lazzaro

il riflesso di Lazzaro

Posted by Rabuccia on dicembre 20, 2009
racconti / 5 Commenti

Vi sono delle cose di questo mondo che sfuggono nella loro completezza alla umana comprensione. Questo “incipit” tra il solenne ed il banale farà da introduzione per descrivere quelli che lo scrittore H.P. Lovecraft avrebbe probabilmente definito: “I terribili fatti che si svolsero la notte tra il 12 e 13 Agosto 2001 presso i locali della radiologia dell’ ospedale della tranquilla cittadina di ***”.
E non sia casuale il fatto di voler scomodare l’inquietante scrittore. Anche se il mio ospedale è piuttosto lontano dalle nere acque del Miskatonic River il paragone non è né irriverente né esagerato, per quello che, amici lettori, andrò testé a raccontare. 
Il turno di guardia in rianimazione quella notte era apparso fin dal mio arrivo uno di quelli tranquilli. Le consegne delle otto non avevano posto in essere situazioni potenzialmente evolutive e/o difficili da gestire. Il colpo d’occhio sull’emiciclo del reparto era rassicurante. I pazienti erano quattro su nove posti. Tutti e quattro intubati e ventilati. Il leggendario senso pratico del rianimatore, spruzzato di larvato cinismo, gli fa sempre pensare, nel profondo dell’anima che “quando i pazienti sono intubati e sedati si lavora meno”. Questo solo perché la loro condizione è di “stabilizzazione”; in realtà questo è un eufemismo per non dover dire che non c’è bisogno di sedazioni raffinate, e poi quando sono già intubati si può stare tranquilli. Gli infermieri ai monitor conversavano del più e del meno programmandosi il resto della serata e si apprestavano con serenità al cambio turno delle dieci.
I rumors ospedalieri, ovvero quella serie di informazioni non ufficiali che fornivano prove non documentali della esistenza di urgenze in fieri, indicavano una intensa attività del Pronto Soccorso.
Telefono! “Dottore c’è da andare in TAC ad assistere un paziente mal messo appena arrivato”. L’assistenza in TAC è una delle grandi incognite di ogni rianimatore ed è una attività particolarmente temuta. Esiste in effetti un grading pressoché infinito delle situazioni cliniche che ci potrà trovare a gestire. Si va dal trauma cranico lieve in stato di agitazione psicomotoria in cui la abilità rianimatoria è limitata alla capacità di mantenere farmacologicamente legate le membra irrequiete, fino ad arrivare alle grandi catastrofi politraumatologiche in cui si entra rapidamente in un girone dantesco fatto di tubi, monitor, farmaci, comandi imperiosi ecc… La TAC, come è noto agli addetti ai lavori, è luogo di grande pericolosità per il paziente e per chi lo assiste. La destabilizzazione è fortemente condizionata dagli spostamenti fisici, inoltre i compromessi richiesti dai radiologi e le difficoltà ambientali fanno si che molti peggioramenti si verifichino proprio qui, dove si lavora in piena golden hour.
Quella sera avevo trovato però una situazione abbastanza rassicurante: un paziente anziano sveglio già posizionato sul lettino. Il mio arrivo era stato, come sempre, motivo di grande sollievo per il collega del Pronto Soccorso che si affrettava a darmi le informazioni del caso: “E’ un paziente di 77 anni arrivato qui con l’ ambulanza dei volontari di ***. Lo hanno trovato in casa i famigliari. Lui vive da solo. Lamenta dolori addominali e ipotensione. Abbiamo fatto liquidi, messo la dopamina. L’ addome è teso. Potrebbe essere un aneurisma in rottura. Ti ho chiamato perché è instabile emodinamicamente”. Guardo il mio paziente. E’ un vecchiettino pallido, sudato ed ansimante che guarda inerte il soffitto con occhi spenti. Gli si legge in faccia solo la consapevolezza della morte imminente. Non guardo il monitor, faccio come gli antichi colleghi: sento con le mani il polso periferico debolissimo e percepisco la vasocostrizione della cute. Settanta di sistolica con la dopa, obnubilamento sensoriale, dispnea crescente. Intubo senza difficoltà il paziente che con 50 mg di ketamina chiude gli occhi stanchi e vitrei.
Eseguiamo la TAC col paziente intubato, sedato e ventilato. Il radiologo lavora sereno e rapido. Il chirurgo appena arrivato attende il responso sullo schermo con la stessa ansia del giocatore di poker che apre le carte. Su quello schermo si disegnerà presto il destino del paziente. 
“Niente di chirurgico”. Una voce sicura alle mie spalle suggella definitivamente la questione. “Sarà probabilmente una ischemia intestinale. Mi pare fosse tabagista han detto i famigliari. Tabagista e vasculopatico”.
Mentre si discute della diagnosi, il paziente dopo un balletto elettrocardiografico di extrasistoli ventricolari comincia a salutare il mondo disegnando sul monitor una larga sinusoide che di fisiologico non ha proprio più nulla: fibrilla! E via con la sequenza rianimatoria tante volte eseguita: 200 joules col defibrillatore, massaggio cardiaco sul piano della TAC. Vado avanti per un quarto d’ora con tutto il possibile, e con la certezza della inutilità di tutto. Mi fermo. Venti minuti senza ripresa di circolo. Il paziente è esanime ancora in TAC. Il prezioso strumento diagnostico di fronte alla grandezza ed assolutezza della morte, più forte di ogni tecnologia, disegna sopra di lui una sorta di spaventoso catafalco.
Inizio la noiosa procedura della compilazione del foglio di consulenza. Il personale della radiologia si aggira attorno alla salma. E a quel punto accade. Il braccio sinistro del paziente si alza a quarantacinque gradi e dalla sua gola da cui ho tolto da qualche minuto l’ormai inutile tubo si leva un suono dell’oltretomba che risuona strozzato nella stanza. Un grido estremo che nulla ha di umano. I tecnici della radiologia mi gridano contro: ma è deceduto o no il paziente? La mia mente per un attimo vacilla. “Non può essere. Non è mai successo. Abbiamo sospeso la RCP da dieci minuti. Guardo il paziente: è immobile. Il braccio è ricaduto lungo il fianco. Ma il grido l’abbiamo sentito tutti. Sono certo, si sono certo. Son scappati via tutti. Sono solo col paziente che dovrebbe esser morto. Non è possibile! Prendo l’Ambu e per dieci secondi ventilo un paziente a cui sto facendo l’accertamento di morte. Io? Ma cosa sto facendo!Lavoro da quindici anni. Ne ho visti di decessi. Sono un rianimatore. Sono il più profondo conoscitore del confine tra la vita e la morte. Cosa sto vivendo? Un incubo? L’ imperscrutabile? Cosa?
Il paziente resta in asistolia ed in midriasi. Mi fermo definitivamente. Compilo la consulenza. Torno in rianimazione con addosso un senso di gelo e di ignoto, di inconcepibile. Racconto tutto al mio collega di guardia anestesiologica. Mi ascolta e sorride. Poi mi dà una pacca sulla spalla e mi spiega: era il “Riflesso di Lazzaro”. Sono clonie e riflessi spinali post mortem. Il grido altro non era che l’ aria intrappolata nei polmoni che è uscita facendo vibrare le corde vocali, quando si son contratti gli intercostali”.
“Ah si, ho capito. Mi sono un po’ spaventato”. Ma sarà così, penso. Anzi è così.
Solo a ripensare a quel suono dell’oltretomba, un brivido freddo mi percorre ancora la schiena però. Ancora adesso.

Rabuccia

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