L’arte della fragilità

Scritto da Dahara il 10 dicembre, 2017
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foto di GP

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Il nostro essere viene talvolta così essenzialmente colpito, che può essere fatto a pezzi. Ci sono circostanze in cui non si apprezza niente.

La fragilità del nostro essere  è una realtà di cui bisogna tenere conto, per poter coltivare la bellezza e vincere.

A passo col tempo, l’essere umano, ha sentito il suo potere crescere. Le due espressioni del suo genio, la scienza e la tecnica, gli hanno fatto credere di essere il padrone del mondo, l’inizio e la fine, il potente conduttore e modellatore della vita. Un’intera certezza sembra che lo abbia avvolto!

Nel momento in cui pensava di essere più forte, la sua anima colpita da un grammo di difficoltà si è infranta come la porcellana.

Spesso l’essere umano dimentica chi è, litiga con se stesso. In realtà lui ha il potere e la luce, la debolezza e il buio.

Quando queste cose vengono dimenticate, lui vive pesanti fatiche.

Emerge quindi che lo studente ha bisogno di trovare lungo il suo percorso, oltre l’informazione anche la comunicazione e l’ascolto, a tal punto da permettere di individuare problemi e soluzioni, tendenze e desideri, rotture e legami, predisponendo i meccanismi interiori per far fronte al bisogno.

Lo studente ha bisogno di esporre la paura, la timidezza e l’incertezza con l’obiettivo di trovare la parte accogliente in momenti protetti di riflessione. Momenti in cui la fragilità può prendere un senso. Momenti in cui poter discutere la morte, misurare l’emozione, sospendere il giudizio, far diventare la riflessione uno strumento di interpretazione della fragilità.

La libertà di espressione lungo il percorso tortuoso che hai scelto con paura è parte integrante di te; e così anche il potere di lottare contro quella paura.

La libertà di espressione è un supporto nelle scelte che non rendono giustizia ai tuoi valori e principi: punti di vista diversi, decisioni immorali, conflitti religiosi sul perché della vita e culture che non sai ascoltare.

Pensieri torbidi tra la scienza e la realtà, tanto da cadere in un vortice accecante e  non capire più, alla fine, il motivo della tua scelta.

Momento di silenzio… guardi dentro di te. Rifletti sull’accaduto. Altre storie simili alla tua ti accolgono e, d’un tratto, non sei più solo.

Hai combattuto con le tue ossessioni all’infinito e ti rendi conto che sono loro la tua fonte di forza: ostinato schieramento, con in testa la morte, che ti spinge sul fronte dell’impotenza, dove la guerra è stata persa in partenza, per accorgersi che basta stare vicino e saper ascoltare, non con  l’udito, ma con calore e con la tua risorsa più preziosa: il tempo. Con la consapevolezza che non c’è farmaco che possa rendere felici… se non tu.

fragilità

fra·gi·li·tà/

sostantivo femminile

1-Facilità di rompersi al minimo urto, o ( fig. ) di cedere alla minima occasione.

“la f. del vetro”

2-In medicina, la tendenza di alcuni organi o tessuti a lesionarsi facilmente. “f. ossea”

Mi sono spezzata la seconda settimana di giugno, era mercoledi.

Sapevo di aver immagazzinato esperienza, attenzione.

Ho curato alcune ferite ma ne ho anche accumulate di nuove, ho ascoltato, osservato tantissimo, sono riuscita a fare dei passi indietro anche quando avrei voluto andare avanti perchè dentro di me sapevo che non ero pronta, che non era ancora il momento giusto.

Ho annusato, pulito, digrignato i denti sotto la mascherina, sono riuscita a non piangere e a essere recettiva nella piccola emergenza che abbiamo gestito e nelle piccole emergenze “soggettive e quotidiane” dei nostri utenti.

Ho riso e sorriso spesso, molto più di quello che avrei pensato, mi sono arrabbiata tornando a casa e chiedendomi se stavo facendo davvero tutto il possibile, chiedendomi che tipo di professionista sarei voluta diventare.

E poi, alla fine, sono tornata a casa, ho messo a lavare la divisa per l’ultima volta. E’ lì, stesa ad asciugare che aspetta.

Quel mercoledì di ormai quasi cinque mesi fa avevo addosso la mia divisa bianca e verde, il visor che ormai era diventato parte integrante della mia faccia e indossavo i guanti blu: ho fatto un prelievo il primo della giornata ed è stato anche l’ultimo. La signora a cui ho fatto il prelievo era incinta di quasi quattro mesi ed era andata in preeclampsia.

Sono state due ore intense, di pressioni prese, di palpazioni all’utero, di parole soffocate e di parole vomitate, di sguardi e di tessuti lesionati.

Sono state due ore in cui a entrambe si è rotto qualcosa dentro, sono state due ore in cui abbiamo alzato e abbassato il lettino, abbiamo cercato di trovare una posizione che non la facesse stare troppo male, abbiamo tenuto strette le mani quando è arrivata l’ambulanza, abbiamo provato a parlare dei suoi figli e del marito, le uniche cose che la potevano far sorridere in quel momento.

