Solstizio d’inverno

Scritto da TNT69 il 15 Maggio, 2012
emozioni / 1 Commento

Che strano, leggo i vostri racconti e poi mi soffermo sulle mie notti.

Voi tutti parlate di notti in cui i campanelli suonano, di monitor accesi, di vite da salvare, di lotte infinite per poter arrivare in pronto soccorso in tempo per non morire. Se arriva una chiamata o suona un campanello l’adrenalina va alle stelle, ci si prepara per l’incognita, cosa dobbiamo fare? Chi incontreremo? Cosa troveremo? Pronti all’impossibile.

Da me invece le notti sono per lo più calme, adrenalina molto poca e spesso messa in circolo più dai parenti in ansia che non dai pazienti. Quando suona un campanello si sa quasi sempre cosa ci aspetta…e a differenza di tutti voi noi non lottiamo per salvare la vita, la accompagniamo, ci sediamo accanto, cerchiamo di dare un senso a quell’ultima fase che qualcuno deve pur seguire.

Il mio direttore, pochi giorni fa, dopo la morte di un ragazzo di 11 anni, ha detto che facciamo un lavoro contro natura, mentre tutti salvano vite noi le accompagniamo alla fine senza tentare di salvarle, lo vorremmo, quante volte vorremmo che le cose non finissero così… Quanto senso di impotenza con cui fare i conti quando finisce una notte tranquilla dove avresti voluto salvare, ma hai dovuto accompagnare e dare/ darti un senso per la morte di un figlio giovane, di una madre o di un padre che lascia i suoi bimbi, un marito o una moglie con cui si è condivisa una vita. Molti non lavorerebbero mai qui, ma dopo 10 anni io scelgo ancora di starci, perché di preciso non lo so, credo che cogliere l’ultimo respiro di un essere umano ha un qualcosa di sacro, di unico e sicuramente ha un senso che non capisco ma che sento nel profondo e che mi da motivazione a continuare…e… la Croce illuminata della Chiesa di fronte a noi ( sarà un caso? ) mentre la notte volge al termine mi conferma nel profondo del cuore che un senso c’è.

TNT69

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Non lo so

Scritto da Bruno il 25 Aprile, 2012
emozioni / 1 Commento

Non è molto che lavoro in terapia intensiva ed ancora non riesco, e non so se ci riuscirò mai, a mantenere una certa distanza da te, che dall’altra parte del letto dove abbiamo messo tua moglie mi subissi di domande a cui non so dare risposte.

Non riesco a darti risposte, non perchè sono un infermiere e non posso comunicarti diagnosi, non perchè non conosca i meccanismi che hanno portato tua moglie da una banale febbre alla morte cerebrale, passando attraverso una meningite fulminante; non riesco a darti risposte perchè tu e tua moglie avete la mia età ed è difficile capire e farti capire come si possa morire per una febbre a trent’anni. Già da ieri mi ero fatto una idea di quale sarebbe stato il destino di tua moglie, ma non potevo dirtelo e quindi dovevo nascondere pensieri ed emozioni che avrebbero confermato quella sensazione che mi dici sentivi nella pancia.

Come ho visto fare da colleghi e medici, inizio ad usare termini medici come edema cerebrale, potenziali evocati, elettroencefalografia, che mi servono per continuare a parlare, perchè ho una paura fottuta che tu, inizi a dire quello che provi e che metta a nudo il mio senso di inadeguatezza, che tu faccia entrare in me il tuo dolore.

Forse il mio guscio è ancora troppo morbido, ma 5 minuti dopo le tue parole mi sommergono come un fiume giallo e denso nel quale non riesco a stare a galla, ma solo ad affondare sempre di più.

Ed il tuo dolore diventa anche mio, in un secondo i corsi su comunicazione diagnosi infauste, supporto ai parenti, distacco professionale, vengono cancellati come petali di ciliegio da un colpo più forte di vento.

Non riesco a guardarti negli occhi mi vergogno troppo.

Non posso neanche immaginare quanto tu stia male.

Mi chiedi perchè il linguaggio comune e quello medico siano così diversi, se uno ti dice che stanno provando a svegliare qualcuno, ti immagini che ci sia un miglioramento e che forse l’altro si sveglierà, non pensi che sia un test per valutare la gravità di un danno al cervello; se ti dicono che la situazione è stabile, pensi che la situazione non si sia aggravata, non che non ci sia più nulla da fare. Mi chiedi cosa ne sarà della tua vita di domani, come farai col vostro figlio di 4 anni, a cosa starà pensando tua moglie in questo momento, se può sentire la tua voce, se può percepire il tuo bacio sulla fronte.

Non lo so.

Mi dispiace.

Lei mie risposte perdono senso, ti sto rispondendo col cuore in mano e a fatica riesco a non farti notare il nodo che non permette all’aria di gonfiarmi i polmoni.

Esco dalla stanza, ma non riesco a smettere di pensare a quanto fragile sia il filo che tiene due persone che si amano insieme.

Finisco la guardia, tu hai deciso con un gesto di infinito amore di far vivere tua moglie nel corpo di altre persone che stanno male.

