Provare l’ambu

Scritto da Herbert Asch il 25 settembre, 2016
racconti / Nessun Commento
Foto di GP

Foto di GP

Tanti anni fa, circa del 1988, quando ero ancora anestesista implume e ignorante (quest’ultimo lo sono rimasto) fui inviato in consulenza in un ospedalino periferico, monospecialistico medico, che assisteva molti pazienti cronici.

Ad uno di questi pazienti cronici, una SLA con paralisi ormai quasi completa, tracheostomizzato e ventilato, era necessario, mensilmente, sostituire la cannula tracheale, per cui veniva chiesta la nostra consulenza. Ed il compito ovviamente, toccava all’ultimo arrivato. Appunto il sottoscritto.

Mi era stato detto che tutto il materiale era già dal paziente, solo che andassi su.

Quindi finito il mio turno di guardia, sono partito alla volta del nosocomio con qualche dubbio, poiché di cannule, il sottoscritto, all’epoca specializzando al terzo e ultimo anno di A&R, in realtà da solo, non ne aveva mai cambiate. Ma tant’è toccava a me. Bella lì.

Il paziente, pezzo d’uomo anche se ormai consumato, aveva circa una cinquantina d’anni. Comunicava solo più digrignando i denti. Era ventilato con un baraccone che teneva mezza stanzetta, più o meno delle dimensioni di una madia da pane, su cui spuntavano qualche misuratore a lancetta, diverse manopole, dei tubi, un pallone nero che si gonfiava e sgonfiava ritmicamente, e che emetteva rumori pneumatici ritmici, il tutto per effettuare una banale ventilazione volumetrica controllata, e bon.

Neanche quel tipo di respiratore l’avevo mai visto, ma tant’è, non dovevo cambiare nulla e dubito anzi che fosse possibile cambiare modalità. L’avrei semplicemente lasciato staccato il tempo necessario alla manovra, tollerando la comparsa degli allarmi, per riattaccarlo subito dopo il cambio della cannula.

Sul carrello c’era di tutto e di più o perlomeno tutta l’attrezzatura ventilatoria che può esserci un reparto di cronici. D’altronde il personale non era solito usare tutti quei presidi ed essi venivano stipati alla rinfusa nel cassetto “Ventilazione”. La mercanzia veniva esposta come la Sindone, solo per le occasioni particolari, come appunto questa.

All’infermiera che mi avrebbe assistito spiegai che volevo preparare tutto in precedenza in modo da essere veloce e non lasciare in apnea il paziente per troppo tempo.

Breve briefing per chiarire le fasi: io avrei preparato tutto quanto serviva sul carrello, mi sarei messo i guanti, rimanendo con i guanti sterili e la cannula nuova in mano. L’infermiera avrebbe staccato la cannula dal ventilatore, sgonfiato il palloncino e tolto la cannula vecchia, io avrei infilato la cannula nuova nella stomia, e l’avrei collegata ad un tubo corrugato ed un filtro nuovo. Quindi lei avrebbe dato due o tre ventilazioni con l’ambu mentre io controllavo i campi polmonari, e, se tutto fosse stato a posto, avremmo ricollegato il paziente al suo respiratore in pochi minuti.

Tutta la pantomima l’ho illustrata in presenza del paziente, per rassicurarlo ed informarlo sulle varie manovre e poi… si comincia!

Il mio grosso problema era cosa dovevo aspettarmi infilando la cannula. C’era la possibilità di fare una falsa strada? Una cannula nuova, ovviamente di uguale modello e diametro, sarebbe entrata facilmente? E se ci fosse stato un problema come me la sarei cavata? In fondo nel mio ospedale c’era sempre un altro collega cui chiedere. Qui ero solo.

Un bel sospirone e via. Campo sterile. Ci adagiamo la cannula nuova, una siringa per cuffiare, il tubo corrugato ed il filtro nuovo. Una cannula per aspirazione viene collegata al vuoto: verifico l’aspirazione che funziona. Questa la manovrerò io. Provo il palloncino della cannula: ok.

Do il via all’infermiera, che a sua volta aveva preparato tutto a portata di mano. Ora stacca il paziente, sgonfia il palloncino e tira via la cannula vecchia.

Una veloce aspirata e infilo senza problemi (che culo!) la cannula nuova. Gonfio il palloncino. Ok ci siamo! Collego il corrugato e il filtro che tengo mentre l’infermiera collega l’ambu. Prendo il fonendo.

Due, tre pompate. Qualcosa non va, il torace non si espande. Altre due pompate: niente.

Il paziente comincia a virare verso il cianotico.

Prendo in mano io l’ambu. Due pompate. Niente

Il paziente è nero.

C’è qualcosa che non mi torna, ma non riesco a focalizzarlo.