Sono state due ore in cui abbiamo monitorato, chiamato, parlato e aspettato : non abbiamo mai pianto, mai mostrato agitazione, solo molta attenzione ai dettagli.

Sapevamo che qualcosa stava cambiando, qualcosa si stava modificando dentro di lei e di riflesso anche dentro di me: il suo utero e il mio. Uno che accoglieva e l’altro che da sempre si rifiutava di accogliere. Una mamma e una non mamma. Ed eravamo lì insieme, a prendere questi pezzi e a cercare di trovare un modo per uscire da quella situazione. Insieme.

La fragilità è rottura, è lo spezzarsi dei legami, ma è anche un modo di sentire e di vivere, di lasciarsi pervadere dalle sensazioni e dalle emozioni. La fragilità è un modo di saper sentire sottopelle le parole che vengono raccontate dalla persona assistita, è un modo per cercare di capire e decidere come comportarsi.

La fragilità, ho scoperto, è anche il sapersi mettere in discussione senza dare per scontato di sapere tutto, è il chiedersi se veramente abbiamo fatto tutto il possibile, ma se lo abbiamo fatto al meglio per la persona, non per noi stessi.

La fragilità è anche avere un po’di umiltà nell’ammettere a se stessi a agli altri, colleghi e persone assistite, di non essere in grado di gestire al meglio una determinata situazione: fermarsi e chiedere aiuto, avere voglia di confrontarsi e aver voglia di crescere. Di crescere tutti. Non solo gli studenti.

E’ un modo per decidere che tipo di professionista voglio essere domani iniziando da oggi.

A questo punto mi chiedo se la fragilità fa parte di noi sin dalla nascita o si palesa con l’educazione e la cultura, come la vergogna. Spesso ci si vergogna di essere fragili. Reprimiamo emozioni, nascondiamo difetti, evitiamo situazioni scomode, che la nostra fragilità ci impedisce di affrontare. E se smettessimo di vergognarci della nostra fragilità e trovassimo un senso?

Ho iniziato il mio percorso in punta di piedi, sono entrata e tornata indietro con passi sospesi.

E adesso ho iniziato a correre.

Dahara

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Centomila minuti

Scritto da Benedetta il 10 novembre, 2017
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foto di HA

foto di HA

 

“Mi vieni a trovare?”…sussurra la voce sottile dietro un naso affilato e un paio di occhiali ormai diventati troppo grandi per l’estrema magrezza dello sperimentare così tanta malattia…”se mi trasferiscono in in medicina mi vieni a trovare?…ho paura! qua mi state tutti dietro, mi controllate..”
Certo che ci vengo, ci vengo tutti i giorni a trovarti. Soprattutto mi aspetto di vederti una mattina di queste solite, fisiologicamente incasinate tra urgenze in pronto soccorso, tracheostomie, dialisi che si inceppano, crisi di panico di qualche medico, aspetto di vederti varcare la pesante porta blu della rianimazione, con l’aria sana e abbronzata, con qualche chilo di più, con la sicurezza del tuo lavoro e dei tuoi affetti ritrovati, con mani ferme e gambe forti.
Facevi cose da tutti i giorni, tran tran quotidiano, proprio come gli altri che transitano da qui. Le stesse semplici cose. Magari eri in macchina durante il percorso di tutte le mattine per accompagnare i figli a scuola, o portavi il cane fuori, buttavi la spazzatura, camminavi pensieroso per una bolletta da pagare, facevi sport, baciavi la donna che ami, dormivi tranquillo nel tuo letto… e intanto è arrivata lei. Falce inossidabile che non ti avverte, non suona il campanello… e ti decapita. Ti lascia a terra. Qualche volta a chiamare aiuto, altre incosciente, a volte morto.
E noi a stringere quella testa insanguinata, a inserire tubi e cannule, a iniettare, a pompare aria, a muoversi attorno a te come piccole api operaie, a misurare, a misurare tutto, a prevedere e scansare qualche colpo, quando ci riusciamo… a correre ai ripari il più delle volte, a contrastare.
Chissà se nonostante gli ettolitri di sedazione hai avvertito la nostra paura, la delusione dei peggioramenti, il senso di impotenza dei meccanici che non riconoscono alla prima il guasto, la stanchezza delle ipotensioni nel bel mezzo della notte (cavolo, non chiudo occhio nemmeno stanotte, e domani chi le porta le piccine al corso di ginnastica?!)… chissà se hai avuto paura di morire, se sognavi di far l’amore con tua moglie grazie ai nostri potenti oppiacei, o se avevi incubi mostruosi. Se sentivi le nostre mani addosso, a setacciarti, a decidere per te, in silenzio insieme a te.
Sei stato forte, quando smettevamo di crederci facevi quel passo in avanti, e ripartivamo a lottare. E ancora sale operatorie, ancora angiografie, diagnostiche, dialisi, aggiustamenti con il ventilatore. E via, di nuovo. Tutto d’accapo.
Hai passato qui dentro 70 giorni, 1680 ore, centomila minuti.
Negli ultimi giorni il risveglio, i passi in avanti, niente più infezioni, via gli accessi, via la cannula… ora non c’è motivo per te di stare qui. Devi recuperare, devi riabilitarti. Devi guarire, risargiranno le ferite della cute e piano piano si aggiusterà anche qualcosa nella tua anima.
Questo letto non rimarrà vuoto a lungo. Tra un paio d’ore probabilmente ci sarà già qualcun’altro. Tempo di disinfettare la postazione e gonfiare un nuovo materasso antidecubito. E ripartiremo, ancora e ancora… ma essere anche solo il più insignificante tassello del percorso che ti porta ora a chiedere “vieni a trovarmi?” appaga delle altrettante sconfitte che ci aspettano.
Buona vita mister X, tifo per te.

