viaggiare di traverso

Scritto da Orso il 02 Febbraio, 2010
racconti / Nessun Commento

1998, mese di febbraio

“Vado, il vento mi chiama”.
Mi è sempre piaciuto scherzare con questa frase un po’ melodrammatica per salutare gli amici, calzandomi il casco in testa e preparandomi a partire. A volte si scherza sulle cose alle quali si è più affezionati. È un modo come un altro per difendere i propri sentimenti, quelli più profondi, più intensi.
E del resto la vita è una cosa troppo seria per prenderla sul serio. Qualche volta fa bene recitare. Lo facciamo già infinite volte ogni giorno, per costrizione, per dovere, per necessità.
Perché non puoi mandare all’inferno il capufficio, il caposquadra, il capoofficina, i clienti, la moglie (o il marito), gli sbirri o chiunque altro se lo meriti ogni volta che vorresti farlo.
Allora tanto vale recitare per scelta, e trasformare la nostra tragedia in una farsa e la commedia in un dramma. In fondo non fa male a nessuno.
???
Salvo che a noi stessi, un po’, ogni tanto.

“Vado, il vento mi chiama”.
Meno di dieci minuti più tardi ero riverso a terra, con la gamba destra fracassata in sei o sette punti. Avevo trovato il mio, quello giusto. Quello che con l’auto non si ferma allo STOP perché lui ha una bella macchina, un po’ di fretta e tanto, dall’altra parte, arriva soltanto una moto.
Andavo piano, forse meno di trenta all’ora, e lui mi investe in pieno, centrandomi proprio all’altezza della gamba destra con il muso dell’auto. Un dolore intensissimo e la sensazione di un calore bruciante; mi rendo subito conto che qualche osso si è fratturato. Guardo in basso e vedo che il piede non poggia più sulla pedana: piegato innaturalmente verso l’esterno, pochi centimetri sopra la caviglia, è scomparso sotto il paraurti dell’auto.
“Puttana Eva, - penso - è andato!”
Ma non è finita. Il tizio è rimasto paralizzato dallo shock (lui!), e non riesce a frenare. L’auto procede nella sua marcia, continuando a spingermi lateralmente, mentre io riesco a rimanere in equilibrio sulla moto.
Mi sembra di vivere un incubo. La moto si è leggermente inclinata verso il muso della macchina che continua ad avanzare, sospingendola; i pneumatici stridono sull’asfalto, costretti ad una direzione di marcia che non è propriamente quella più normale. In equilibrio sulla moto, sento di nuovo un dolore atroce alla gamba: stritolata tra il muso dell’auto ed il motore della moto si è fratturata in un altro punto, qualche dito sotto il ginocchio.
Urlo: “Fermati, bastardo!”, e sferro un pugno sul cofano. Bella ammaccatura, ma quello non è in grado di reagire. L’auto continua ad avanzare, lentamente ma inesorabilmente, e mi sospinge con la moto per tutta la carreggiata; dopo aver superato la linea di mezzeria attraversa anche l’altro senso di marcia. Sto viaggiando di traverso, cazzo! e la cosa non è affatto divertente, considerate le circostanze.
“È assurdo - mi dico - non sta succedendo!”
Finalmente, giunto all’altezza del marciapiede che era alla mia sinistra, il tizio riesce a frenare.
La moto si inclina di colpo verso sinistra, ma, prima che rovini a terra, riesco a gettarmi all’indietro e ad evitare che l’altra gamba vi rimanga sotto. Il casco mi risparmia, se non proprio una commozione cerebrale, per lo meno un gran bel bernoccolo.
Accorre gente. Riverso a terra, supino, vedo alcune mani che si protendono verso di me.
“Lasciatemi stare - riesco ancora a grugnire - ho una gamba fracassata!”
Qualcuno chiama l’ambulanza.
Mi sfilo i guanti e meccanicamente cerco il pacchetto delle sigarette, ma non riesco a trovarlo: non ricordo in quale tasca l’ho messo. Rinuncio a fumare e cerco di guardarmi un po’ intorno, ma riesco soltanto a vedere, in alto, sopra di me, i volti di quelli che si avvicinano maggiormente per godersi lo spettacolo di un cavaliere disarcionato e ferito. Mi appoggio sui gomiti e cerco di mettermi a sedere, forse perché mi sento un po’ ridicolo, disteso lì, a terra, come un salame sul tagliere.
Non ce la faccio. La gamba mi fa un male atroce, ma per fortuna ancora non svengo.
Dove cristo avrò messo le sigarette? Cazzo! Se almeno avessi con me un po’ di fumo, anche solo qualche boccata, di quello buono, sono sicuro che la gamba mi farebbe meno male. Assurdamente, ma nemmeno poi tanto, a pensarci bene, mi viene in mente una canzone, gli accordi di chitarra struggenti di Keith Richards e la voce sgraziata di Mick Jagger.

“… Tell me, Sister Morphine,
when are you comin’ round again?
Oh! I don’t think I could wait that long
Oh, you see that my pain is strong

Oh! I don’t think I could wait that long
Oh, you see that I’m not that strong
The scream of the ambulance
Is soundin’ in my ear
Tell me, Sister Morphine,
How long have I been lyin’ here?
What am I doing in this place? …”1

