È arrivato Natale. È già la vigilia e a questa sera mi sono preparata e caricata di grandi aspettative. Canticchiando canzoni tradizionali ho preparato dei salatini. Mi sono truccata un po’ perché questo è un giorno diverso, speciale. Guidando, ho trovato poca gente per strada, e ho appena parcheggiato qua davanti.
In reparto è tutto uguale, ma si sente qualcosa di diverso: è felice chi finisce, ma è anche felice chi inizia. Ci portiamo avanti col lavoro sin da subito, per non rinunciare a quel piccolo momento conviviale che ci saremmo regalati dopo la mezzanotte.
Ci sono due pazienti svegli e pianamente coscienti stasera, sanno che giorno è oggi e uno di loro ci chiede una fetta di panettone. Accontentiamolo, in fondo è in respiro spontaneo e da oggi ha avuto di nuovo indicazione alla dieta leggera. È Natale anche per lui, anche qua dentro, in questa bolla di vetro soffiato.
La signora, invece, non dice niente, non può. È tracheostomizzata, ventilata ad alte pressioni e sorda, poverina, senza nemmeno l’apparecchio acustico per sentire un poco, almeno i nostri auguri. Ma vede quella fetta di panettone passarle accanto. Chissà se si sta illudendo che possa essercene anche per lei. Mi fa pena e non riesco a guardarla negli occhi per troppi attimi, non riesco a dirle nulla, che se fosse per me, le avrei dato pure un po’ da bere. Ma non può. E non le serve l’apparecchio acustico per sentire il mio imbarazzo.
In questi primi due anni come infermiera mi sono dovuta abituare a tante cose: i turni, le notti, i week-end, le feste in reparto. Ma a un Natale così crudele non ero pronta.
Il Natale può anche non essere bello per tutti.
Uscita la mattina in strada c’era ancora meno gente. Avrò incrociato solo altre due o tre auto lungo la strada.
Il Natale qua fuori c’è stato proprio per tutti.
Chiudo la porta di casa e accendo la luce. Tutto sa di un Natale vissuto: c’è ancora l’odore del cibo e del vino, c’è l’eco delle risate e degli auguri, dei calici che si incontrano e della carta da pacchi che viene strappata. Si respira aria di casa, di qualcosa di familiare, che quest’anno ho perso, e a che prezzo!
Prendo i miei pacchi sotto il presepe e, sola nel silenzio della mia camera, scarto i miei regali, poco prima di prendere sonno, mentre fuori è già l’alba di questo mio primo Natale.
fluture
testimonianze
Io Babette l’ho vista arrivare in PS e l’ho aspettata… l’ho aspettata due lunghe ore in triage con il marito, a cercare di rassicurare chi non può e non vuole essere rassicurato perchè Babette ha poco più di 30 anni e perchè Babette ha un fagottino di 20 giorni che la aspetta a casa… Poi Babette arriva e scende dall’ambulanza e basta uno sguardo… basta uno sguardo per pensare che questa è una delle solite tristi storie di pronto soccorso, basta uno sguardo per riuscire solo a vedere una strada senza ritorno in quel corpo in cui l’aria circola spinta da chi preme il pallone, basta uno sguardo per non riuscire più a guardare negli occhi il marito, mentre lo consigli per organizzarsi per il latte della bimba… quello sguardo, che per due ore mi ha consumata cercando di capire cosa io sapessi più di lui e non volessi dirgli, l’ho rivisto alcune settimane fa mentre ero nell’atrio dell’ospedale, in una giornata delle più nere, in cui non ti rendi conto che al mondo non esisti solo tu e i tuoi problemi… ma in quello sguardo non c’era più la disperazione rassegnata che ricordavo, c’era una luce di speranza che in pochi occhi ho visto così intensa… ed è scattato qualcosa mentre cercavo nella memoria