Benedetta

Brutto, sporco e cattivo.

Scritto da rem il 26 settembre, 2017
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foto di MFR

foto di MFR

Mentre lo trasbordano dalla barella dell’ambulanza, emana una nuvola di polvere e un fetore che ti tiene lontano, a metri di distanza; ha una casacca e dei pantaloni luridi, bagnati e spessi da cui cascano piccoli pezzi di terra ed erba e chissà cos’altro
Il volto paonazzo, la barba bionda tutta appiccicata, fa tutt’uno con i capelli da sembrare una criniera e, in effetti, lui muove la testa roteandola e per giunta ci aggiunge dei suoni incomprensibili, si direbbe un ruggito, sembra il leone delle Metro Goldwyn Mayer

Ha due occhi azzurri che sembrano non entrarci niente con tutto il resto, vagano persi senza contatto con l’ambiente, si direbbero anche loro senza fissa dimora, chissà cosa guardano chissà cosa cercano… Ogni tanto lancia urla primitive, ma non sembra sofferente, se ti avvicini si oppone, oppositivo si dice, oppositivo e incomprensibile
Tutto è incomprensibile in questo uomo spiaggiato sulla barella come un migrante venuto chissà da dove. Lo spingono gentilmente lungo il corridoio mentre tutti i presenti fanno facce schifate e si tappano il naso con le dita, poi via dentro una stanza singola, deodorante spray a manetta in una stanza desolante del pronto soccorso.

Il solito barbone ubriaco
Ne passano troppi per farci caso
Dopo qualche ora, smaltita la sbornia, si alzano raccolgono le loro cose e si allontanano.
Sono problemi che si risolvono da se, non c’è niente che si debba fare

E altri mille casi suonano il campanello del Triage

Ma questo non si alza.
Meglio andare a guardare
È lì da un po’, si lamenta ma un po’ meno, qualche ‘ruggito’ ma più sommesso.
Meglio provare a togliere quei vestiti sporchi e cercare di visitarlo, superando l’odore che ti farebbe rimbalzare lontano.
Niente, non si capisce niente.
È un’enigma, un quesito umano, non solo diagnostico.
Ma come si fa a ridursi così, cosa ti deve essere successo nella vita?
L’infermiere riesce a prendere due parametri, a prelevarlo, io lo visito, lo mando in radiologia per una TC ma non è che serva a molto
Si capisce solo che non è messo bene, chissà da quanto.

Lo ricovero, faccio una cartella, imposto una terapia

Pochi giorni ed è già morto
Ma era già morto, chissà da quanto
Da quando aveva ‘scelto’ quel degrado, quella deriva dell’esistenza, da quando aveva deciso di lasciare andare tutto, di smettere di resistere, di lottare e di lasciare che il mondo gli passasse sopra come un caterpillar.
Era solo quel che rimaneva dopo che il mondo gli era passato sopra.

Due volte morto…dov’è che si scrive?
Compilo l’Istat ma i moduli bastano per una morte sola

Rem

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No woman, no cry

Scritto da Storyteller il 24 luglio, 2017
cronache / Nessun Commento
Foto  di  EP

Foto di EP

 

“Vi supplico di essere indignati”
(Martin Luther King)

