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L’arte della fragilità

Posted by Dahara on dicembre 10, 2017
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foto di GP

foto di GP

Il nostro essere viene talvolta così essenzialmente colpito, che può essere fatto a pezzi. Ci sono circostanze in cui non si apprezza niente.

La fragilità del nostro essere  è una realtà di cui bisogna tenere conto, per poter coltivare la bellezza e vincere.

A passo col tempo, l’essere umano, ha sentito il suo potere crescere. Le due espressioni del suo genio, la scienza e la tecnica, gli hanno fatto credere di essere il padrone del mondo, l’inizio e la fine, il potente conduttore e modellatore della vita. Un’intera certezza sembra che lo abbia avvolto!

Nel momento in cui pensava di essere più forte, la sua anima colpita da un grammo di difficoltà si è infranta come la porcellana.

Spesso l’essere umano dimentica chi è, litiga con se stesso. In realtà lui ha il potere e la luce, la debolezza e il buio.

Quando queste cose vengono dimenticate, lui vive pesanti fatiche.

Emerge quindi che lo studente ha bisogno di trovare lungo il suo percorso, oltre l’informazione anche la comunicazione e l’ascolto, a tal punto da permettere di individuare problemi e soluzioni, tendenze e desideri, rotture e legami, predisponendo i meccanismi interiori per far fronte al bisogno.

Lo studente ha bisogno di esporre la paura, la timidezza e l’incertezza con l’obiettivo di trovare la parte accogliente in momenti protetti di riflessione. Momenti in cui la fragilità può prendere un senso. Momenti in cui poter discutere la morte, misurare l’emozione, sospendere il giudizio, far diventare la riflessione uno strumento di interpretazione della fragilità.

La libertà di espressione lungo il percorso tortuoso che hai scelto con paura è parte integrante di te; e così anche il potere di lottare contro quella paura.

La libertà di espressione è un supporto nelle scelte che non rendono giustizia ai tuoi valori e principi: punti di vista diversi, decisioni immorali, conflitti religiosi sul perché della vita e culture che non sai ascoltare.

Pensieri torbidi tra la scienza e la realtà, tanto da cadere in un vortice accecante e  non capire più, alla fine, il motivo della tua scelta.

Momento di silenzio… guardi dentro di te. Rifletti sull’accaduto. Altre storie simili alla tua ti accolgono e, d’un tratto, non sei più solo.

Hai combattuto con le tue ossessioni all’infinito e ti rendi conto che sono loro la tua fonte di forza: ostinato schieramento, con in testa la morte, che ti spinge sul fronte dell’impotenza, dove la guerra è stata persa in partenza, per accorgersi che basta stare vicino e saper ascoltare, non con  l’udito, ma con calore e con la tua risorsa più preziosa: il tempo. Con la consapevolezza che non c’è farmaco che possa rendere felici… se non tu.

fragilità

fra·gi·li·tà/

sostantivo femminile

1-Facilità di rompersi al minimo urto, o ( fig. ) di cedere alla minima occasione.

“la f. del vetro”

2-In medicina, la tendenza di alcuni organi o tessuti a lesionarsi facilmente. “f. ossea”

Mi sono spezzata la seconda settimana di giugno, era mercoledi.

Sapevo di aver immagazzinato esperienza, attenzione.

Ho curato alcune ferite ma ne ho anche accumulate di nuove, ho ascoltato, osservato tantissimo, sono riuscita a fare dei passi indietro anche quando avrei voluto andare avanti perchè dentro di me sapevo che non ero pronta, che non era ancora il momento giusto.

Ho annusato, pulito, digrignato i denti sotto la mascherina, sono riuscita a non piangere e a essere recettiva nella piccola emergenza che abbiamo gestito e nelle piccole emergenze “soggettive e quotidiane” dei nostri utenti.

Ho riso e sorriso spesso, molto più di quello che avrei pensato, mi sono arrabbiata tornando a casa e chiedendomi se stavo facendo davvero tutto il possibile, chiedendomi che tipo di professionista sarei voluta diventare.

E poi, alla fine, sono tornata a casa, ho messo a lavare la divisa per l’ultima volta. E’ lì, stesa ad asciugare che aspetta.