Torno a casa, spero che dimenticherò tutto e vado a dormire.

Al mattino davanti allo specchio di nuovo i polmoni non vogliono saperne di gonfiarsi e le lacrime escono senza nessuna smorfia del viso. Sento qualcosa dentro che non sarà più come prima, come se tu avessi scritto direttamente sulla mia anima.

Bruno

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Il mio nome è nessuno

Scritto da Nina-il gabbiano il 16 Aprile, 2012
cronache / 2 Commenti

Lui è arrivato per una telefonata fatta troppo tardi ma non abbastanza tardi.

Aveva una siringa nel braccio dicono, a sinistra, no… forse a destra, no… non so se fosse accanto a lui…. Non ha segni però.

“In un prato,  da solo, non aveva documenti” “È un tossico di sicuro e i documenti glieli hanno presi”.

Ma… è pulito. È abbronzato, dorato, non come chi lavora, non come chi sopporta il sole, odiandolo, cuocendoci sotto. Ha un’abbronzatura bella, di chi ha goduto al sole, si è rilassato, ha letto, parlato, bevuto.

Ha le unghie curate, di chi ha tempo per curarsele.

Le mani non sono dure, non ha le mani di chi si butta a terra sfatto dal veleno che ti fa godere del bene e ti abitua a godere del male, non sono le mani di chi dorme a terra in un marciapiede e non sente nè il freddo nè il caldo.

Gli occhi grandi senza odio. Non di chi ti urla che gli hai fatto perdere chissà quanto per la sua dose, quando gli fai il narcan, e lui ti odia perchè dovresti provarlo tu, ti dice.

Ha un fisico asciutto, muscoloso, di chi mangia “proteine” chè così gli hanno detto in palestra. Di chi donne ne ha una, ma anche un’altra e un’altra, che tanto lui non è geloso. Ma non ha nessuno accanto, adesso che le sue mani cominciano a gonfiare perchè lui comincia, forse, a non esserci più. Non ha l’N-20… ma non ha un nome! non ha un’età non ha una lingua parlata, non ha più nemmeno un colore di occhi, perchè questi gonfiano e non ci capisci più niente.

Poi arrivano “due”. Non hanno la divisa ma si capisce chi sono. Lei, tosta, si rabatta in una borsa da fotografa cercando un metro: ha un’altezza adesso. Lo sta fotografando con i suoi tubi, i suoi cerotti, i suoi sogni, i suoi occhi gonfi e i suoi capelli a spazzola così curati, un po’ grigi ma… “il grigio piace, gli avevano detto”. Foto, impronte, e foto e metro, e misuralo e guardalo e..

Ci interrogano “chi l’ha trovato?” … “non si sa, è scappato”….

“dov’era?”…. “ In un parco”….

“Ah, è uno pulito. Si sarà fatto per la prima volta. Per quanto ne ha?”  ….  “ Non lo sappiamo. È in coma, non reagisce.”

Vorrei morisse con un nome, con una persona accanto. Forse è un “clandestino”. E se lo è… lui è nessuno, lui non esiste. Forse la sua abbronzatura era il suo colore, da Magrebino o da Sudamericano.

Forse, boh, chissà. Però è morto senza essere qualcuno.

Nina-il gabbiano

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Notte in Hospice

Scritto da TNT69 il 06 Aprile, 2012
emozioni / 1 Commento

Silenzio, luci soffuse, il rumore del condizionamento.

Dopo aver finito il giro ci si sofferma davanti al computer, si abbassano le luci. Ci si scalda con un the caldo, ci si racconta un po’, la vita, le esperienze, ci si conosce o si discute degli eventi lavorativi. A volte si ricordano pazienti particolari, quelli che ci hanno insegnato qualcosa, ognuno ne ha uno diverso. Poi si gira per vedere se tutti riposano, chi dorme, chi è sedato. In qualche stanza qualche parente si ferma a fare compagnia al proprio caro.

Nel corridoio si mischiano i differenti respiri, come una musica. Poi un silenzio strano, lieve, un senso di pace. E’ tangibile, nessun campanello che suona, tutti dormono come non volessero disturbare o farsi sentire. Una presenza palpabile. E’ la Morte che aleggia, si aggira nel reparto, è tangibile, ma non fa paura, allevia le sofferenze, e sai dove potrebbe andare e vai dove pensi di trovarla e ti fermi per gli ultimi respiri del Sig…o della Sig.ra.

Assistere una persona che muore è come assistere ad un parto, testimoni di un passaggio, la fine di una vita terrena e l’inizio di qualcos’altro, ignoto, ma non temuto. Un mistero, un dono.

Grazie a voi che ho accompagnato in questi dieci anni di Hospice.

TNT69

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Quante ore

Scritto da Vitullio il 28 Marzo, 2012
poesie / 1 Commento

Quante ore e il tempo passa,

quante ore in questo silenzio rotto da sospiri, lamenti, fremiti.
Intanto il tempo passa, è passato.
Quante ore e quante ancora in una illusione di Vita.
La nebbia si leva, le luci si affievoliscono pian piano…

quante ore.