Finalmente arriva l’ambulanza, con tanto di sirena che mi fa sentire maledettamente importante, e da quel momento hanno inizio le comiche.
Vedo un uomo chinarsi su di me. Mi parla. Dapprima le solite domande di routine che servono ad attenuare lo stato di shock. Poi comincia ad inquadrare meglio la situazione.
“Ascolta, io sono un medico, stai tranquillo che adesso mettiamo tutto a posto. Comincio a toglierti il casco, ma tu non devi fare nessun movimento”.
“OK” gli dico, e annuisco con la testa.
“No, fermo! Ti ho detto di stare fermo!”
“Va bene, va bene, non mi muovo più”.
Mentre mi solleva delicatamente la testa per sfilarmi il casco intravedo una ragazza con la divisa da barelliere che si aggira all’altezza dei miei piedi con un paio di cesoie in mano, poi sento che traffica qualcosa laggiù, in quel magma ribollente di dolore che è la mia gamba. Drizzo di colpo la testa:
“Cosa diavolo sta facendo, quella?”
“Cristo santo! - mi riprende il dottore - vuoi stare fermo? Ti sta tagliando lo stivale, per sfilarlo!”
“Ma porca puttana! Non vedi che c’è la cerniera?”, abbaio verso di lei.
La ragazza mi sente, e provvede a togliermi gli stivali senza farne delle bistecche.
Poi mi coglie uno scrupolo di coscienza.
“Senti, guarda che porca puttana non lo dicevo mica a te “, dico alla ragazza.
Sarà anche un po’ imbranata, la tipa, ma in fondo non si merita un giudizio così severo. Così si limita a tagliare i pantaloni.
Comunque sono davvero bravi. Riescono persino a caricarmi sulla barella senza farmi ululare come un lupo incazzato.
Mi infilano nell’ambulanza. Si riavvicina il dottore e mi fa:
“Senti, adesso ti dobbiamo tagliare il gilet ed il giubbotto”
“No, cazzo, non se ne parla nemmeno!”
Scherziamo? Il gilet con i colori!2 E neanche il giubbotto! È un po’ vecchio, d’accordo, ma mi costa qualche centone, e non è che io ne abbia tanti da gettar via così. E poi gli sono affezionato, quasi come ai colori.
“Ascolta - riprende il dottore - non possiamo correre rischi facendoti muovere per sfilarlo; possono esserci delle lesioni alla colonna vertebrale. Dobbiamo tagliare tutto!”
“No, doc, non si taglia proprio niente. Andiamo in ospedale così”
Vedono che proprio non intendo mollare, allora si consultano tra loro. Infine si arrendono.
“Va bene, te li sfiliamo, tu lascia fare a noi, non muoverti, mi raccomando”.
“D’accordo”, gli faccio, e questa volta senza assentire anche con la testa.
Con infinita pazienza, centimetro dopo centimetro, mi sfilano il tutto dalle spalle e poi lo fanno scorrere lungo la schiena, sollevandomi con mani sapienti. Se fossi stato io al loro posto, ad un rompiballe così avrei dato una botta sulla testa, e dopo averlo messo a cuccia avrei fatto quello che più mi sarebbe sembrato opportuno. Ma per fortuna (fortuna? fortuna un accidente!) ognuno è al posto suo: io faccio il ferito e loro i soccorritori; è così che funziona la cosa.
Comunque non è ancora finita. La tipa di prima, l’imbranata, mi solleva la manica destra del maglione, probabilmente per infilarmi qualche ago nel braccio, e quasi grida:
“Oh, mio Dio!”
“Che accidenti c’è, ancora?” le faccio. Sta’ a vedere che mi sono giocato anche il braccio e non me ne sono neppure accorto!
“I ragni! I ragni!”
Con una faccia inorridita indica i ragni tatuati sul mio braccio.
“Ma porca vacca, bimba, con tutto quello che sei abituata a vedere ti spaventi per un tatuaggio?”
“Mi fanno impressione!”
“Ma fammi il piacere! Conosco tanta gente che è molto più repellente dei ragni, te l’assicuro. Dai, fa’ quello che devi fare”.
Finalmente riusciamo a partire per l’ospedale, e quasi con soddisfazione ascolto l’ululato singhiozzante della sirena dell’ambulanza. Nel frattempo mi accorgo che il dolore sta diminuendo; non so cosa mi abbiano iniettato, però funziona.
Pronto soccorso. Mi portano subito dentro la sala di medicazione. È la prima volta che mi capita di non dover aspettare almeno quattro ore in sala d’attesa. Sono i vantaggi che ti derivano dal fatto di essere conciato piuttosto male.
Un infermiere mi si avvicina.
“Come va?”, mi chiede.
“Da Dio!”, gli rispondo.
“Bene, adesso vediamo meglio”.
Solleva il telo con cui mi avevano coperto quelli dell’ambulanza e fa una brutta faccia. Mi punto sui gomiti e do un’occhiata anch’io.
Vorrei non averlo fatto. Mi viene da vomitare. La gamba, dal ginocchio in giù, è proprio conciata male.
Bel lavoro, cazzo! Frattura multipla scomposta ed esposta.
Arriva un chirurgo (almeno, spero che lo sia, anche perché non è propriamente un ginecologo quello che mi serve). Guarda con un certo interesse la mia gamba e si rivolge all’infermiere:
“Mettiamo un catetere”, gli fa.
“No, guardi, non mettiamo nessun accidente di catetere!” ringhio io, un po’ sull’incazzoso, anche se sto cercando di moderare il mio linguaggio - in fin dei conti, come si dice, è lui ad avere “il coltello dalla parte del manico” - ed evito di dirgli che il catetere può metterselo lui, se proprio vuole.
“Perché, lei riesce ad orinare?”
“Gliene faccio anche un litro, se proprio ci tiene. Ma adesso è proprio la cosa più importante?”
Non mi risponde, ma per fortuna sembra perdere interesse per le mie urine. Debbo riconoscere che si stanno dando da fare: medico ed infermieri mi fanno un paio di iniezioni e mi infilano l’ago di una flebo nel braccio. Devono avermi imbottito di sedativi: poco dopo la gamba mi fa ancora meno male ed il tempo sembra essersi fermato.
E forse succede proprio una cosa del genere, perché la faccenda andrà maledettamente per le lunghe. Dopo l’intervento e venti giorni in ospedale, dieci mesi con le stampelle perché le mie vecchie ossa se la prendono piuttosto comoda a rimettersi insieme, e poi la riabilitazione; insomma: un anno senza la mia piccolina. Un anno quasi gettato via.
Ma non era ancora finita.
Allora dovevo ancora imparare quanto è meschina e crudele certa gente, quando ha la possibilità di sfogare il proprio odio verso chi, come un animale ferito, non può difendersi.
Se io sono Orso, di soprannome e di carattere, di sciacalli ne ho incontrati parecchi.
Ma questa è un’altra storia. (tratto da “Racconti bikers”; Edizioni 9Muse)

Orso

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Federico “ho fatto la mia parte”

