dalle gloriose acque del B. Temperatura rettale 35, iperteso (ok non morirà qui) e…

ma questo non lo trovi sui libri di semeiotica, uno sguardo di chi nel dolore e nella malattia, lascia trasparire solo il bisogno di aiuto.

Si alza, barcolla e non è il Diazepam, è la vergogna. La vergogna di chi è caduto in un fiume che francamente puzza di merda. Pare un quadro, un erede di una tradizione millenaria di fughe e persecuzioni, di violenze inaudite a tre ore di comoda business class da questo ospedale.

Torno.

V. non è più sul suo lettino, è stato spostato, sapete c’è chi ha la Porsche fuori ed è piuttosto seccato perché i suoi bizzarri compagni di sala d’attesa non sono proprio il tipo di personaggi con cui si accompagna. (anche se forse alcuni li incontra ogni sera per essere più bravo, più attivo e produttivo la mattina, mah…)

Mi avvicino e vedo che ordinatamente, con garbo appoggia i suoi luridi vestiti sul termosifone -spento- nella speranza che si asciughino.

“V, ma perché li metti ad asciugare li!?”

“Non ne ho altri dottore, domani lavoro e non posso permettermi di perdere il lavoro”

“E perché perdi il lavoro V.?”

“Perché fa freddo e mi ammalo, non possiedo altri vestiti né una casa”

Io e te, V. condividiamo più del 99,5 % dei nostri geni, delle nostre vie biochimiche, della nostra fisiopatologia.

Lo condividiamo anche con il povero vecchio dall’ospizio col suo bel tappeto di batteri nelle urine, con il professore con la colica renale, con il tossico che ha bisogno di un po’ di metadone, morfina, contramal, tachidol, che comunque non gli daremo.

Ma tu non hai bisogno di questo: una coperta di lana, i vestiti in sala lavaggio e, meglio del diazepam, qualcuno che si siede al tuo letto ed è disposto ad ascoltarti, instaurare un rapporto umano semplicemente dandoti di che coprirti ed un the caldo, come solo le infermiere dolci e bellissime di certi ps sanno fare. Dormi V., io sto smontando dalla notte, un tuo ultimo sguardo, lungo, silenzioso, il tuo sorriso ha il sapore della gratitudine, il mio…beh il mio non lo so, dimmelo tu.

Bellerophontes

Tags: , ,