Immagino che molti lettori di questo blog abbiano letto di un fatto accaduto all’Ospedale San Paolo di Savona, dove a causa di un devastante sommarsi di pregiudizi, disinformazione e forse addirittura di pettegolezzi di quartiere un paziente ha rinunciato a sottoporsi ad un intervento chirurgico soltanto perché l’anestesista era una donna.
In omaggio alla tradizione del giornalismo anglosassone che vuole l’esposizione dei fatti separata dal commento, in questo link si trova una esauriente cronaca dell’accaduto.
http://www.corriere.it/cronache/17_luglio_20/rifiuta-anestesista-donna-savona-7096301e-6cc3-11e7-adf5-09dddc53fe2d.shtml
Come colleghi penso che ci interessi prima di tutto la posizione del primario e della “anestesista donna” che hanno saputo tenere il punto di fronte ad una situazione non imprevedibile (vista la realtà in cui viviamo) ma sicuramente destabilizzante se non altro per la virulenza della coppia paziente – moglie del paziente.
Dunque un piccolo elogio al primario che ha detto in sostanza “queste sono le assegnazioni alle sale operatorie e basta” essendo perfino superfluo precisare che queste sono fatte secondo criteri di competenza. Perché piccolo elogio? Perché non avrebbe potuto tenere una posizione diversa senza doversi poi vergognare di guardare negli occhi i suoi collaboratori e senza creare un precedente dalle conseguenze insostenibili e dai risvolti assurdi ( anestesista maschio e chirurgo donna vanno bene? , e così via), Dunque il vero merito del primario sta nel non avere preso tempo e non avere cercato mediazioni.
Un grandissimo elogio, invece alla “anestesista donna”. Brava, collega. Tu possiedi sicuramente la consapevolezza del tuo ruolo, nonché del ruolo del medico in un ospedale pubblico, hai sicuramente la preparazione e la cultura che ti avrebbero consentito di discutere aspramente con questi soggetti con argomenti che ( per noi) sarebbero stati convincenti, ma stando alle cronache ti sei limitata all’essenziale (questa non è una clinica privata…), hai mantenuto il controllo, non hai minacciato querele (in Italia chi minaccia querele ha quasi sempre torto).
Come cittadini penso che ci si debba domandare se questi non siano i risultati di una bassa scolarità, di trenta o quarant’anni di “repubblica televisiva”, di un familismo arcaico in cui quello che diceva il nonno vale più di ciò che si impara a scuola. Tragica conseguenza di tutto ciò è il disconoscimento delle capacità e delle competenze professionali da parte non solo di molti nostri concittadini ma anche di vari organi di informazione. Se per trent’anni aveste avuto informazioni soltanto da “Striscia la notizia” vi porreste allo stesso modo di fronte a certe notizie?
Esiste una musica che parla dei diritti delle donne? Non ci crederete, ma esiste: è l’opera “ Al gran sole carico d’amore” di Luigi Nono in cui alla musica (voci, orchestra e nastro magnetico) sono intercalate registrazioni di cortei di protesta (1975: femminismo ruggente). Il gran sole carico d’amore è un verso del poeta francese Rimbaud, dedicato alle donne che si batterono per la Comune di Parigi.

Buone anestesie e buona musica da Storyteller

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Questo o quello… per me pari sono

Scritto da Magamagò il 07 luglio, 2017
racconti / 2 Commenti
foto di AD

foto di AD

 

Stanotte gliela voglio raccontare io una storia a quella dottoressa che scrive racconti nelle pause, brevi pause notturne, durante il suo lavoro in Rianimazione. Io lo so che a volte scrive al computer quello che le passa per la mente, quello che le passa per il cuore: ognuno di noi ha un suo modo di scacciare le paure, le ansie, i brutti pensieri; lei scrive.
Lo so, e poi me lo ha confidato lei stessa la prima notte, quando sono arrivato qui in reparto, più morto che vivo per colpa del cuore che sembrava un orologio impazzito; avevo però un barlume di coscienza e tanta voglia di non arrendermi.
Adesso sto molto meglio, presto mi trasferiranno in Cardiologia, ma prima voglio regalarle io lo spunto giusto, perchè lei sa usare belle parole, ha studiato tanto, è cresciuta in una casa piena di libri e di certificati di laurea appesi al muro insieme con le foto di famiglia.
Ma è ancora giovane e tante cose della vita non le sa.
Io no, non ho studiato, non c’erano i soldi, io sono emigrato da piccolo con la mia famiglia, sono stato un emigrante prima della guerra, la seconda guerra mondiale, tanto per distinguerla da tutte le centinaia di altre piccole sparse per il mondo.
Sono emigrato in America, come questi migranti di oggi, come quest’uomo nero del letto accanto, in coma per una pallottola nel cranio.
No, non proprio come lui, lui è un MIGRANTE, ed io ero un EMIGRANTE.
Forse è quella E, che non so quando e perchè sia caduta nel dimenticatoio, che fa la differenza.
Noi italiani siamo emigrati per sfuggire dalla miseria nera, dalla fame, con miriadi di figli, uno all’anno, che le nostre mogli sfornavano in campagna. E poi c’era il miraggio della ricchezza, del “sistemarsi “ aiutati da chi era emigrato prima di noi e aveva fatto fortuna, ed erano in tanti.
Ma la storia di questo africano è diversa: sa dottore’ me l’ha raccontata lui stesso notte dopo notte. Non con le parole, poverino non le pronuncerà mai più, nè nella sua lingua nè nella nostra.
Ma lo gridava la sua pelle nera che parlava di entroterra africano, lo spiegavano i calli sulle mani e sotto i piedi, che parlavano di lavoro duro nei campi, a dissodare terre arse avare di erba, lo sussurravano le cicatrici sulla schiena frutto di angherie dei padroni e di torture della sedicente polizia del suo paese. L’ho letto nei suoi occhi, senza lacrime, persi nel vuoto di ricordi lontani, e che non vedono nessun futuro, roseo o meno che sia.
I nostri emigranti tornavano spesso ricchi, almeno benestanti, con foto di belle case, belle macchine, con mazzette di denaro frusciante, che veniva voglia di seguirli anche oltre oceano.
I migranti che arrivano da noi hanno solo l’angoscia di essere fuggiti da fame, guerre, angherie e di aver trovato spesso il vuoto.
Sai dottore’, forse pensava di essere avvantaggiato, con la sua pelle nera, di non essere scoperto, quando è entrato di notte in quella villa: i suoi figli avevano fame e lui aveva visto la signora buttare nel secchio quella bistecca intera, che il bimbo non aveva voluto mangiare per capriccio. A forzare la serratura glielo aveva insegnato un italiano, a cui poteva poi portare la refurtiva in cambio di pochi euro.
Invece, maldestro, aveva incontrato il padrone di casa, con la pistola appena comprata, tanto aveva sentito in TV il nuovo disegno di legge sulla legittima difesa.
Così è finito qui, con una pallottola nel cervello, in coma irreversibile. Al padrone di casa non succederà nulla, era “ legittima difesa”!! ma accidenti! vorrei che almeno questo “salvatore della patria” fosse costretto a pagarti le spese di ospedale finchè il tuo cuore forte ti manterrà in vita, e fosse condannato a venirti a trovare tutti i giorni, all’orario di visita, col rischio di incontrare la tua famiglia.
Dottoressa, per lei la vita ha un solo valore, ed è uguale per tutti… ma per gli altri ?
Lo so, lei ha scelto di fare il medico per curare tutti e non dovere, anzi volere, scegliere.

