Non solo Barbapapà

Scritto da supergiovan8 il 10 agosto, 2016
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foto di PB

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Alì (nome di fantasia che sostituisce un nome ben più complicato di “Armando”) sta nel suo letto bello pacifico.

La collega in consegna mi ha descritto il decorso post operatorio, le infusioni in corso e lo stato generale del malato: buono.

Entro subito in camera per dargli un occhio; è in prima giornata e anche se non fosse stato nella prima stanza sarei comunque andato subito da lui per avere un’idea precisa di chi fosse e se necessitasse di qualcosa, e poi perché era anche il più “critico”. Dal corridoio, dove ci sono circa un milione di gradi Celsius si passa nella stanza, che aveva la porta socchiusa, con una temperatura di circa 28° C: è evidente che per chi continua a fare dentro e fuori il trauma è importante e continuo (sigh!!!)…

Gli allarmi dei monitor sono già impostati al 100% e tutti i tubi finiscono nel posto giusto. Entrando lo saluto, con la moglie che amorevolmente gli stava rinfrescando il viso che subito mi fa spazio per i vari controlli.

Vedo un uomo, lungo e scuretto, che giace pacifico in un letto forse troppo corto per lui ma comunque adeguato per certe circostanze, tipo dopo un’operazione chirurgica di quelle toste.

Mi avvicino e gli dico, brandendo il termometro timpanico:

“Come sta? Tutto bene? Oggi pomeriggio ci sono io, le serve qualcosa?”

Placido, mi risponde:

“Se se, me sto bè…fa’n pò calt ma va bè isè dai!”

Rimango di stucco, ma non è un barbatrucco: parla il mio dialetto!

Ah, la globalizzazione…ah no, l’immigrazione…

Ma questi ci vogliono rubare pure il dialetto? Una volta non volevano soltanto le nostre donne?

Ah no, scusate, questa è solo una persona emigrata qui da circa 30 anni che si è integrata, ha lavorato duramente e ora, come una normale persona ammalata, si fa curare.

E la morale di questa storia è che il tipo mi ha fregato col dialetto, ma solo col dialetto. In questi tempi di paura verso “l’altro” è molto semplice tacciare tutti i “diversi” come terroristi, invasori e fuori posto; la verità è che questo signore è stato, ed è, una risorsa e come tale va tutelato; perché né io né voi né la maggior parte delle persone che conosco in fonderia a lavorare ci andrebbero mai.

Lui sì. Per 30 anni lo ha fatto, per uno Stato che non era il suo (mentre la pancia sì, chiaramente).

E’ un dare e ricevere più che equo, secondo me, questo. Evviva i vari Alì!

Supergiovan8

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Reperibilità

Scritto da zarianto il 02 agosto, 2016
cronache / Nessun Commento
foto di HA

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Driiin!!! All’una di notte…suona il cellulare! “Vieni giù che c’è casino!” .

Accidenti! Proprio mentre pensavo di averla sfangata e finalmente, sotto il peso di palpebre inesorabilmente calanti, affievolitosi il consueto stato di vigile allerta, mi arrendevo al sonno ristoratore, sullo scomodo divano anti…coma di casa, già, opportunamente in abiti civili, coi piedi avvolti da assai ginniche scarpe, da linea di partenza! Bisogna andare!

Nel “minor tempo possibile” , come recita il contratto, esco, mi reco all’auto, metto in moto…e via.

In piena notte, la strada è veloce. Anche i semafori dormono, ignari degli attraversamenti pedonali e uniche luci nel buio, insieme ai miei fari.

Il silenzio è rotto dalle languide note dell’autoradio, disattente rispetto alle vendite, ma suggerite dal gusto personale del DJ e cariche di giovanili ricordi, spiagge notturne, lune gigantesche e stelle luminose, in costellazioni appena riconoscibili, scarsamente efficaci nell’attutire la solitudine del viaggio a rotta di collo verso l’ospedale, ma perfettamente idonee a sottolineare la meraviglia dei contorni sfumati delle strade, degli edifici, dei monumenti e dei parchi, nascosti, pudici e ritrosi, nell’oscurità.

“Al mio arrivo”, come suol dirsi…il caos! Il Pronto Soccorso collassa inerme sotto l’incessante e martellante stridore delle sirene, a scandire senza sosta il trasporto di pazienti in codice rosso, con l’impietosa e marziale cadenza di…uno all’ora!

Salto così dal paziente precipitato dal secondo piano, a quello shockato per cause da determinare (di ndd, in gergo tecnico), dall’infartuato semicomatoso, a quello in preda a una gravissima crisi asmatica, trovando il tempo di sfanculare l’infermiera di reparto (me ne scuso siceramente e profondamente) inpanicata per la novantenne morta stecchita nel suo letto, in un lago di sangue, districandomi tra il posizionamento in serie, a mo’ di catena di montaggio, di tubi endotracheali, linee arteriose e venose centrali, drenaggi pleurici…e quant’altro…con una puntatina in emodinamica, al seguito di un paziente sanguinante in addome!

L’alba mi coglie a scrivere montagne invalicabili di consulenze che sembrano la trama di un romanzo fantasy, in cui, per puro miracolo, non si verifica la strage di innocenti!

Inizia la danza degli occhi alla ricerca di lancette d’orologio sempre più lente col trascorrere del tempo, fino a quando, giunte le 08.00, alla buonora, posso abbandonare…l’incubo e tornare, un po’ più lentamente per il traffico e i semafori svegli, a casa…tra lenzuola accoglienti e non più in pole position sul divano…di partenza!