Vitullio

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Anima d’Africa

Scritto da manuele il 17 Marzo, 2012
testimonianze / 1 Commento

Congo, lago Tanganika.

Mattino, ore 6 precise. I canti “gospel” in lingua swahili della messa sono la mia sveglia. Apro gli occhi. Sul viso un sole enorme che mi riempie l’anima, entra nella mia stanza dalla finestra della ex missione dei saveriani abbandonata. Ogni mattina percorriamo in jeep una lunga strada di polvere rossa.

Colori vividi, mai visti prima, un cielo terso e d’un azzurro sgargiante. Un via vai continuo di persone a piedi, motociclette mai viste fanno da taxi, edifici in rovina e capanne lasciati così dalla guerra ai lati del lago splendente.

“jambooo ! munganga musungu, habari gani?” è il saluto che accompagna il mio esser uomo bianco e medico in missione, tra sorrisi e volti che mi guardano con occhi grandi e sereni, volti d’un colore d’ebano di antiche origini dell’uomo.

L’ospedale è fatiscente. Nei piccoli giardini circostanti, galli e capre, panni colorati stesi al sole, persino i guanti in lattice vengono messi all’aria per essere riutilizzati.

In sala operatoria si muore di caldo, ci saranno 50 gradi, ma oggi ho un ventilatore comperato ieri a Bujumbura dopo 4 ore di macchina.

A volte non riesco a credere a ciò che vedo, colera, lebbra, tifo, malaria, meningiti, tumori, gozzi grossi come meloni…  come faccio a curare cosi’, coi mezzi che ho?

Tra un intervento e l’altro esco a fumare una sigaretta e coi miei fratelli africani parlo un misto tra francese e swahili e le risate assordanti non mancano.

Sì perchè là non si parla sommessamente come da noi. E questo mi piace da morire. Ricordo che avevo un pacchetto di mentine. Le assaggiavano e ridevano di gusto…ma come? Non avete mai assaggiato la menta? Ahahahah fantastico.

Tra un reparto e l’altro percorro corridoi all’aperto con le donne che mi sorridono, si interrogano, c’è chi dorme sulle stuoie, chi cucina… giuro, c’è anche il coiffeur che taglia e pettina !

Bimbi che mi toccano i capelli biondi e lisci e ridono e ti saltano al collo….le mamme poi dicono loro che lui è l’uomo bianco, il “musungu”…Ma com’è possibile che queste persone che non hanno nulla riescano ad avere sempre il sorriso ?

La mia ombra si stacca da me al massimo di trenta centimetri. E d’un tratto fuori ed è buio.

Il sole cade alle sei precise, esattamente dodici ore dopo. Non ci sono lampioni, ci sono i grandi fari della jeep che ci portano a casa. Ma anche il buio sembra colorato e acceso da stelle grandi come sassi se guardo in alto…

E c’è un profumo accattivante nell’aria, di lago salato, di erba, di frutti, come d’incenso che miete la mia stanchezza. Ogni giorno e sera così per un mese.

Oggi si ritorna in Italia. I bambini della missione hanno un nastro di carta sulla testa con scritto in italiano “tornate presto”. Le mie lacrime sono cosi’ grosse, che non riesco quasi a vedere chi abbraccio ed è un coro di voci, di canti e ululati delle donne vestite a festa, con abiti lunghi dai toni accesi… Grazie Dio Onnipotente che mi hai fatto non fare ma Essere medico dopo un’esperienza così.

La mia anima è cambiata: è colma di quel sole, di quegli odori, di quei colori, di quegli abbracci di bimbi e amici, di lacrime e risate, del ricordo di quelle malattie così “distanti” da noi, del mio senso di impotenza ma di ritrovo continuo di vigore quotidiano, di dire a me stesso di non mollare mai, ma di pensare con calma a come affrontare tutto.

Grazie.

Ho imparato che la mia anima è fatta per condividere, per avere e donare empatia, come loro senza volere l’hanno donata a me. E io ritornerò là…presto, molto presto….perchè tutto questo mi manca immensamente e se ci ripenso mi viene un groppo in gola….

Manuele

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I miei tempi erano diversi

Scritto da Pills il 08 Marzo, 2012
pensieri / 2 Commenti

“Ehhh, certo che ai miei tempi era tutto diverso!”
Ricordo chiaramente i miei pensieri di bambina e poi adolescente nel sentire questa frase.
Non potevo credere che gli anni e il tempo potessero plasmare le persone, o meglio generazioni intere in modo così radicale.
Non mi pareva possibile che i bambini non avrebbero più avuto voglia di vedere Spiderman, I Biker Mice, gli orsetti Gummi, la Pimpa e l’Albero Azzurro.
Non mi pareva possibile che la boy band “Blue” si potesse separare un giorno e che le borchie sulla cintura passassero di moda.
Non mi sarei mai immaginata di lasciar andare i miei compagni delle elementari e di non aver più voglia di vederli tutti i giorni, così per quelli delle medie e anche per quelli del liceo.
A quattordici anni non mi sarei mai immaginata a ventun anni, a perseverare nei miei errori sentimentali, dopo una storia prematuramente seria.