Scritto da folfox4 il 26 Gennaio, 2010
racconti / 2 Commenti

La comunicazione per me più difficile è stata quella che mi sono ritrovato a fare una notte ai genitori di un bambino di 5 anni che giunse alla mia osservazione dopo 3, 4 giorni passati in chirurgia con un’appendicite evoluta in shock settico.
Quando Federico giunse in reparto era allo stremo ed ebbe quasi subito un’arresto cardiaco.
Per non perderlo e prima di andare in sala operatoria furono necessari 45 minuti di rianimazione cardio-polmonare. Quando rianimi qualcuno ed in particolare un bimbo, il cui torace lo tieni tra le mani, ti senti travolgere da un istinto fortissimo quasi incontrollabile che ti spinge a fare qualsiasi cosa per tenere l’essere umano che ti è stato affidato in vita.
La sensazione che provai quella notte fu quella di riversare la mia energia vitale nel corpo di quel bambino. Essendo Federico un bimbo piccolo, la sensazione che provai era quella di essere dentro il suo corpo, come se stessi tenendo tra le mani il suo cuore.
Quando polso e pressione finalmente ricomparvero provai un temporaneo sollievo, come dire: “l’abbiamo ripreso”, “ci stava sfuggendo e siamo riusciti a riacchiapparlo”.
L’infermiera che era con me e con la mia collega mi disse, in seguito, che ritmavo la rianimazione bestemmiando, sinceramente non lo ricordo così come ho dimenticato il corpo e il viso di Federico.
Dopo 45 minuti di rianimazione, travolto dall’imperativo quasi diabolico di tenere in vita Federico ero prostrato fisicamente e psichicamente e senza il tempo di riflettere su ciò che avevo vissuto mi disposi a parlare con i genitori che erano rimasti fuori dalla porta senza sapere costa stesse accadendo.
Li feci accomodare nella stanza dei colloqui e gli dissi che Federico aveva avuto un’arresto cardiaco, che era pressoché morto e rischiava ancora di morire da un momento all’altro.
Mentre parlavo ebbi la sensazione che il padre mi ascoltasse, che in base alle mie parole comprendesse le gravi condizioni del figlio e rimettesse insieme i pezzi dei giorni trascorsi in ospedale, quando probabilmente non si era reso conto della gravità della situazione.
Dal modo in cui mi ascoltava e mi guardava ebbi la sensazione che avesse compreso che ci eravamo veramente fatti in quattro per salvare almeno temporaneamente la vita al figlio.
Della madre invece ricordo lo sguardo ostile, ebbi la sensazione di essere il primo medico che si offriva veramente al dialogo da quando il figlio era stato ricoverato e tutto in lei esprimeva un forte astio nei miei confronti che diceva: “me lo avete ammazzato”.
Fu estremamente duro per me quel colloquio: era evidente che c’erano in scena due dolori distinti, quello dei familiari, certamente centrale e devastante e il mio di operatore dell’ospedale che sentivo sulle spalle la responsabilità di ciò che non era stato fatto, di ciò che non si era compreso tanto che il bambino si trovava in fin di vita.
Il caso clinico di Federico mi metteva paura, il bambino era più morto che vivo immaginavo che la sepsi e l’arresto fossero conseguenti all’appendicite che i chirurghi, inspiegabilmente, per giorni non avevano voluto operare.
Percepivo un forte imbarazzo, mi sentivo in colpa, ci si sente sempre in colpa quando le cose vanno male. Fui invaso da un’intensa sensazione di colpa come se tutto dipendesse da ciò che avevo fatto o mancato di fare nell’assistere il paziente, mi rendo conto che è una specie di delirio di onnipotenza, ma è esattamente ciò che si prova.
Adesso narrando di quella notte mi viene in mente che, per la prima volta da quando avevo 18 anni, mi ritrovavo in un contatto fortemente sentito con un bambino.
Fino a 18 anni avevo sempre avuto una grande intesa con i bambini, se ne incontravo uno ero contento e loro in genere erano entusiasti di me, poi improvvisamente persi questa capacità, era come se inspiegabilmente fossi diventato indifferente nei loro confronti. Questa sensazione di distanza emotiva dai bimbi era sorta in coincidenza con i primi rapporti sessuali quando, sperimentai il terrore di poter avere un figlio.
Ricordo che dopo una delle mie prime esperienze la ragazza con cui stavo ebbe un ritardo e fui colto dall’angoscia fortissima di averla messa incinta. Avevo un pensiero ossessivo che mi martellava la testa: “oddio è incinta, oddio aspetto un figlio”.
L’intensità di quell’angoscia a mio avviso anormale, mi riporta ad una sensazione simile che sperimentai intorno ai 9 anni, quando ci fu il forte rischio di una guerra atomica: era la crisi di Cuba … La televisione bombardava di informazioni ed io ricordo quell’angoscia; delle volte mi dondolavo e dicevo; “Ho paura della radioattività. Ho paura della radioattività”.
Questa stessa sensazione la provavo anche a 4-5 anni, la stessa età di Federico, quando passavo le mie giornate nel grande armadio di legno della nonna; dentro c’era la biancheria, un profumo di lavanda ed io guardavo il mondo sbirciando dalle ante.
Il giorno in cui mi ritrovai a rianimare Federico, ritrovai l’intenso trasporto fisico ed emotivo che provavo per i bambini ma questa volta non stavamo giocando; tenevo tra le mani il suo cuore e provavo a non farlo morire.
L’energia che si è mobilizzata in termini di quantità era la stessa di quando ero giovane solo che questa volta la qualità dell’energia era diversa.
Come dicevo non ricordo l’aspetto fisico di Federico, mentre ricordo bene che quando una settimana dopo lui morì, il primario mi chiamò a casa per dirmi che il padre mi voleva parlare. Sebbene fossi di riposo andai dai genitori, rimasi del tempo con loro e poi per la prima volta da quando ero in rianimazione andai al funerale di un malato morto.
Era giugno, quell’estate andai in montagna, ma i giorni passavano ed io mi sentivo incapace di godermeli, mi sentivo scombinato, aleggiava in me un intenso senso di tristezza che si rischiarò quando tornando giù da cima Tosa, pensai che potevo dedicare una via di ascesa a Federico.
Mi misi d’accordo con Demis la mia guida di Tione di Trento e ad ottobre tornai in montagna e aprii questa via, 150 metri di parete rocciosa, del 5° grado.
Fu una scalata impegnativa, che richiese sforzo, attenzione e molta concentrazione. Dopo 5 ore di scalata mi ritrovai in cima, era stupendo e pensai che quello era il posto adatto dove seppellire Federico, lì poteva riposare e guardare il magnifico panorama che lo circondava.
L’Adamello, la Presanella e giù giù monti fino al massiccio dell’Ortles.
Non ero riuscito a salvarlo, mi sentivo in colpa, mi domandavo se c’era qualcosa di più o di diverso che avrei potuto fare per garantirgli la vita e alla fine era importante per me accompagnarlo alla morte e seppellirlo simbolicamente.
La discesa in corda doppia durò solo 30 minuti e fu estremamente piacevole.
Si era compiuto un cerchio, si era chiuso un ciclo della mia esperienza professionale, da giovane medico a maturo signore che fa il medico. Una vera rivoluzione.
Dopo l’incontro con Federico ho perso una visione un po’ ideale della professione o forse posso dire che ho perso una corazza che mi permetteva di mantenere una distanza dal dolore che mi circondava quotidianamente.
Prima di Federico non avevo mai avvertito così intensamente la sofferenza, come se la vita mi avesse fatto capire attraverso quel bambino che cosa significa caricarsi sulle spalle un essere umano e portarlo verso la vita.
Oggi “sento” la malattia che devasta il corpo dei malati… una lastra, una TAC, un referto degli esami ematochimici, non sono più per me solo parole o numeri… “vedo” il disfacimento dell’organismo.
Questa percezione della malattia mi fa dolore e questo dolore mi fa sentire debole.
Via via nei miei 30 anni di pratica clinica la medicina è molto cambiata divenendo sempre più complessa. La malattia di un essere umano nasce appunto dall’incontro tra uno specifico essere umano con una specifica entità nosologica e questo incontro è unico per cui al medico è sempre richiesto di fare la spola tra quello specifico individuo malato e ciò che scientificamente si conosce di quella malattia.
Ci si muove quindi nell’incertezza di ciò che è meglio fare per quel singolo essere umano che hai davanti alla luce dell’”evidenza scientifica”.
Federico mi è morto
Non sono riuscito a salvarlo
Sono andato a dargli una degna sepoltura

Folfox4

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vi racconto la SLA ovvero la solitudine dei medici di terapia intensiva