Il risveglio pomeridiano mi allarma il giusto sugli accadimenti reali, anziché onirici, poiché in quindici anni, mai si era verificato alcunchè di simile! Che sia l’inizio…della fine? “Speren de no!”.

Zarianto

Rivelazioni

Scritto da Pills il 29 maggio, 2016
poesie / Nessun Commento

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La voglia è tanta, il tempo è poco.
La lido brucia, la NIV spinge.
La cava è fissa, il catetere è vuoto.
Il rene è pigro, il sangue tinge.

La vertebra crolla, l’aorta si scassa
Non è polmonite, c’è forse una massa.
Di mille e una sfiga sei l’attore primo,
dall’altro lato anche io parzialmente subivo.

L’ago taglia ma non abbastanza,
Per i primi punti ci vuole costanza.
Occhio al repere, scegli la sonda
Più che una tendina mi pare un onda.

L’aria e l’Eco, la deiscenza e l’anastomosi.
Gli elettrodi e il sudore, sono tutte purtroppo nemesi.
Trenta chili di documenti
più che informazioni son nocumenti.

Su dalla sala, giù in RIA
non vedi l’ora di poter andare via.
Si vive, si muore, si così così.
Meglio gli estremi che stare lì.

La madre dispera, la moglie resiste
Il figlio supporta, il marito assiste.
La cute è dura, il cuore è elastico
ogni tanto è un bolo amaro ciò che mastico.

C’è chi chiacchera e c’è chi è più schivo,
ciò non vuol dire che di cuore sia privo.
Chi non ti aspetti ti terrà la mano
il suo supporto non sarà vano.

Un bravo o un grazie messi al giusto posto
sollevano l’animo anche a chi invece di vino
si sente mosto.

 

Dedicato a chi all’inizio mi intimoriva e invece inaspettatamente mi sta facendo sicura per la scalata.
Avete una pazienza infinita anche di fronte alla mia ignoranza o alle mie insicurezze. Invidio la vostra imperturbabilità.
Dedicato anche ai pazienti che rispondono al mio saluto da dietro il vetro quando arrivo e quando me ne vado dal reparto.
Mi scaldate il cuore. Anche quando tremo dalla paura, anche quando vi faccio male, anche quando vi nego l’acqua.

Grazie. Di cuore.
Uno dei tanti “mosti” di passaggio

 

Pills

L’ora dell’EPA

Scritto da rem il 08 aprile, 2016
testimonianze / Nessun Commento
Foto di HA

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Le tre è sempre l’ora dell’edema polmonare acuto

Equilibri neuroumorali, convergenze astrali o solo un dispetto per non farmi dormire

Questo EPA è ultranovantenne affetto da una forma di demenza degenerativa, forse a corpi di Lewy, con psicosi allucinatoria. Nessuna pretesa di autosufficienza, nessuna pretesa di consapevolezza. E’ solo respiro affannoso, gorgogliante da diagnosi che fai sulla porta della stanza. E’ solo fibrillazione atriale veloce già nota e senz’altro già in terapia anticoagulante, magari un Noa che è più nuovo e costoso, sia mai che gli venga anche un ictus come a quelli della vecchia generazione

La sua testa finisce presto dietro un scafandro di plastica, gonfio che potrebbe prendere il volo come un pallone aerostatico, il bottiglione ai piedi del letto ‘sbolla’, il catetere vescicale, -vuoi non mettere un catetere ? – sgocciola poche urine chiare in attesa che migliori l’acidosi respiratoria. Quanto interesserà del suo pH a questo ometto che non sa più neanche chi è, chi sono i suoi , chi siamo noi, dove si trova e perché gli abbiamo infilato la testa in un sacchetto ?. Chissà se intuisce che non vogliamo soffocarlo ma farlo respirare meglio, chissà se gliene importa qualche cosa. Se solo ce lo avesse scritto. Se avesse lasciato un biglietto con scritto: “ Lasciatemi andare, è arrivato il momento, non è che ci tenga tanto a stare al mondo in questo stato. Io sono stato ben altro, ero una persona in gamba, ho visto il mondo, ho amato, ho viaggiato, ho letto, ho vissuto per bene; non mi posso lamentare. Quella che vedete è solo la fine della storia e… ragazzi… prima o poi la storia finisce, fatevene una ragione anche voi e lasciatemi andare”

Gli allarmi del monitor si placano, il sacchetto del catetere si dilata gentilmente sotto la spinta dell’urina ora paglierina, quasi gialla, la saturimetria non lampeggia più, è fissa sul 95 che non usciva da tanto. L’ometto ci guarda dallo scafandro sembra appena sbarcato da un pianeta alieno e credo che lo sia. Sono le tre e quarantacinque, a quest’ora le ore si scrivono per esteso perché passano lente sembrano zavorrate alla realtà e non passano mai

Ricovero l’ometto novantenne e non so neanch’io se gli ho fatto un gran favore.