dove avessi già visto quello sguardo… ODDIO BABETTE! Ed è un attimo in cui inizio a cercare tra i volti nell’atrio, un attimo in cui cerco, cerco, cerco e… vedo un capannello di persone, che piano piano si apre davanti ai miei occhi come un fiore che sboccia ed al centro… Babette con il suo fagottino in braccio!! Ed è un attimo scrosciare in un pianto liberatorio ed è un attimo abbracciarla fin quasi a schiacciare il fagottino, anche se Babette non mi conosce e non ci siamo mai parlate… il marito le dice che sono l’infermiera di cui le ha parlato e che ha aspettato con lui, stringo la mano alla mamma di Babette con le guance rigate di lacrime… e questo mi basta, posso andare a lavorare con un sorriso che da qualche giorno avevo perso, perchè è il lieto fine di cui avevo estremamente bisogno…
(riferito a “il sonno di Babette” del 25/08/08)
tartaruga
“Se lei non firma il consenso alla trasfusione di sangue io non posso farle l’anestesia…” “Perché?” “Perché, sebbene l’intervento al quale lei verrà sottoposto ha un bassissimo rischio di complicarsi con un’emorragia tale da richiedere una trasfusione, questo rischio non è zero… è basso, ma non zero, quindi esiste una remota possibilità che lei, durante l’intervento, abbia bisogno di sangue, per tanto…” “Ma io non voglio nessuna trasfusione di sangue…” “Certo, è comprensibile, nessuno desidera delle trasfusioni di sangue, ma purtroppo esistono condizioni particolari in cui la trasfusione diventa necessaria… senza trasfusione di sangue si può morire…” “Si può morire, o si muore di sicuro…” “Se la trasfusione viene procrastinata oltre un certo limite, e l’emorragia non si ferma, si muore di sicuro…” “E se l’emorragia si ferma?” “Allora non si muore di sicuro ma si può comunque morire…” “Ho capito” “Bene, adesso firmi questo modulo in modo che se per disgrazia ci fosse bisogno di trasfonderle del sangue lei dichiara di essere stato informato e di essere d’accordo” “Ma io non sono d’accordo””Il fatto è che senza questo modulo io non le faccio l’anestesia, quindi il chirurgo non la opera. Senza questo modulo lei non verrà operato. Mi spiace ma queste sono le regole…” “Ma non si può fare un’eccezione?” “No, non posso, senza quel modulo io rischio di dover prendere delle decisioni che vanno o contro la mia etica professionale o contro la sua volontà… e questo non è giusto.”
“Io però ho male” “Infatti devono operarla… Ma se lei non firma… Forse non sono stato chiaro, vuole che le rispieghi tutto da capo?” “No, ho capito, grazie, è stato molto gentile”. “Quindi la faccio riaccompagnare in reparto? Avverto il chirurgo che lei non vuole essere operato?” “Se non c’è alternativa…” “Va bene. Allora, ho scritto in cartella tutto quello che ci siamo detti. Per il momento l’intervento viene rimandato a data da definirsi, va bene? Legga con calma e firmi qui sotto per presa visione…”
“Senta, dottore, posso dirle una cosa?” “Certo” “Qui c’è scritto che io sono testimone di Geova, ma non è mica vero…” “Non è vero?” “No” “Ma allora perché rifiuta la trasfusione?” “Mio padre è testimone di Geova, io sono ateo, a me non me ne importa niente, ma lui ci tiene a queste cose… In effetti non pensavo che fosse così fondamentale, non volevo dispiacere a mio padre. Sa io questa cosa della trasfusione, l’ho mica mai capita tanto bene…”
“E quindi…?”
“Se le firmo il consenso mi operate?” “Certo, è naturale” “E non lo dite a mio padre?” “Ma no, lei è maggiorenne, può fare quello che vuole…” “Ok” “Allora firma?” “Firmo”
“CARICATE IL PAZIENTE… SI VA IN SALA!”
il guardiano