Devo fare qualcosa… Intanto rimettiamo tutto come prima di cominciare!

Riprendo la cannula vecchia e la metto al posto della nuova, la cuffio e collego il paziente al ventilatore. Il quale ventilatore, nel frattempo, tanto per rendere meglio il pathos della scena, ha sparato i suoi allarmi che neanche un maiale sgozzato…

Il paziente ritorna al suo normale colorito dopo quattro ventilazioni, il torace si espande, gli allarmi tacciono.

Ora devo capire cosa cazzo è successo. Riguardo la cannula utilizzata, riprovo il palloncino, guardo il corrugato, ispeziono il filtro. Niente tutto regolare, a posto, funzionante.

Controlliamo il collegamento all’ossigeno dell’ambu (nessun reservoir, ovviamente, all’epoca erano fantascienza). Tutto a posto.

Prendo l’ambu in mano e un dito scompare in una piega. Piega? No, la copertura esterna dell’ambu è tagliata, di lì esce l’aria e non dalla valvola. In quegli ambu neri (qualcuno se li ricorda?) la tenuta era data dalla guaina esterna in gomma, mentre l’espansione era assicurata da una struttura interna semirigida, fenestrata, elastica. Chiudo la valvola col palmo della mano, comprimo. L’ambu si collassa, ma, non c’è resistenza, non pompa nulla; lascio andare la chiusura e non esce niente. Prendo un altro ambu dello stesso tipo che nel frattempo l’infermiera è andata a prendermi e faccio la stessa prova. Se la valvola di uscita è chiusa il pallone non si collassa, oppone resistenza, e quando lascio andare esce un soffio potente: questo funziona!

Ecco svelato l’arcano. Ecco che cosa non mi convinceva. Vista la mia poca esperienza non mi ero accorto che l’ambu non opponeva resistenza nel ventilare, ero tutto concentrato a capire quale fosse il problema, che, visti i miei dubbi iniziali, doveva per forza essere nella cannula!

E nemmeno l’infermiera se ne era accorta, non essendo abituata a ventilare con l’ambu.

A rileggerlo così sembra normale, facile: certo! se provavi l’ambu prima di usarlo…

Lo chiudi, lo schiacci vedi che resista, lasci andare e vedi che soffi… e checcivuole?

Perché, quanti dei miei colleghi e degli infermieri lo facevano all’epoca? Quanti lo fanno anche oggi? Siamo così sicuri che sia una manovra di routine?

Intanto l’ho mai vista descritta.

Anche solo restando tra istruttori BLS: se ci pensate spieghiamo per filo e per segno come e dove mettere le mani, porgere l’orecchio, fare gas (anzi G.A.S.) ma di provare i presidi che usiamo, ne parliamo? E questo neanche quando veniva data più importanza alla ventilazione.

È vero che è una cosa banale, ma quanti ci pensano?

Io sempre, visto il cago che mi sono preso. Mi viene spontaneo appena prendo un ambu in mano.

Per finire la storia, la cannula l’abbiamo poi cambiata, senza più problemi, ma quella cannula me la ricordo ancora adesso.

Herbert Asch

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Il Paradiso – sogno di un’anestesista in pensione

Scritto da Magamagò il 08 settembre, 2016
pensieri / Nessun Commento
foto di EP

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“in fondo abbiamo sempre avuto a che fare con la fermata precedente al paradiso,
ma noi cerchiamo di fare scendere la gente lì e non farla proseguire… :-)
H.Asch”

Dovevo chiudere la finestra. Eppure lo so che quando c’è la luna piena devo chiuderla. Per non farla entrare. La luce argentea mi abbaglia. E mi toglie il fiato. Anche i pensieri sono corti. Intercisi. Affannati. E ho un peso sullo stomaco. No sul petto. Piccoli aghi che s’infilano nella pelle. AIUTO ! Apro gli occhi, voglio alzarmi. Ma due occhi mi bloccano: verdi, piccoli, in una nuvola bianca. Ma di notte le nuvole sono nere.

Una linguetta rossa si lecca i baffi. Ah, meno male, è il gatto.

MA IO NON HO GATTI !

“Non ti affannare, che vuoi capire, sei solo un uomo.”

Lo sento nella mia testa; meno male, non è un gatto parlante.

MENOMALE? Sto impazzendo. Mi legge nel pensiero, mi parla nel cervello, ed io che riesco ad elaborare di pensiero con senso compiuto? MENOMALE.

“Appunto, sei limitato. Ma non è colpa tua, sei un uomo ” Vabbè, mettiamola così.

“Sei ateo, anzi agnostico” Non è una domanda  ma un’asserzione. “Io lo so perché” e continua il monologo nella mia testa “Tu sei un tipo pragmatico e ti sei fatto quattro conti da ragioniere come sei.