Ma è quello che sappiamo fare e lo abbiamo fatto.

rem

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Passo e chiudo

Scritto da Magamagò il 03 febbraio, 2016
emozioni / 2 Commenti
foto di HA

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Mi mancheranno… i rumori sommessi dei monitors di notte e le luci azzurrate in modalità sleep che rendevano tutto un po’ fiabesco, facendomi sperare in un lieto fine…

Non mi mancherà scoprire che dovrò fare due turni in più a settimana perchè l’Azienda non sostituirà la collega in maternità…

Mi mancheranno le consegne mattutine, lunghe, corte, accompagnate dal profumo del caffè preso in fretta davanti al computer dove appare la cartella informatizzata …

Non mi mancherà l’apparente asetticità delle parole scritte al PC che sintetizzano, o dilatano, un turno massacrante in Rianimazione …

Mi mancherà l’orgoglio di vecchietta non tecnologica che per amore dei pazienti, e solo per loro, ha imparato a destreggiarsi nel mondo dell’informatica …

Non mi mancherà il chirurgo strafottente che non sa e non vuole riconoscere le proprie inadeguatezze, e dall’alto del suo metro e novanta pensa di aver ragione di me, alta un metro e un barattolo ma con tanta ragione da vendere…

Mi mancherà quella solidarietà di fronte ad un’urgenza, il momento in cui devi accettare anche umilmente il consiglio dell’infermiere smanicato che ne ha viste più di te e per questo ha la chiave giusta per aiutare il tuo paziente …

Non mi mancherà la rabbia di un’inchiesta assurda e immotivata, basata su luoghi comuni di magistrati ottusi, incapaci di comprendere che siamo un gruppo con un solo scopo: migliorare la situazione di una persona inerme che ci è stata affidata da Qualcuno che tutto sa …

Non mi mancherà di essere padrona del mio tempo, sempre sacrificando famiglia, affetti, sogni, al lavoro, agli orari impossibili, alla mancanza di levità nello svolgerlo…

Mi mancherà l’illusione di poter essere utile a chiunque possa aver bisogno di me, perché le sofferenze altrui sono sempre più importanti di me stessa…

Non mi mancherà il cinismo e l’indifferenza di chi ha scelto questa professione per motivi egoistici e di interesse …

Mi mancherà il rumore dei miei passi lungo i corridoi dell’ospedale, il brusio continuo di sottofondo, il cigolio delle barelle in movimento …

Non mi mancherà scoprire una volta di più che mancano le risorse, umane e tecnologiche, ma non mancano le buone idee, per cui bisogna fare salti mortali come al solito, e inventare nuove soluzioni possibilmente a costo zero…

Sono più le cose che mi mancheranno che le altre, per fortuna, e ancor di più col passare dei giorni me ne renderò conto, e sarà bello scoprire che le scelte fatte a vent’anni si sono rivelate, per me, vincenti; ma insomma, anche se continuo a sognare l’ospedale, anche se mi sveglio sempre alla solita ora anche senza sveglia, anche se lunedì o domenica non fa differenza … c’è poco da fare: SONO IN PENSIONE !

S’era capito ?

 

Magamagò

La morte è un viaggio?

Scritto da supergiovan8 il 16 gennaio, 2016
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“E vado via, vado via 

prendo il largo 
nessuno mi sentirà 

Vado via e insieme a me 
verso oriente 

c’é il sole che nasce la “

(Verso Oriente – Timoria)

 

Dopo una domenica in famiglia purtroppo caratterizzata da un paio di screzi, che mi hanno demolito il morale, e un pisolino di quattro ore è giunta l’ora di montare notte. Fuori piove a dirotto e il vento ulula peggio di un coyote.

In guardiola c’è la collega del pomeriggio che mi accoglie sorridente. Lei ormai qualche mese fa mi ha accolto e fatto amare la cardiochirurgia e credo rimarrà a lungo un punto di riferimento. Ora la mia giornata cambia un po’ e mi sento più tranquillo, meno incazzoso.

Mi racconta della serata precedente trascorsa con la famiglia quando a un certo punto, spiazzandomi, a caso nel mezzo del discorso, fa: “…ah è morto Tizio! Emotorace massivo, han provato a rianimarlo in stanza tendandole proprio tutte ma non ce l’ha fatta!”.

Bestemmio a bocca chiusa. Una sensazione di disagio mi pervade. Sono allibito, incredulo, ancor più incazzato.

Ieri, poche ore dopo che era salito dalla rianimazione, lo salutavo mentre gli mettevo su un Lasix in 250. La moglie mi chiedeva se andava tutto bene e dopo averla rassicurata salutavo lei, il figlio e mi davo appuntamento alla sera successiva con quell’uomo, quel fratello, quel marito, quel padre sempre in quella stanza, dove sarebbe stato adornato da qualche tubo in meno.

Ora, invece, c’è una famiglia che piange e un padre, un marito, un fratello, un uomo in meno. Questo è terribile e ingiusto. È terribile questa precarietà. È terribile la malattia e in questa notte mi viene da odiare un po’ l’ospedale, quest’ultimo capro espiatorio di un male invincibile.

La malattia è ingiusta e terribile, ma è.

La notte è quasi finita. Il vento fischia ancora come per accompagnare più velocemente la sua anima in un luogo adeguato. Lo spero tanto.
Il sibilo, però, è anche per me, per non farmi sentire troppo solo in una notte troppo calma, troppo lunga, troppo dura.

Mai dura, però, come quella di quel fratello, quella moglie, quel figlio a cui il fato ha strappato un affetto gigante senza che nemmeno si immaginassero che la sera prima lo avrebbero salutato per sempre.
Il colpo di grazia arriva mentre faccio i prelievi: tra le tante provette ci sono ancora le sue.
Prima di cestinarle un po’ di mal di stomaco e un’ultima considerazione: ieri la mia giornata è stata decisamente fantastica.

Addio uomo, addio fratello, addio marito, addio padre.

