Grazie.

Posted by Ungiovanequasiinfermiere on novembre 27, 2014
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NC grazie

 

 

Le notti di guardia spesso sono davanti a dei libri. Sono davanti ad uno schermo di un computer. Davanti ad articoli in inglese da tradurre. Sono davanti ad una tesi a cui mancano solo i ringraziamenti.

Non so quando ho scoperto di preciso questo blog. Ne il come. Ma l’ho trovato subito vero. In tre anni di università cercano di formarti a fare le cose più disparate ma non ti educano a vivere la malattia, la sofferenza, la gioia di lavori come questi. Qui ognuno è il protagonista di una storia. Qui non ci sono gli eroi ma nemmeno gli arrendevoli. Qui ho incontrato uomini che aprono il cuore e la mente e la spalmano con una capacità professionale su quel foglio bianco di Word. Qui non esistono le frasi fatte del tipo “l’assistenza è un arte” o “il sorriso è la miglior cura”. No.

Qua si scrivono storie vissute in ospedali di tutta Italia (e non solo) e ritrascritte la mattina, di pugno, con ancora addosso l’odore di plastica mischiato a quello del caffè che piano piano sale. Ed è questo quello che queste storie mi hanno trasmesso.

Le ho lette tutte (più o meno) tra le notti passate in tirocinio e i momenti liberi e da ognuna ho imparato a coltivare le situazioni che vivevo. A non lasciarle scivolare via dalla mente come se non fossero mai esisite. Ma nemmeno a farle diventare un peso per la mia vita.

Qui ho imparato che le storie possono servire a crescere professionalmente e umanamente. Che dietro ad un camice o ad una divisa ci sono grandi poeti e scrittori. Che le emozioni è meglio imprimerle sulla carta.

Quindi tra i ringraziamenti che devo ancora terminare in questa notte di guardia e studio, ci siete tutti voi. Voi coi vostri pseudonimi più assurdi. Voi che vi calate dagli elicotteri o siete da sempre in geriatria. Voi che uscite stravolti dalla sala o che cercate di capire la cura migliore. Voi che magari incontrerò lungo il mio percorso senza sapere chi siete.

Grazie. Per ogni singola storia.

ungiovanequasiinfermiere

Il segreto del poeta

Posted by Ungiovanequasiinfermiere on febbraio 22, 2014
citazioni, poesie / 1 Commento
foto di DB

foto di DB

A volte apprezzi la letteratura che hai studiato solo quando quelle parole le vivi, in pieno.

Dedicata ai poeti che vegliano nelle corsie.

” Il Segreto del Poeta

Solo ho amica la notte.
Sempre potrò trascorrere con essa
D’attimo in attimo, non ore vane;
Ma tempo cui il mio palpito trasmetto
Come m’aggrada, senza mai
distrarmene.

Avviene quando sento,
Mentre riprende a distaccarsi da ombre,
La speranza immutabile
In me che fuoco nuovamente scova
E nel silenzio restituendo va,
A gesti tuoi terreni
Talmente amati che immortali parvero,
Luce.”

Giuseppe Ungaretti

Ungiovanequasiinfermiere

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Ma tu non hai le ali?

Posted by Ungiovanequasiinfermiere on settembre 05, 2013
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foto di RR