Scritto da Malanotteno il 17 Gennaio, 2010
testimonianze / 4 Commenti

Rispetto all’ultima volta che l’ho vista la signora Maria è più triste, dimagrita, è diminuita la mimica facciale.
- Come sta la sua nipotina?
- Sta crescendo bene e va molto volentieri all’asilo nido.
- Sta ancora leggendo i quotidiani?
- Si, a volte li leggo io, a volte quando non ce la faccio me li legge mio marito, ma ormai leggere i giornali sta diventando angosciante.
- Sta seguendo la nascita del PD?
- Si ma non mi piace la contrapposizione tra Soru e Cabras.
L’impressione che ho avuto quel giorno è stata di una donna molto presente a se stessa.
- Signora Maria mi sembra un po’ giù di umore oggi.
- Perché secondo lei come dovrei essere?
- La capisco, ma forse si potrebbe aiutare con qualche farmaco , un ansiolitico o un antidepressivo.
- Sino a quando ce la faccio preferisco di no, in seguito si vedrà.
- Sta dimagrendo molto, evidentemente quello che riesce a mangiare non le basta, forse è il caso di aggiungere un po’ di nutrizione enterale attraverso la PEG.
- Ma cosa me ne faccio di mettere su qualche chilo.
- Una buona alimentazione serve per prevenire le lesioni da decubito e le infezioni, comunque se lei non è d’accordo lasciamo così, d’altronde abbiamo sempre cercato di rispettare la sua volontà.
Dal suo sguardo, ho capito subito che mi ero intrappolata in una situazione difficile. Infatti alla mia affermazione non poteva che seguire la sua domanda.
- Davvero dottoressa rispetterebbe la mia volontà? E se arrivasse il momento in cui io le chiedessi di staccare il ventilatore, lei lo staccherebbe?
Non ero pronta. Avevo riflettuto a fondo sulla possibilità di trovarmi in una situazione così, come credo abbiano fatto tutti gli anestesisti quando tirarono un sospiro di sollievo perché per fortuna non era toccato a loro essere il medico curante di Nuvoli o di Welby .
Me la sono cavata mediocremente.
- Suvvia signora, io penso e le auguro che la sua vita, anche se in questa condizione, per lei abbia sempre motivo di essere vissuta.
Io così pensavo e le auguravo. Feci finta di non capire quello che continuò a dire subito dopo.
La donna che ha intelligenza soprafina ha capito benissimo che non le stavo rispondendo e io sapevo di non aver risposto, sapevo soprattutto di non saperle rispondere.
Sapevo che quanto successo quel giorno era una puntata di un dramma iniziato quattro anni prima,
sapevo della mia vigliaccheria.
Andai a trovarla qualche altra volta. La malattia evolveva molto velocemente. Tutti i muscoli erano paralizzati, riusciva solo ad aprire e chiudere gli occhi e con questo vocabolario comunicava con i familiari e con il personale che la assisteva intensamente. Lo sguardo rimaneva ancora vivace.
Giaceva nel letto immobile. Ritmicamente, attraverso la tracheotomia il ventilatore forzava l’aria nei polmoni, la nutrizione enterale raggiungeva l’intestino attraverso la PEG, l’urina veniva raccolta nella sacca attraverso il catetere vescicale perché noi potessimo misurarla e calcolare il bilancio dei liquidi, mani pietose la pulivano quando andava di corpo, l’aspiratore rimuoveva le secrezioni bronchiali che lei non riusciva a espellere con la tosse e la saliva che non riusciva ad inghiottire, altri dovevano allontanare le mosche che d’estate si posavano sul suo viso e la grattavano quando forse aveva prurito.
Chi voleva parlare con lei o guardarla negli occhi doveva allungarsi sul letto e portare il viso sopra il suo perché non riusciva più a eseguire i movimenti di lateralità del capo.
Come si sentiva, cosa pensava, nessuno di noi poteva saperlo. Il marito ha continuato a leggerle il giornale tutti i santi giorni ma alla fine non sapeva più se lei gradiva, se ascoltava e se capiva.
Lo sguardo nel tempo si era spento, gli occhi erano diventati vitrei. Era un corpo sul quale ogni giorno si andavano a misurare la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, la temperatura, la diuresi, il bilancio dei liquidi, le calorie introdotte.
Tutti ardentemente avremmo voluto leggere, conoscere i suoi pensieri, ma la situazione non dava strumenti di lettura.
Si potrebbe pensare che la risposta era semplice se solo ci si fosse fermati a chiedersi:
- Ma io al posto suo cosa avrei desiderato?
- Ma siamo proprio sicuri che ciò che vale per una persona vale per tutti e che ciò che vale oggi vale anche per domani?
Ha ragione chi enfatizza il valore dell’unicità degli esseri umani. Il più grande valore di ogni uomo sta nell’essere unici ed irripetibili. Proprio per questo non si può affermare che ciò che va bene per una persona può e deve andare bene per tutte le altre.
Io so cosa vorrei per me nella condizione di Maria. Vorrei che la mia volontà venisse rispettata e penso debba essere rispettata la volontà delle persone che la pensano diversamente da me. Non esiste la ragione di uno che deve valere per tutti gli altri.
Ma c’è un grosso problema da risolvere.
Come capire la volontà delle persone che non sono in condizioni di esprimerla?
Spetta al medico decidere? Al magistrato? Ai parenti?
O piuttosto ognuno di noi deve poter decidere del suo destino quando è in condizioni di decidere, per quando non lo sarà più e se dovesse cambiare idea lo può sempre fare?.
Non è stato di grande aiuto il dibattito che in quel periodo si andava sviluppando sui temi cosi detti eticamente sensibili.
Ho cercato conforto nei documenti emanati dal comitato nazionale di bioetica, nella Costituzione nella convenzione di Oviedo ma soprattutto nel codice di deontologia medica. Ho letto anche l’Enciclica Evangelium Vitae cercando lumi, ma questa è utile per chi crede che la vita l’abbiamo avuta in dono e solo Dio ne può disporre. In quei giorni, ognuno ha detto la sua avendone o no titolo e cultura scientifica. Molta confusione sui termini e sul senso da dare alle parole. Cos’è l’accanimento terapeutico? La nutrizione artificiale è un atto medico o assistenza? L’astensione da terapie invasive, nel rispetto della volontà del paziente, quando questo non ha più speranza cos’è? Eutanasia nelle varie declinazioni, attiva, passiva, omicidio del consenziente, suicidio assistito. Qualcuno è persino arrivato a mettere in discussione il concetto di morte e di stato vegetativo permanente. In questa nostra povera Italia, si rischia di avere una morte di destra e una di sinistra così come uno stato vegetativo di coalizione.
Quello che manca un po’ a tutti è la compassione, intesa come partecipazione affettiva alla sofferenza del malato senza speranza. Manca ai politici e anche agli uomini di chiesa troppo vincolati ai codici delle caste di appartenenza. Manca anche a molti medici. E’ più facile fingere di non sentire quando è il tuo turno e sperare che qualche altro senta per tutti al turno successivo. Ma la notte, quando si rimane soli con la propria coscienza e ci si chiede - cosa avrei voluto io al posto di Maria - come si fa a dormire tranquilli se hai finto di non sentire?