Magamagò

Soffi cardiaci (San Valentino)

Scritto da Gigi il 29 giugno, 2017
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foto di MV

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Rumori. Che si provocano per una vertigine del sangue,

un moto vorticoso che fa vibrare le valvole e il cuore intero.

A volte più intensi e accompagnati da un fremito,

quando accosti la mano, superando il pudore, per palpare il petto.
Musicali per l’orecchio, o come un canto di gabbiano, oppure aspri, perfino duri.

Nei giovani sono innocenti,

come se il muscolo emettesse un sospiro adolescenziale,

benigni come i primi amori.
Nell’anziano sono rudi,

segno di malattia come le tracce profonde della vita,

frutto di indurimento delle valvole e di tutto il cuore.

Organici alla condizione e all’età, senza più ideali.
E che succede se il cuore batte all’impazzata?

Sbuffa, soffia, come una locomotiva a vapore,

con la pressione che sale e le ruote che accelerano…

Una stenosi aortica – calcifica – è una pena profonda,

che nella difficoltà ti stringe come una morsa.

Un cuore che si tormenta con un rombo cupo, che cresce,

spinge fuori il sangue, poi prende fiato, poi risale di nuovo.

Un ritmo faticoso da tenere, che va fuori fase e a volte fibrilla.
E la polmonare stenotica non è da meno,

anche se il destino vuole che sia più fortunata, mai così grave.

Ma se sono le valvole atrio-ventricolari (la mitrale! la tricuspide!)

che ti portano in sala motori – la sala da spinta dei ventricoli –

ad essere difettose, insufficienti, a non tenere più,

allora tutto torna indietro,

il sangue che dà vita ti rimbalza contro,

in un va e vieni infinito: olosistolico, quel maledetto soffio!

Se ti va bene.
Già, perché se il danno è severo

ti frega anche la diastole: allora si che balli.
Ma puoi scegliere: puoi ballare solo all’inizio

– e la chiamano protodiastole… –

quando il sangue proprio non ce la fa ad andare avanti,

ritorna a casa mogio mogio dall’arteria polmonare o dall’aorta,

perché la guardia delle valvole è insufficiente

e pietosamente lo lascia rientrare.

E il sangue, quando si accuccia in punta al ventricolo,

rulla come il vecchio pirata su una nave fantasma: il rullio di Austin Flint.

Se invece è l’entrata attraverso la guardia mitralica o tricuspidalica

ad essere serrata, stenotica, ti toccherà rullare per tutta la diastole,

e peggio per te verso la fine, ché si contrae anche l’atrio.