Quel mercoledì di ormai quasi cinque mesi fa avevo addosso la mia divisa bianca e verde, il visor che ormai era diventato parte integrante della mia faccia e indossavo i guanti blu: ho fatto un prelievo il primo della giornata ed è stato anche l’ultimo. La signora a cui ho fatto il prelievo era incinta di quasi quattro mesi ed era andata in preeclampsia.

Sono state due ore intense, di pressioni prese, di palpazioni all’utero, di parole soffocate e di parole vomitate, di sguardi e di tessuti lesionati.

Sono state due ore in cui a entrambe si è rotto qualcosa dentro, sono state due ore in cui abbiamo alzato e abbassato il lettino, abbiamo cercato di trovare una posizione che non la facesse stare troppo male, abbiamo tenuto strette le mani quando è arrivata l’ambulanza, abbiamo provato a parlare dei suoi figli e del marito, le uniche cose che la potevano far sorridere in quel momento.

Sono state due ore in cui abbiamo monitorato, chiamato, parlato e aspettato : non abbiamo mai pianto, mai mostrato agitazione, solo molta attenzione ai dettagli.

Sapevamo che qualcosa stava cambiando, qualcosa si stava modificando dentro di lei e di riflesso anche dentro di me: il suo utero e il mio. Uno che accoglieva e l’altro che da sempre si rifiutava di accogliere. Una mamma e una non mamma. Ed eravamo lì insieme, a prendere questi pezzi e a cercare di trovare un modo per uscire da quella situazione. Insieme.

La fragilità è rottura, è lo spezzarsi dei legami, ma è anche un modo di sentire e di vivere, di lasciarsi pervadere dalle sensazioni e dalle emozioni. La fragilità è un modo di saper sentire sottopelle le parole che vengono raccontate dalla persona assistita, è un modo per cercare di capire e decidere come comportarsi.

La fragilità, ho scoperto, è anche il sapersi mettere in discussione senza dare per scontato di sapere tutto, è il chiedersi se veramente abbiamo fatto tutto il possibile, ma se lo abbiamo fatto al meglio per la persona, non per noi stessi.

La fragilità è anche avere un po’di umiltà nell’ammettere a se stessi a agli altri, colleghi e persone assistite, di non essere in grado di gestire al meglio una determinata situazione: fermarsi e chiedere aiuto, avere voglia di confrontarsi e aver voglia di crescere. Di crescere tutti. Non solo gli studenti.

E’ un modo per decidere che tipo di professionista voglio essere domani iniziando da oggi.

A questo punto mi chiedo se la fragilità fa parte di noi sin dalla nascita o si palesa con l’educazione e la cultura, come la vergogna. Spesso ci si vergogna di essere fragili. Reprimiamo emozioni, nascondiamo difetti, evitiamo situazioni scomode, che la nostra fragilità ci impedisce di affrontare. E se smettessimo di vergognarci della nostra fragilità e trovassimo un senso?

Ho iniziato il mio percorso in punta di piedi, sono entrata e tornata indietro con passi sospesi.

E adesso ho iniziato a correre.

Dahara

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Ma tu non hai le ali?

Posted by Ungiovanequasiinfermiere on settembre 05, 2013
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foto di RR