Quanto si può vivere? Al massimo cento anni, forse qualcosina in più, ma i primissimi anni uno non se li ricorda e dunque non valgono; e dunque cento anni. E nell’aldilà, quanto ci staremo? Un’eternità, che non si sa quanto sia ma comunque nell’ordine di 1 più tantissimi zeri. Ne consegue che bisogna scegliere bene il dopo, più che il prima. Giusto? Ti torna il discorso?”

Accidenti gatto, non avrei saputo spiegarmi meglio, anzi forse tu hai dato un senso alla mia inquietudine.

“Allora ti aiuterò a fare la scelta giusta, facendoti vedere tutti i possibili paradisi offerti dalle varie religioni.”

E come puoi fare un prodigio simile? Con Google?

“Shhhh. Non dire sciocchezze e chiudi gli occhi”

Li ho chiusi, naturalmente, avrei fatto qualunque cosa in quel momento, e subito dopo una lingua rasposa ha cominciato a leccarmeli, facendomi così apparire luoghi, testi, immagini, sensazioni; tutte catalogate, precise, anche col numero progressivo, proprio come avrei fatto io con la mia anima di ragioniere se non fossi stato pigro… e pavido.

1° Il Paradiso cristiano: luogo dove andranno gli uomini da Dio giudicati giusti e retti.

2° Il Paradiso cattolico (nello specifico): lo stato dei giusti dopo la morte, costituito dalla visione beatifica di Dio.

3° Il Paradiso dei Sumeri: luogo primordiale, terra pura, posto privo di sofferenze dove vivrà eternamente l’uomo destinato dagli dei.

4° Il Paradiso musulmano: sotto il trono di Allah, dove andrà l’uomo, dopo essere stato giudicato positivamente nella tomba. Potranno accedervi anche da altre religioni. Il più alto livello del Paradiso sarà per i giusti, i martiri e i più religiosi. La storia delle Urì, cioè le vergini destinate come mogli al beato, allietandone il soggiorno eterno, in realtà non compare nel Corano ma solo nelle leggende islamiche.

5° Per Buddismo e Induismo, siamo un tutt’uno con Brahma; il peso delle conseguenze delle proprie azioni ricade su noi stessi e dipende dal Karma, dal destino, di ciascuno. C’è la reincarnazione; non esiste paradiso, si perde la propria identità e si torna nell’unità universale.

Ci sono anche altre religioni, passate e presenti, forse meno diffuse.

Ma è l’alba, l’ultimo pensiero scompare con un “puff” come nei fumetti. Apro gli occhi, guardo l’ora e mi accorgo di quanto sia tardi, terribilmente tardi, mostruosamente tardi. Mi preparo in fretta, ancora con la mente confusa dai pensieri notturni, ma impossibilitato a metterli in chiaro. Forse più tardi, forse stasera.

Esco e corro in strada a prendere l’autobus. E LO PRENDO, in pieno, anzi è lui che prende me e mentre volteggio in aria una volta, due volte, prima di cadere sul selciato e perdermi in un mare di sangue, un ultimo pensiero, il mio ultimo, è ancora nell’aria e cerca di raggiungermi : CAZZ…!   Non ho scelto il Paradiso!

Si dice che negli ultimi istanti la vita ti passi tutta davanti, che finalmente si capisca tutto, che… non so, per me è stato solo quel lampo, quel rimpianto, nemmeno un dolore fisico ma mentale.

Ho di nuovo un peso sullo stomaco, anzi sullo sterno, sopra il cuore insomma, che so bene che è immobile ma ancora vivo. Apro le palpebre e vedo di nuovo gli occhi verdi, e intorno una nuvola bianca… buffo, pensavo fosse il pelo del gatto, che so, un gatto d’Angora tutto bianco a pelo lungo, ma invece è proprio una nuvola, soffice, dai contorni indistinti, eppure ben definita, irreale ma solida. Un sorriso, un lampo di quegli occhi verdi che mi fa chiudere i miei, una leccatina rasposa sopra, un pensiero che si va formando nella mia mente… “Tranquillo, non so se tu sia stato giusto, ma sei stato buono, almeno hai cercato di essere buono, e quindi andrai nell’unico vero Paradiso.”

Una bolla mi circonda, mi racchiude, sento un suono in lontananza, sempre più forte, un ronzio, anzi no, un ron-ron, delle fusa megagalattiche che mi circondano, penetrano in ogni mia cellula, ed io mi rilasso, felice, sereno, appagato perché le fusa servono a questo, e so che questa è la vera felicità, il vero paradiso.

Ma… e i più giusti? In alcuni paradisi i più giusti hanno qualcosa in più. E allora cosa è?