Supergiovan8

Il Maresciallo se n’è andato

Scritto da Mentepreziosa il 06 dicembre, 2015
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foto di EP

foto di EP

Alto, elegante, profumato, curato; il ciuffo bianco sempre ben lisciato all’indietro, fino all’ultimo; gli occhi chiari e buoni sempre vividi, nonostante la miosi dei giorni vicini alla fine; l’eloquio elegante, gentile, rispettoso come può averlo solo chi è abituato al rispetto della gerarchia, non solo formale ma anche sostanziale. L’ultima settimana l’ha trascorsa quasi muto, senza riuscire ad articolare altro che qualche sillaba afona, qualche smorfia sofferente, qualche lieve lamento: “non fa niente che non riesce a parlare: ci intenderemo a gesti! Le fa male qui? E qui? Mi fa vedere la lingua?”.

Ridotto allo scheletro di sé stesso, mangiato dall’interno da quella stessa belva cui aveva tenuto testa, guadagnando dieci anni di incredibile sopravvivenza (dato per morto un’infinità di volte, si era difeso così strenuamente da sopportare resezioni epatiche, chemioembolizzazioni, termoablazioni ed infine, quando si era ormai constatata la progressione allo stadio multifocale, la chemioterapia e gli scompensi sempre più frequenti, che ne avevano deformato i tratti e l’addome), superando la rottura delle varici esofagee, l’oliguria e l’ischemia che probabilmente ha spento le sue parole, si è consumato lentamente, proprio come una candela, man mano che le funzioni superiori del suo corpo venivano meno.

Sembra ancora così strano non vederlo al mattino, al giro visite; sembra ancora così inconsueta l’assenza del suo nome nella tabella dei pazienti da dividersi; sembra così dolce, delicata, attesa la sua morte da non essere quasi compatibile con l’idea di sofferenza.

Eppure. Che ne so di cosa si agitava nel suo cuore negli ultimi mesi e più ancora negli ultimi giorni, intuendo a cosa sarebbe andato incontro, perfettamente vigile ed orientato, quando alla mia domanda sorridente “come andiamo oggi, Maresciallo?” rispondeva a gesti “e come vuole che vada? Sto morendo”; non potrò mai comprendere quali immagini si dipingevano dietro le sue palpebre quando tentava di gridare di staccare tutto, di non fare più niente, di lasciarlo morire; non sarò mai abbastanza sapiente da discernere se per un uomo sia meglio avere una fibra forte e sopportare settimane di agonia per separarsi dolcemente e poco a poco dalla vita oppure avere un cuore debole, che al primo accenno di edema polmonare, si dispone al riposo.

So per certo però che ho il dovere di non sprecare gli ultimi giorni di vita di un uomo, di non lasciarlo assopito nel suo letto come se fosse già morto, visitarlo come se fosse già morto, toccarlo come se fosse già morto, parlarne come se fosse già morto; mi rendo conto sempre di più che non posso entrare in ospedale pensando di non sorridere: il sorriso è troppo prezioso; loro sentono terribilmente il sorriso, perché dice che non stanno sopravvivendo solo per morire più tardi, solo perché il loro corpo si rifiuta di lasciare la presa ma perché possono ancora ricevere e possono ancora dare. Ci ha ringraziati “per tutto”, con le lacrime agli occhi: a me non hanno fatto paura quelle lacrime, le avevo anche io; mi ha fatto paura la sua paura davanti all’ultimo istante, quella paura che è così ben conficcata nel nostro cuore da avere pudore a vederla negli altri.

E allora l’ho accarezzato, come al solito, come ogni mattina, sulle guance e sulla fronte, gli ho stretto forte la mano e ho sostenuto il suo sguardo perché sapesse che c’eravamo, che lo accompagnavamo e che non aveva sbagliato a riporre la sua fiducia in noi, volendo trascorrere in ospedale gli ultimi momenti, piuttosto che rimanere a morire nel suo letto. Si è congedato da noi con la gentilezza con cui ci si era proposto, dai suoi nipotini con la dolcezza di non rifiutare la loro visita, dai suoi figli con la serenità di sostenere il suo rifiuto all’accanimento terapeutico, dalla moglie con la consapevolezza di aver camminato con lei fin dove poteva.

Ed è morto con qualcuno di noi, perché morire durante un turno di guardia in cui tutti i medici non sono del reparto è troppo brutto. Ed è svanita tutta la sofferenza, tutto l’orrore, tutta la greve atmosfera che pesava su quelle ultime due stanze del reparto: l’altro higlander se n’era andato il giorno prima, nel suo letto. Rimane solo il sollievo, perché tutto è compiuto e i commenti degli infermieri e dei colleghi, “perché era una brava persona”.

Il Maresciallo se n’è andato. Davanti alla morte siamo tutti uguali, non contano titoli, onori, ricchezze ma certi ruoli, ai più fortunati, rimangono addosso per sempre. E se i pazienti sono tutti “Signori”, qualcuno è anche “Dottore”, “Professore”, “Maresciallo”. Da parte nostra, forse, riconoscere questa fusione tra la persona e il ruolo che aveva nella società, persino in un letto di ospedale, è un modo per vedere l’Uomo oltre la malattia, oltre il numero di registro; è restituire all’ammalato la dignità che merita per il solo fatto di stare lì, nudo, davanti a noi, vestiti. Che non sia mai un bieco strumento di potere asservito ad altrettanto immondi favoritismi verso “il Dottore” piuttosto che verso “lo straniero, il tossicodipendente, la casalinga,…”, perché davanti alla sofferenza siamo tutti uguali e ciò che ci distingue è solo quanto riusciamo a non diventare cattivi.

Mentepreziosa

Solidarietà

Scritto da Nanu il 18 novembre, 2015
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foto di RdR

foto di RdR

A: Un paziente HIV positivo per un rapporto sessuale occasionale, recentemente operato per un carcinoma esofageo.