Mai mi sarei immaginata sulle ambulanze, con la divisa arancione ad alta visibilità. Mi ricordo perfettamente da piccola in compagnia del nostro pasticcere di fiducia. Alla sera a volte andava nel laboratorio ma non nell’angolo con la planetaria, le fruste, gli stampi e le farine. Andava in un angolino diverso e prendeva un vestito arancione, si metteva questa grossa giacca con strisce catarifrangenti ed usciva. Una volta siamo andati a trovarlo, io e il mio papà. Mi ha detto con fare curioso:”Vuoi vedere un’ambulanza?”. Ricordo di aver annuito un po’ timida e di essere salita su questo Ducato bianco che mi sembrava gigantesco. Era giallo dentro e sapeva di disinfettante.
C’erano un sacco di oggetti strani, delle cinture, la barella col materasso e le sue cinture di sicurezza e una coperta. C’era una tavola di plastica che serviva a portare le persone e un’altra barella metallica. C’erano mascherine e scatole di guanti e cose appese alle pareti e i cassetti straripanti di oggetti.
Sono scesa aiutata dal mio papà, perché c’era un gradino troppo alto per me.

Quattordici anni dopo sfrecciavo nelle notti invernali con la zip della giacca palesemente troppo grande per me tirata su fino al naso, accompagnata da altri due figuri ugualmente abbigliati, dalla luce azzurra dei “funghi” e l’ambulanza sapeva dell’odore acre dei malati.
Ero un’aggregata, “arrivata ieri e con decorrenza domani” come ama dire il mio capo. Non sapevo nulla. Non sapevo usare un ambu, non sapevo del pehaft, non sapevo delle forbici di Robin. Una cosa la sapevo: era il 14 novembre 2009 e ero agitata perché c’erano più di trenta persone che non conoscevo ed ero appena diventata parte di quel casino.
Mi hanno fatta uscire subito. Ho girato tantissimo. Due psichiatrici, un neurologico piuttosto grave, un tossico piuttosto violento.
Nelle guardie a seguire ho imparato i nomi di tutti e di tutti gli oggetti della borsa e dell’ambulanza. Pizzetto mi ha insegnato a sbarellare con lui sopra la barella. Skywalker mi ha insegnato come si massaggia durante un servizio particolarmente intenso.
Ho lavato miliardi di volte quel pentolone gigante, quella padella per il sugo incrostata.
Mi sono sentita poco considerata mille volte. Mi sono chiesta altrettante volte il perché dell’atteggiamento dei miei superiori. Perché l’arroganza, il tirarsela, l’essere scontrosi e borbottoni.
Non ho mai fiatato. Ho sempre sopportato e ho ricoperto il mio ruolo: l’apprendista.
Ho fatto il corso faticando per il tempo da passare sui manichini, alle lezioni, a fare pratica. Ho passato gli esami in un tripudio di gloria. Era il febbraio 2011.
Nel frattempo sono entrati altri aggregati, molti dei quali estremamente curiosi, umili ed operativi. Questi sono miei cari amici, di quelli ai quali puoi insegnare e raccontare, con i quali ridi davanti a vignette e video in internet, con i quali ti senti fuori dal servizio, con i quali puoi confidarti e anche piangere.
Da marzo dico sempre più spesso “Ai miei tempi…”
Sono entrati una serie di personaggi poco umili e poco capaci. Pretendono di sapere già tutto dopo una volta. Si offrono di fare delle attività quali cucinare o lavare i piatti e poi si lamentano delle stesse attività pretendendo di non stare in sede in servizio ma di andare in postazione nonostante le loro scarse capacità (molte volte non dovute a loro stessi).
Ai miei tempi ho aspettato con ansia e agitazione l’opportunità di andare in Medicalizzata e ora che finalmente ci vado spesso, godo della fiducia che mi danno (se mi mandano in Tango vuol dire che mi reputano una persona in grado di cavarsela).
Ai miei tempi ci rimanevo male se finivo al centralino per tante volte di fila o se finivo in una postazione loffia.
Ai miei tempi stavo zitta per tutto e me la cavavo da sola e mi lamentavo tornata a casa
Adesso pretendono si scavalcare chi ha più esperienza, di andare dove vogliono loro, di non lavare mai, di non cucinare e di fare cose che non spettano ai non Militi.
Vogliono il sangue. Ma senza umanità, umiltà, pazienza e capacità di ascolto , il sangue ferisce e basta. Oppure ti passa addosso come acqua su un k-way. E perdi il senso di quello che fai e della persona che sta soffrendo dietro al sangue. Perdi il senso della parola Volontario. Diventi Sanguinario e basta.
Ed è da persone vuote.
Ho ventun anni. E in squadra c’è chi dice che io sia più umile, matura ed esperta di persone di trenta-quaranta-cinquanta che sono capricciose ed impazienti.
Ai miei tempi questo non era la norma.

Pills

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Il filo rosso che ci unisce

Scritto da massimolegnani il 23 Febbraio, 2012
cronache / 2 Commenti

Sabato mattina, reparto zeppo di variegata umanità.