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Nevicava quel giorno. Anzi aveva già nevicato tutta la notte prima. I campi erano coperti, così come i tetti, i rami, i lampioni, le macchine pargheggiate. Quel giorno la sveglia suonò alla solita ora. 6.05. Con una forza di volontà mai usata prima si alzò da quel letto che ormai vedeva sempre più come un miraggio lontano. Avrebbe voluto andare in letargo. Per un mese non preoccuparsi più di nulla, ne di esami nè di ospedale, nè di lezioni, nè di amore nè di morte. Di nulla voleva solo dormire. Si accorse della neve e sbuffò consapevole che sarebbe arrivata tardi perchè quando nevica la gente in strada diventa ancora più stupida e goffa. Buttarsi sotto il getto caldo della doccia, prendere una tuta dall’ armadio, riempire la borsa, fare colazione, erano diventate ormai gesti abitudinari in questo mese.
Anche la macchina era più stanca del solito. Metterla in moto fu un’impresa. E sbuffò ancora. Era il 21 dicembre. Stava per finire questo mese nel reparto più brutto a suo parere dell’ Ospedale. Dopo aver parcheggiato, senza trovare strani intoppi per la strada (anche lei si meravigliò) , salì al nono piano per cambiarsi. Stranamente era sola. Non c’era nessuno in spogliatoio. Le altre ragazze forse avevano avuto notte ed erano ancora in reparto. Indossò la divisa bianca, gli zoccoli bianchi e legò la sua chioma bionda con un nastrino bianco. Guardò fuori dalla finestra e continuava a nevicare. Salutò un suo compagno di corso, il quale non le andava molto a genio, ma in mancanza di contatti umani in quella mattina bianca, troppo bianca per lei, sembrava quasi simpatico. Fece un piano di scale e pensò che finalmente domani avrebbe potuto dormire. L’albero di Natale nell’atrio del reparto emanava piccole luci soffuse; neanche quello poteva farla un po’ gioire in quella giornata bianca. Si era forse anche dimenticata del Natale. Entrando in centralina la sua assistente le ricordò che oggi avrebbe dovuto avere la valutazione finale. Ma a lei non importava molto, si era rassegnata, faceva le cose in modo perfetto, parlava con i pazienti, rispettava tutti gli orari, ma dentro era come se stesse pian piano distruggendo la sua consapevolezza di voler diventare infermiera. C’erano stati nuovi ingressi il pomeriggio precedente, un signore sulla sessantina e una bambina di 4 anni. Andavano fatti dei prelievi subito, per mandarli con le analisi del mattino. Prese con sè il materiale e si avviò verso la camera della bambina. Appena entrata, notò le tende spalancate che mostravano una città bianca, completamente bianca. Sbuffò ancora poichè si era dimenticata di prendere il laccio emostatico. Una volta preso, rientrando nella stanza, notò che la madre della bambina si era svegliata. Stava lì accanto al letto con delle occhiaie gigantesche, ma le sorrise. Malgrado tutto. Quella bambina non era grave ma doveva subire un operazione delicata alle orecchie. La madre la svegliò con fatica. La piccola con i suoi occhi di quel nero profondo come il cielo, dopo esserseli stropicciati per bene si svegliò. Lei dava le spalle alla finestra e con in mano l’arcella e gli aghi rimase lì in attesa del risveglio di quella bambina. Provava tenerezza per quella scena. La prima bella e vera del suo tirocinio. Ma la stanchezza ammazzava anche quei sentimenti. Quando all’improvviso la bambina alzò il capo e la vide non si trattenne dall’esclamare: “Ma tu non hai le ali?”. Rimase di sasso. Le ali? cosa c’entravano le ali? Ok sei una bambina appena svegliata ma perchè mi devi chiedere se ho le ali? “Tu le ali le devi avere. Sei tutta bianca e sei scesa insieme alla neve. Tu sei un Angelo” Le venne la pelle d’oca, la gola si seccò, si sentì un forte peso a livello dello stomaco. Nessuno le aveva mai detto una cosa del genere. O almeno non così. Qualche anziana nel suo delirio da farmaci le aveva detto che assomigliava ad un angelo ma lei aveva sorriso e basta. Questa volta era diverso. Questa volta era stato mosso il cuore. Il suo cuore congelato dalla tristezza e dalla insoddisfazione. Il suo cuore si era sciolto mentre la neve scendeva. Si era sciolto grazie a quella neve che lei non capiva e non desiderava. Si era sciolto grazie a quella bambina. Sbuffò. Ma non come le prime tre volte in questa giornata. In quel momento tirò fuori tutta la sua stanchezza, la tristezza, i problemi, le preoccupazioni. Uscì dal letargo prima ancora di entrarci. Si sentiva viva e forse più di prima. Prese la farfallina e incominciò a preparasi per il prelievo. Ormai era un Angelo. E si sentiva le ali. Bianche. Come la neve.

Ungiovanequasiinfermiere

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