B: Un giovane ragazzo con morbo di Still in attesa di intervento chirurgico per acalasia esofagea.

C: Un giovane albanese operato d’urgenza per una perforazione gastrica qualche ora dopo il suo approdo sulle coste italiane.

Tre storie lontane, in comune il corridoio di un ospedale. A chiede ai suoi figli di acquistare del vestiario per C che non possiede altro in Italia che i vestiti che indossa, consola la mamma di B in attesa dell’intervento, e si precipita dal giovane B appena rientrato dalla sala operatoria per un saluto. La mamma di B assiste ormai quotidianamente suo figlio e C, la cui mamma è troppo lontana. C racconta la sua storia e rassicura B sulla riuscita dell’intervento, al suo rientro dalla sala gli mostra le sue stesse foto poco dopo l’operazione per dirgli quanto presto tornerà anche lui a sorridere.

La solidarietà nel dolore tra le corsie di un ospedale avvicina storie lontane e offre la possibilità di scoprirsi migliori, ed anche nella malattia utili, e talvolta perfino essenziali per gli altri. È a questo che voglio pensare in quei giorni in cui questo lavoro vorrei non averlo scelto.

Nanu

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Dimissioni

Scritto da Rachele il 06 novembre, 2015
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ETC, Sierra Leone, 4 Marzo 2015: dimissioni di Fisher e di Emannuel

EMANNUEL

Il 3 gennaio viene ricoverato Emannuel, trasferito da un altro ospedale insieme al nonno e a due cugini. Le sue condizioni sono fin dall’inizio molto gravi, diarrea profusa, sanguinamenti dalle mucose e severa disidratazione, dolori addominali e stato di agitazione. Lui nemmeno si rende conto ma nel giro di una settimana tutti i suoi parenti ricoverati nella stanza accanto muoiono nonostante le cure intensive. Le condizioni di Emannuel peggiorano nel corso dei giorni e i parametri respiratori e renali indicano che non è in grado di andare oltre senza l’aiuto delle macchine, decidiamo di intubarlo e di iniziare una dialisi. E’ il nostro primo paziente intubato, per cui siamo molto cauti nelle manovre e attenti nell’assistenza infermieristica. Le condizioni di Emannuel rimangono critiche per diversi giorni e non consentono di svegliarlo per diverse settimane poi piano piano lui comincia a risvegliarsi, la coscienza riaffiora, pur molto debole pensiamo si possa tentare una estubazione. La scommessa è vinta, giorno dopo giorno lui torna al mondo, reimpara a mangiare e bere con enormi difficoltà e poi anche a parlare. Dopo due mesi di permanenza nella “zona rossa”, ci chiede un telefono per chiamare la sua famiglia, è il tempo della dimissione ormai e con enorme gioia di tutti noi lo accompagniamo alla porta e lo riconsegniamo ai suoi parenti, le emozioni, il pianto e il riso sono di nuovo presenti sul suo viso così come nei suoi parenti che ormai non ci speravano più. E’ stata durissima ma la vita ha vinto questa volta.

FISHER

Fisher fa parte di un gruppo di pescatori che ha contratto una forma gravissima di Ebola. Ci viene trasferito insieme ad altri 13 pescatori che si sono ammalati durante una battuta di pesca contraendo la malattia da uno di loro che è morto durante il viaggio.

Lui è un ragazzone di 25 anni forte e gentile, le sue condizioni sono critiche fin dall’inizio, ha i polmoni pieni di liquido, fatica a respirare, la funzionalità renale gravemente compromessa. Davanti a lui, uno dopo l’altro muoiono tutti i suoi compagni ammalati. La notte che va in edema polmonare non abbiamo ventilatori disponibili, sono tutti occupati, decidiamo di provare a dializzarlo in mondo da riuscire a portarlo al mattino. La morte di un paziente è la salvezza di Fisher. Lo intubiamo e ventiliamo e continuiamo a sostenere i parametri vitali con farmaci e con la dialisi. Le sue condizioni migliorano, guarisce dall’Ebola ma il suo risveglio è molto lento. Anche lui piano piano torna al mondo dei vivi e finalmente viene estubato e ricomincia a bere e a rialimentarsi. Ci dice che ha una moglie e tre figli che per fortuna stanno tutti bene, vuole chiamare la sua mamma che se lo viene a riprendere dopo un mese di ospedale. Sono abbracci, lacrime e tanta gioia per noi e per loro. Torna a casa Fisher, ne è valsa la pena anche solo per te.

Rachele

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Viaggio nell’inferno di Ebola

Scritto da Rachele il 28 ottobre, 2015
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foto di EG

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Dicembre 2014-Gennaio 2015 Sierra Leone

Nel mese di dicembre i casi sono ancora 80 al giorno e Lakka è sempre pieno di pazienti, le ultime piogge sono finite e lasciano il tempo alla stagione secca, talvolta dei tramonti superbi ci sorprendono mentre siamo sulla strada di casa che corre parallela all’oceano.

Il lavoro è sempre frenetico, non facciamo in tempo a dimettere malati che altri sono già in attesa e purtroppo la malattia colpisce anche i nostri collaboratori.