I più giusti potranno accarezzare la schiena di un gatto che fa le fusa dalla testa alla coda; cosa si può chiedere di più?
Ah ecco, mi pareva, speriamo di meritarlo. Eh sì, questo sì che è paradiso!

Magamagò

 

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Non solo Barbapapà

Scritto da supergiovan8 il 10 agosto, 2016
cronache / Nessun Commento
foto di PB

foto di PB

Alì (nome di fantasia che sostituisce un nome ben più complicato di “Armando”) sta nel suo letto bello pacifico.

La collega in consegna mi ha descritto il decorso post operatorio, le infusioni in corso e lo stato generale del malato: buono.

Entro subito in camera per dargli un occhio; è in prima giornata e anche se non fosse stato nella prima stanza sarei comunque andato subito da lui per avere un’idea precisa di chi fosse e se necessitasse di qualcosa, e poi perché era anche il più “critico”. Dal corridoio, dove ci sono circa un milione di gradi Celsius si passa nella stanza, che aveva la porta socchiusa, con una temperatura di circa 28° C: è evidente che per chi continua a fare dentro e fuori il trauma è importante e continuo (sigh!!!)…

Gli allarmi dei monitor sono già impostati al 100% e tutti i tubi finiscono nel posto giusto. Entrando lo saluto, con la moglie che amorevolmente gli stava rinfrescando il viso che subito mi fa spazio per i vari controlli.

Vedo un uomo, lungo e scuretto, che giace pacifico in un letto forse troppo corto per lui ma comunque adeguato per certe circostanze, tipo dopo un’operazione chirurgica di quelle toste.

Mi avvicino e gli dico, brandendo il termometro timpanico:

“Come sta? Tutto bene? Oggi pomeriggio ci sono io, le serve qualcosa?”

Placido, mi risponde:

“Se se, me sto bè…fa’n pò calt ma va bè isè dai!”

Rimango di stucco, ma non è un barbatrucco: parla il mio dialetto!

Ah, la globalizzazione…ah no, l’immigrazione…

Ma questi ci vogliono rubare pure il dialetto? Una volta non volevano soltanto le nostre donne?

Ah no, scusate, questa è solo una persona emigrata qui da circa 30 anni che si è integrata, ha lavorato duramente e ora, come una normale persona ammalata, si fa curare.

E la morale di questa storia è che il tipo mi ha fregato col dialetto, ma solo col dialetto. In questi tempi di paura verso “l’altro” è molto semplice tacciare tutti i “diversi” come terroristi, invasori e fuori posto; la verità è che questo signore è stato, ed è, una risorsa e come tale va tutelato; perché né io né voi né la maggior parte delle persone che conosco in fonderia a lavorare ci andrebbero mai.

Lui sì. Per 30 anni lo ha fatto, per uno Stato che non era il suo (mentre la pancia sì, chiaramente).

E’ un dare e ricevere più che equo, secondo me, questo. Evviva i vari Alì!

Supergiovan8

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Reperibilità

Scritto da zarianto il 02 agosto, 2016
cronache / Nessun Commento
foto di DB

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Driiin!!! All’una di notte…suona il cellulare! “Vieni giù che c’è casino!” .

Accidenti! Proprio mentre pensavo di averla sfangata e finalmente, sotto il peso di palpebre inesorabilmente calanti, affievolitosi il consueto stato di vigile allerta, mi arrendevo al sonno ristoratore, sullo scomodo divano anti…coma di casa, già, opportunamente in abiti civili, coi piedi avvolti da assai ginniche scarpe, da linea di partenza! Bisogna andare!

Nel “minor tempo possibile” , come recita il contratto, esco, mi reco all’auto, metto in moto…e via.

In piena notte, la strada è veloce. Anche i semafori dormono, ignari degli attraversamenti pedonali e uniche luci nel buio, insieme ai miei fari.

Il silenzio è rotto dalle languide note dell’autoradio, disattente rispetto alle vendite, ma suggerite dal gusto personale del DJ e cariche di giovanili ricordi, spiagge notturne, lune gigantesche e stelle luminose, in costellazioni appena riconoscibili, scarsamente efficaci nell’attutire la solitudine del viaggio a rotta di collo verso l’ospedale, ma perfettamente idonee a sottolineare la meraviglia dei contorni sfumati delle strade, degli edifici, dei monumenti e dei parchi, nascosti, pudici e ritrosi, nell’oscurità.

“Al mio arrivo”, come suol dirsi…il caos! Il Pronto Soccorso collassa inerme sotto l’incessante e martellante stridore delle sirene, a scandire senza sosta il trasporto di pazienti in codice rosso, con l’impietosa e marziale cadenza di…uno all’ora!