Parecchio lavoro e una piccola fortuna, il buon affiatamento con infermiere e mamme con cui divido quelle ore. Alle mamme, che sono qui da qualche giorno, piace assistere ed essere partecipi di una specie di teatrino che improvvisiamo per le stanze, che le faccia sentire ancora vive, sapere la gravità dei figli eppur trovare il tempo breve delle risa. Fabio, per esempio, a due anni è un veterano d’interventi al cuore non sempre andati bene ed ha una mamma tenace, una specie di Penelope che nel silenzio tesse le speranze, tesse e sorride. Così a metà mattina Laura, l’inserviente che sembra la Litizzetto, si presta a punzecchiarmi e a ricevere bordate in mezzo al corridoio. Motivo del contendere è il risotto col radicchio che lei ha in programma di cucinare stamattina, nei ritagli di lavoro.
- Verrà la solita schifezza che dovremo ingurgitare a forza per non offenderla.
- Dutùr, si leccherà la pentola come sempre con quella sua lingua da vecchio formichiere.-
- Laura lei è meglio in cucina che in reparto, è vero, ma è la differenza che c’è tra zero e meno uno.-
- Le darei una mestolata sulle orecchie
da gonfiargliele un altro po’ che già così mi sembra Dumbo.-
Ride la piccola folla, ride la mamma marocchina che pure non capisce una parola d’italiano, ride la mamma di Fabio che profetizza divertita:
- Vedrete, capiterà l’urgenza al momento sbagliato e allora, buono o cattivo, addio risotto. -

Barbara, in effetti, arriva poco dopo la mezza e a Laura si smorza in gola l’annuncio di pronto in tavola. La conosciamo Barbara, quando arriva passa tutto in secondo ordine. Ha sedici anni e una rara malattia che le rovina la vita. È una bella ragazza, ingabbiata in un gonfiore non suo, me la ricordo prima che iniziasse la terapia, mora e slanciata con gli occhioni neri.
Oggi ha gli occhi persi, come ubriaca. L’hanno portata col 118 direttamente in reparto, che la madre gridava di non perdere tempo in Pronto Soccorso. Adesso è lì, distesa sul lettino, bianca e gialla come un cencio lavato male e fatica a respirare, anzi è già così sfinita che non fatica più, rinuncia quasi a respirare. L’ausculto in fretta ma so già, i polmoni sono a bagno nel suo sangue. Laura, Alessandra ed io facciamo come automi i gesti dell’urgenza, la vena, l’ossigeno, il monitor, i liquidi, un prelievo, la saturazione.
Riusciamo a riportarla ad una ossigenazione accettabile, ora possiamo ragionare. E ragionare significa decidere a chi rivolgerci. Non è una paziente che si possa gestire in pediatria, Barbara ha bisogno di un reparto di rianimazione, qui o a Torino. Lo spiego a sua mamma. Lei guarda la figlia che ha sentito le mie parole e subito si è agitata dietro la maschera.
- Non mandatela via. Barbara ha bisogno di stare tra gente che conosce. Io le devo stare vicina per rincuorarla.- L’anno scorso in rianimazione è stato un dramma. Le ho giurato che mai più.
Il monitor lampeggia e gracchia a ricordarci la gravità della situazione. Dico alla donna che è un grosso rischio trattenerla qua, Barbara potrebbe non farcela. Ma la signora ha gli occhi lucidi e quella calma determinata che non mi lascia scelta. La sistemiamo in una stanzetta senza altri ricoverati e lei, da quando ha capito che resta con noi, è più tranquilla anche se sta molto male. Faccio venire in reparto il collega della rianimazione, che sia al corrente del caso e sia pronto a intervenire se necessario.
Alessandra trotta da una parte all’altra e non sbaglia una mossa. Laura usa la sua arma migliore, la parola, chiacchiera con madre e figlia, racconta, distrae. Barbara ascolta, non ha certo la forza di rispondere, ma a un certo punto le affiora anche un sorriso.
Così passano le ore in questo vivere precario, fatto di affanno e attesa.
Ho concordato la terapia con quelli di Torino ma è soprattutto l’assistenza respiratoria che conta in questi casi.
Do il cambio a un collega e vado qualche ora a casa.
Quando torno a sera, la situazione non è cambiata. Barbara è sotto ossigeno al 100%, ma l’ossigenazione del suo sangue è sempre bassa.
Sarà una notte lunga.
Ora c’è Emilia a lavorare, poi arriverà Sandro. Sono i due infermieri migliori e questo infonde fiducia a tutti, a me per primo. E nessuno protesta per un compito difficile che forse nemmeno gli compete.
Barbara si agita, ha un dolore insopportabile al petto, come un infarto, ma non è il cuore, sono i polmoni che si espandono e premono. E con l’agitazione peggiora il rendimento respiratorio. Tornano i rianimatori, diventano figure familiari per madre e figlia. Insieme concordiamo di usare la morfina. Potrebbe deprimere il respiro, ma noi speriamo che alleviando il dolore il beneficio, anche respiratorio, sia superiore al danno. Barbara si acquieta, non ha più male, e soggettivamente si sente meglio, anche se il monitor non è d’accordo. Si lascia bucare per i controlli senza protestare e poi s’assopisce. Riparlo con la mamma, ho un cauto ottimismo ma insisto anche sulla necessità della rianimazione al minimo peggioramento. Nel sonno le cose vanno abbastanza bene, ma ogni volta che la ragazza si sveglia la saturazione scende. Andiamo avanti di morfina e cortisone e tanto ossigeno. Noi che le stiamo intorno alterniamo fiducia e preoccupazione. La paura è tanta, ma il clima è buono.
Attraversiamo la notte senza accorgerci.
Al mattino la situazione è immutata. Barbara è più rilassata, dice qualche parola, ma il suo respiro non va bene. La mamma capisce e la prepara con dolcezza alla necessità di altre cure che noi non possiamo fornire. Qualche lacrima riga il viso dietro la maschera, ma non è più il rifiuto del giorno prima. Le hanno detto che la mamma potrà starle vicino quasi tutto il tempo, Barbara accetta. Così l’accompagniamo in rianimazione. L’accolgono bene, a coccole e sorrisi. Le sistemano uno scafandro in testa che le manda ossigeno sotto pressione. È un aggeggio fastidioso, ma sempre meglio che essere intubati. E la saturazione finalmente sale.
Torno a trovarla nel pomeriggio. Ha avuto il permesso di sfilare il casco per mezz’ora. Si sta facendo pettinare. Nella saletta dei visitatori i suoi amici la salutano dalla telecamera. Lei li guarda nel televisore e solo quando è ben pettinata si mostra loro in video. Questo mi dice del suo miglioramento più dei tanti monitor.