Obay lavorava con noi nell’ospedale chirurgico di Goderich e ora come igienista nel Centro di Lakka. Viene ricoverato nel Centro come caso sospetto e purtroppo gli esami del sangue mostrano una compromissione d’organo molto grave fin dall’inizio, si conferma positivo per l’Ebola. Ha una diarrea talmente profusa che lo sfinisce, lo reidratiamo con le infusioni endovenose e lui risponde bene alle cure e ci lascia sperare che andrà bene ma dopo 7 giorni ha un aggravamento con febbre alta e difficoltà respiratorie. La sua ultima notte Obay chiede da mangiare e uno dei suoi colleghi entra in tenda per portargli del cibo. Lo chiama ma Obay non risponde, il collega lo scuote e tenta anche di fargli un massaggio sul torace mentre io e Marco l’infermiere di turno, assistiamo impotenti fuori dalla tenda. Quello che segue è un dei miei ricordi più commoventi: entrano altri 2 igienisti per preparare il corpo e quando la salma è pronta, tutto il personale comincia a cantare davanti alla tenda, canzoni religiose cristiane anche se Obay è musulmano, le donne in segno di grande dolore si tolgono le parrucche e i loro acuti lamenti lacerano la notte calda, i ragazzi si percuotono il petto e pestano la terra coi piedi, lacrime di dolore e rabbia perché questa malattia tremenda non ha risparmiato il loro amico e collega. Lentamente la salma viene portata verso l’obitorio sempre accompagnata da tutti noi che da fuori continuiamo a pregare e cantare. Riposa in pace Obay e che Dio accolga la tua anima.

Il tempo corre e il nuovo centro da 100 posti letto è quasi pronto, i sierraleonesi lo hanno già chiamato White House, vengono fatti i preparativi per allestire i 24 letti di terapia intensiva con tutto il necessario per monitorare, ossigenare, ventilare e incannulare i pazienti, arriveranno presto anche ventilatori e due macchine per la dialisi. I logisti fanno colloqui ogni giorno per trovare il personale che serve, per insegnare loro le procedure di vestizione e per formare gli igienisti che si occuperanno dei malati. Alla fine abbiamo assunto 700 persone tra infermieri, igienisti e addetti alle pulizie e alla sorveglianza.

Noi intanto riceviamo il primo gruppo di medici e infermieri inglesi che avrebbero dovuto darci una mano nella gestione del nuovo centro di trattamento da 100 posti letto. Una serie di incomprensioni e di divergenze sulla gestione di questi malati portano tutto il gruppo inglese a lasciare la missione una settimana prima dell’apertura del nuovo centro. Una campagna mediatica molto negativa su di noi ci lascia amareggiati e delusi, forse abbiamo peccato di ingenuità nel pensare di poter dialogare scientificamente con ministri e responsabili della sanità di questo paese senza tener conto che dietro ogni cosa anche qui ci sono interessi di multinazionali più portate a sperimentare il farmaco miracoloso sull’africano, in modo da averlo pronto per quando un europeo o un americano si ammalerà. Farmaci dai costi impossibili che non saranno mai disponibili in Africa.

Siamo di nuovo soli ma dobbiamo serrare i ranghi perché il Centro si deve aprire comunque e il 15 dicembre trasferiamo tutti i pazienti positivi al nuovo ETC, Ebola Treatment Centre. Lakka rimane un Holding Centre dove vengono ricoverati i malati sospetti in attesa dell’esame che conferma o meno la malattia. Siamo l’unica organizzazione del paese ad avere contemporaneamente un Holding e un Treatment Centre per Ebola.

Nel frattempo, un prete cattolico che vive nella baraccopoli di Waterloo ci segnala la presenza di numerosi casi di malati che spesso non riescono a raggiungere i centri di trattamento. A Waterloo, che dista un ora e mezza da Goderich, vivono 20000 persone tra sierraleonesi e profughi liberiani che dopo le guerre civili hanno perso tutto. In realtà passando tra le capanne dai tetti di lamiera e le strade di terra battuta abbiamo una impressione di ordine e pulizia che non c’è negli slum di Goderich o Freetown. Waterloo è stata una delle zone più colpite dal virus, la cintura sanitaria ha spesso solo impedito che arrivassero approvvigionamenti di cibo piuttosto che la fuoriuscita di malati. I nostri logisti aprono un centro sanitario all’interno di una scuola, per l’isolamento e poi il trasporto dei malati a Lakka con la nostra ambulanza. Vengono anche formati 90 volontari che facendo parte della la comunità, sono in grado di rintracciare il maggior numero possibile di casi sospetti e trasferirli nel centro di holding.

I primi giorni il nuovo ETC ci sembra un mostro bianco gigante in cui perdersi, siamo passati dalle tende a una struttura in muratura in cui la temperatura all’interno consente di stare anche più di due ore e di avere tutto il necessario per una terapia intensiva e sub intensiva. La sensazione di vuoto scompare subito perché in pochissimi giorni tutti i 24 letti di terapia intensiva sono pieni e a Natale sono ricoverati 36 pazienti. Arrivano a darci una mano un gruppo di infermieri e medici coreani che con qualche difficoltà linguistica sono però molto utili nel seguire i malati meno critici mentre noi ci concentriamo sugli altri.

Tutto sembra procedere per il meglio e sono in arrivo nuovi infermieri di terapia intensiva dall’Italia ma poco prima di Natale una triste notizia ci getta nuovamente nello sconforto, un nostro infermiere internazionale si ammala di Ebola e decide di rimanere in Sierra Leone e di farsi curare all’ETC, la pressione psicologica è enorme e non passa giorno che non mi ritornino in mente le facce dei tanti che non ce l’hanno fatta. Lui nei primi giorni cerca il conforto nelle nostre parole pure sapendo bene quale può essere il decorso della malattia ma mai si scoraggia o si lascia prendere dalla disperazione, passano sette giorni in cui la prognosi è incerta finché lentamente ma inesorabilmente comincia a migliorare e dopo 20 giorni viene dimesso guarito. Il giorno della sua uscita dal centro è uno dei ricordi più belli, di nuovo tutto lo staff che canta e balla ma questa volta canti di gioia e di ringraziamento.

Da quando abbiamo aperto il nuovo ETC sono passati tanti pazienti e queste sono le storie di alcuni di loro.

Arrivano da Waterloo entrambe portate dalla nostra ambulanza al Centro Holding di Lakka, lei si chiama MARIATU è una giovane madre che porta in braccio una bimba di 2 anni ALIMA, sono sospette di contagio in quanto sono state in contatto con la nonna che è morta di Ebola. La bimba ha la pelle che brucia tanto è alta la febbre che la sta consumando, non con poche di difficoltà si riesce a farle il prelievo per vedere se è malata e cominciare le infusioni endovenose per idratarla. Il mattino successivo arriva il risultato del laboratorio, sono entrambe positive con una carica virale molto alta e vengono trasferite al centro di trattamento. Mariatu sta molto male e dal suo letto segue la sua bambina che viene trattata in maniera intensiva fin dall’inizio. Sappiamo che l’Ebola non lascia quasi mai scampo a bambini così piccoli, però Alima è forte, risponde alle cure, si mette persino a mangiare latte e biscotti, siamo ottimisti e lo diciamo anche alla mamma che intanto lentamente migliora al punto che la trasferiamo nel reparto sub intensivo. Dopo 9 giorni però Alima continua ad avere la stessa carica virale dell’inizio della malattia, il suo fisico non riesce a sconfiggere il virus, ci guarda stanca, mani e piedi sempre gonfi e gelati, il respiro è un soffio ormai, dopo 11 giorni di battaglia anche la sua anima vola via. Lo diciamo alla mamma che voleva vederla un ultima volta ma non può, piange la sua figlia più piccola che non c’è più, portata via da questa peste moderna e mentre la guardo mi vengono in mente le parole del Manzoni che descrive la madre di Cecilia: “Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato”.

MUSU è una bella ragazzina di 15 anni che ha avuto contatti con due sorelle ammalate di Ebola ed entrambe sopravvissute e lei ha tutti i sintomi della malattia ma tutto sommato le sue condizioni generali sono buone. Infatti dopo pochi giorni nel reparto intensivo viene trasferita in quello dei malati meno gravi finché una notte ci chiamano gli infermieri perché Musu è agitata, il respiro affannoso e superficiale, il cuore che batte veloce, ci guarda senza capire perché improvvisamente sta così male ci chiede di aiutarla e di non farla morire. La trasportiamo di corsa nel reparto intensivo, sotto ossigeno, antibiotici e monitoraggio dei parametri vitali ma l’insufficienza respiratoria è grave e temiamo il peggio. Dopo 36 ore di cure intensive la situazione si sblocca, Musu riprende a respirare normalmente, torna ad avere il suo bel viso disteso e ci chiede che cosa le è successo perché ora vuole tornare a casa dalle sue sorelle e la sua mamma che la stanno aspettando. Dopo 15 giorni Musu esce dal nostro ospedale e riabbraccia le altre sorelle sopravissute.

Sono i primi di gennaio quando ci viene trasferita dall’ospedale cinese di trattamento per Ebola un intera famiglia di positivi: SARAH il nonno di 80 anni, SAIDU un ragazzino di 10 anni, BOI la sorella di 14 anni e un altro nipote EMANNUEL di 17 anni. Il nonno è quello che sta apparentemente meglio ma dopo due giorni improvvisamente si accascia nel letto portandosi le mani al torace e muore così senza che possiamo fare nulla. Il nipotino più piccolo è molto grave ha i polmoni intasati di liquido e secrezioni, lo intubiamo, ventiliamo, trasfondiamo, sosteniamo la pressione del sangue con farmaci ma nulla lo strappa alla morte. Nel letto davanti a lui, la sorella Boi è anche lei in condizioni critiche, semicosciente, il rene è compromesso ma ancora in grado di sostenere una diuresi adeguata, ci sembra che stia rispondendo alle cure, ha avuto delle piccole emorragie, è stata trasfusa con plasma e sangue e sembra stabile, finché improvvisamente un pomeriggio mentre la mobilizziamo per lavarla ha alcuni colpi di tosse seguiti da una emorragia inarrestabile dalle vie aeree, in pochi minuti muore in un lago di sangue. Siamo sconvolti dalla rapidità del quadro e anche perché pochi nostri pazienti sono morti di shock emorragico acuto. Tristemente un altro cadavere è lavato e preparato per il team delle sepolture che come moderni monatti vengono a ritirare i corpi per le inumazioni secondo le regole che l’epidemia impone.

MOHAMED ha 50 anni e vive a Waterloo con suo figlio e la moglie madre di 4 bimbi, quest’ultima da giorni sta molto male, ha febbre diarrea e vomito, potrebbe essere Ebola per cui chiamano la ambulanza per portarla nei centri di raccolta, l’ambulanza però non arriva cosi Mohamed e suo figlio la portano con l’auto di un loro amico all’ospedale cinese che tratta malati di Ebola, il più vicino a Waterloo. La donna muore dopo pochi giorni, la casa di Mohamed dove vivono altre 15 persone viene posta in quarantena e dopo una settimana, lui stesso e il figlio vengono ricoverati da noi, il contatto con la donna ammalata ha trasmesso loro la malattia. Anche la moglie di Mohamed, nonna Margaret e i suoi 4 nipoti dai 4 ai 10 anni vengono segnalati come casi sospetti e portati a Lakka in attesa del risultato degli esami. I bimbi sono spaventati, hanno tutti la febbre alta e sono tutti positivi per la malaria, noi cominciamo a sperare, nonna Margaret fa loro coraggio mentre gli infermieri mettono loro le cannule venose e iniziano la terapia per la malaria e la reidratazione endovenosa. Mentre sono in tenda con loro Margaret mi chiede di suo marito e io non posso che dirle che sta molto male e che molto probabilmente non ce la farà, lei si gira per non farsi vedere dai nipoti e comincia a piangere silenziosa, mentre i bambini che hanno già perso la mamma la guardano perduti. Vengono tutti dimessi, risparmiati dall’Ebola. Nonno Mohamed invece viene intubato e dializzato ma muore dopo pochi giorni. Il figlio ricoverato nel letto a fianco al padre lo vede trasferire in un’altra camera e capisce che le sue condizioni sono molto gravi. Una notte parliamo di suo padre che non c’è più, lui si rifiuta di mangiare e bere e noi dall’interno dei nostri scafandri cerchiamo di consolarlo dicendogli di farsi forza perché deve pensare ora ai suoi bambini che hanno solo più lui e nonna Margaret. E’ lenta la sua guarigione ma alla fine anche lui ce l’ha fa e può tornare a casa.

Ebola per mesi ha seminato la morte tra le famiglie, uccidendo un padre o una madre, lasciando talvolta indenni i più deboli o i più vecchi, altre volte invece non risparmiando nessuno. Ha stappato piccoli figli alle madri che sono sopravissute, altre volte i genitori sono morti lasciando orfani sulle spalle della comunità e tanti sono questi bambini a cui qualcuno dovrà pensare. L’epidemia ha messo vicini musulmani e cristiani sia come pazienti che come infermieri, ricchi e poveri hanno condiviso le stesse paure e angosce e pianto i rispettivi morti. Sono state mobilizzate migliaia di persone per lavorare nei centri di raccolta e di trattamento: operai, spaccapietre, ingegneri, studenti di medicina e non solo, infermieri, cuochi, igienisti, cleaners. Canzoni e ballate sono state scritte per sensibilizzare la popolazione sull’Ebola, per esorcizzare la paura della morte e per dare speranza ai malati. Le città sono state tappezzate di cartelloni sull’Ebola e le radio non facevano che parlarne ogni giorno, dando le cifre ufficiali dei nuovi casi e dei morti provincia per provincia. Come nella immaginaria peste di Orano qui tutto si è verificato nella realtà e noi ne siamo stati testimoni.

Le grandi organizzazioni si sono date più da fare a giustificare di avere sul campo i massimi esperti dai grandi stipendi piuttosto che capire scientificamente qualcosa di questa malattia. Non posso dimenticare i vari visitatori del CDC di Atlanta per esempio che sono passati tante volte nei nostri centri dicendoci che ai loro internazionali era vietato l’ingresso in zona rossa. La cooperazione inglese invece ha fatto molto per questo paese costruendo i centri di trattamento da 100 posti letto ma con quale ritardo sono stati preparati? Se tutto fosse stato pronto almeno 3 mesi prima quando la gente moriva come mosche, quante persone si sarebbero potute salvare? Ad agosto qui è stato un inferno, 28 cadaveri in un giorno solo nel nostro centro di Lakka dove i pazienti entravano e morivano di emorragia o all’improvviso per arresto respiratorio o cardiaco. A dicembre ormai eravamo scesi a 80 casi al giorno e nessuno dei centri da 100 posti letto (ne sono stati costruiti cinque) ha mai raggiunto la piena capacità. L’ETC (Ebola Treatment Centre) da 100 posti letto è l’unico in Africa ad avere una terapia intensiva per malati di Ebola e tutto questo grazie all’impegno e al lavoro di squadra di tutti noi e dei tanti che in Italia e all’estero ci hanno finanziato, sostenuto e aiutato rendendo possibile quello che molti non avrebbero mai neppure immaginato e in un tempo così breve. Emergency ha impiegato sul campo quasi un centinaio di espatriati tra medici, infermieri, logisti, contabili e abbiamo curato piu’ di 200 pazienti positivi per Ebola con una mortalità nel nostro centro del 40%, un grande risultato se pensiamo che era per noi la prima volta che affrontavamo una sfida del genere. Sfida che non ci siamo cercati ma che ci siamo trovati in casa dovendo tenere aperto quello che è stato per tutti questi mesi uno dei pochissimi ospedali del paese a fornire un servizio chirurgico di elezione e di urgenza. Abbiamo organizzato un filtro per i pazienti all’ingresso che ha impedito ai casi sospetti di entrare nell’ospedale chirurgico, salvaguardando il personale sanitario che lì lavora e garantendo un servizio chirurgico di qualità 24 ore al giorno durante una delle epidemie più terribili che si sia mai vista.

Ora finalmente stiamo vedendo la fine di questo incubo, le previsioni dei grandi esperti sul numero dei contagiati si sono dimostrare errate, l’epidemia sta finendo e forse non c’è ne sarà più un’altra cosi devastante. Ma la Sierra Leone rimane uno dei paesi più poveri del mondo, con un tasso di alfabetizzazione molto basso e una mortalità materno infantile molto alta, nelle campagne si continuano a lavare i cadaveri e anche un solo malato può fare ripiombare il paese nell’incubo di 8 mesi fa quando si contavano più di 150 nuovi casi al giorno. La vigilanza deve rimanere alta perché l’Ebola è un mostro dormiente sotto le ceneri di un paese prostrato che ancora piange i suoi 3000 morti.

Rachele

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