Salto così dal paziente precipitato dal secondo piano, a quello shockato per cause da determinare (di ndd, in gergo tecnico), dall’infartuato semicomatoso, a quello in preda a una gravissima crisi asmatica, trovando il tempo di sfanculare l’infermiera di reparto (me ne scuso siceramente e profondamente) inpanicata per la novantenne morta stecchita nel suo letto, in un lago di sangue, districandomi tra il posizionamento in serie, a mo’ di catena di montaggio, di tubi endotracheali, linee arteriose e venose centrali, drenaggi pleurici…e quant’altro…con una puntatina in emodinamica, al seguito di un paziente sanguinante in addome!

L’alba mi coglie a scrivere montagne invalicabili di consulenze che sembrano la trama di un romanzo fantasy, in cui, per puro miracolo, non si verifica la strage di innocenti!

Inizia la danza degli occhi alla ricerca di lancette d’orologio sempre più lente col trascorrere del tempo, fino a quando, giunte le 08.00, alla buonora, posso abbandonare…l’incubo e tornare, un po’ più lentamente per il traffico e i semafori svegli, a casa…tra lenzuola accoglienti e non più in pole position sul divano…di partenza!

Il risveglio pomeridiano mi allarma il giusto sugli accadimenti reali, anziché onirici, poiché in quindici anni, mai si era verificato alcunchè di simile! Che sia l’inizio…della fine? “Speren de no!”.

Zarianto

Rivelazioni

Scritto da Pills il 29 maggio, 2016
poesie / Nessun Commento

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La voglia è tanta, il tempo è poco.
La lido brucia, la NIV spinge.
La cava è fissa, il catetere è vuoto.
Il rene è pigro, il sangue tinge.

La vertebra crolla, l’aorta si scassa
Non è polmonite, c’è forse una massa.
Di mille e una sfiga sei l’attore primo,
dall’altro lato anche io parzialmente subivo.

L’ago taglia ma non abbastanza,
Per i primi punti ci vuole costanza.
Occhio al repere, scegli la sonda
Più che una tendina mi pare un onda.

L’aria e l’Eco, la deiscenza e l’anastomosi.
Gli elettrodi e il sudore, sono tutte purtroppo nemesi.
Trenta chili di documenti
più che informazioni son nocumenti.

Su dalla sala, giù in RIA
non vedi l’ora di poter andare via.
Si vive, si muore, si così così.
Meglio gli estremi che stare lì.

La madre dispera, la moglie resiste
Il figlio supporta, il marito assiste.
La cute è dura, il cuore è elastico
ogni tanto è un bolo amaro ciò che mastico.

C’è chi chiacchera e c’è chi è più schivo,
ciò non vuol dire che di cuore sia privo.
Chi non ti aspetti ti terrà la mano
il suo supporto non sarà vano.

Un bravo o un grazie messi al giusto posto
sollevano l’animo anche a chi invece di vino
si sente mosto.

 

Dedicato a chi all’inizio mi intimoriva e invece inaspettatamente mi sta facendo sicura per la scalata.
Avete una pazienza infinita anche di fronte alla mia ignoranza o alle mie insicurezze. Invidio la vostra imperturbabilità.
Dedicato anche ai pazienti che rispondono al mio saluto da dietro il vetro quando arrivo e quando me ne vado dal reparto.
Mi scaldate il cuore. Anche quando tremo dalla paura, anche quando vi faccio male, anche quando vi nego l’acqua.

Grazie. Di cuore.
Uno dei tanti “mosti” di passaggio

 

Pills

L’ora dell’EPA

Scritto da rem il 08 aprile, 2016
testimonianze / Nessun Commento
Foto di HA

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Le tre è sempre l’ora dell’edema polmonare acuto

Equilibri neuroumorali, convergenze astrali o solo un dispetto per non farmi dormire

Questo EPA è ultranovantenne affetto da una forma di demenza degenerativa, forse a corpi di Lewy, con psicosi allucinatoria. Nessuna pretesa di autosufficienza, nessuna pretesa di consapevolezza. E’ solo respiro affannoso, gorgogliante da diagnosi che fai sulla porta della stanza. E’ solo fibrillazione atriale veloce già nota e senz’altro già in terapia anticoagulante, magari un Noa che è più nuovo e costoso, sia mai che gli venga anche un ictus come a quelli della vecchia generazione

La sua testa finisce presto dietro un scafandro di plastica, gonfio che potrebbe prendere il volo come un pallone aerostatico, il bottiglione ai piedi del letto ‘sbolla’, il catetere vescicale, -vuoi non mettere un catetere ? – sgocciola poche urine chiare in attesa che migliori l’acidosi respiratoria. Quanto interesserà del suo pH a questo ometto che non sa più neanche chi è, chi sono i suoi , chi siamo noi, dove si trova e perché gli abbiamo infilato la testa in un sacchetto ?. Chissà se intuisce che non vogliamo soffocarlo ma farlo respirare meglio, chissà se gliene importa qualche cosa. Se solo ce lo avesse scritto. Se avesse lasciato un biglietto con scritto: “ Lasciatemi andare, è arrivato il momento, non è che ci tenga tanto a stare al mondo in questo stato. Io sono stato ben altro, ero una persona in gamba, ho visto il mondo, ho amato, ho viaggiato, ho letto, ho vissuto per bene; non mi posso lamentare. Quella che vedete è solo la fine della storia e… ragazzi… prima o poi la storia finisce, fatevene una ragione anche voi e lasciatemi andare”

Gli allarmi del monitor si placano, il sacchetto del catetere si dilata gentilmente sotto la spinta dell’urina ora paglierina, quasi gialla, la saturimetria non lampeggia più, è fissa sul 95 che non usciva da tanto. L’ometto ci guarda dallo scafandro sembra appena sbarcato da un pianeta alieno e credo che lo sia. Sono le tre e quarantacinque, a quest’ora le ore si scrivono per esteso perché passano lente sembrano zavorrate alla realtà e non passano mai

Ricovero l’ometto novantenne e non so neanch’io se gli ho fatto un gran favore.

Ma è quello che sappiamo fare e lo abbiamo fatto.

rem

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Passo e chiudo

Scritto da Magamagò il 03 febbraio, 2016
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foto di HA

foto di HA

 

 

Mi mancheranno… i rumori sommessi dei monitors di notte e le luci azzurrate in modalità sleep che rendevano tutto un po’ fiabesco, facendomi sperare in un lieto fine…

Non mi mancherà scoprire che dovrò fare due turni in più a settimana perchè l’Azienda non sostituirà la collega in maternità…

Mi mancheranno le consegne mattutine, lunghe, corte, accompagnate dal profumo del caffè preso in fretta davanti al computer dove appare la cartella informatizzata …

Non mi mancherà l’apparente asetticità delle parole scritte al PC che sintetizzano, o dilatano, un turno massacrante in Rianimazione …

Mi mancherà l’orgoglio di vecchietta non tecnologica che per amore dei pazienti, e solo per loro, ha imparato a destreggiarsi nel mondo dell’informatica …

Non mi mancherà il chirurgo strafottente che non sa e non vuole riconoscere le proprie inadeguatezze, e dall’alto del suo metro e novanta pensa di aver ragione di me, alta un metro e un barattolo ma con tanta ragione da vendere…

Mi mancherà quella solidarietà di fronte ad un’urgenza, il momento in cui devi accettare anche umilmente il consiglio dell’infermiere smanicato che ne ha viste più di te e per questo ha la chiave giusta per aiutare il tuo paziente …

Non mi mancherà la rabbia di un’inchiesta assurda e immotivata, basata su luoghi comuni di magistrati ottusi, incapaci di comprendere che siamo un gruppo con un solo scopo: migliorare la situazione di una persona inerme che ci è stata affidata da Qualcuno che tutto sa …

Non mi mancherà di essere padrona del mio tempo, sempre sacrificando famiglia, affetti, sogni, al lavoro, agli orari impossibili, alla mancanza di levità nello svolgerlo…

Mi mancherà l’illusione di poter essere utile a chiunque possa aver bisogno di me, perché le sofferenze altrui sono sempre più importanti di me stessa…

Non mi mancherà il cinismo e l’indifferenza di chi ha scelto questa professione per motivi egoistici e di interesse …

Mi mancherà il rumore dei miei passi lungo i corridoi dell’ospedale, il brusio continuo di sottofondo, il cigolio delle barelle in movimento …

Non mi mancherà scoprire una volta di più che mancano le risorse, umane e tecnologiche, ma non mancano le buone idee, per cui bisogna fare salti mortali come al solito, e inventare nuove soluzioni possibilmente a costo zero…

Sono più le cose che mi mancheranno che le altre, per fortuna, e ancor di più col passare dei giorni me ne renderò conto, e sarà bello scoprire che le scelte fatte a vent’anni si sono rivelate, per me, vincenti; ma insomma, anche se continuo a sognare l’ospedale, anche se mi sveglio sempre alla solita ora anche senza sveglia, anche se lunedì o domenica non fa differenza … c’è poco da fare: SONO IN PENSIONE !

S’era capito ?

 

Magamagò

La morte è un viaggio?

Scritto da supergiovan8 il 16 gennaio, 2016
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“E vado via, vado via 

prendo il largo 
nessuno mi sentirà 

Vado via e insieme a me 
verso oriente 

c’é il sole che nasce la “

(Verso Oriente – Timoria)

 

Dopo una domenica in famiglia purtroppo caratterizzata da un paio di screzi, che mi hanno demolito il morale, e un pisolino di quattro ore è giunta l’ora di montare notte. Fuori piove a dirotto e il vento ulula peggio di un coyote.