**************

Anche se fuori tutto è magnifico
Non lo prenderò come un rimprovero
È possibile abbia sogni sbagliati
Un po’ illusi al momento
Mi appartengono

Gigi

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Testamento

Scritto da Magamagò il 15 giugno, 2017
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TESTAMENTO: dal greco diatheke “patto”

Come dite dottorè? Si lo so cos’è il testamento biologico, o dichiarazione anticipata di trattamento. Non ho studiato molto ma mi tengo aggiornata, leggo, guardo la televisione e se non capisco qualche parola guardo nel vocabolario, o domando a qualcuno perché tante parole nuove o straniere nel mio vecchio vocabolario non ci stanno. E poi penso, ragiono; ho tanto tempo ora, e il corridoio davanti alla Rianimazione è così tranquillo, così silenzioso. E sono d’accordo, penso che sia giusto decidere tutto della propria vita: cosa leggere, quale scuola frequentare, quale professione intraprendere, chi sposare, a quanto andare in macchina…
Prendiamo tante decisioni  nella vita che anche l’ultima spetta a noi. E se non ci arriviamo dobbiamo essere aiutati, perché non si è tanto autonomi con un tubo in gola, un tubo per fare pipì, un tubo per mangiare, non si è tanto autonomi se non si muove neanche un dito, si battono solo le palpebre; e invece i neuroni, quelli sì che si muovono, con le sinapsi a posto e con le idee chiare in testa, ma costretti in un modo che non si augurerebbe neanche al peggior nemico.
E se poi il cervello non c’è più, o quasi, allora si deve avere il diritto di essere aiutati nell’ultima decisione, quella pensata magari tanto tempo prima ma mai rinnegata.
Come dite dottorè? Dovete mettergli un altro tubo? Se serve fate pure.
Vi ricordate tutto quel putiferio riguardo a quella bella ragazza in coma, quella col padre che voleva scegliere per lei e liberarla, e condannare se stesso ad una vita con questo macigno addosso? Se invece di far circolare quella bella foto, quell’immagine di un momento felice, avessero pubblicato una foto di com’era diventata dopo anni di coma passati in ospedale, sia pure con tutti i riguardi, scommetto che molti “benpensanti” non avrebbero più gridato all’omicidio.
Dite che parlo troppo dottorè? Scusate, sì mi metto tranquilla, e certo che risponderò alle vostre domande. Non posso fare altro per lui.                          zzxv
Sì, non aveva malattie prima, sì era sano come un pesce il figlio mio, era anche donatore di sangue, ed era bello come il sole, tutto suo padre.
No, non mi aveva detto nulla, mi aveva sorriso… anzi no mi aveva detto “ci vediamo presto “, e poi se n’era andato.
A buttarsi dal ponte se n’era andato, con le pietre nelle tasche per affogare prima, prima che un’ultima voglia di vivere lo spingesse a nuotare verso la superficie.
Ma poi si salva, sì?
Ah, dite di no, che le cellule cerebrali sono state irrimediabilmente compromesse dall’anossia prolungata, che l’EEG è piatto da giorni, e ora non ce la fa più a respirare da solo. Ma il cuore è forte, dite.
E non vi rattristate per me, dottorè , sapete che si fa? Doniamolo a qualcuno questo cuore, e anche il resto, reni, polmoni, cornee, fegato, tutte quelle parti sane di lui che ancora restano e che  amavano la vita. Non come il suo cervello che come direttiva di fine vita lo ha portato su quel ponte a 20 anni. Il cervello è suo, ma il resto è mio, mio che sono la madre, che l’ ho messo al mondo, ma al mondo  ci siamo solo noi due, e dunque spezzettiamo questo figlio mio e facciamo vivere altri figli, in sua memoria. Questo deve essere l’unico testamento valido.
Sì mi calmo, sono calma, ma ora dottorè scusate, lo vado a salutare, a dirgli ” ci vediamo presto “, e poi le firmo tutte le carte che servono perché così avrebbe voluto fare il figlio mio, io lo so:
Magamagò
Per fortuna mia è tutta fantasia, ma credo molto in tutto quello che ho scritto.

Manca qualcosa?