Scendo in reparto, incontro la mamma di Fabio, che oggi non va tanto bene. Eppure la donna come mi vede, finge di proteggersi con un braccio:
- mi creda, non volevo portarvi così tanta sfiga! -
È una mamma coraggiosa, che sa ridere tra una lacrima e un patema.

Ecco, mi fermo qui, a metà di una domenica. Questo non è un racconto, dalla trama ben confezionata e dalla conclusione chiara, è un tratto di vita, dove tutto s’intreccia e resta lì sospeso, incerto, fino alla fine.
Ma l’altra notte ho visto il filo rosso che ci unisce, tutti.

Massimolegnani

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Obiezione di coscienza

Scritto da blue dolphin il 04 Febbraio, 2012
cronache / 9 Commenti

Pomeriggio di guardia. Ostetricia.

Mi annunciano il menù di oggi: una parto-analgesia da iniziare e un cesareo della mattina da rivedere in reparto. “Ah, sì, e poi c’è l’IVG, dottoressa.” Già, siamo ad agosto: il distretto sanitario dove si fanno abitualmente è chiuso, quindi, eccezionalmente, ce ne occupiamo qui in ospedale. Da quando lavoro qui non mi era ancora capitato.

Mi chiedono se sono obiettrice. Che strano, ogni volta che sento questa espressione: obiezione di coscienza, provo come un fastidio. Obiezione…bellissima parola. Coscienza…ancora più bella, vibrante, dignitosa. Come mai messe insieme non mi fanno più una bella impressione, allora? Come la nutella e la maionese! Sarà qualcosa di personale, senz’altro.

Sarà, per esempio, che penso al mio collega della mattina che ha “obiettato”, così che una donna che era qui dalle sette, pronta e digiuna, sta ancora aspettando che qualcuno la chiami. Con i propri pensieri e le proprie paure.

Quando rispondo ”scusate ragazze, ma vi sembro un prete o un’anestesista?” vedo facce inacidite intorno a me …no, decisamente l’ironia non è la miglior virtù delle ostetriche.

Almeno non di queste.

Ci siamo tutti, si può chiamare la signora. Non è che sia stato così facile, però: un’ostetrica di sala, obiettrice, è stata sostituita da una del reparto. Idem per il ginecologo. Tutti i presenti hanno esercitato la propria scelta, come prevede la legge. Il che dovrebbe farmi supporre che per tutti noi quello che stiamo per fare è solo un atto medico. Nessun giudizio, no? Anche perché, tecnicamente parlando, si tratta di una routinaria revisione di cavità, tale e quale a quelle spontanee, come se ne fanno tutti i giorni, mattina e pomeriggio. Naturale o volontaria che sia, non sono affari nostri.

La mia supposizione è evidentemente sbagliata. Il clima è un po’ teso, imbarazzato. Vado a conoscere la donna, visita e domande di rito, torno in sala operatoria, annuncio il nome della paziente che sta per entrare e subito si alza un coro di galline:

“ma…è italiana??”.

Beh, santiddio, è vero che siamo ormai un melting pot, ma ancora qualche paziente italiana ci è rimasta! “No, sa, è che per fare certe cose, di solito sono straniere…”.

Certe cose”.

A 33 anni dalla 194. Un pomeriggio di agosto del 2011, nel civilissimo ospedale multiculturale di questa regione così “avanti” in Italia (beh…ti piace vincere facile, eh?), in mezzo a persone, non dico intelligenti -la mancanza di ironia era già un triste indizio- ma con un livello di istruzione cosidetto superiore, che non si dichiarano obiettrici… ecco il tabù che proprio non ti aspetti.