In guardiola c’è la collega del pomeriggio che mi accoglie sorridente. Lei ormai qualche mese fa mi ha accolto e fatto amare la cardiochirurgia e credo rimarrà a lungo un punto di riferimento. Ora la mia giornata cambia un po’ e mi sento più tranquillo, meno incazzoso.

Mi racconta della serata precedente trascorsa con la famiglia quando a un certo punto, spiazzandomi, a caso nel mezzo del discorso, fa: “…ah è morto Tizio! Emotorace massivo, han provato a rianimarlo in stanza tendandole proprio tutte ma non ce l’ha fatta!”.

Bestemmio a bocca chiusa. Una sensazione di disagio mi pervade. Sono allibito, incredulo, ancor più incazzato.

Ieri, poche ore dopo che era salito dalla rianimazione, lo salutavo mentre gli mettevo su un Lasix in 250. La moglie mi chiedeva se andava tutto bene e dopo averla rassicurata salutavo lei, il figlio e mi davo appuntamento alla sera successiva con quell’uomo, quel fratello, quel marito, quel padre sempre in quella stanza, dove sarebbe stato adornato da qualche tubo in meno.

Ora, invece, c’è una famiglia che piange e un padre, un marito, un fratello, un uomo in meno. Questo è terribile e ingiusto. È terribile questa precarietà. È terribile la malattia e in questa notte mi viene da odiare un po’ l’ospedale, quest’ultimo capro espiatorio di un male invincibile.

La malattia è ingiusta e terribile, ma è.

La notte è quasi finita. Il vento fischia ancora come per accompagnare più velocemente la sua anima in un luogo adeguato. Lo spero tanto.
Il sibilo, però, è anche per me, per non farmi sentire troppo solo in una notte troppo calma, troppo lunga, troppo dura.

Mai dura, però, come quella di quel fratello, quella moglie, quel figlio a cui il fato ha strappato un affetto gigante senza che nemmeno si immaginassero che la sera prima lo avrebbero salutato per sempre.
Il colpo di grazia arriva mentre faccio i prelievi: tra le tante provette ci sono ancora le sue.
Prima di cestinarle un po’ di mal di stomaco e un’ultima considerazione: ieri la mia giornata è stata decisamente fantastica.

Addio uomo, addio fratello, addio marito, addio padre.

Supergiovan8

Il Maresciallo se n’è andato

Scritto da Mentepreziosa il 06 dicembre, 2015
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foto di EP

foto di EP

Alto, elegante, profumato, curato; il ciuffo bianco sempre ben lisciato all’indietro, fino all’ultimo; gli occhi chiari e buoni sempre vividi, nonostante la miosi dei giorni vicini alla fine; l’eloquio elegante, gentile, rispettoso come può averlo solo chi è abituato al rispetto della gerarchia, non solo formale ma anche sostanziale. L’ultima settimana l’ha trascorsa quasi muto, senza riuscire ad articolare altro che qualche sillaba afona, qualche smorfia sofferente, qualche lieve lamento: “non fa niente che non riesce a parlare: ci intenderemo a gesti! Le fa male qui? E qui? Mi fa vedere la lingua?”.

Ridotto allo scheletro di sé stesso, mangiato dall’interno da quella stessa belva cui aveva tenuto testa, guadagnando dieci anni di incredibile sopravvivenza (dato per morto un’infinità di volte, si era difeso così strenuamente da sopportare resezioni epatiche, chemioembolizzazioni, termoablazioni ed infine, quando si era ormai constatata la progressione allo stadio multifocale, la chemioterapia e gli scompensi sempre più frequenti, che ne avevano deformato i tratti e l’addome), superando la rottura delle varici esofagee, l’oliguria e l’ischemia che probabilmente ha spento le sue parole, si è consumato lentamente, proprio come una candela, man mano che le funzioni superiori del suo corpo venivano meno.

Sembra ancora così strano non vederlo al mattino, al giro visite; sembra ancora così inconsueta l’assenza del suo nome nella tabella dei pazienti da dividersi; sembra così dolce, delicata, attesa la sua morte da non essere quasi compatibile con l’idea di sofferenza.

Eppure. Che ne so di cosa si agitava nel suo cuore negli ultimi mesi e più ancora negli ultimi giorni, intuendo a cosa sarebbe andato incontro, perfettamente vigile ed orientato, quando alla mia domanda sorridente “come andiamo oggi, Maresciallo?” rispondeva a gesti “e come vuole che vada? Sto morendo”; non potrò mai comprendere quali immagini si dipingevano dietro le sue palpebre quando tentava di gridare di staccare tutto, di non fare più niente, di lasciarlo morire; non sarò mai abbastanza sapiente da discernere se per un uomo sia meglio avere una fibra forte e sopportare settimane di agonia per separarsi dolcemente e poco a poco dalla vita oppure avere un cuore debole, che al primo accenno di edema polmonare, si dispone al riposo.