Scritto da Giramondo il 01 giugno, 2017
cronache / 3 Commenti
foto di NC

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La guerra in Afghanistan (quest’ultima intendo…) è iniziata nell’Ottobre 2001…
Sì lo so, mi sembra già di sentirvi… ma che palle questo qui con la guerra in Afghanistan, e ormai non ne parla più nessuno, e cosa c’è da dire ancora, il solito pacifista rompiballe…
ALT, fermatevi un momento.
Rilassatevi, tranquilli… dedicatevi questi 10 minuti per finire di leggere.
Nessuna retorica pacifista.
Nessuna argomentazione politica da proporre.
Sono solo un chirurgo che lavora da dieci anni in paesi in guerra, e circa la metà di questi anni li ho passati in Afghanistan. Volevo semplicemente condividere alcune descrizioni cliniche dell’ultima settimana di ammissioni nell’ospedale dove attualmente lavoro, nel sud dell’Afghanistan.
Vediamo un po’.
A un bambino di 10 anni ferito da mina manca una gamba.
Ad una bambina di 12 anni ferita da mina mancano le due gambe e la mano destra; in poche parole, se sopravvive, avrà bisogno per tutta la vita di qualcuno che la spinga in sedia a rotelle perché con una mano sola proprio non si può.
Ad un bambino di 15 anni ferito da schegge di un missile mancano entrambi gli occhi; avrà bisogno per tutta la vita di qualcuno che lo aiuti a fare tutto.
A un bambino di 14 anni mancano una gamba, l’ano ed il pene, portati via da una mina; adesso però in più ha una colostomia ed un catetere sovrapubico che porterà per tutta la vita.
Ad una bambina di 4 anni (quattro anni) manca la parola: un proiettile le ha portato via lingua e mandibola ma le ha regalato una tracheotomia per respirare ed una gastrostomia per nutrirsi.
Anche ad un altro ragazzino di 16 anni manca la parola. A lui però la pallottola ha portato via il cervello temporo-parietale sinistro con l’area di Broca: è arrivato in pronto soccorso con la materia cerebrale che colava sulla barella e sul pavimento. Il suo Glasgow Coma Scale era 10, per cui abbiamo chiuso la sua ” dura mater ” con un bel patch di fascia lata della coscia; andrà a casa così: muto, parlando con gli occhi e paretico a tutto l’emisoma destro.
Diciamo che questi sono solo pochissimi casi di questa settimana; le ammissioni giornaliere variano dalle 5 alle 15 al giorno, ogni giorno; vengono ammessi solo ed esclusivamente feriti di guerra. Fate il conto in un mese, fate il conto in un anno.
Questo Ospedale ha 90 letti… sempre pieni.
Questa guerra, dicevo, dura ormai da 16 anni ( più o meno tre volte la durata della Seconda guerra mondiale, tanto per capirci ).
Alle persone che vivono qui cosa ha portato ?
Sono PERSONE, come me, come te che mi leggi. Sono esseri umani.
Sono bambini, bambini normali… bambini come tutti i bambini.
Manca qualcosa? Manca il senso di appartenere tutti alla stessa famiglia umana.
MANCA UMANITÀ.
NON C’È NESSUNA PIETÀ.

Giramondo

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5 marzo 2017

Scritto da Gigi il 15 maggio, 2017
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foto di EP

foto di EP

 

Appoggi il gomito.
Appoggi il gomito alle spondine,
fragile confine tra te e la malattia
e insieme limite di vite disarmate,
gabbia contro rovinose cadute
da superare come quella distesa infinita
che tiene lontano il miraggio
di un’Europa scintillante.
Ah, maledetta scala di Conley!

Avvicini il muso.
Avvicini il muso come un san Bernardo
dal tartufo umido
fino alla soglia prossemica
– lo spazio vitale di quella
indifesa faccia avvizzita –
non per annusare pannolini e malattie
(comunque, forse è un dono, hai poco naso!),
ma per fiutare l’odore degli anni.

‘Come sta, signora Carolina?’
(son tutte Caroline le nonne del mondo
quando fanno compagnia ai bimbi
e sempre mi ricordano la dolce Mucca Carolina
di un famoso formaggino).

‘Me lo dica Lei!’

Tutto-O-key tutto-O-key…

‘Le sue condizioni sono buone
e i suoi esami vanno davvero bene.
Solo un piccolo scompenso cardiaco
e una breve insufficienza respiratoria,
ormai superati.
Ma io intendevo chiederle se ha male,
se qualcosa le duole…’

‘No, non ho male’.

‘E’ fortunata, perché nonostante la sua età
– gira intorno ai cent’anni –
il fisico regge bene: è ancora in gamba!
E poi è molto lucida e ragiona con intelligenza.
Brava!’

‘La invidiamo molto’,
aggiunge con calore la Simo,
l’infermiera che ci accompagna nel giro visita.

‘Oh, non dica così, signorina!’
ribatte con gli occhi un po’ spenti,
lasciando entrare in tutti una goccia
di tristezza inaspettata.
‘E’ vero, ho ancora i figli
ed anche dei nipotini,
ma non dica così:
a questa età non rimane nulla da fare,
non si vuole più nulla’.

E forse, pensi, non hai più sogni:
touchè!

E allora, pensi,
quando sarò su quel giaciglio
– spero un bel po’ più in là (sono sincero!)
ma la vita è un soffio –
‘lasciatemi scavalcare quelle spondine,
anche se,
come sempre
e per tutta la vita,
cadrò ancora una volta’.

O se invece vorrete diversamente,
lasciatele su:
perché mi affiderò a voi,
senza timore
e non parlerò di eutanasia…

Purché ricordiate in ogni caso
di amare
quello che sono stato,
quello che sono
e quel che sarò.

 

Gigi

La vita prende il sopravvento

Scritto da Gio il 01 maggio, 2017
emozioni / Nessun Commento
Foto di HA

Foto di HA

Stanotte non posso dormire

e penso che sia perchè la mia testa non può contenere tutte le emozioni della giornata.