foto di RR

Nevicava quel giorno. Anzi aveva già nevicato tutta la notte prima. I campi erano coperti, così come i tetti, i rami, i lampioni, le macchine pargheggiate. Quel giorno la sveglia suonò alla solita ora. 6.05. Con una forza di volontà mai usata prima si alzò da quel letto che ormai vedeva sempre più come un miraggio lontano. Avrebbe voluto andare in letargo. Per un mese non preoccuparsi più di nulla, ne di esami nè di ospedale, nè di lezioni, nè di amore nè di morte. Di nulla voleva solo dormire. Si accorse della neve e sbuffò consapevole che sarebbe arrivata tardi perchè quando nevica la gente in strada diventa ancora più stupida e goffa. Buttarsi sotto il getto caldo della doccia, prendere una tuta dall’ armadio, riempire la borsa, fare colazione, erano diventate ormai gesti abitudinari in questo mese.
Anche la macchina era più stanca del solito. Metterla in moto fu un’impresa. E sbuffò ancora. Era il 21 dicembre. Stava per finire questo mese nel reparto più brutto a suo parere dell’ Ospedale. Dopo aver parcheggiato, senza trovare strani intoppi per la strada (anche lei si meravigliò) , salì al nono piano per cambiarsi. Stranamente era sola. Non c’era nessuno in spogliatoio. Le altre ragazze forse avevano avuto notte ed erano ancora in reparto. Indossò la divisa bianca, gli zoccoli bianchi e legò la sua chioma bionda con un nastrino bianco. Guardò fuori dalla finestra e continuava a nevicare. Salutò un suo compagno di corso, il quale non le andava molto a genio, ma in mancanza di contatti umani in quella mattina bianca, troppo bianca per lei, sembrava quasi simpatico. Fece un piano di scale e pensò che finalmente domani avrebbe potuto dormire. L’albero di Natale nell’atrio del reparto emanava piccole luci soffuse; neanche quello poteva farla un po’ gioire in quella giornata bianca. Si era forse anche dimenticata del Natale. Entrando in centralina la sua assistente le ricordò che oggi avrebbe dovuto avere la valutazione finale. Ma a lei non importava molto, si era rassegnata, faceva le cose in modo perfetto, parlava con i pazienti, rispettava tutti gli orari, ma dentro era come se stesse pian piano distruggendo la sua consapevolezza di voler diventare infermiera. C’erano stati nuovi ingressi il pomeriggio precedente, un signore sulla sessantina e una bambina di 4 anni. Andavano fatti dei prelievi subito, per mandarli con le analisi del mattino. Prese con sè il materiale e si avviò verso la camera della bambina. Appena entrata, notò le tende spalancate che mostravano una città bianca, completamente bianca. Sbuffò ancora poichè si era dimenticata di prendere il laccio emostatico. Una volta preso, rientrando nella stanza, notò che la madre della bambina si era svegliata. Stava lì accanto al letto con delle occhiaie gigantesche, ma le sorrise. Malgrado tutto. Quella bambina non era grave ma doveva subire un operazione delicata alle orecchie. La madre la svegliò con fatica. La piccola con i suoi occhi di quel nero profondo come il cielo, dopo esserseli stropicciati per bene si svegliò. Lei dava le spalle alla finestra e con in mano l’arcella e gli aghi rimase lì in attesa del risveglio di quella bambina. Provava tenerezza per quella scena. La prima bella e vera del suo tirocinio. Ma la stanchezza ammazzava anche quei sentimenti. Quando all’improvviso la bambina alzò il capo e la vide non si trattenne dall’esclamare: “Ma tu non hai le ali?”. Rimase di sasso. Le ali? cosa c’entravano le ali? Ok sei una bambina appena svegliata ma perchè mi devi chiedere se ho le ali? “Tu le ali le devi avere. Sei tutta bianca e sei scesa insieme alla neve. Tu sei un Angelo” Le venne la pelle d’oca, la gola si seccò, si sentì un forte peso a livello dello stomaco. Nessuno le aveva mai detto una cosa del genere. O almeno non così. Qualche anziana nel suo delirio da farmaci le aveva detto che assomigliava ad un angelo ma lei aveva sorriso e basta. Questa volta era diverso. Questa volta era stato mosso il cuore. Il suo cuore congelato dalla tristezza e dalla insoddisfazione. Il suo cuore si era sciolto mentre la neve scendeva. Si era sciolto grazie a quella neve che lei non capiva e non desiderava. Si era sciolto grazie a quella bambina. Sbuffò. Ma non come le prime tre volte in questa giornata. In quel momento tirò fuori tutta la sua stanchezza, la tristezza, i problemi, le preoccupazioni. Uscì dal letargo prima ancora di entrarci. Si sentiva viva e forse più di prima. Prese la farfallina e incominciò a preparasi per il prelievo. Ormai era un Angelo. E si sentiva le ali. Bianche. Come la neve.

Ungiovanequasiinfermiere

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