Malanotteno

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lost in translation

Scritto da Morris il 09 Gennaio, 2010
racconti / 3 Commenti

Mio nonno Mario era un marinaio; o meglio, lo era stato negli anni della guerra. Faceva il macchinista sui sommergibili, e non parlava volentieri di quella esperienza.
Ma in quegli anni aveva maturato un amore per il mare che era durato per tutta la vita e una refrattarietà ai lunghi discorsi. Certi anni durante l’estate ospitava noi nipoti a un capanno da pesca che aveva in riva all’Adriatico, e anche noi bambini eravamo sottoposti alla disciplina marinaresca; non ci toccavano l’alzabandiera ed i comandi col fischietto, ma quasi. Era un uomo molto burbero ed incazzereccio, scettico a priori sul genere umano (l’aggettivo con cui più spesso lo sentivo definire una persona era “cl’imbazel”, quell’imbecille), ma talora capace di slanci sorprendenti.
Come quel giorno di fine estate in cui stavamo aiutandolo a portare le sue cose lontano da riva, perché si stava preparando una burrasca coi fiocchi.
Avevamo già tolto dalla barchetta con cui stendeva le reti “da imbrocco” i remi e tutte le parti rimovibili, portandole al capanno, e così alleggerita ci preparavamo a tirarla in secca quando notammo un assembrarsi di gente sulla riva che vociava e indicava al largo. Guardai nella direzione indicata e mi si drizzarono i capelli in testa; in lontananza, in mezzo a un mare teso dal vento di terra e ormai del colore del piombo, un uomo nuotava affannosamente rincorrendo un materassino rosso e blu, in volo sul pelo dell’acqua venti metri davanti a lui.
” E’ un tedesco, il vento gli ha portato al largo il materassino e quel patacca, anziché lasciarlo andare si è intestardito a riprenderlo”.
A quel tempo non c’erano, come adesso, bagnini tecnologici con l’acquascooter. Si poteva contare solo sul moscone rosso, e tornare indietro a forza di braccia con quel vento contrario sarebbe stato una bella rogna .
Mario non ci pensò su due volte. Avevamo smontato il fuoribordo dalla sua barchetta, ma non lo avevamo ancora portato al capanno. Lo rimise a posto avvitando i morsetti con due giri secchi e svitò il tappo del serbatoio, leggero in maniera inquietante. In fondo al contenitore sciacquettava un misero residuo di miscela.
“Nonno, devo andare al capanno a prenderti la tanica della benzina e i remi?”, chiesi.
” Si, così intanto cl’imbazel us’ anega” fu la risposta. Senza dire altro, Mario girò la barca, avviò il vecchio Mercury con uno strappo e si diresse verso il bagnante, ormai un puntino al largo. Raggiuntolo, lo fece salire a bordo e affrontò il ritorno con il povero 4 cavalli che ansimava per vincere il mare contrario.
Per fortuna la miscela bastò.
Giunsero a riva assieme con le prime gocce di pioggia. Il tedesco, stremato, fu abbracciato dalla moglie; nello scambio di parole con lei, mi parve però dall’intonazione di capire che fosse arrabbiato. Con un evidente imbarazzo il bagnino ci tradusse: ” E’ incavolato perché non è riuscito a recuperare il materassino….”.
Mio nonno alzò gli occhi al cielo e commentò lapidario: “A certa gente è più facile mettere qualcosa “int’e cul che non in testa”, e con questo chiuse la faccenda senza ulteriore superfluo uso di parole.
Una cosa che mi è sempre piaciuto del mestiere del medico è spiegare le cose; il chiarire le dinamiche del nostro corpo, il come “si guasta”, come dovrebbe funzionare una terapia è per me sempre un piacere, e nel farlo, soprattutto con i nostri anziani, mi giovo spesso del dialetto che grazie a tutor di madrelingua come Mario padroneggio bene.
Ciò nonostante talvolta ho la sensazione di parlare una lingua straniera, e quando dopo un bel discorso fatto evitando il più possibile tecnicismi, sigle e i termini anglosassoni tanto di moda mi sento rispondere “Eh?” da uno che mi guarda come un marziano appena sbarcato dal disco volante, mi prende lo sconforto.
Alcune notti fa mi capitò di essere chiamato in Reparto al capezzale di un’ anziana signora con una demenza vascolare, ricoverata per un focolaio broncopneumonico; la paziente, nonostante la terapia in corso, respirava con grande difficoltà, con uno spiccato broncospasmo. A rendere più difficoltoso il tutto, lì a fianco si trovava la figlia, agitatissima, che “esigeva” che si facesse subito qualcosa per la mamma. Scorrendo la cartella, alla voce allergie farmacologiche, trovai, orrore , un “allergica al cortisone”, che il collega redattore del documento aveva comunque cercato di mitigare con un punto interrogativo fra parentesi. Che lui per primo non fosse convinto dell’allergia lo testimoniava il fatto che la signora si stesse facendo da alcuni giorni uno steroide inalatorio. Interrogata su questa presunta intolleranza, la figlia fu categorica: “Ah, no, non lo può proprio fare, è allergica: una volta che lo ha fatto è diventata tutta rossa in faccia e le è salita la pressione!”
Indossando la mia miglior faccia tipo “maestro-elementare-che-spiega-le-divisioni-all’alunno-zuccone”, partii a spiegarle che quella non era un’allergia, erano effetti collaterali dipendenti dalla dose somministrata, dal tipo di cortisonico, perfettamente controllabili e comunque sicuramente quasi irrilevanti in una situazione grave come quella attuale. E poi , scusi , se la signora fosse veramente allergica, il cortisone non potrebbe farlo neanche per aerosol…
“Ah - mi sentii rispondere - ma quello lì non è mica cortisone sul serio!”
Sospirai, e con calma risposi che in ogni caso eravamo in un ospedale, che avremmo potuto gestire l’eventuale rialzo di pressione (in quel momento la paziente era anzi ipotesa), e che in definitiva mi prendevo io la responsabilità. La figlia brontolò qualcosa, ma finalmente diede il via libera; e così, dopo un oretta di attenzioni e cure fra le quali era compreso anche un bel boletto di idrocortisone, finalmente potei lasciare la signora con una obiettività e dei parametri decisamente migliorati.
Forse non saremmo andati molto in là, ma sicuramente avremmo passato la notte, che poi in fondo è l’inconfessato obiettivo di quasi tutti i medici di guardia.
La mattina, prima di smontare, mi andai a rivalutare la paziente: i parametri, riferitimi dall’infermiere erano soddisfacenti. Quando però entrai in stanza, dove la signora dormiva tranquilla con un respiro abbastanza regolare, ebbi un sobbalzo. La figlia, dopo aver passato la notte a fare assistenza, era tornata a casa a riposare. Non prima però di aver lasciato, a testimonianza che per quanto potessi aver detto o fatto non ero riuscito a convincerla, un post-it giallo attaccato alla testata del letto su cui era scritto, a lettere tutte maiuscole: “ALLERGICA AL CORTISONE! NON SOMMINISTRARE!!!”.
Oh, Mario, vecchio marinaio, quanto avevi ragione!

Morris

l’elisoccorso (seconda parte)

Scritto da Herbert Asch il 03 Gennaio, 2010
racconti / Nessun Commento

“l’uomo catarifrangente scese
dalla sua carrozza bianca illuminandola
di una luce azzurrissima, si avvicinò
gli disse ora cura di te mi
prenderò”

Max Pezzali - La volta buona

Ricordo però ancora adesso perfettamente come il giovine specialista che ero vent’anni fa non vedesse l’ora di mettere alla prova il suo ardimento.
Da agosto di quell’anno erano iniziati i turni del servizio di elisoccorso, ma riservati solo agli specializzati, e anche se lavoravi già da qualche anno (allora era possibile) l’accesso ai mitici turni non era possibile senza la specialità.
Ma alla sessione di ottobre di quell’anno, alè, eccomi specialista.

Finalmente potevo entrare anch’io nel Grande Circo dell’emergenza: ultima frontiera rimasta, terra dei gesti estremi e delle terapie eroiche, dove si Salvano le Vite Umane e non si guarda in faccia nessuno, dove si Intuba, si Incannula, si Defibrilla, friggendo e trafiggendo in tutti i modi e da tutti i buchi quel san Sebastiano di Paziente da Salvare. Dove si arriva in elicottero (vero Deus ex machina!) e si corre a Sirene Spiegate sulle Ambulanze.

Dove si lavora fianco a fianco con tutti gli altri Supereroi, Carabinieri, Vigili del Fuoco, Polizia, Protezione Civile, Guardaparco e Vigili Urbani, pardon, Polizia Municipale e poi l’arcobaleno delle croci Rosse, Verdi, Bianche, Gialle, Oro, Azzurre, e poi le Misericordie, i Samaritani ed i Cavalieri di Malta, tutti con le loro Superdivise ed i Superattrezzi, come nei fumetti giapponesi.

Superate alcune incombenze, tipo il matrimonio, il viaggio di nozze, l’allestimento della casa nuova, eccomi alla ricerca dell’aggancio per entrare nel giro.
Attivo radio flebo, il tam-tam sempre attivo tra gli specializzandi, chi gestiva la cosa di fatto pareva fossero gli anestesisti del Policlinico e quelli del Paride Campari, (un ospedale di zona), in particolare un tale Scèspir.
- Quello delle commedie? -
- Ma no, fa l’aiuto al Campari, però puoi provare a parlarne al Megaprofessore del Policlinico prima, se lui è d’accordo non c’è problema -
- già, ottima idea -
Peccato che parlare al megaprofessore non era così semplice.

Al Policlinico conoscevo un paio di Aiuti, che non sapevano come si scrivesse Scèspir, lo conoscevano appena, ma sapevano come potevo “casualmente ” incrociare il Megaprofessore. Vieni, mi dissero, alle 7.30 all’inizio seduta. Passa sempre a quell’ora poi… insh’allah.