So per certo però che ho il dovere di non sprecare gli ultimi giorni di vita di un uomo, di non lasciarlo assopito nel suo letto come se fosse già morto, visitarlo come se fosse già morto, toccarlo come se fosse già morto, parlarne come se fosse già morto; mi rendo conto sempre di più che non posso entrare in ospedale pensando di non sorridere: il sorriso è troppo prezioso; loro sentono terribilmente il sorriso, perché dice che non stanno sopravvivendo solo per morire più tardi, solo perché il loro corpo si rifiuta di lasciare la presa ma perché possono ancora ricevere e possono ancora dare. Ci ha ringraziati “per tutto”, con le lacrime agli occhi: a me non hanno fatto paura quelle lacrime, le avevo anche io; mi ha fatto paura la sua paura davanti all’ultimo istante, quella paura che è così ben conficcata nel nostro cuore da avere pudore a vederla negli altri.

E allora l’ho accarezzato, come al solito, come ogni mattina, sulle guance e sulla fronte, gli ho stretto forte la mano e ho sostenuto il suo sguardo perché sapesse che c’eravamo, che lo accompagnavamo e che non aveva sbagliato a riporre la sua fiducia in noi, volendo trascorrere in ospedale gli ultimi momenti, piuttosto che rimanere a morire nel suo letto. Si è congedato da noi con la gentilezza con cui ci si era proposto, dai suoi nipotini con la dolcezza di non rifiutare la loro visita, dai suoi figli con la serenità di sostenere il suo rifiuto all’accanimento terapeutico, dalla moglie con la consapevolezza di aver camminato con lei fin dove poteva.

Ed è morto con qualcuno di noi, perché morire durante un turno di guardia in cui tutti i medici non sono del reparto è troppo brutto. Ed è svanita tutta la sofferenza, tutto l’orrore, tutta la greve atmosfera che pesava su quelle ultime due stanze del reparto: l’altro higlander se n’era andato il giorno prima, nel suo letto. Rimane solo il sollievo, perché tutto è compiuto e i commenti degli infermieri e dei colleghi, “perché era una brava persona”.

Il Maresciallo se n’è andato. Davanti alla morte siamo tutti uguali, non contano titoli, onori, ricchezze ma certi ruoli, ai più fortunati, rimangono addosso per sempre. E se i pazienti sono tutti “Signori”, qualcuno è anche “Dottore”, “Professore”, “Maresciallo”. Da parte nostra, forse, riconoscere questa fusione tra la persona e il ruolo che aveva nella società, persino in un letto di ospedale, è un modo per vedere l’Uomo oltre la malattia, oltre il numero di registro; è restituire all’ammalato la dignità che merita per il solo fatto di stare lì, nudo, davanti a noi, vestiti. Che non sia mai un bieco strumento di potere asservito ad altrettanto immondi favoritismi verso “il Dottore” piuttosto che verso “lo straniero, il tossicodipendente, la casalinga,…”, perché davanti alla sofferenza siamo tutti uguali e ciò che ci distingue è solo quanto riusciamo a non diventare cattivi.

Mentepreziosa

Solidarietà

Scritto da Nanu il 18 novembre, 2015
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foto di RdR

foto di RdR

A: Un paziente HIV positivo per un rapporto sessuale occasionale, recentemente operato per un carcinoma esofageo.

B: Un giovane ragazzo con morbo di Still in attesa di intervento chirurgico per acalasia esofagea.

C: Un giovane albanese operato d’urgenza per una perforazione gastrica qualche ora dopo il suo approdo sulle coste italiane.

Tre storie lontane, in comune il corridoio di un ospedale. A chiede ai suoi figli di acquistare del vestiario per C che non possiede altro in Italia che i vestiti che indossa, consola la mamma di B in attesa dell’intervento, e si precipita dal giovane B appena rientrato dalla sala operatoria per un saluto. La mamma di B assiste ormai quotidianamente suo figlio e C, la cui mamma è troppo lontana. C racconta la sua storia e rassicura B sulla riuscita dell’intervento, al suo rientro dalla sala gli mostra le sue stesse foto poco dopo l’operazione per dirgli quanto presto tornerà anche lui a sorridere.

La solidarietà nel dolore tra le corsie di un ospedale avvicina storie lontane e offre la possibilità di scoprirsi migliori, ed anche nella malattia utili, e talvolta perfino essenziali per gli altri. È a questo che voglio pensare in quei giorni in cui questo lavoro vorrei non averlo scelto.

Nanu

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