Porta a doppio senso

Scritto da Francesca il 10 maggio, 2018
emozioni / Nessun Commento
foto di FM

foto di FM

 

C’è sempre un’aria fresca quando si varca la porta d’uscita di un ospedale, quella porta che lunghe ore prima t’ha visto entrare. C’è una luce forte, un terreno solido, quella sera c’eri anche tu.

Un secondo turno di affiancamento in un reparto così definito “un posto tranquillo”. In fin dei conti stiamo parlando di Ostetricia e Ginecologia, di un’unità che da la vita.

Il mio primo post-partum, un cesareo agognato, la mia prima donna. L’abbandono della sala parto è felice, le mani care sostituiscono le estranee. Il cuore è regolare, l’ossigeno sale in semi-fowler, la minima della sala accompagna ancora la temperatura che a breve dovrebbe normalizzarsi.

Appunti frenetici su un taccuino che porta le occhiaie dell’infermiera di riferimento, la sua bravura, il suo impeccabile buon senso.

Troppi lochi, molti camici.

Si ha paura, una sensazione viva e netta. C’è sempre, è latente. Scorre come la più profonda delle cefaliche, talvolta non si vede, ma si tocca e viene punta. Ciò che punse me è un 14 gauge, un grosso calibro di paura. Si è sopraffatti da responsabilità giganti, figuranti reali della mitologia greca, alle quali bisogna tener fede.

Si tratta poi di monitorare: parametri, prelievi, trasferimenti online, lunghi passi, rubriche e reperibili.

Ma c’è dell’altro, c’è molto altro. Ed è dura farci i conti. Continuare a far girare il vinile dei dubbi sulla buon’anima che trascorrerà con te le ore successive ad un turno come questo.

È che senza un’intelaiatura non ce la si fa. Stavolta l’aria era gelida, il buio era pesto, il cemento vacillava.

Ma c’era la mia luce forte, il mio terreno solido.

 

Francesca

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Tappatemi l’auricola!

Scritto da Gigi il 04 maggio, 2018
poesie / Nessun Commento
foto di HA

foto di HA

Chiudetemi l’auricola – non fate più scappare
quell’embolo malefico – che l’ictus mi può dare;

Chiudete orsù l’auricola – non se ne parli più
della trombologia moderna – ormai l’ultimo tabù.

Di tutti quei politici – non voglio più sentire
troppe stupide parole – in auricola finire;

tappatemi l’auricola, – ch’io possa ringraziare
il silenzio mediatico – e l’aritmia cessare.

Bloccate quell’uscita – che già devo subire
l’ennesima sciocchezza – di chi non vuol capire;

rendetemi la clinica – e cessate la bruttura
di tanta carta inutile – e di ogni altra stortura.

Tornate al cuore e all’anima – di ogni uman patire:
oh, dolcissimo burnout – che possa tu svanire!

Gigi

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Centro di Eccellenza

Scritto da rem il 26 aprile, 2018
emozioni / Nessun Commento
foto di MV

foto di MV

Si vede che doveva essere un gran bella donna ed ancora lo è: due occhi grandi azzurri, un viso ovale per quanto scavato, pallido.
Ha gli occhi persi, lo sguardo assente, si vede al primo sguardo che ha smesso di lottare, che è stanca che sta per rinunciare.
Ha due occhi che dicono …  “che cazzo di destino mi doveva capitare, perché a me, avrei potuto avere una vita più lunga, coccolare i nipoti sulle ginocchia, abbracciarli, baciarli e invece… sono qui a sessant’anni a fare i conti con la morte e con la morte non si vince mai, le piace vincere facile”.
Sono sicuro che ‘cazzo’ non l’avrebbe mai detto e lo dico io per lei.
Mi stupisco sempre di come i verbali oncologici non dicano niente.
Nemmeno una parola.
Su chi sei chi eri, sulle speranze che avevi sulla vita che hai fatto, sembrano istruzioni per elettrodomestici ma non nella tua lingua.
Solo sigle, classificazioni, codifiche
Carcinoma esofageo squamocellulare ypT3N1M3
Protocollo CROSS AL SAAFR e STOCAZZ, (ma sono sicuro che l’oncologo non l’avrebbe mai scritto).
Siamo macchine che si guastano, un giorno avremo anche noi la scheda madre , il meccanico la metterà nel computer e capirà tutto di noi perché non sarà più in grado di capire con i suoi occhi, con le sue mani, con la sua testa, con la sua anima.
E poi….
poi un giorno non ci sono più protocolli né sofisticate tecniche di immaging, abbiamo già visto tutto, ci spiace , non possiamo più fare niente, non c’è più niente da fare, forse qualche terapia sperimentale di quelle che proporrebbe anche il mago Otelma ma validate scientificamente, ora vada pure a morire in un ospedale generalista , magari in un Pronto Soccorso che a noi manca perché noi siamo un Centro di Eccellenza
Ma vaffanculo dai!

Rem

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Ele

Scritto da Gigi il 06 febbraio, 2018
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foto di LO

foto di LO

A ben vedere , non solo medico, al di là del medico…

‘Sono stanca: un compagno più anziano, con una malattia diventata rapidamente grave. Un VAD, forse un trapianto. Non ci sarò oggi pomeriggio, devo uscire presto per andare al San Camillo. E poi il tirocinio, i corsi, qualche lavoretto’. Una confidenza serena.

Due ore dopo, seduti in cerchio.
‘Alzati di fronte a chi vuoi, e chiedigli/chiedile di sederti al suo posto, e digli/dille perché è importante per te, per come ti senti’ , comanda Fede, la conduttrice.
Di fronte a Ele: ‘vorrei sedermi al tuo posto, perché è difficile dire la propria sofferenza, per quello di privato che mi hai raccontato stamane. Per la fiducia serena che hai mostrato al mio ascoltarti’.
Non pensavo che l’avrei detto, facendo risuonare un’emozione non trattenuta in me e in Lei, che con la voce incrinata lascia uscire un ‘grazie’, mentre una lacrima le scende sulla guancia.
O forse era sulla mia guancia, non ricordo bene.

 

Gigi

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L’arte della fragilità

Scritto da Dahara il 10 dicembre, 2017
emozioni / Nessun Commento
foto di GP

foto di GP

Il nostro essere viene talvolta così essenzialmente colpito, che può essere fatto a pezzi. Ci sono circostanze in cui non si apprezza niente.

La fragilità del nostro essere  è una realtà di cui bisogna tenere conto, per poter coltivare la bellezza e vincere.

A passo col tempo, l’essere umano, ha sentito il suo potere crescere. Le due espressioni del suo genio, la scienza e la tecnica, gli hanno fatto credere di essere il padrone del mondo, l’inizio e la fine, il potente conduttore e modellatore della vita. Un’intera certezza sembra che lo abbia avvolto!

Nel momento in cui pensava di essere più forte, la sua anima colpita da un grammo di difficoltà si è infranta come la porcellana.

Spesso l’essere umano dimentica chi è, litiga con se stesso. In realtà lui ha il potere e la luce, la debolezza e il buio.

Quando queste cose vengono dimenticate, lui vive pesanti fatiche.

Emerge quindi che lo studente ha bisogno di trovare lungo il suo percorso, oltre l’informazione anche la comunicazione e l’ascolto, a tal punto da permettere di individuare problemi e soluzioni, tendenze e desideri, rotture e legami, predisponendo i meccanismi interiori per far fronte al bisogno.

Lo studente ha bisogno di esporre la paura, la timidezza e l’incertezza con l’obiettivo di trovare la parte accogliente in momenti protetti di riflessione. Momenti in cui la fragilità può prendere un senso. Momenti in cui poter discutere la morte, misurare l’emozione, sospendere il giudizio, far diventare la riflessione uno strumento di interpretazione della fragilità.

La libertà di espressione lungo il percorso tortuoso che hai scelto con paura è parte integrante di te; e così anche il potere di lottare contro quella paura.

La libertà di espressione è un supporto nelle scelte che non rendono giustizia ai tuoi valori e principi: punti di vista diversi, decisioni immorali, conflitti religiosi sul perché della vita e culture che non sai ascoltare.

Pensieri torbidi tra la scienza e la realtà, tanto da cadere in un vortice accecante e  non capire più, alla fine, il motivo della tua scelta.

Momento di silenzio… guardi dentro di te. Rifletti sull’accaduto. Altre storie simili alla tua ti accolgono e, d’un tratto, non sei più solo.

Hai combattuto con le tue ossessioni all’infinito e ti rendi conto che sono loro la tua fonte di forza: ostinato schieramento, con in testa la morte, che ti spinge sul fronte dell’impotenza, dove la guerra è stata persa in partenza, per accorgersi che basta stare vicino e saper ascoltare, non con  l’udito, ma con calore e con la tua risorsa più preziosa: il tempo. Con la consapevolezza che non c’è farmaco che possa rendere felici… se non tu.

fragilità

fra·gi·li·tà/

sostantivo femminile

1-Facilità di rompersi al minimo urto, o ( fig. ) di cedere alla minima occasione.

“la f. del vetro”

2-In medicina, la tendenza di alcuni organi o tessuti a lesionarsi facilmente. “f. ossea”

Mi sono spezzata la seconda settimana di giugno, era mercoledi.

Sapevo di aver immagazzinato esperienza, attenzione.

Ho curato alcune ferite ma ne ho anche accumulate di nuove, ho ascoltato, osservato tantissimo, sono riuscita a fare dei passi indietro anche quando avrei voluto andare avanti perchè dentro di me sapevo che non ero pronta, che non era ancora il momento giusto.

Ho annusato, pulito, digrignato i denti sotto la mascherina, sono riuscita a non piangere e a essere recettiva nella piccola emergenza che abbiamo gestito e nelle piccole emergenze “soggettive e quotidiane” dei nostri utenti.

Ho riso e sorriso spesso, molto più di quello che avrei pensato, mi sono arrabbiata tornando a casa e chiedendomi se stavo facendo davvero tutto il possibile, chiedendomi che tipo di professionista sarei voluta diventare.

E poi, alla fine, sono tornata a casa, ho messo a lavare la divisa per l’ultima volta. E’ lì, stesa ad asciugare che aspetta.

Quel mercoledì di ormai quasi cinque mesi fa avevo addosso la mia divisa bianca e verde, il visor che ormai era diventato parte integrante della mia faccia e indossavo i guanti blu: ho fatto un prelievo il primo della giornata ed è stato anche l’ultimo. La signora a cui ho fatto il prelievo era incinta di quasi quattro mesi ed era andata in preeclampsia.

Sono state due ore intense, di pressioni prese, di palpazioni all’utero, di parole soffocate e di parole vomitate, di sguardi e di tessuti lesionati.

Sono state due ore in cui a entrambe si è rotto qualcosa dentro, sono state due ore in cui abbiamo alzato e abbassato il lettino, abbiamo cercato di trovare una posizione che non la facesse stare troppo male, abbiamo tenuto strette le mani quando è arrivata l’ambulanza, abbiamo provato a parlare dei suoi figli e del marito, le uniche cose che la potevano far sorridere in quel momento.

Sono state due ore in cui abbiamo monitorato, chiamato, parlato e aspettato : non abbiamo mai pianto, mai mostrato agitazione, solo molta attenzione ai dettagli.

Sapevamo che qualcosa stava cambiando, qualcosa si stava modificando dentro di lei e di riflesso anche dentro di me: il suo utero e il mio. Uno che accoglieva e l’altro che da sempre si rifiutava di accogliere. Una mamma e una non mamma. Ed eravamo lì insieme, a prendere questi pezzi e a cercare di trovare un modo per uscire da quella situazione. Insieme.

La fragilità è rottura, è lo spezzarsi dei legami, ma è anche un modo di sentire e di vivere, di lasciarsi pervadere dalle sensazioni e dalle emozioni. La fragilità è un modo di saper sentire sottopelle le parole che vengono raccontate dalla persona assistita, è un modo per cercare di capire e decidere come comportarsi.

La fragilità, ho scoperto, è anche il sapersi mettere in discussione senza dare per scontato di sapere tutto, è il chiedersi se veramente abbiamo fatto tutto il possibile, ma se lo abbiamo fatto al meglio per la persona, non per noi stessi.

La fragilità è anche avere un po’di umiltà nell’ammettere a se stessi a agli altri, colleghi e persone assistite, di non essere in grado di gestire al meglio una determinata situazione: fermarsi e chiedere aiuto, avere voglia di confrontarsi e aver voglia di crescere. Di crescere tutti. Non solo gli studenti.

E’ un modo per decidere che tipo di professionista voglio essere domani iniziando da oggi.

A questo punto mi chiedo se la fragilità fa parte di noi sin dalla nascita o si palesa con l’educazione e la cultura, come la vergogna. Spesso ci si vergogna di essere fragili. Reprimiamo emozioni, nascondiamo difetti, evitiamo situazioni scomode, che la nostra fragilità ci impedisce di affrontare. E se smettessimo di vergognarci della nostra fragilità e trovassimo un senso?

Ho iniziato il mio percorso in punta di piedi, sono entrata e tornata indietro con passi sospesi.

E adesso ho iniziato a correre.

Dahara

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Centomila minuti

Scritto da Benedetta il 10 novembre, 2017
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foto di HA

foto di HA

 

“Mi vieni a trovare?”…sussurra la voce sottile dietro un naso affilato e un paio di occhiali ormai diventati troppo grandi per l’estrema magrezza dello sperimentare così tanta malattia…”se mi trasferiscono in in medicina mi vieni a trovare?…ho paura! qua mi state tutti dietro, mi controllate..”
Certo che ci vengo, ci vengo tutti i giorni a trovarti. Soprattutto mi aspetto di vederti una mattina di queste solite, fisiologicamente incasinate tra urgenze in pronto soccorso, tracheostomie, dialisi che si inceppano, crisi di panico di qualche medico, aspetto di vederti varcare la pesante porta blu della rianimazione, con l’aria sana e abbronzata, con qualche chilo di più, con la sicurezza del tuo lavoro e dei tuoi affetti ritrovati, con mani ferme e gambe forti.
Facevi cose da tutti i giorni, tran tran quotidiano, proprio come gli altri che transitano da qui. Le stesse semplici cose. Magari eri in macchina durante il percorso di tutte le mattine per accompagnare i figli a scuola, o portavi il cane fuori, buttavi la spazzatura, camminavi pensieroso per una bolletta da pagare, facevi sport, baciavi la donna che ami, dormivi tranquillo nel tuo letto… e intanto è arrivata lei. Falce inossidabile che non ti avverte, non suona il campanello… e ti decapita. Ti lascia a terra. Qualche volta a chiamare aiuto, altre incosciente, a volte morto.
E noi a stringere quella testa insanguinata, a inserire tubi e cannule, a iniettare, a pompare aria, a muoversi attorno a te come piccole api operaie, a misurare, a misurare tutto, a prevedere e scansare qualche colpo, quando ci riusciamo… a correre ai ripari il più delle volte, a contrastare.
Chissà se nonostante gli ettolitri di sedazione hai avvertito la nostra paura, la delusione dei peggioramenti, il senso di impotenza dei meccanici che non riconoscono alla prima il guasto, la stanchezza delle ipotensioni nel bel mezzo della notte (cavolo, non chiudo occhio nemmeno stanotte, e domani chi le porta le piccine al corso di ginnastica?!)… chissà se hai avuto paura di morire, se sognavi di far l’amore con tua moglie grazie ai nostri potenti oppiacei, o se avevi incubi mostruosi. Se sentivi le nostre mani addosso, a setacciarti, a decidere per te, in silenzio insieme a te.
Sei stato forte, quando smettevamo di crederci facevi quel passo in avanti, e ripartivamo a lottare. E ancora sale operatorie, ancora angiografie, diagnostiche, dialisi, aggiustamenti con il ventilatore. E via, di nuovo. Tutto d’accapo.
Hai passato qui dentro 70 giorni, 1680 ore, centomila minuti.
Negli ultimi giorni il risveglio, i passi in avanti, niente più infezioni, via gli accessi, via la cannula… ora non c’è motivo per te di stare qui. Devi recuperare, devi riabilitarti. Devi guarire, risargiranno le ferite della cute e piano piano si aggiusterà anche qualcosa nella tua anima.
Questo letto non rimarrà vuoto a lungo. Tra un paio d’ore probabilmente ci sarà già qualcun’altro. Tempo di disinfettare la postazione e gonfiare un nuovo materasso antidecubito. E ripartiremo, ancora e ancora… ma essere anche solo il più insignificante tassello del percorso che ti porta ora a chiedere “vieni a trovarmi?” appaga delle altrettante sconfitte che ci aspettano.
Buona vita mister X, tifo per te.

Benedetta

Brutto, sporco e cattivo.

Scritto da rem il 26 settembre, 2017
cronache / 1 Commento
foto di MFR

foto di MFR

Mentre lo trasbordano dalla barella dell’ambulanza, emana una nuvola di polvere e un fetore che ti tiene lontano, a metri di distanza; ha una casacca e dei pantaloni luridi, bagnati e spessi da cui cascano piccoli pezzi di terra ed erba e chissà cos’altro
Il volto paonazzo, la barba bionda tutta appiccicata, fa tutt’uno con i capelli da sembrare una criniera e, in effetti, lui muove la testa roteandola e per giunta ci aggiunge dei suoni incomprensibili, si direbbe un ruggito, sembra il leone delle Metro Goldwyn Mayer

Ha due occhi azzurri che sembrano non entrarci niente con tutto il resto, vagano persi senza contatto con l’ambiente, si direbbero anche loro senza fissa dimora, chissà cosa guardano chissà cosa cercano… Ogni tanto lancia urla primitive, ma non sembra sofferente, se ti avvicini si oppone, oppositivo si dice, oppositivo e incomprensibile
Tutto è incomprensibile in questo uomo spiaggiato sulla barella come un migrante venuto chissà da dove. Lo spingono gentilmente lungo il corridoio mentre tutti i presenti fanno facce schifate e si tappano il naso con le dita, poi via dentro una stanza singola, deodorante spray a manetta in una stanza desolante del pronto soccorso.

Il solito barbone ubriaco
Ne passano troppi per farci caso
Dopo qualche ora, smaltita la sbornia, si alzano raccolgono le loro cose e si allontanano.
Sono problemi che si risolvono da se, non c’è niente che si debba fare

E altri mille casi suonano il campanello del Triage

Ma questo non si alza.
Meglio andare a guardare
È lì da un po’, si lamenta ma un po’ meno, qualche ‘ruggito’ ma più sommesso.
Meglio provare a togliere quei vestiti sporchi e cercare di visitarlo, superando l’odore che ti farebbe rimbalzare lontano.
Niente, non si capisce niente.
È un’enigma, un quesito umano, non solo diagnostico.
Ma come si fa a ridursi così, cosa ti deve essere successo nella vita?
L’infermiere riesce a prendere due parametri, a prelevarlo, io lo visito, lo mando in radiologia per una TC ma non è che serva a molto
Si capisce solo che non è messo bene, chissà da quanto.

Lo ricovero, faccio una cartella, imposto una terapia

Pochi giorni ed è già morto
Ma era già morto, chissà da quanto
Da quando aveva ‘scelto’ quel degrado, quella deriva dell’esistenza, da quando aveva deciso di lasciare andare tutto, di smettere di resistere, di lottare e di lasciare che il mondo gli passasse sopra come un caterpillar.
Era solo quel che rimaneva dopo che il mondo gli era passato sopra.

Due volte morto…dov’è che si scrive?
Compilo l’Istat ma i moduli bastano per una morte sola

Rem

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No woman, no cry

Scritto da Storyteller il 24 luglio, 2017
cronache / Nessun Commento
Foto  di  EP

Foto di EP

 

“Vi supplico di essere indignati”
(Martin Luther King)

Immagino che molti lettori di questo blog abbiano letto di un fatto accaduto all’Ospedale San Paolo di Savona, dove a causa di un devastante sommarsi di pregiudizi, disinformazione e forse addirittura di pettegolezzi di quartiere un paziente ha rinunciato a sottoporsi ad un intervento chirurgico soltanto perché l’anestesista era una donna.
In omaggio alla tradizione del giornalismo anglosassone che vuole l’esposizione dei fatti separata dal commento, in questo link si trova una esauriente cronaca dell’accaduto.
http://www.corriere.it/cronache/17_luglio_20/rifiuta-anestesista-donna-savona-7096301e-6cc3-11e7-adf5-09dddc53fe2d.shtml
Come colleghi penso che ci interessi prima di tutto la posizione del primario e della “anestesista donna” che hanno saputo tenere il punto di fronte ad una situazione non imprevedibile (vista la realtà in cui viviamo) ma sicuramente destabilizzante se non altro per la virulenza della coppia paziente – moglie del paziente.
Dunque un piccolo elogio al primario che ha detto in sostanza “queste sono le assegnazioni alle sale operatorie e basta” essendo perfino superfluo precisare che queste sono fatte secondo criteri di competenza. Perché piccolo elogio? Perché non avrebbe potuto tenere una posizione diversa senza doversi poi vergognare di guardare negli occhi i suoi collaboratori e senza creare un precedente dalle conseguenze insostenibili e dai risvolti assurdi ( anestesista maschio e chirurgo donna vanno bene? , e così via), Dunque il vero merito del primario sta nel non avere preso tempo e non avere cercato mediazioni.
Un grandissimo elogio, invece alla “anestesista donna”. Brava, collega. Tu possiedi sicuramente la consapevolezza del tuo ruolo, nonché del ruolo del medico in un ospedale pubblico, hai sicuramente la preparazione e la cultura che ti avrebbero consentito di discutere aspramente con questi soggetti con argomenti che ( per noi) sarebbero stati convincenti, ma stando alle cronache ti sei limitata all’essenziale (questa non è una clinica privata…), hai mantenuto il controllo, non hai minacciato querele (in Italia chi minaccia querele ha quasi sempre torto).
Come cittadini penso che ci si debba domandare se questi non siano i risultati di una bassa scolarità, di trenta o quarant’anni di “repubblica televisiva”, di un familismo arcaico in cui quello che diceva il nonno vale più di ciò che si impara a scuola. Tragica conseguenza di tutto ciò è il disconoscimento delle capacità e delle competenze professionali da parte non solo di molti nostri concittadini ma anche di vari organi di informazione. Se per trent’anni aveste avuto informazioni soltanto da “Striscia la notizia” vi porreste allo stesso modo di fronte a certe notizie?
Esiste una musica che parla dei diritti delle donne? Non ci crederete, ma esiste: è l’opera “ Al gran sole carico d’amore” di Luigi Nono in cui alla musica (voci, orchestra e nastro magnetico) sono intercalate registrazioni di cortei di protesta (1975: femminismo ruggente). Il gran sole carico d’amore è un verso del poeta francese Rimbaud, dedicato alle donne che si batterono per la Comune di Parigi.

Buone anestesie e buona musica da Storyteller

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Questo o quello… per me pari sono

Scritto da Magamagò il 07 luglio, 2017
racconti / 2 Commenti
foto di AD

foto di AD

 

Stanotte gliela voglio raccontare io una storia a quella dottoressa che scrive racconti nelle pause, brevi pause notturne, durante il suo lavoro in Rianimazione. Io lo so che a volte scrive al computer quello che le passa per la mente, quello che le passa per il cuore: ognuno di noi ha un suo modo di scacciare le paure, le ansie, i brutti pensieri; lei scrive.
Lo so, e poi me lo ha confidato lei stessa la prima notte, quando sono arrivato qui in reparto, più morto che vivo per colpa del cuore che sembrava un orologio impazzito; avevo però un barlume di coscienza e tanta voglia di non arrendermi.
Adesso sto molto meglio, presto mi trasferiranno in Cardiologia, ma prima voglio regalarle io lo spunto giusto, perchè lei sa usare belle parole, ha studiato tanto, è cresciuta in una casa piena di libri e di certificati di laurea appesi al muro insieme con le foto di famiglia.
Ma è ancora giovane e tante cose della vita non le sa.
Io no, non ho studiato, non c’erano i soldi, io sono emigrato da piccolo con la mia famiglia, sono stato un emigrante prima della guerra, la seconda guerra mondiale, tanto per distinguerla da tutte le centinaia di altre piccole sparse per il mondo.
Sono emigrato in America, come questi migranti di oggi, come quest’uomo nero del letto accanto, in coma per una pallottola nel cranio.
No, non proprio come lui, lui è un MIGRANTE, ed io ero un EMIGRANTE.
Forse è quella E, che non so quando e perchè sia caduta nel dimenticatoio, che fa la differenza.
Noi italiani siamo emigrati per sfuggire dalla miseria nera, dalla fame, con miriadi di figli, uno all’anno, che le nostre mogli sfornavano in campagna. E poi c’era il miraggio della ricchezza, del “sistemarsi “ aiutati da chi era emigrato prima di noi e aveva fatto fortuna, ed erano in tanti.
Ma la storia di questo africano è diversa: sa dottore’ me l’ha raccontata lui stesso notte dopo notte. Non con le parole, poverino non le pronuncerà mai più, nè nella sua lingua nè nella nostra.
Ma lo gridava la sua pelle nera che parlava di entroterra africano, lo spiegavano i calli sulle mani e sotto i piedi, che parlavano di lavoro duro nei campi, a dissodare terre arse avare di erba, lo sussurravano le cicatrici sulla schiena frutto di angherie dei padroni e di torture della sedicente polizia del suo paese. L’ho letto nei suoi occhi, senza lacrime, persi nel vuoto di ricordi lontani, e che non vedono nessun futuro, roseo o meno che sia.
I nostri emigranti tornavano spesso ricchi, almeno benestanti, con foto di belle case, belle macchine, con mazzette di denaro frusciante, che veniva voglia di seguirli anche oltre oceano.
I migranti che arrivano da noi hanno solo l’angoscia di essere fuggiti da fame, guerre, angherie e di aver trovato spesso il vuoto.
Sai dottore’, forse pensava di essere avvantaggiato, con la sua pelle nera, di non essere scoperto, quando è entrato di notte in quella villa: i suoi figli avevano fame e lui aveva visto la signora buttare nel secchio quella bistecca intera, che il bimbo non aveva voluto mangiare per capriccio. A forzare la serratura glielo aveva insegnato un italiano, a cui poteva poi portare la refurtiva in cambio di pochi euro.
Invece, maldestro, aveva incontrato il padrone di casa, con la pistola appena comprata, tanto aveva sentito in TV il nuovo disegno di legge sulla legittima difesa.
Così è finito qui, con una pallottola nel cervello, in coma irreversibile. Al padrone di casa non succederà nulla, era “ legittima difesa”!! ma accidenti! vorrei che almeno questo “salvatore della patria” fosse costretto a pagarti le spese di ospedale finchè il tuo cuore forte ti manterrà in vita, e fosse condannato a venirti a trovare tutti i giorni, all’orario di visita, col rischio di incontrare la tua famiglia.
Dottoressa, per lei la vita ha un solo valore, ed è uguale per tutti… ma per gli altri ?
Lo so, lei ha scelto di fare il medico per curare tutti e non dovere, anzi volere, scegliere.

Magamagò

Soffi cardiaci (San Valentino)

Scritto da Gigi il 29 giugno, 2017
poesie / Nessun Commento
foto di MV

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Rumori. Che si provocano per una vertigine del sangue,

un moto vorticoso che fa vibrare le valvole e il cuore intero.

A volte più intensi e accompagnati da un fremito,

quando accosti la mano, superando il pudore, per palpare il petto.
Musicali per l’orecchio, o come un canto di gabbiano, oppure aspri, perfino duri.

Nei giovani sono innocenti,

come se il muscolo emettesse un sospiro adolescenziale,

benigni come i primi amori.
Nell’anziano sono rudi,

segno di malattia come le tracce profonde della vita,

frutto di indurimento delle valvole e di tutto il cuore.

Organici alla condizione e all’età, senza più ideali.
E che succede se il cuore batte all’impazzata?

Sbuffa, soffia, come una locomotiva a vapore,

con la pressione che sale e le ruote che accelerano…

Una stenosi aortica – calcifica – è una pena profonda,

che nella difficoltà ti stringe come una morsa.

Un cuore che si tormenta con un rombo cupo, che cresce,

spinge fuori il sangue, poi prende fiato, poi risale di nuovo.

Un ritmo faticoso da tenere, che va fuori fase e a volte fibrilla.
E la polmonare stenotica non è da meno,

anche se il destino vuole che sia più fortunata, mai così grave.

Ma se sono le valvole atrio-ventricolari (la mitrale! la tricuspide!)

che ti portano in sala motori – la sala da spinta dei ventricoli –

ad essere difettose, insufficienti, a non tenere più,

allora tutto torna indietro,

il sangue che dà vita ti rimbalza contro,

in un va e vieni infinito: olosistolico, quel maledetto soffio!

Se ti va bene.
Già, perché se il danno è severo

ti frega anche la diastole: allora si che balli.
Ma puoi scegliere: puoi ballare solo all’inizio

– e la chiamano protodiastole… –

quando il sangue proprio non ce la fa ad andare avanti,

ritorna a casa mogio mogio dall’arteria polmonare o dall’aorta,

perché la guardia delle valvole è insufficiente

e pietosamente lo lascia rientrare.

E il sangue, quando si accuccia in punta al ventricolo,

rulla come il vecchio pirata su una nave fantasma: il rullio di Austin Flint.

Se invece è l’entrata attraverso la guardia mitralica o tricuspidalica

ad essere serrata, stenotica, ti toccherà rullare per tutta la diastole,

e peggio per te verso la fine, ché si contrae anche l’atrio.

**************

Anche se fuori tutto è magnifico
Non lo prenderò come un rimprovero
È possibile abbia sogni sbagliati
Un po’ illusi al momento
Mi appartengono

Gigi

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