Ore 8.00 entro in ospedale e mi dirigo subito in terapia intensiva dove ho ricoverato 3 dei miei pazienti trapiantati di midollo. Rivedo i parametri della notte, tutti gravemente stabili, e comunico alle infermiere che ritornerò più tardi a parlare con le famiglie. Sono preoccupata per alcuni di loro.

Ore 9.00 45 minuti di lezione supercondensata sulle emergenze nel trapianto di midollo al gruppo di specializzandi appena arrivati. Sgomento sui loro visi.

Ore 10.00 convocazione urgente della direzione ospedaliera per discutere come gestire la famiglia di uno dei pazienti in terapia intensiva che ieri ha minacciato di morte lo staff medico e ha fatto comparire un coltello a serramanico dal nulla.

Ore 11.00 colloquio con la famiglia di un altro dei pazienti in terapia intensiva. Tobia, 7 mesi oggi, 4 settimane post trapianto. Purtroppo non ce la farà. Lo sappiamo da quando abbiamo guardato la TAC del torace di ieri che è invasa da una infezione fungina. Lo sappiamo perchè i suoi reni hanno smesso di funzionare nella notte e il suo fegato è imballato. Ora sono qui a convincere una famiglia che ha già perso altri figli in passato che insistere è inutile. Dopo un colloquio straziante i genitori ci chiedono di sospendere le cure (che in questo Paese è legale). Esprimono il desiderio che Tobia possa morire fuori dalle mura della terapia intensiva. Organizziamo i penosi dettagli della procedura. Lacrime e rabbia.

Ore 12.00 salgo in reparto per valutare con gli specializzandi gli altri pazienti. Tra cui Filippo che ha 6 anni, una leucemia mielolmonocitica recidivata 3 settimane dopo il trapianto e quindi ora è in palliazione. Padre straniero, vedovo da poco, aspetto l’interprete che viene ogni giorno per comunicare con lui. Morfina, ketamina e midazolam stanno facendo il loro lavoro. Filippo è vigile ma non ha dolore, ogni tanto ha un po’ di ansia e quindi ha bisogno di un po’ più di midazolam. Ma oggi verrà Superman a trovarlo, lui è contento. Chiedo alle infermiere di aspettare ad aumentare l´infusione, vorrei che fosse sveglio quando Superman sarà nella sua stanza.

Ore 13.00 una delle mie specializzande sta discutendo di fronte a un gruppo di colleghi i dati della sua tesi per cui abbiamo lavorato insieme. Sto per andare da lei ma la terapia intensiva mi chiama e non riesco a raggiungerla per tempo. Mi dispiace non esserci in un momento che so essere importante per lei.

Ore 14.00 nuova riunione per aggiornamento sulla famiglia che ci minaccia di morte, un sacco di scartoffie da compilare ma il nocciolo della questione è che questi genitori hanno un figlio gravemente malato e non ci sono scartoffie che toglieranno il loro dolore e la loro rabbia

Ore 15.00 Tobia è mancato. Nel giardino dell’ospedale, al sole, con la sua famiglia accanto.

Ore 16.00 entro nello studio delle infermiere e c’è una festa . Fiori, regali, i miei colleghi… è il mio ultimo giorno prima del congedo di maternità. Le immagini mi scorrono davanti come se fosse in un film. Non mi sento io la persona che stanno festeggiando. Non sono io che da domani non sarò coi miei pazienti per qualche mese. E soprattutto non posso festeggiare oggi, dopo Tobia, Filippo… il cuore fa a pugni con la mente.

Ore 17 altro giro in reparto per rivedere alcuni pazienti e parlare con le famiglie, Sofia, Luca e Sara stanno ricevendo una delle terapie più avanzate a disposizione per la loro leucemia super aggressiva. Famiglie che vengono da tutto il Paese per poter avere accesso a questo trattamento. Stanno andando bene per ora, tengo le dita incrociate. La loro guarigione sarebbe un traguardo importantissimo.

Ore 18 I neurologi vogliono vedermi per Alessandro, 2 anni, il terzo paziente in terapia intensiva. Sembrava migliorare ma forse negli ultimi due giorni i suoi sintomi si sono riacutizzati. Discuto con loro e con la sua mamma, donna fortissima che accompagna Alessandro da 12 mesi senza mai essere stata dimessa.

Ore 19 mentre esco dall’ospedale incontro Tommy in ascensore. 5 anni , 2 mesi dopo trapianto, anche lui venuto da lontano per ricevere una diversa terapia sperimentale. Sta molto bene, è uscito a fare un giro pomeriggio e sta recuperando le sue forze di giorno in giorno. I miei colleghi lo dimetteranno la prossima settimana .

Sulla via di casa penso che se avrò un decimo della forza che hanno le famiglie dei miei bambini sarò un genitore fortunato.

Ora pausa. La vita prende il sopravvento.

Ma come è difficile dormire stanotte.

Gio