storie importanti (3)

Posted by il guardiano on luglio 14, 2009
grandi autori / Nessun commento

[…] Partendo dal postulato che causa diretta dell’arresto temporaneo o permanete della vita fosse la coagulazione di taluni elementi e composti del protoplasma, aveva isolato le varie sostanze sottoponendole a numerosi esperimenti. Siccome l’arresto temporaneo dell’energia vitale in un organismo porta al coma, e un arresto permanente alla morte, lui riteneva che con mezzi artificiali tale coagulazione del protoplasma si potesse ritardare, prevenire e addirittura vincere nei casi finali della solidificazione. Insomma, accantonando la terminologia tecnica, sosteneva che la morte, qualora non violenta e laddove nessun organo vitale risulti leso, è soltanto energia vitale interrotta; in un caso del genere, adottando i metodi appropriati, si poteva indurre la vita a riprendere le sue funzioni. Questa dunque la sua idea: scoprire il metodo – e verificarne sperimentalmente la possibilità – di restituire l’energia vitale a un organismo che la vita sembrava aver abbandonato.
[…] Una volta che fu tutto pronto, venni ucciso da una massiccia dose di stricnina e lasciato morto per una ventina di ore. Per tutto quel lasso di tempo il mio corpo rimase morto, assolutamente morto. Respirazione e circolazione cessarono del tutto; ma la cosa spaventosa fu che, mentre era in atto la coagulazione protoplasmatica, io ero cosciente, e in grado di studiarla in tutti i suoi raccapriccianti particolari.
L’apparecchio usato per riportarmi in vita era una camera a tenuta d’aria, fatta in modo da contenere il mio corpo. Il meccanismo era semplice: qualche valvola, un albero rotante, una manovella e un motore elettrico. Quando era in funzione, l’atmosfera all’interno era condensata e rarefatta a fasi alterne, consentendo così una respirazione artificiale ai polmoni senza dover ricorrere ai tubi usati in precedenza. Pur con il corpo inerte e, per quel che ne sapevo, ai primi stadi della decomposizione, non mi sfuggiva niente di quanto succedeva. Mi resi conto di quando mi misero nella camera e, pur con i sensi sopiti mi accorsi delle iniezioni ipodermiche a base di un composto fatto per reagire al processo di coagulazione. Poi chiusero la camera e il meccanismo si mise in funzione. Ero in preda all’angoscia: ma la circolazione tornò pian piano normale, i vari organi ripresero a svolgere le rispettive funzioni, e nel giro di un’ora consumavo un lauto pasto.
(da “Le mille e una morte” di Jack London).

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cose turche

Posted by il guardiano on maggio 29, 2009
cronache / Nessun commento

Arrivo un quarto d’ora prima. In corridoio non c’è ancora nessuno. La signora delle pulizie sta finendo, e il suo carrello si affaccia un po’ ingombrante dalla porta di un ambulatorio. Mi siedo alla scrivania e guardo l’elenco dei pazienti. E’ breve, solo tre. Ma le visite sono lunghe, quindi non è che farò tanto in fretta. Leggo il primo: Adyle Kezam. Cominciamo bene, penso, chissà chi mi arriva. Così cerco di raccogliere qualche informazione in più. Leggo la scheda. Adyle Kezam, ragazza turca di 28 anni. All’ammisione una emorragia cerebrale da sanguinamento di una malformazione artero-venosa. Dimessa poco più di un anno fa dalla nostra rianimazione in discrete condizioni. Il collega che aveva preso l’appuntamento si era segnato alcune note: “…in Italia per un master in astrofisica al Politecnico. Riparte fra un mese. Parla solo inglese”. Subito non ci faccio caso, poi nel momento in cui rimetto in fila tutte quelle informazioni mi accorgo che risuonano in modo particolare. Le parole “turco”, “emorragia cerebrale”, “rianimazione” e “astrofisica” formano una strana assonanza, o dissonanza, quasi comica. Sembra un film di Woody Allen. O una più semplice candid camera. Da qualche parte c’è una telecamera nascosta, sicuro. Non mi resta che stare alle regole e aspettare la rivelazione finale del gioco. Ma la vera prova da sforzo la farà il mio il mio inglese scalcagnato. Per fortuna al fondo di una cartellina ci sono tutti i test originali (in inglese), potrò limitarmi alle solite frasi di circostanza.
Si affaccia un viso straniero alla porta, un uomo: “Buon giorno… siamo per la visita…” e non finisce la frase. “Kezam?” chiedo. “Sì, mia sorella…”. “Prego, entrate…”. Sono in tre. Adyle, suo fratello, e la madre. Quella dell’inlgese era una bufala, penso. “Parlate italiano?” “No… poche parole… inglese o turco”. E’ il fratello a rispondere. Mi aveva fregato, con quelle frasi piazzate lì al posto giusto. Altro che bufala. La recita è cominciata senza che neanche me ne accorgessi, il sipario si è spalancato all’improvviso e io devo fare la mia parte. Parto con i soliti “nice to meet you…” (piacere di conoscervi) e un bel sorriso. Indico le sedie. Prendiamo tutti posto. Ora mi tocca spiegare la faccenda dell’ambulatorio del follow up, dei test… Che casino. E’ complicato in italiano figuriamoci nel mio inglese! Prendo un po’ di tempo, rileggendomi la storia clinica di Adyle. Poi il silenzio comincia ad essere imbarazzante, ma non mi viene niente di intelligente e soprattutto comprensibile da dire. Allora sollevo lo sguardo e lancio il più banalissimo: “how are you?” (come va?) pensando “adesso si alzano e se ne vanno”. Invece Adyle sorride, e risponde con la massima calma: “fine… now I’m fine…” (bene, adesso bene), sottolineando intensamente quel now, come dire: c’era un prima e c’è un adesso. Poi come per giustificare il grassetto delle sue parole inizia a raccontare. Adesso sta bene, perché ha finito il master. Proprio due giorni fa ha discusso la tesi (ASTROFISICA…!), ma è stato faticoso dare gli ultimi esami. Studiava e non si ricordava niente. Aveva mal di testa. E si ripeteva in continuazione: “sono diventata stupida…!”. Io ascolto, e capisco, capisco tutto, non una parola su dieci, tutto! Adyle parla un inglese morbido e fluente, senza sbavature, senza suoni gutturali, senza arrotolare o aspirare incomprensibilmente le sillabe, con un tono calmo e accogliente. E io capisco. E più capisco, più mi viene da guardarla con attenzione (non l’ho ancora fatto). Muove le mani con leggerezza, disegnando nell’aria piccoli arabeschi (cose turche ovviamente…), muove gli occhi come alla ricerca di immagini, che una volta evocate fissa con grande intensità, sorride (e il sorriso resta sempre, come una musica di sottofondo). Così, quando questa piccola storia finisce, mi sento pieno di cose da dire, da spiegare, e come l’acrobata che è già in cielo nel momento in cui spicca il salto, così anch’io comincio a parlare. Decisamente meno fluente, ma tutto sommato comprensibile. Prima spiego il progetto, poi i test, poi faccio altre domande (ricordi, sogni, operazioni, controlli), rispondo (cosa è successo veramente, come sono andate le cose, cosa le hanno fatto, cicatrici, segni, tubi, sonde…). Il resto è tutto in discesa, macina i test uno dietro l’altro, qualche chiarimento, poi tutto finisce.
Tiro un sospiro. Ce l’ho fatta, sono arrivato alla fine, chi l’avrebbe mai detto. Ci alziamo, ci salutiamo (in inglese, in italiano, in turco). “Ancora una cosa…” dice lei prima di lasciare la stanza “è possibile vedere la rianimazione?”. La mamma non capisce, il fratello traduce (in turco), c’è un po’ di imbarazzo (loro non vogliono: non è il caso, troppe emozioni). Adyle attende la mia risposta. “Ok”, dico solo. Lei sorride di nuovo, di più. Fratello e madre accettano, vedono il sorriso, aspetteranno fuori, dicono. Poi quando la porta si apre la tentazione di guardare dentro è forte, così decidono di entrare tutti. Lei non ricorda niente, loro sì. Il personale si accorge della visita. Sono arrivati i turchi. Molti la ricordano, Adyle, la ragazza turca che faceva il master in astrofisica, molti non c’erano in quei giorni, molti sono arrivati dopo. Madre e fratello piangono. Lei no. Lei mantiene la sua calma, la sua gentilezza. Il suo inglese morbido è come una ninna nanna che seduce e incanta. Adesso si è arricchito di una tonalità nuova, quella dello stupore, e della commozione. Poi di nuovo tutto finisce, tutto precipita verso l’uscita, verso i saluti. Strette di mano. Buon ritorno. Buona fortuna. Grazie di tutto. Torno sui miei passi. La commedia è finita (o era una candid camera?), in un angolo del corridoio scorrono i titoli, nella mia testa parte la sigla. Di fronte all’ambulatorio c’è un altro paziente che aspetta. Mi fermo un istante, attendo il buio e la scritta “fine”.

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una commissione urgente

Posted by il guardiano on maggio 03, 2009
racconti / Nessun commento

Quando aprì gli occhi, la signora del letto 9 avvertì immediatamente un grande senso di angoscia. Era convinta che fosse mattino, e che fosse l’ultimo giorno per pagare la bolletta del gas. Cercò di tirarsi su, per alzarsi, vestirsi e correre alla posta, ma subito fili e cateteri si misero a tirare da tutte le parti, facendo scattare gli allarmi. Due infermieri accorsero e la fermarono prima che potesse fare maggiori danni. Le spiegarono (un po’ rudemente, a suo avviso) che non era mattina, e che alla bolletta ci avrebbero pensato i suoi famigliari. Difficile, pensò lei. E poi ormai era tardi per andare alla posta. Loro, gli infermieri, la facevano un po’ troppo semplice ma non conoscevano suo marito, i suoi figli. Sentiva che quella bolletta non sarebbe mai stata pagata, e questo non era per niente un affare da poco. Il fatto è che lei non sapeva che erano capitate cose ben più importanti. Che in quei giorni era stata messa in discussione la sua stessa sopravvivenza. Lei non sapeva di essere stata molto peggio, non sapeva che aveva rischiato la vita. Quell’angoscia l’avevano vissuta i suoi famigliari, è per questo che, quando li vedeva, li trovava piuttosto strani, e, secondo lei, per certi versi ancora meno affidabili. La signora del letto 9 sapeva solo come stava in quel momento e giudicava tutto secondo quelle impressioni lì. Il suo stato di salute non le veniva affatto in mente. Tutt’al più pensava a qualcosa di contingente, di immediato: la fame, il freddo, la sete. In quel momento c’era quella benedetta bolletta che la preoccupava terribilmente, e il non poter nemmeno avvisare suo marito la metteva ancora più in agitazione. Quando arrivarono poi gli stessi infermieri di prima che per ordine del medico le dovevano infilare di nuovo lo scafandro pensò che era ora di ribellarsi una volta per tutte. Lo scafandro era una vera e propria tortura. Lì dentro l’aria circolava ad una velocità pazzesca, e faceva un rumore terribile. Ogni volta che glielo mettevano pensava di impazzire, e quando glielo toglievano cercava di capire se durante quelle dieci ore fosse impazzita o no. Certo era meglio del tubo. Ma almeno quando aveva il tubo era sedata, o in parte sedata. Ricordava ancora quel tubo che le ostruiva la bocca e le impediva di parlare. Temeva che le fosse cresciuto un enorme dente, o che a causa dell’operazione andata male le avessero riempito la bocca di garze. Quando arrivò il medico per convincerla a mettere lo scafandro sentiva che la sua forza di ribellione era già venuta meno. Forse le avevano dato un tranquillante. Pensò che fosse meglio così. Che sedata non avrebbe sentito quel rumore spaventoso. Quando si addormentò sognò di aver rotto due scafandri a forza di muoversi e dibattersi, e nel tardo pomeriggio, quando la liberarono nuovamente, vide suo marito che le sorrideva accanto al letto, ma lei aveva troppo sonno per chiedergli della bolletta, e gli fece solo un gesto come dire: “Non importa…” ma nessuno se ne accorse.

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storie importanti (2)

Posted by il guardiano on febbraio 25, 2009
grandi autori / 1 Commento

[…] Andarono dall’ammalata. Di solida costituzione, alta, ben formata, ma brutta, somigliante a sua madre, con gli stessi occhietti e la parte inferiore del viso larga e troppo sviluppata, con i capelli in disordine e il lenzuolo tirato sino al mento, la ragazza diede a Korolev, di primo acchito, l’impressione di una creatura infelice e inferma, raccolta per pietà. Non si poteva credere che fosse l’erede dei cinque enormi edifici di quella fabbrica. “Veniamo per curarvi”, disse Korolev “buon giorno, signorina”. