Farfalle nella notte

Scritto da Pills il 23 Gennaio, 2012
cronache / 1 Commento

“Oggi mi sento in forma, ma c’è un sottofondo che guasta tutto. Diffidenza? Presentimenti? Chissà…”
Io e il mio compagno di nottata ci avviciniamo alla postazione medicalizzata. Tempo di scendere dalla macchina e scambiare due parole con i colleghi smontanti, veniamo investiti da Mike e India per un dolore toracico a 5 minuti dalla postazione. Per fortuna è un falso allarme e ce la caviamo in un tempo ragionevolmente breve.
Le ore passano e la sensazione è ancora lì, addormentata nel mio “di dentro” da qualche parte anatomicamente sconosciuta ma di una pesantezza palpabile.
“Scemenze – mi dico – sarà la cena mangiata in fretta”
Passa un altro servizio, un Rosso finto e il mio autista riceve il cambio.
“Ecco Pizzetto, per fortuna gli piace questa postazione. Siamo in una botte di ferro!”
Aspettiamo ancora un po’ perché le 01.00 di venerdì notte non sono un’ora tarda.Mentre Lucarelli parla di Sant’Anna di Stazzema noi soccorritori ciondoliamo sulle sedie col sonno che sale, mentre il Mike dorme come un bambino, perso nei sogni, le mani agitate da scatti. Sgattaioliamo nella nostra stanza e, data la buonanotte spegniamo le luci in un fruscio di federe e lenzuola monouso. Morfeo è pronto a posare la sua mano sulle nostre teste e farci appesantire gli occhi nel torpore, ma la sua opera viene stroncata dallo squillo impertinente del telefono.
Mentre Pizzetto accende la luce io prendo il servizio. È un vago Giallo generico in luogo pubblico, mi dicono di un cinquantenne a terra in agitazione. Tempo di mettere giù il telefono spunta il Mike assonnato sulla porta con l’aria interrogativa che si confà ad un servizio delle 2 di notte. Gli porgo il servizio leggendogli la mia brutta scrittura peggiorata da una penna fallata. “cos’è qua? 500? Ahhh è 50 anni…certo che si vede che vuoi fare il medico, Dottoressa!”. L’unico Mike che mi chiama Dottoressa e si ricorda il mio nome di battesimo nonostante le collaborazioni distanziate nel tempo.
Arrivati sul posto troviamo, con mio sommo orrore, la mia sensazione. È un signore magrolino che si muove con un’agitazione cieca e ha uno sguardo spalancato in un mare di terrore. Le sue urla sono rotte e noi, intrufolandoci in mezzo ad esse lo carichiamo senza tanti complimenti sul telo, sulla barella e poi in ambulanza.
Ci blindiamo nella nostro mezzo e non c’è più Tavor in frigo. L’India gli fa un’iniezione attraverso i jeans. Le braccia però sono ancora agitate e in tre, tra imprecazioni e suppliche riescono ad incannularlo. Intanto l’ossigeno non basta più. Desatura. Il Mike ha già dichiarato “Miosi e poca reattività alla luce”. Mike e India si osservano, lei burbera ma competente, Lui giovane ma operativo. “è brutto” dicono insieme. Decidono per l’intubazione.
Nel marasma di oggetti fuggiti dal borsone nella confusione iniziale recuperano il kit e procedono a infusione di liquidi e farmaci. “Dottoressa, mi dai una mano? Prendi questo, mettilo sul dorso della mano e lubrifica il tubo quando te lo dico,ok?”
Le mani mi tremano e con loro una fialettona di anestetico, una di fisiologica e una siringa per l’intubazione. Riesco anche a passare una benda e il mio cerotto che porto sempre in tasca all’India. Mike riesce ad intubare subito il paziente e può finalmente ventilarlo.
Un momento di assoluto silenzio piomba nell’abitacolo dell’ambulanza. Mike si gira e anche io. Sono agitata perché di tre farmaci che mi hanno chiesto non ce n’era nemmeno uno nello zaino ma solo altri parimenti utilizzabili ma a me sconosciuti. Sono agitata per lo sguardo del nostro paziente, fisso e spaventato. Sono agitata perché non avevo mai assistito ad un’intubazione, né tantomeno partecipato seppur in minima parte. Mike mi fissa con uno sguardo strano fisso nei miei occhi, come solo le persone coraggiose sanno fare. In un sussurro mi dice: “Il signore muore o rischia grosso. Lo sai?”. La mia sensazione si siede dentro di me ed esplode. Eccola confermata.
Annuisco gravemente. Il paziente arriva vivo in ospedale e anche quando torno indietro a riprendere Mike e Telo portaferiti ha un rassicurante bip-bip attorno a sé.
Sono in un bagno di sudore, ho le ginocchia che mi fanno male come tutte le volte in cui sono tesa. Io e Mike entriamo nella benefica arietta fresca.
Mi sento liberata dall’afa, dal caldo, dalla sensazione accovacciata  in me dall’inizio del servizio. Mike si gira verso di me. Ha qualche anno in più di me ed è lo specchio di come vorrei essere io alla fine della Facoltà: operativa, umana, fresca e sorridente.
“Brava Dottoressa” mi dice.

La sensazione scompare in una moltitudine di farfalle. Una per ogni desiderio, una per ogni sogno, una per ogni speranza.
Sono davvero tante.
Sono proprio belle.

Pills

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Coscienza nosocomiale

Scritto da Narcogigi il 10 Gennaio, 2012
poesie / 2 Commenti

Gioventù e senescenza
media età e adolescenza,
sirene, ascensori e bianche lenzuola,
mille dilemmi per una stanza sola,
vizi e virtù sotto un camice bianco,
un vecchietto smarrito sulla scala già stanco,
infermieri nervosi, svogliati o gioviali
premurosi, seri e a tratti geniali.
Disordine, lavori in corso in amministrazione,
destini di pazienti in mano alla regione,
ippocratismo e deontologia lontani sapori
volpi laureate e avvoltoi come attori,
beante e diffusa indifferenza,
da cui a volte imprevista riaffiora
una nosocomiale coscienza,
che incrocia sguardi, ricordi e pensieri
riconducendo i pazienti ad impliciti doveri,
per onorare un’utopica morale
che accarezza lo spirito alleviando il male.

Narcogigi

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Ohne Wiederkehr

Scritto da Lena il 01 Gennaio, 2012
emozioni / 3 Commenti

“…Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.”
R. M. Rilke

Ho sempre scelto di mettermi in gioco e 3 anni fa, fresca di laurea, mi sono traferita all’estero con entusiasmo per fare la specializzazione. Perchè volevo impararlo bene questo mestiere, potendo dire, sì me la sento di prendere in affidamento la vita degi altri senza paura.

Sono stati anni durissimi: a 1500 km da casa, orari massacranti, responsabilità enormi per una specializzanda. Sono stata sbattuta nella Rianimazione di un Trauma Center dopo poche settimane di preparazione. Di sola di notte, di sola nelle sere d’estate, di sola nei week-end. Per di più responasabile dell’ Emergency Team intraospedaliero. E così al senso di novità e avventura si è sostituito quel senso di inadeguatezza e rimprovero. E se avesse avuto un’altra anestesista, più esperta, più preparata, sarebbe andata meglio?

Tutto questo stress da un lato mi logorava a poco a poco, dall’altro l’autonomia di lavoro e i progressi che facevo di giorno in giorno mi rendevano orgogliosa. Poi è bastata una piccolissima goccia per far crollare quel fragile equilibrio. Un superiore un po’ più stronzo del normale, che critica continuamente con tono aggressivo e che si lamenta che i pazienti non fanno progressi con malcelato rimprovero. Dopo aver dato anima e corpo per la Rianimazione, non ce l’ho più fatta…Non facevo che piangere, maledicendo il giorno in cui sono partita dall’Italia.

Ho avuto la forza di licenziarmi e cercarmi un nuovo posto, questa volta non così lontano dal confine, in un ospedale più piccolo, nelle mie adorate montagne. I miei colleghi si sono tutti stupiti delle dimissioni, nessuno se lo aspettava. Solo ad un professore ho detto la verità, che sto male e che sono alle stremo delle forze. Nessuno l’avrebbe mai immaginato, mi ha detto con dolcezza e dispiacere, ero considarata la più brava, quella che ha sempre la situazione sotto controllo, che ha intuito clinico e che anche nelle emergenze se la cava sempre egregiamente. Che avrei potuto chiedere aiuto, una pausa, ma per orgoglio non l’ho fatto. Ho recitato bene la mia parte fino a che ho potuto.

Mi dispiace ammettere che non ce l’ho fatta, è una resa in fondo, ma a volte bisogna scendere negli abissi dell’anima per conoscersi meglio. Perchè tutte quelle catastrofi umane con cui ogni giorno abbiamo a che fare, ci toccano più di quanto non percepiamo. Mettiamo decine di drenaggi toracici, cateteri centrali, transfondiamo litri di sangue e plasma, cardovertiamo, defribilliamo e rianimiamo mille e mille volte. Combattiamo a fianco dei nostri pazienti ogni giorno per strapparli alla morte, diciamo loro bugie per lasciargli qualche speranza, parliamo onestamente con le famiglie, le nostre parole distruggono loro la vita e spesso siamo solo tristi messaggeri. A volte li salviamo dalla morte, tuttavia non siamo in grado di regalargli la vita che avevano prima. Interrompiamo le terapie quando non ci sono più speranze, concediamo una dolce morte, decretiamo la morte cerebrale, ci sostituiamo a Dio.

Quegli sguardi persi nel vuoto, quei boccheggi, quella vita parallela che si svolge nelle Rianimazioni ci forgia e ci ferisce al contempo. E una volta che si è entrati così addentro nella vita e nei suoi risvolti, si è a un punto di non ritorno, la leggerezza se ne è andata per sempre anche per noi.

Lena

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Notte di Natale in pediatria

Scritto da massimolegnani il 25 Dicembre, 2011
emozioni / 1 Commento

Ho scelto io questo turno di lavoro poco ambito. Ero convinto che mi avrebbe fatto bene starmene occupato. Ora sono pentito. Il reparto è diventato troppo tranquillo, inanimato, l’ambulatorio s’è svuotato ed anche il telefono ha cessato di squillare. È come se per Natale la gente avesse firmato con noi una tregua, così mi sento una sentinella inutile e temo che l’inazione mi costringa a guardarmi dentro.

Mentre sono lì a rimuginare, vedo di sfuggita una figura entrare in ambulatorio. La raggiungo un po’ svogliato. Ma non mi trovo di fronte una mamma in ansia per il suo piccolo, è una donna anziana, in vestaglia. Mi guarda intimorita, come l’avessi colta in fallo:- Vado via subito- si affretta a dire. Alta, dritta, emaciata, il volto scolpito dalla malattia, gli occhi scavati ma ancora vivaci, la signora non parla. Si muove per la stanza come in un museo e osserva con stupore i grandi dinosauri malati disegnati sulle pareti. Ogni figura viene studiata minuziosamente ed io temo che la donna non ci sia con la testa. – La Medicina ha fatto passi da gigante!- afferma con convinzione. Accenno un sorriso ebete, ma lei prosegue:- finalmente incominciate a capire che dovete prendervi cura delle persone, prima che delle malattie. Queste pareti mi confortano, anche se non sono più una bambina. In queste figure leggo il desiderio di esorcizzare paura e dolore. Ed anche la disponibilità a mettersi in gioco- aggiunge, indicando il vecchio dinosauro con il camice che stranamente mi somiglia.

La signora emana una dignità austera che il turbante di velluto blu, con cui cela la nudità del cranio, non sminuisce certo, anzi accentua, come se quel simbolo inconfutabile di malattia le conferisse un’aura speciale. Non so cosa risponderle, ma mi accorgo che le sue parole mi fanno bene. Desidero che riprenda a parlare. E lei parla, serena, della battaglia che sta per perdere, mi tiene una mano tra le sue, asciutte e calde, come fossi io il malato da confortare.

Poi tace. Si toglie il turbante e lascia che il mio sguardo si posi sul suo cranio lucido. Non abbiamo più pudore. Ci fissiamo muti e sorridiamo senza sapere perché.

La donna si alza in piedi con qualche fatica e mi dà il braccio. Sono le cinque del mattino quando l’accompagno al suo reparto.

Ci lasciamo come due vecchi amici. Un breve cenno della mano che vale più dei tanti insulsi auguri che scambieremo in questi giorni.

massimolegnani

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Cambiamenti

Scritto da zarianto il 15 Dicembre, 2011
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E’ una notte estremamente afosa, come sempre più di frequente se ne verificano negli ultimi anni. Gli inverni miti e le estati fresche riportati dai sussidiari delle scuole elementari, contrapposti agli inverni rigidi e alle estati torride di altri Paesi meno fortunati del nostro, per ubicazione geografica, sono ormai un lontano ricordo. Da tempo l’Italia viene regolarmente presa nella morsa del freddo e del caldo, come annunciano ad effetto, i mezzi stampa, ogni anno. E’ la tropicalizzazione del clima. In questa notte di un caldo e umidità insopportabili, che tagliano il fiato, che per ogni respiro ottenuto affannosamente, cagionano indicibili profluvi sudoripari, capita anche di dover lavorare, di trovarsi a guardia della salute altrui, pronti a intervenire, in caso di necessità, benchè…non ci si regga nemmeno in piedi! Fiaccati da un clima inumano che si appropria dei sonni, di notte, quando, a occhi sbarrati e tra lenzuola madide, si cerca e non si trova la posizione migliore per dormire e che ostacola l’incidere diurno, sempre più sonnolento e rallentato, si reperiscono, dentro e fuori di sè, le risorse da opporre. Così, si spalancano tutte le finestre della stanza, a rischio di essere divorati dalle zanzare e si spingono a manetta le pale del ventilatore: fonda pure!
La città sottostante -il destino beffardo ti colloca anche all’ultimo piano dell’ospedale, dove si accumula l’aria più calda- dorme. Ma dorme davvero, poichè gli abitanti non osano nemmeno uscire di casa. I lampioni illuminano a giorno strade deserte da cui proviene l’eco della voce di pochi ardimentosi che discutono… all’aperto! Quei suoni sono l’unico parametro vitale apprezzabile di un centro urbano in narcosi.
Immancabile giunge una chiamata, che scatena nella mente un’orda di maledizioni, anche in lingue diverse, alcune addirittura morte, poichè si sperava, in tutta franchezza, di averla scampata. Soprattutto perchè si sa bene di essere assai lontani dalla forma, come dire, clinica ottimale, al pieno delle proprie capacità. Ma, con estrema sorpresa, la voce del ricevitore non appartiene a un collega, a un’ infermiere o a un centralinista, bensì… a un amico.
Un amico in grave difficoltà, non di salute, al momento, ma… economica! Trattenendo a stento il pianto e la vergogna, egli racconta di non disporre dei mezzi minimi di sussistenza, del pane, insomma e, di lì a poco, nemmeno più della casa. E’ disoccupato, nonostante trascorra le giornate in file interminabili per un colloquio di lavoro…qualunque, difficile, però, da ottenere a quarant’anni. Emarginato dalla famiglia, lasciato dalla fidanzata che, probabilmente, non hanno energie sufficienti a sostenere altre persone, poichè, a quanto pare, a stento sopravvivono e anche perchè ho l’impressione che alcuni possano considerare la disoccupazione una specie di patologia contagiosa da rifuggire assolutamente e forse non sbagliano di molto, se non perlomeno nell’identificazione del paziente, che in tal caso non dovrebbe essere la persona, ma la società in cui vive, se i tassi di incidenza e
prevalenza -la popolazione colpita, sostanzialmente- sono effettivamenti quelli di una feroce malattia infettiva, ignorato dall’assistenza sociale in quanto single, cioè privo, a questo punto fortunatamente, di altre bocche da sfamare, il malcapitato non sa più a chi rivolgersi.
E allora chiama in tarda serata, furtivamente, come un ladro, col favore delle tenebre, per non essere riconosciuto, evitando anche di esporsi all’attenzione e al giudizio dei famigliari dell’amico che forse lo potrà aiutare, rimettendo nelle mani altrui, l’intera sua dignità! Percependo l’immane difficoltà di chi non ha via d’uscita, lo invito a raggiungermi, nel tentativo di confortarlo. Egli viene in ospedale, all’ultimo piano, provato e non solo per il caldo e si apre. Tornerà poco dopo ai suoi problemi con qualche soldo in tasca, un effimero palliativo.
E poi?
Da almeno vent’anni volano parole come “Lacrime e sangue”, “Sacrifici”, “Tempo di vacche magre” e mi chiedo come si possa essere ancora privi di cura contro la crisi economica mondiale che imperversa da decenni. Si procede tra provvedimenti tampone e misure correttive, ma di eradicazione, nemmeno a parlarne! Il confronto con la medicina è argomento troppo ovvio per essere discusso.
Sortiscono inarrestabili dai meandri della memoria le antiche narrazioni di una nonna a un bimbo che voleva fare il dottore, relative al medico condotto di un tempo, che, dopo la visita domiciliare, non visto, lasciava del denaro sul tavolo della cucina, prima di abbandonare l’abitazione del paziente. Sprofondo nuovamente nella poltrona del medico di guardia e torno a fissare le pale del ventilatore che roteano vorticosamente, allontanando un po’ di quell’arsura irrespirabile dal mio volto e ad ascoltare il silenzio innaturale della città che irrompe nella stanza dalle finestre spalancate, augurandomi che non venga più interrotto dal lamento stridulo e fastidioso del cicalino. Il malessere fisico attutisce il senso d’impotenza e la disperazione solidale che tentano di erompere, ma non vi riusciranno, sopraffatte, anch’esse…dal
caldo!
Fa caldo.  Fa freddo.  C’è crisi.

Zarianto

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Pronto…?

Scritto da Bellerophontes il 05 Dicembre, 2011
emozioni / 1 Commento

Quasi finita.
Esco.
Sigaretta.
Fa caldo oggi, quel caldo afoso che contrasta con il fisiologico bisogno di assumere al più presto il clinostatismo e lasciare calare l’adrenalina.
Non cala, sono le otto del mattino in questa caotica città: i bambini vanno a scuola, il bar dell’ospedale serve i pochi cornetti avanzati dall’orda dei “ragazzi del pronto” che, puntualmente alle sei mezza cercano coccole in un cappuccino forse troppo tiepido, mai così buono eppure necessario.
Occhi gonfi… ok sta scendendo, il parasimpatico riprende con prepotenza il suo ruolo evolutivo e spinge l’uomo al letto e la donna -toste le donne del pronto- a casa,dai bambini o dai mariti, che forse a volte non capiscono perché cazzo la loro compagna di vita abbia scelto quel lavoro.
Jeans, Converse rosse e maglia di qualche festival reggae di chissà dove, sigaretta in bocca e come uno zombie vengo travolto dalla miriade di impegni quotidiani altrui…
-ecchecazzo scansati,non vedi che sei in mezzo alla strada? ma sei fatto?-
-magari-
-vaffanculo-

Vai in edicola
E chiedi il tuo Corriere, non altro.
Sembri solo uno mediamente sfatto che compra un giornale, abbastanza invisibile per i più, riconoscibile appena per il fonendo che tracima dalla borsa col suo plumcake spiaccicato in fondo.
Forse solo per quello in edicola non controllano se i soldi sono buoni.
Stai pensando a cosa avresti sbagliato al posto dei tuoi strutturati e dei tuoi specializzandi, chè rappresenti il fondo della catena alimentare dell’AZIENDA-oddio-ospedaliera e sparare a te non è come sparare alla Croce Rossa, non buchi nemmeno la gomma, al limite, nell’ “area calda” rantoli nel tuo emotorace, questione di dieci minuti, del tutto fisiologica.
Quando esco conto trentadue passi.
Il parcheggio bici delle aule.
Questa sigaretta non è per me, è per festeggiare chi vedo uscire sulle proprie gambe e persino io lo immaginavo sin da subito, ma a volte non ci speravo, quelli che invece riempiranno con gioia le consegne delle cliniche d’accoglimento e quelli che vengono presi mezz’ora prima, sul retro da quell’anonimo furgone bianco senza scritte, interni in nichel, ragazzi 9,30 autopsia….
Pensavo all’inizio che ognuno di quei camioncini rappresentasse un nostro errore, il classico momento in cui ti penti di non aver scelto l’avvocatura, in cui ti chiedi se forse non era quello l’unico caso in cui andava applicato ciò che stai studiando su tomi da duemila e passa pagine, e per gli altri hai avuto solo culo.
Invece ho capito che rappresenta la vita come le auto in coda, il caffè schifoso delle macchinette alle tre del mattino, i maghrebini ammanettati alle barelle da sbirri che portano una bandiera in cui credo e che a volte -poche- meriterebbero che qualcuno gliela facesse mangiare in corsia, la gente che litiga in fila alle poste, quell’ EPA che EPA magari boh…, mah… forse proprio EPA non è fino a che il valore del D-Dimero non sembrava un jackpot dell’enalotto.
O per quel sogno, quel cucciolo con i capelli d’oro che fissi come un ebete, e raccogliere l’anamnesi, da grande onore diventa una seccatura, perché devi scrivere al computer e non puoi perderti nei suoi occhi, e tutto ciò che vorresti dirle è solo: “andrà tutto bene perché io sono qui”, anche se tutto sommato non conti un cazzo.

È particolare.
È dura, ti serve un maestro.
Io l’ho trovata…

Ho ormai fumato la mia quarta sigaretta.
Questa è per voi che entrate distesi in area rossa, col fiato che si spezza nella gola con valori tennistici al saturimetro, forse la squallida lampada al neon sopra il vostro letto sarà l’ultima immagine impressa nelle vostre rètine .
Combatteranno con il cuore di chi non può permettersi di sbagliare ed insieme a volte sbaglia di proposito, perché ricorda che non si cura un cuore malato, ma una persona malata di cuore.

La quinta mi porta a casa e mi insegna che di strada ne manca e tanta…
Darò tutto per i miei pazienti, amore fraterno a tutti coloro che mi lavoreranno a fianco, il mio rispetto e l’obbedienza al mio maestro.

Grazie Pronto,
Sto diventando grande

Bellerophontes

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La Danza del Coagulo

Scritto da Sbaru il 28 Novembre, 2011
cronache / 2 Commenti

Sono solo uno studente in medicina per ora, non so neanche se posso già lasciare qui traccia della mia esperienza… fatto sta che questa notte è stata la mia prima notte in ospedale.
Frequento in cardiochirurgia e il giovedì gli specializzandi riposano e gli studenti vanno in sala. In questo momento l’unico vero studente sono io, infatti ormai quelli che sostituiscono gli specializzandi il giovedì sono dottori in coda per l’ingresso in specialistica. Ovviamente l’operazione più “scomoda” l’hanno sbolognata a me. Un re-intervento nel tardo pomeriggio… bello, vedere sostituire due valvole da mani esperte è meglio che andare al cinema, soprattutto quando ti trovi lavato sul campo operatorio e ogni tanto ti viene chiesto di toccare un cuore con mano, mettere punti o semplicemente aspirare del sangue.
L’operazione è praticamente finita, è il momento di chiudere…tocca a me! Ma la paziente in questione non ha intenzione di coagulare, il sangue che ristagna nel mediastino è fluido come se avesse preso l’aspirina… la sua ACT resta a 190 anche dopo 2 sacche di plasma. L’intervento che poteva finire in cinque ore sembrerà durare molto di più.
Le garze sembrano sempre più rosse e dopo averle provate tutte, comprese le garze bollenti su pleure e pericardio, una infermiera improvvisa la danza del coagulo. Sono troppo stanco per arrivare a leggere l’ora, ma sicuramente la mezzanotte è passata da un pezzo…ciò che inizia a preoccuparmi maggiormente sono le news dal reparto: una signora, non si sa bene come, ha deciso che era la sera giusta per rompersi l’arteria femorale, e così con due clamps uno a monte e uno a valle della rottura giunge nella sala affianco alla mia in urgenza.
Arrivano notizie di un espianto ex vivo di polmone a un ospedale vicino, tutti scalpitano perché è in corso uno studio importante e uno dei nostri pazienti sta per avere in dono il respiro di qualcun altro.
E in tutto questo io sono sempre lì con le mie garze che ormai non si contano più e sono sempre più rosse. Arriva un giovane strumentista in sala urlando “dissecante”…
è l’urgenza per eccellenza in cardiochirurgia e probabilmente la sua notte sarà ancora più lunga della mia!
BASTA…non ha più senso aspettare, ancora una sacca di plasma e poi si chiude lo sterno, si aggiunge un drenaggio in più, ma ci sono in gioco complicanze ancora peggiori di un sanguinamento post-operatorio dopo dieci ore sotto i ferri!
Finalmente quel torace aperto e irriconoscibile, ora ha un aspetto quasi umano, se non fosse per quei 3 tubi che sbucano poco sopra la pancia!
Esco dalla sala operatoria strappandomi il camice sterile neanche fossi dentro un telefilm…peccato che, neanche fuori dal reparto operatorio, giunge la notizia che il dissecante probabilmente non ce la farà…
mi sento in colpa. Non so perché, ma mi sento sempre in colpa, anche quando nella mia impotenza, non riesco a fare il possibile.
Mi assicuro che la mia paziente stia bene, scrivo l’atto operatorio e fuggo in sella alla mia moto, nel buio della città, lontano dalle luci della corsia di ospedale.
Vorrei fumarmi una sigaretta, ma purtroppo non fumo…mi accontenterò di apprezzare il mio respiro che di norma silenzioso mi permette di vivere e di far sopravvivere…

Sbaru

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50 anni di matrimonio

Scritto da rem il 13 Novembre, 2011
cronache / 5 Commenti

Sono le tre e vorrei provare a dormire, oggi la Tc non funziona, il 118 è stato avvisato  e l’afflusso dei pazienti è inferiore al solito, ma basta solo pensare di poter riposare,  prima ancora di pronunciare le fatidiche parole “ragazzi io proverei a mettermi  giù“ che il campanello del triage suona ripetutamente.
Provo lo stesso a stendermi ma so già che servirà solo a farmi rilassare le gambe affaticate per pochi minuti, il telefono  squilla  nella stanza del  medico di guardia. “ ci sono visite” dice Daniele dal triage.
Poi lo incontro prima di entrare in sala visita “ è una coppia di anziani, lui questa sera  le ha misurato la pressione  e l’ha trovata molto bassa così si è spaventato e l’ha portata qui” Sono nervoso, incazzato, volevo davvero riposare, domani speravo di godermi un po’ la giornata invece di morire stramazzato sul letto.
Cazzo è possibile che ormai si venga al pronto soccorso per qualsiasi cazzata, ma se la signora stava bene che cosa l’ha portata a fare e perchè cazzo le ha misurato la pressione alle tre di notte?
Non se ne può più di tutti questi anziani.
Indosso comunque la mia faccia migliore ed entro nella stanza. Di fronte a me c’è un signore  alto con un buon portamento ed un’espressione di scusa quasi avesse sentito le mie parole.
“sa dottore mia moglie ha 88 anni, ha una grave insufficienza mitralica e lei non ha voluto farsi operare ma io ho paura, ho paura che muoia, sa stiamo insieme da 50 anni”.
Ci metto un attimo ad ingoiarmi i pensieri e a sentirmi un imbecille
La moglie è lì, già stesa sul lettino tranquilla con una faccia un po’ seccata
“ è lui, è lui che ha voluto potarmi, io sto bene, non volevo venire, ma lui si spaventa sempre per ogni cosa e mi porta in ospedale  ma quando torniamo a casa mi sente.”
“Va bene signora adesso vediamo”
Gonfio il manicotto e sgonfio lentamente : 120/70,  magnifico! c’è una fibrillazione atriale (già nota) con una frequenza normale, la  signora respira benissimo da supina, la saturazione è sopra i 98% in aria ambiente, c’è  un gran soffio puntale ma non lo straccio di un rumore umido sul torace, niente all’addome, non edemi. Lei  mi guarda e sorride
“ allora dottore è vero che posso tornare  a casa ? tanto io non mi faccio operare ho già deciso, ho 88 anni, dottore. Daniele mi mostra l’ecg: ndp, sovrapponibile ai tracciati precedenti.
“Certo signora che può tornare a casa “.
Lei guarda il marito soddisfatta, lui le si avvicina per baciarla, lei lo allontana, sembrano due ragazzi, potrebbero avere cinquant’anni di meno.
Scaramucce da innamorati.
Cazzo che triste è la  vita. Lui sa che la perderà da un momento all’altro ed ha una paura del diavolo, ha tanta paura che non riesce a godersi il tempo che ancora vivranno insieme. D’altra parte, mi dice, i dottori gli hanno detto che se lei non si farà operare morirà senz’altro e di non farle fare quasi niente, nessuno sforzo, qualcuno la ha anche trattata male perchè ha rifiutato di farsi operare. Sì, lo so, in ogni categoria ci sono gli  stronzi integralisti, o fai come dicono loro o si incazzano, si offendono.
Come se non sapessero che a ottantotto anni, anche senza un’insufficienza mitralica si può morire da un momento all’altro.
O anche a quarant’anni o anche meno.
Come se non sapessero che si muore ugualmente.
Tornate a casa tranquilli, e lei non si preoccupi, la porti pure al mare con la macchina, poi quando siete lì sedetevi davanti al mare  e guardate forte più che potete,  fate finta di niente come se doveste vivere per sempre insieme, non abbiate paura.
E’ quel che mi sento dire, più o meno
Qualche volta mi scordo che le parole servono davvero.
Lui  finalmente si rilassa e sorride.
Chiudo il verbale, vorrei scrivere ‘paura di perdersi dopo 50 anni di matrimonio’
Dici poco? È una diagnosi che mette i brividi, allora scrivo ‘riferita ipotensione in nota insufficienza mitralica severa (la pz ha rifiutato l’intervento cardiochirurgico)’

E’ più corretta,  ma di verità solo l’ombra.

Rem

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Loro

Scritto da Pills il 02 Novembre, 2011
emozioni / 5 Commenti

Mi hanno chiamato per te.

Qualcuno ha avuto la premura di chiamare il 118 per te. Se per dovere, per genuina preoccupazione perché è un amico, un parente, il tuo partner da poco o da una vita…beh, questo non importa. Hanno chiamato e noi siamo arrivati.

Appariamo come facchini della salute con lo zainone, il monitor, la bombola e il porta-aghi. Carichi come muli.

Hanno chiamato per te. Ti abbiamo trovata nel tuo letto matrimoniale. Eri senza tono muscolare, la bocca cadente da un lato, occhi chiusi, colorito grigiastro. Un odore acre e penetrante ci ha segnalato un rilascio degli sfinteri. Il tuo ECG segnava un battito ogni troppi minuti. Siamo arrivati ma tu non ci hai aspettato.

Tuo marito ci ha detto che alle quattro lo hai svegliato perché non ti sentivi bene e che lui ti ha fatto una camomilla e ti ha portata in bagno.

Io e l’infermiera ti abbiamo lisciato la camicia da notte a fiorellini, ti abbiamo messa dritta e ti abbiamo coperta con la trapunta leggera che avevi, con tutta probabilità, appena tirato fuori dall’armadio. I primi freddi avanzano.

Tu invece hai avuto un infarto. Il terzo. La goccia che ha fatto traboccare il vaso. Non reagivi ai nostri farmaci. Ti abbiamo dovuto legare le braccia per portarti di peso attraverso i tuoi stretti corridoi fino al tuo letto. Tua moglie era inconsolabile. Non ha voluto le goccine.

Tu, eri un poverino. Sei morto solo su una panchina. L’ultima dose ti è stata fatale. Ti avevano dato il Narcan, ma non l’avevi dietro. Eri rannicchiato, con gli occhiali storti. Te li ho tolti e ti ho schiaffeggiato urlandoti: ”Signore? Signore!!! Mi sente?”. È arrivata la polizia, ti abbiamo coperto con una metallina. Eri in un postaccio. Gli unici che hanno avuto pietà di te rannicchiato sulla panchina sono stati due ragazzi gay che hanno chiamato e hanno vegliato su di te fino a che non abbiamo dichiarato il tuo decesso.

Tu invece, primo di tutti, sei stato il più sfortunato. Eri innocente. Niente droga, né alcool. Eri a casa, magari stavi bagnando le piante dopo mangiato. Ti sei sentito soffocare e hai vomitato. Ma non avevi più aria. Eri solo. Ci ha chiamato la tua “fidanzata”. Ti abbiamo rianimato con RCP, 30:2 e tutto l’iter della MSB. Sei stato il mio primo. Ti ho tenuto la mano anche se era palese che non ci fossi più.

Tutti voi, belle o brutte anime non importa, voi siete i pazienti più temuti dal novellino. Ma il “pivello” sbaglia. Voi siete i più tranquilli, i più bravi. Eppure vi temiamo, vi portiamo molto rispetto, vi “coccoliamo” di più.

Fino a che non lascio casa o il luogo del servizio io so che mi hanno chiamata per voi, voi siete una realtà fisica anche se non più psichica. Siete reali, siete i pazienti e io so che il paziente deve essere il mio unico pensiero e deve ricevere la massima cura anche se puzza, anche se non è proprio “pulito”, anche se è da film dell’orrore.

Vi parlerò chiaro, dato che vi ho pensati tutti in una botta: io vi ho curati come se foste ancora vivi. Non ho risparmiato a nessuno una carezza, una sistematina agli abiti, un’occhiata, una ripulita.

Vi ho curati. Siete stati i miei pazienti.

Mi è molto dispiaciuto per voi.

I morti (perché non sono “mancati”, “volati via”, “chiamati”, “scomparsi”) sono i più grandi insegnanti. Ti plasmano in termini di paure antiche dell’essere umano, ti obbligano ad avere tatto ed empatia.

Nessuno può rimanere indifferente davanti alla morte. Puoi metabolizzare meglio, puoi arrovellarti nel pensiero per più tempo, ma prima o poi la tua mente si ricorderà di quel viso, di quel corpo, di quegli odori.

I tuoi morti sono un monito, un moderno “memento mori”.

Trattali come pazienti, perché è quello che sono, e loro ti daranno sempre qualcosa di arricchente in cambio.

Imparerai a conoscere meglio quel tuo compagno di equipaggio con cui non hai parlato mai tanto, esorcizzerai il terrore dei morti che avevi, imparerai come comportarti, raccoglierai frammenti delle loro vite. Tutto ti si sedimenterà nell’animo e nella mente.

E tornerà a galla in momenti inaspettati. E sarà estremamente utile.

Grazie, miei Morti. Vi ricorderò ogni tanto. Ve lo meritate.

Pills

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Tutto all’aria !

Scritto da Magamagò il 24 Ottobre, 2011
emozioni / 1 Commento

Nell’atrio del mio Ospedale c’è un cartello che dice :
SE IL CANCRO BUTTA ALL’ARIA LA TUA VITA …
Lo leggo ogni volta e non lo finisco mai, perchè per me è stato proprio così, ha buttato all’aria la vita di mio marito, chirurgo, in prima persona, ma anche la mia e quella di mia figlia, e quella di chi ci sta e ci è stato intorno.
Però ora, a ripensarci, ora che è passato un pò di tempo e sembra che le cose siano andate bene, forse quel “buttare all’aria” significa in alto nel Cielo, nel vento, che il Padreterno così abbia voluto rimescolare le carte per darci una “mano” migliore, per ridare alla nostra vita una leggerezza nuova, un soffio vitale nuovo, un’occasione per rinfrescare i valori in cui crediamo, il nostro status di medici, di genitori, di figli o compagni, di persone comunque con tanto bene dentro da donare agli altri e tanto cuore per riceverne altrettanto e di più.
Una “mano” migliore per capire il dolore, per essere veramente empatici coi pazienti i quali sapevano bene che il Male, il dolore, aveva colpito anche noi, che le nostre parole non erano finte, che la nostra testimonianza di vittoria, di forza, non era teorica; caspita! lo avevamo provato sulla nostra pelle … e vivere in un posto relativamente piccolo dove ci si conosce tutti, è stato di grande aiuto per noi e per gli altri.
Così, in fondo, è stata un’esperienza positiva, che ci ha rafforzati, che ci ha fatto crescere, una dimostrazione in più, se ce ne fosse bisogno, che c’è chi sa cosa sia meglio per noi, e per questo gliene siamo grati.

Qualche mattina passo per la porta secondaria per non vedere il cartello …

BEH, NESSUNO È PERFETTO !!

Magamagò