Chissà, forse per alcuni è così difficile accettare quelle “certe cose”, nascoste sotto le sigle di IVG, RCU, 194 (che poi sempre un aborto è), che l’unica soluzione passabile che hanno trovato è stata quella di immaginarsi sempre e solo una derelitta: straniera, senza permesso di soggiorno, povera, poverissima, magari anche violentata. Ah, sì, di sicuro è stata violentata poveretta, sennò come si spiega? Invece no, eccola lì l’impunita: è italiana, così a occhio direi ceto medio, niente lividi morbosi sul corpo. Non è un’adolescente sprovveduta. Non sembra neanche una tossica. Eccola là, a sbattere in faccia a tutti i presenti la propria scelta. Questa donna aveva il diritto di scegliere e l’ha esercitato. Avrà passato settimane a pensare, considerare, immaginare, come una partita a scacchi in cui ogni azione ha una conseguenza. E questa è la sua mossa con le sue conseguenze. Questa è la sua obiezione. E’ lei l’obiettrice di coscienza. E noi non ne conosciamo le ragioni, nè sta a noi conoscerle o tantomeno supporle.

Sono molti mesi che lavoro in questo ospedale, ma ci voleva un pomeriggio di agosto in cui il distretto sanitario è chiuso per accorgermi di quanto possano essere imbarazzanti persone con cui lavoro tutti i giorni. Persone che lavorano da sempre con le donne e per le donne: gentili, cordiali, capaci di fare un complimento ad una mamma persino davanti ad un neonato palesemente brutto, a dare loro coraggio anche quando la situazione sembra sfuggire di mano e che adesso hanno improvvisamente difficoltà a guardare questa donna negli occhi e ad essere altrettanto gentili e incoraggianti; colleghi che hanno vite spesso “non convenzionali”: tante ostetriche e dottoresse hanno figli senza essere sposate, tra gli uomini solo due ginecologi non sono (ancora) divorziati, una OSS è una lesbica dichiarata… Tutto questo è accettabile. Anzi di più: è giovane, è moderno, è anche un po’ “di sinistra” se vogliamo buttarla sulla politica!

Invece la scelta di una donna che ora è nuda davanti a noi che siamo vestiti…no, non lo è altrettanto, evidentemente. In nome di cosa, di grazia? Di una vita potenziale? Ma se adesso, proprio davanti agli occhi, abbiamo una vita reale e non riusciamo a trattarla con rispetto?

Colgo sguardi complici e borbottii a mezza voce “ma quanti anni avrà?”. La donna se ne accorge ma sta zitta.

Urlerei io, in compenso. Sono così imbarazzata per i miei colleghi che non mi basta più fare da sola sforzi di gentilezza alla signora.

Che poi, a dirla tutta, non è che l’empatia con i pazienti sia proprio la mia miglior virtù… Mi auguro che il midazolam della premedicazione (tanto midazolam!) la immerga nell’oblio e nell’amnesia. E ringrazio il santo propofol, quando il sonno profondo mette un muro tra lei e quell’idiota che dice “Certo che a quell’età lì una dovrebbe saperlo come si rimane incinte, no?”.

Perché, durante un’emicolectomia, non sento mai dire “Certo che di questi tempi lo sanno tutti che le carni rosse e i salumi fanno venire il cancro, no?”

Cinque minuti. Tutto questo teatrino per cinque minuti di intervento. Pago il mio buon midazolam con un risveglio un po’ più lento e poi a letto.

Il pomeriggio prosegue e anche le mie riflessioni. Mi chiedo se sia stato un caso: una congiuntura di persone particolarmente stupide tutte nello stesso turno? Può darsi, conosco tanti colleghi che non si sarebbero comportati così. Ma se un giorno ci fossi io lì, nuda come un verme? Un preservativo bucato, una pillola saltata, una spirale dispettosa…la mia obiezione di coscienza…mi addormenterei sapendo che, appena chiusi gli occhi, qualcuno si farebbe i cazzi miei.

Passano le settimane. Mi capita di leggere un libro, ormai un “vecchio” libro: “Lettera ad un bambino mai nato“, 1975. Beh…non è poi un vecchio libro: forse oggi che una madre sia formalmente signora o signorina importa meno di allora, ma per il resto sembra che in quelle cento pagine si svolga il mio anacronistico pomeriggio di guardia. Ed è triste.

Leggo: “…Il suo delitto non ha attenuanti, signori. Perché lo commise in nome di una illegittima libertà…”

Mi chiedo, nel 2011, come e da chi una qualsivoglia libertà possa essere ancora dichiarata illegittima.