In quelle sale un pochino mi conoscevano, avevo frequentato per tre mesi  non da molto. Quel mattino sono arrivato alle sette e un quarto, non troppo presto, per non aspettare fuori, il giusto per entrare con gli infermieri di seduta. Sapevo come entrare, dove cambiarmi, cerco la mia conoscenza in sala, mi affianco a lui e aspetto vigile.
Mentre aspetto gli chiedo se conosce Scèspir.
Ma, il mio contatto è troppo giovane, si è specializzato l’anno prima di me. No, non conosce. No non sa come si scrive, si scriverà così come si pronuncia, no?.. ci rinuncio.
Dopo poco arriva il Megaprof, faccio in modo di incrociarlo casualmente in sala, e, chiedo se fosse stato possibile parlare un attimo con lui.
- Certo caro, solo che oggi non riesco, passa in Istituto domani verso le 10.-

Il giorno successivo era già lì alle 9.30.
In istituto incontro un’altra conoscenza di qualche tempo prima, con cui avevo fatto un po’ di gavetta nelle sale del Pronto Soccorso. Ma neanche lui sa come si scrive Scèspir, si…lo conosce, ma…
Poi il Megaprof arriva e mi fa entrare nello studio. Una volta sentito il problema mi fece nell’ordine:
una testa così su tutte le cose che dovevo sapere,
un pistolotto sulla necessità, prima di intraprendere altre attività, di fare una salda gavetta di almeno due anni di sala operatoria
- sono quasi tre anni che lavoro, professore - esagero.
una manfrina tenace sulle abilità necessarie
- ma nel mio ospedale ho già visto parecchi traumi gravi, sa…-

quindi mi regala, togliendolo dal cassetto della scrivania come cosa preziosa, una copia di un suo libretto su come si fa l’Anestesia moderna.
- Grazie professore! lo cercavo da tempo, ma non ero mai riuscito a trovarlo!- mento.
E poi… mi rimanda comunque all’aiuto del Campari.
Era ora di andare, il colloquio era finito.
Mi alzo, ringrazio il professore.
- Solo una cosa, professore. -
rimaneva l’ultimo, pesante dubbio.
- Dimmi caro -
- Scèspir… come si scrive? -

Herbert Asch

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il riflesso di Lazzaro

Scritto da Rabuccia il 20 Dicembre, 2009
racconti / 5 Commenti

Vi sono delle cose di questo mondo che sfuggono nella loro completezza alla umana comprensione. Questo “incipit” tra il solenne ed il banale farà da introduzione per descrivere quelli che lo scrittore H.P. Lovecraft avrebbe probabilmente definito: “I terribili fatti che si svolsero la notte tra il 12 e 13 Agosto 2001 presso i locali della radiologia dell’ ospedale della tranquilla cittadina di ***”.
E non sia casuale il fatto di voler scomodare l’inquietante scrittore. Anche se il mio ospedale è piuttosto lontano dalle nere acque del Miskatonic River il paragone non è né irriverente né esagerato, per quello che, amici lettori, andrò testé a raccontare. 
Il turno di guardia in rianimazione quella notte era apparso fin dal mio arrivo uno di quelli tranquilli. Le consegne delle otto non avevano posto in essere situazioni potenzialmente evolutive e/o difficili da gestire. Il colpo d’occhio sull’emiciclo del reparto era rassicurante. I pazienti erano quattro su nove posti. Tutti e quattro intubati e ventilati. Il leggendario senso pratico del rianimatore, spruzzato di larvato cinismo, gli fa sempre pensare, nel profondo dell’anima che “quando i pazienti sono intubati e sedati si lavora meno”. Questo solo perché la loro condizione è di “stabilizzazione”; in realtà questo è un eufemismo per non dover dire che non c’è bisogno di sedazioni raffinate, e poi quando sono già intubati si può stare tranquilli. Gli infermieri ai monitor conversavano del più e del meno programmandosi il resto della serata e si apprestavano con serenità al cambio turno delle dieci.
I rumors ospedalieri, ovvero quella serie di informazioni non ufficiali che fornivano prove non documentali della esistenza di urgenze in fieri, indicavano una intensa attività del Pronto Soccorso.
Telefono! “Dottore c’è da andare in TAC ad assistere un paziente mal messo appena arrivato”. L’assistenza in TAC è una delle grandi incognite di ogni rianimatore ed è una attività particolarmente temuta. Esiste in effetti un grading pressoché infinito delle situazioni cliniche che ci potrà trovare a gestire. Si va dal trauma cranico lieve in stato di agitazione psicomotoria in cui la abilità rianimatoria è limitata alla capacità di mantenere farmacologicamente legate le membra irrequiete, fino ad arrivare alle grandi catastrofi politraumatologiche in cui si entra rapidamente in un girone dantesco fatto di tubi, monitor, farmaci, comandi imperiosi ecc… La TAC, come è noto agli addetti ai lavori, è luogo di grande pericolosità per il paziente e per chi lo assiste. La destabilizzazione è fortemente condizionata dagli spostamenti fisici, inoltre i compromessi richiesti dai radiologi e le difficoltà ambientali fanno si che molti peggioramenti si verifichino proprio qui, dove si lavora in piena golden hour.
Quella sera avevo trovato però una situazione abbastanza rassicurante: un paziente anziano sveglio già posizionato sul lettino. Il mio arrivo era stato, come sempre, motivo di grande sollievo per il collega del Pronto Soccorso che si affrettava a darmi le informazioni del caso: “E’ un paziente di 77 anni arrivato qui con l’ ambulanza dei volontari di ***. Lo hanno trovato in casa i famigliari. Lui vive da solo. Lamenta dolori addominali e ipotensione. Abbiamo fatto liquidi, messo la dopamina. L’ addome è teso. Potrebbe essere un aneurisma in rottura. Ti ho chiamato perché è instabile emodinamicamente”. Guardo il mio paziente. E’ un vecchiettino pallido, sudato ed ansimante che guarda inerte il soffitto con occhi spenti. Gli si legge in faccia solo la consapevolezza della morte imminente. Non guardo il monitor, faccio come gli antichi colleghi: sento con le mani il polso periferico debolissimo e percepisco la vasocostrizione della cute. Settanta di sistolica con la dopa, obnubilamento sensoriale, dispnea crescente. Intubo senza difficoltà il paziente che con 50 mg di ketamina chiude gli occhi stanchi e vitrei.
Eseguiamo la TAC col paziente intubato, sedato e ventilato. Il radiologo lavora sereno e rapido. Il chirurgo appena arrivato attende il responso sullo schermo con la stessa ansia del giocatore di poker che apre le carte. Su quello schermo si disegnerà presto il destino del paziente. 
“Niente di chirurgico”. Una voce sicura alle mie spalle suggella definitivamente la questione. “Sarà probabilmente una ischemia intestinale. Mi pare fosse tabagista han detto i famigliari. Tabagista e vasculopatico”.
Mentre si discute della diagnosi, il paziente dopo un balletto elettrocardiografico di extrasistoli ventricolari comincia a salutare il mondo disegnando sul monitor una larga sinusoide che di fisiologico non ha proprio più nulla: fibrilla! E via con la sequenza rianimatoria tante volte eseguita: 200 joules col defibrillatore, massaggio cardiaco sul piano della TAC. Vado avanti per un quarto d’ora con tutto il possibile, e con la certezza della inutilità di tutto. Mi fermo. Venti minuti senza ripresa di circolo. Il paziente è esanime ancora in TAC. Il prezioso strumento diagnostico di fronte alla grandezza ed assolutezza della morte, più forte di ogni tecnologia, disegna sopra di lui una sorta di spaventoso catafalco.
Inizio la noiosa procedura della compilazione del foglio di consulenza. Il personale della radiologia si aggira attorno alla salma. E a quel punto accade. Il braccio sinistro del paziente si alza a quarantacinque gradi e dalla sua gola da cui ho tolto da qualche minuto l’ormai inutile tubo si leva un suono dell’oltretomba che risuona strozzato nella stanza. Un grido estremo che nulla ha di umano. I tecnici della radiologia mi gridano contro: ma è deceduto o no il paziente? La mia mente per un attimo vacilla. “Non può essere. Non è mai successo. Abbiamo sospeso la RCP da dieci minuti. Guardo il paziente: è immobile. Il braccio è ricaduto lungo il fianco. Ma il grido l’abbiamo sentito tutti. Sono certo, si sono certo. Son scappati via tutti. Sono solo col paziente che dovrebbe esser morto. Non è possibile! Prendo l’Ambu e per dieci secondi ventilo un paziente a cui sto facendo l’accertamento di morte. Io? Ma cosa sto facendo!Lavoro da quindici anni. Ne ho visti di decessi. Sono un rianimatore. Sono il più profondo conoscitore del confine tra la vita e la morte. Cosa sto vivendo? Un incubo? L’ imperscrutabile? Cosa?
Il paziente resta in asistolia ed in midriasi. Mi fermo definitivamente. Compilo la consulenza. Torno in rianimazione con addosso un senso di gelo e di ignoto, di inconcepibile. Racconto tutto al mio collega di guardia anestesiologica. Mi ascolta e sorride. Poi mi dà una pacca sulla spalla e mi spiega: era il “Riflesso di Lazzaro”. Sono clonie e riflessi spinali post mortem. Il grido altro non era che l’ aria intrappolata nei polmoni che è uscita facendo vibrare le corde vocali, quando si son contratti gli intercostali”.
“Ah si, ho capito. Mi sono un po’ spaventato”. Ma sarà così, penso. Anzi è così.
Solo a ripensare a quel suono dell’oltretomba, un brivido freddo mi percorre ancora la schiena però. Ancora adesso.

