mondo

la fine del mondo

Posted by il guardiano on ottobre 04, 2008
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Il giovane dottore arrivò in pronto soccorso che il consulto era già cominciato. Il medico di guardia, il radiologo, il chirurgo vascolare erano tutti davanti alla TAC. Il referto era chiaro: aneurisma dell’aorta addominale in fase di rottura. Il giovane dottore chiese se si andava in sala. La risposta arrivò secca dal chirurgo. Ovviamente si andava in sala. Ma nessuno si muoveva da lì. Il fatto è che la signora sapeva dell’aneurisma, e 2 anni prima aveva rifiutato l’intervento.  La signora aveva dei problemi? chiese il giovane dottore. Era depressa? Demente? O cosa? No, niente. 84 anni, senza parenti. Bisognava solo convincerla. Mancava il consenso firmato.

La paziente era in sala emergenze, attaccata ai monitor, separata dagli altri ospiti da una tenda che scendeva dal soffitto. Tranquilla, respirava bene, la pressione era stabile. Una nonnina dagli occhi vivaci, un po’ sofferenti. Il giovane dottore la salutò, lei rispose. Le chiese come stava. Aveva male alla pancia. Il giovane dottore le somministrò un analgesico, lei ringraziò. Poi dopo qualche minuto di silenzio iniziarono a parlare. La nonnina era ben conscia di quanto era successo. Sapeva che l’aneurisma prima o poi si sarebbe rotto, ma lei non aveva voluto farsi operare. Non voleva morire in ospedale. Tutti le avevano detto che se si rompeva sarebbe morta, lì, su due piedi, senza neanche accorgersene. E questo in fondo la tranquillizzava. Così quando le era venuto quel mal di pancia terribile, mai più pensava all’aneurisma. Se avesse sospettato che era quello, se ne sarebbe stata a casa, così nessuno l’avrebbe operata. Ma quei dottori là volevano operarla a tutti i costi. E lei non voleva farli arrabbiare. Il giovane dottore la rassicurò sul fatto che se lei era contraria all’intervento, nessuno avrebbe potuto operarla. Se voleva poteva anche ritornarsene a casa. A queste parole lo sguardo della nonnina si accese di una nuova luce. Davvero poteva tornarsene a casa? E morire nel suo letto? E vedere per l’ultima volta le sue amiche? Certamente. Non era una cosa semplicissima, bisognava organizzarsi, ma era assolutamente possibile.

Quando il giovane dottore tornò dai suoi colleghi, e spiegò la situazione, nessuno lo prese sul serio. Nessuno pensò che era ragionevole lasciare perdere e fare in modo che la nonnina se ne tornasse a casa a morire nel suo letto. Ma il giovane dottore rimase fermo nella sua posizione: lui non avrebbe mai addormentato una persona perfettamente sana di mente, orientata nel tempo e nello spazio, che rifiutava (in maniera del tutto ragionevole) un intervento che (in quelle condizioni) ha una mortalità elevatissima, e un rischio altrettanto elevato di complicanze future. Cosa si poteva fare allora? Semplice. Ognuno avrebbe scritto la sua consulenza, il suo parere diagnostico, terapeutico e prognostico, e sotto tutte queste belle parole la signora avrebbe dichiarato la propria volontà.

Con il cellulare del giovane dottore (lei nella fretta e nella confusione aveva dimenticato il suo a casa), la nonnina chiamò due sue amiche (le più care), e un vicino di casa (infermiere). Raccontò loro tutto quello che era successo e invitò tutti a casa sua per un’ultima partita a carte. Poi firmò i fogli. Il giovane dottore aspettò che la caricassero sull’ambulanza, e poi fece ancora una cosa (che forse non avrebbe potuto, ma che gli sembrava indispensabile). Diede alla nonnina una siringa con dentro diluita una fiala di morfina. Le disse di farsi aiutare dal suo vicino di casa (l’infermiere), e di farsela fare, lentamente e a piccole dosi, se il dolore fosse di nuovo comparso.

Ho pensato un sacco di volte al giovane dottore e alla nonnina. Ho pensato a queste due persone che percorrono un tratto di strada insieme. Quella strada che porta all’orizzonte. Un giovane, figlio di tutti i figli, e una vecchia, madre di tutte le madri, che arrivati là dove il mondo finisce, di fronte al buio cosmico, si salutano. Lei per continuare, mite e coraggiosa, il suo cammino verso l’infinito, lui per tornare, chino e impotente sui suoi passi, e negli occhi le tracce di un nuovo stupore .

 il guardiano

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