Blue Dolphin

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Farfalle nella notte

Scritto da Pills il 23 Gennaio, 2012
cronache / 2 Commenti

“Oggi mi sento in forma, ma c’è un sottofondo che guasta tutto. Diffidenza? Presentimenti? Chissà…”
Io e il mio compagno di nottata ci avviciniamo alla postazione medicalizzata. Tempo di scendere dalla macchina e scambiare due parole con i colleghi smontanti, veniamo investiti da Mike e India per un dolore toracico a 5 minuti dalla postazione. Per fortuna è un falso allarme e ce la caviamo in un tempo ragionevolmente breve.
Le ore passano e la sensazione è ancora lì, addormentata nel mio “di dentro” da qualche parte anatomicamente sconosciuta ma di una pesantezza palpabile.
“Scemenze – mi dico – sarà la cena mangiata in fretta”
Passa un altro servizio, un Rosso finto e il mio autista riceve il cambio.
“Ecco Pizzetto, per fortuna gli piace questa postazione. Siamo in una botte di ferro!”
Aspettiamo ancora un po’ perché le 01.00 di venerdì notte non sono un’ora tarda.Mentre Lucarelli parla di Sant’Anna di Stazzema noi soccorritori ciondoliamo sulle sedie col sonno che sale, mentre il Mike dorme come un bambino, perso nei sogni, le mani agitate da scatti. Sgattaioliamo nella nostra stanza e, data la buonanotte spegniamo le luci in un fruscio di federe e lenzuola monouso. Morfeo è pronto a posare la sua mano sulle nostre teste e farci appesantire gli occhi nel torpore, ma la sua opera viene stroncata dallo squillo impertinente del telefono.
Mentre Pizzetto accende la luce io prendo il servizio. È un vago Giallo generico in luogo pubblico, mi dicono di un cinquantenne a terra in agitazione. Tempo di mettere giù il telefono spunta il Mike assonnato sulla porta con l’aria interrogativa che si confà ad un servizio delle 2 di notte. Gli porgo il servizio leggendogli la mia brutta scrittura peggiorata da una penna fallata. “cos’è qua? 500? Ahhh è 50 anni…certo che si vede che vuoi fare il medico, Dottoressa!”. L’unico Mike che mi chiama Dottoressa e si ricorda il mio nome di battesimo nonostante le collaborazioni distanziate nel tempo.
Arrivati sul posto troviamo, con mio sommo orrore, la mia sensazione. È un signore magrolino che si muove con un’agitazione cieca e ha uno sguardo spalancato in un mare di terrore. Le sue urla sono rotte e noi, intrufolandoci in mezzo ad esse lo carichiamo senza tanti complimenti sul telo, sulla barella e poi in ambulanza.
Ci blindiamo nella nostro mezzo e non c’è più Tavor in frigo. L’India gli fa un’iniezione attraverso i jeans. Le braccia però sono ancora agitate e in tre, tra imprecazioni e suppliche riescono ad incannularlo. Intanto l’ossigeno non basta più. Desatura. Il Mike ha già dichiarato “Miosi e poca reattività alla luce”. Mike e India si osservano, lei burbera ma competente, Lui giovane ma operativo. “è brutto” dicono insieme. Decidono per l’intubazione.
Nel marasma di oggetti fuggiti dal borsone nella confusione iniziale recuperano il kit e procedono a infusione di liquidi e farmaci. “Dottoressa, mi dai una mano? Prendi questo, mettilo sul dorso della mano e lubrifica il tubo quando te lo dico,ok?”
Le mani mi tremano e con loro una fialettona di anestetico, una di fisiologica e una siringa per l’intubazione. Riesco anche a passare una benda e il mio cerotto che porto sempre in tasca all’India. Mike riesce ad intubare subito il paziente e può finalmente ventilarlo.
Un momento di assoluto silenzio piomba nell’abitacolo dell’ambulanza. Mike si gira e anche io. Sono agitata perché di tre farmaci che mi hanno chiesto non ce n’era nemmeno uno nello zaino ma solo altri parimenti utilizzabili ma a me sconosciuti. Sono agitata per lo sguardo del nostro paziente, fisso e spaventato. Sono agitata perché non avevo mai assistito ad un’intubazione, né tantomeno partecipato seppur in minima parte. Mike mi fissa con uno sguardo strano fisso nei miei occhi, come solo le persone coraggiose sanno fare. In un sussurro mi dice: “Il signore muore o rischia grosso. Lo sai?”. La mia sensazione si siede dentro di me ed esplode. Eccola confermata.
Annuisco gravemente. Il paziente arriva vivo in ospedale e anche quando torno indietro a riprendere Mike e Telo portaferiti ha un rassicurante bip-bip attorno a sé.
Sono in un bagno di sudore, ho le ginocchia che mi fanno male come tutte le volte in cui sono tesa. Io e Mike entriamo nella benefica arietta fresca.
Mi sento liberata dall’afa, dal caldo, dalla sensazione accovacciata  in me dall’inizio del servizio. Mike si gira verso di me. Ha qualche anno in più di me ed è lo specchio di come vorrei essere io alla fine della Facoltà: operativa, umana, fresca e sorridente.
“Brava Dottoressa” mi dice.

La sensazione scompare in una moltitudine di farfalle. Una per ogni desiderio, una per ogni sogno, una per ogni speranza.
Sono davvero tante.
Sono proprio belle.

Pills

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