Rabuccia

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mani

Scritto da Giramondo il 14 Dicembre, 2009
emozioni / 2 Commenti

Mani, in Afghanistan.

Mani portate al cuore per augurare “Salam aleikum”, che la pace sia con te, in segno di saluto.
Mani di uomini anziani indurite dal lavoro dei campi.
Mani di donne dipinte a disegni floreali con Hennea nero sui palmi, per i giorni di festa e per i matrimoni.
Mani grasse e ricolme di anelli delle popolazioni dei nomadi Kuci.
Mani che si stringono per dimostrare amicizia e rispetto.
Mani che scrivono segni per me incomprensibili, e al contrario, cioè da destra verso sinistra; (ma i numeri sono uguali!)
Mani ad indicare aerei ed elicotteri militari in volo.
Mani di bambini alzate in cielo a far girare gli aquiloni.
Mani tese con il bicchiere di “Chai” (tea) verde, con tanto zucchero, nei momenti di pausa, seduti a chiacchierare, ad informarsi delle rispettive famiglie, a chiedere come si vive nelle loro case ed a riferire come si vive a casa mia.
Mani di macellai che sgozzano capre secondo il dettato islamico.
Mani rosse di freddo che trasportano secchi d’acqua.
Mani che spezzano e portano alla bocca il “naan” caldo (il pane afghano non fermentato, piatto e rotondo o a forma di rombo)
Mani di soldati e poliziotti che imbracciano Kalashnikov.
Mani di madri che sorreggono figli.
Mani di ragazzine che afferrano la corda al collo della mucca o dell’asino portati al pascolo.
Mani di scolari piene di libri (zaini e cartelle non ci sono o costano troppo…)
Mani portate al volto e poi appoggiate a terra, durante la preghiera ad Allah.

Mani che visitano Pazienti.
Mani di partorienti aggrappate al lettino accompagnate dal dolore della nuova vita che arriva in questa terra.
Mani minuscole di neonati che si muovono nell’aria, cercando istintivamente un appiglio, alla ricerca del seno che li nutrirà.
Mani in urgenza che afferrano laringoscopio, bisturi, fonendo, agocannule, garze.
Le mie mani magre tagliate dai fili chirurgici tirati per stringere i nodi di sutura.

Mani di bambini e di bambine che non ci sono piu’, portate via per sempre da una mina.

Giramondo

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prime notti

Scritto da Drkrishna il 05 Dicembre, 2009
racconti / Nessun Commento

Era una delle mie prime notti di guardia. Fresca assunta, dopo la specializzazione in radiologia avevo lavorato più o meno in qualche centro privato, in qualche tranquillo ambulatorio di città ma mai, prima d’ora mi era capitato di lavorare in un ospedale di frontiera.
Dal PS sale un politrauma, uno di quelli che poi ho imparato a riconoscere come finti politraumi, nel senso che è uno di quelli per i quali non è stato facile inquadrare la dinamica dell’incidente per cui viene spedito in radiologia a fare un po’ di tutto: l’rx del rachide in toto, il torace per coste e parenchima, l’eco addome, la TC del cranio e se ha male da qualche parte in particolare, pure l’rx del segmento che ne so, un ginocchio o un gomito. Ma per la mia prima esperienza il “politrauma” era quello del libro, dove trovi le fratture cervicali, l’ESA, la rottura di milza etc… per cui sudavo freddo mentre il tecnico (TSRM) mi sfornava delle proieizioni tra l’altro da schifo (ed in seguito avrei imparato pure ad urlare per delle proiezioni come quelle).  Stavo per adagiare il paziente sul lettino TAC mentre dalla diagnostica affianco, dove uno dei TSRM stava nel frattempo facendo qualche esame ad un altro paziente, grida: “chist’ ten’ a botta ncuorpo!”. Gli altri tecnici saltano ed io come una marziana scesa sulla terra continuavo a non capire. Finalmente riprendo i contatti col pianeta terra, faccio un attimo mente locale su dove mi trovo, e cosa sta succedendo in questo periodo in questa città, guardo in faccia il paziente e capisco… è uno che hanno appena sparato, la botta è il proiettile.  Di lì a poco vengo a sapere che si tratta di un pezzo importante, che il 118 ha portato qui perché nell’altro ospedale, quello dove vanno tutti quelli come lui, non c’erano più posti. C’era una guerra in atto allora (parlo di pochi anni fa) e ci si sparava come a Kabul. E noi li dovevamo pure curare, e spendere soldi delle nostre tasse per loro…
Sbrigo il povero “politrauma” che alla fine non aveva un bel niente se non qualche piccola contusione, e mettiamo sulla TC lo sparato… non riuscivo a guardarlo in faccia: continuava a piangere come un bambino, gridava “mammina, mammina dove sei?” . Eppure piangeva, lui che chissà quante persone aveva fatto piangere, lui che aveva ucciso, lui che aveva picchiato a sangue un poliziotto…
Alla fine ne viene fuori che il proiettile gli aveva lacerato parte del fegato e si era fermato sotto il diaframma: si salverà.
Ancora non riesco a tradurre in parole il misto di sentimenti che provai in quel momento, tra l’ansia di tirar fuori una diagnosi, un’indicazione per il chirurgo che l’avrebbe dovuto operare, e la consapevolezza della persona che era… mi ripetevo solo “meno male che ho fatto il giuramento d’Ippocrate”

Drkrishna

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Marco C.

Scritto da il Jolly il 27 Novembre, 2009
racconti / 2 Commenti

Era stata una splendida giornata estiva. Lo ricordo con esattezza, anche se sono passati alcuni anni. Dopo un pomeriggio passato al mare, avevo percorso il breve tratto di autostrada da Senigallia a Fano per prendere servizio alle 20.00 nel turno di guardia notturna di anestesia all’Ospedale Santa Croce. Anestesista - Rianimatore… in quel momento avevo 36 anni. Neanche il tempo di ricevere le consegne che dal cercapersone arriva una chiamata dal PS: un politrauma, codice rosso! Scendo velocemente le scale e attraverso il corridoio di ingresso al Pronto Soccorso. Mi sento carico, pronto, efficiente. Già in specialità avevo preso parte alla gestione di gravi traumi, così pure a Fano, città di mare, con un estate sempre critica per le urgenze. L’impatto visivo dell’ingresso di un traumatizzato al PS è sempre drammatico, concitato, di forte impatto emotivo, soprattutto se è giovane, soprattutto se ha la tua età, soprattutto se è terrorizzato, immobilizzato su una tavola spinale con uno stiff-neck ben posizionato. E’ vigile e ben orientato, prima di essere impacchettato è riuscito a telefonare alla moglie per avvisarla di quello stupido incidente in scooter, dopo un bagno al mare di ritorno dal lavoro, inconsueto per lui prima di cena, ma il mare era talmente invitante! Lamenta dolore all’addome, mi sembra tranquillo. Monitoraggio pressione arteriosa e saturazione O2 nei limiti, leggermente tachicardico all’ECG. Mentre l’infermiera fa un prelievo di sangue per emocromo, chiedo un Eco-addome urgente. In effetti l’addome è teso e dolente, mentre per altri distretti l’esame clinico sembra negativo. Arriva anche un Chirurgo. Marco ha un buon 16 Ga in un avambraccio, ma ne posiziono un secondo nell’altro, sto piu’ tranquillo. ECO-FAST, così si chiama l’esame che il Radiologo conduce. C’è del versamento libero in addome, più abbondante a livello dell’ipocondrio destro. Chiedo al Chirurgo di allertare l’equipe di sala. Telefona al suo Primario per avvisarlo. Ok andiamo in sala, ma prima ci vuole una TAC addome per valutare meglio l’entità delle lesioni. La pressione tiene bene, saturazione ok, sempre tachicardico. Il dolore è intenso. Gli somministro 5 mg di morfina ev. Andiamo alla TC, veloci però… cazzo!! TC addome con mezzo di contrasto: rottura del fegato, emoperitoneo massivo. Marco è sempre più agitato, la pressione è in picchiata. Mi portano l’emocromo fatto all’ingresso: Hb 12. Gli faccio un EGA: Hb 8… dopo neanche tre quarti d’ora! Marco mi chiama, è terrorizzato, non respira, non riesce a respirare. Mi guarda e mi dice: aiutami! Mi guarda fisso negli occhi: aiutami! Gli rispondo di sì… sì!. Sta desaturando… l’addome è tesissimo, respira veramente male. Ho con me lo zaino d’emergenza ed è arrivato anche l’infermiere di anestesia. Lo intubo, lo ventilo, la saturazione risale. Guardo il collega chirurgo, non dico nulla, poi chiamo l’ascensore e vado in SO, ci vado e basta. Chiamo Davide, il collega di turno in Terapia Intensiva. E’ un amico, e gli chiedo aiuto. Chiedo aiuto a tutti. Posiziono sul letto operatorio Marco, lo connetto al ventilatore di anestesia in O2 e protossido d’azoto. Niente altro. La pressione non è più rilevabile. Inizio ad infondere sangue zero negativo: due sacche, mentre Davide mi porta dal PS altre quattro unità crociate di emazie concentrate. Infondiamo come disperati ognuno su di un lato tutto quello che abbiamo. Ci portano una pompa di Noradrenalina, non serve, ma va bene! L’intervento inizia e la situazione appare subito disperata. Il fegato è una poltiglia in mezzo ad un mare di sangue, la vena porta, la cava inferiore lacerate. Ci vorrebbe il padreterno della chirurgia vascolare. Ci vorrebbe il Padreterno. Dopo circa quarantacinque minuti di inutili tentativi di emostasi chirurgica, parecchie sacche di sangue, parecchi liquidi, parecchie imprecazioni, Marco inizia a bradicardizzare. Avviso il Primario di chirurgia della imminenza dell’arresto cardiaco. C’è anche un tentativo di massaggio dal sacco pericardico… poi nulla. Letizia, graziosa infermiera della terapia intensiva, capelli rossi, simpatica, si affaccia e mi guarda. Ha gli occhi lucidi. Esco per ultimo dalla sala. Devo parlare con la moglie, mi dicono che hanno due bambine. E’ nello studio del mio primario, distesa in poltrona, in lacrime. Gli dico che ho cercato… ho tentato tutto, ma mi esce una voce ridicola che non sento mia, vorrei stendermi ai suoi piedi e chiedere perdono, ma rimango in piedi inebetito, non riesco neanche a piangere. Le stringo le mani, le mie sono fredde, poi esco. Quel giorno la Morte mi ha preso a schiaffi, ne sono seguiti altri, ma quello è stato il giorno di Marco C. e della mia inutilità. Me lo tengo stretto.

il Jolly

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sulla strada

Scritto da Riverrun il 15 Novembre, 2009
cronache / 1 Commento

Notte come tante altre, fino a questo momento.

Suona il telefono, un sobbalzo, il sonno viene automaticamente ricacciato indietro all’estremo limite della percezione. Resta una leggera nausea ma di notte ci sono abituato.

Un codice rosso, mi viene riferito.

Fuori è freddo e mi vesto pesante.

Quasi una cerimonia, la vestizione, come prima di una tauromachia, solo più rapida.

Salgo sull’auto medica.

Si tratta di un incidente.

La tensione che si accumula silenziosa fra l’autista e me durante il tragitto. Rimaniamo in silenzio. La luce blu del lampeggiante che rotea intorno a noi, le nostre immagini debolmente illuminate riflesse dal vetro delle finestre.

Capiamo che stiamo per arrivare, vediamo automobili ferme e fanali in lontananza, gente in piedi sull’asfalto che ci fa segno. Ci facciamo strada. Apprensione ormai palpabile, diventa angoscia, gli occhi cercano, esco dall’auto.

Due persone coinvolte sedute sul ciglio, appoggiate ai platani, apparentemente in discrete condizioni.

Dentro l’ambulanza, mi dicono, c’è un’altra persona. Dalla voce concitata del soccorritore, dal linguaggio non verbale capisco che è grave.

Salgo sul predellino ed entro.

Mi chiudo la porta scorrevole alle spalle.

Sulla barella un uomo sulla trentina, robusto, agitato. Parla concitatamente sempre la stessa frase “Aiutatemi non riesco a respirare”. Non rimane fermo, gli arti brandeggiano come pale impazzite. Io, un assurdo Don Chisciotte contro i mulini a vento. In due non riusciamo a tenerlo fermo. Posizionare un accesso venoso è oltre l’orizzonte del possibile. Il sibilo continuo dell’ossigeno a tratti si affaccia alla coscienza. Ripartiamo subito. Mi chino su di lui per visitarlo, una mano mi afferra un avambraccio, faccio fatica a divincolarmi. Agli emitoraci solo movimenti preternaturali e paradossi, la mia mano quasi sprofonda fra il crepitio delle costole. La sirena sul tetto urla, la velocità è elevata, ci dobbiamo attaccare ad ogni appiglio utile nell’abitacolo, ma il tragitto sembra infinito. Lui continua ad agitarsi, le parole sempre più sconnesse. Manca poco ormai. Siamo sul viale. In fondo si vede l’insegna del Pronto Soccorso. Improvvisamente, smette di respirare, le membra si rilasciano e si accasciano senza più volontà propria, preda della forza di gravità e dei bruschi movimenti del mezzo. In una frazione temporale, da essere umano a cadavere. Mi rendo conto di avere il laringoscopio in mano, lo infilo fra gli strattoni e i sobbalzi nel laringe inerte.

Immagini mentali in successione rapida, intrusive, parallele a quanto accade nella realtà e destinate a non entrare mai in contatto con essa: flash delle ultime vacanze, una musica da camera in stile baroccheggiante mai udita prima, fulmini globulari di luci variegate.

In sala emergenza sarà tutto inutile. Il medico anziano, prossimo alla pensione, ne ha viste tante ormai, compila i vari moduli, la constatazione e il resto.

In sala d’attesa arrivano la moglie e la figlia adolescente. Resta da comunicare loro la notizia. Solo in quel momento mi viene voglia di piangere.

Qualche notte dopo, a casa, un sogno: mi manca l’aria. Mi sveglio sudato e boccheggiante. Una specie di contrappasso, sbiadita ricostruzione autogena di quanto doveva avere provato lui.

Riverrun

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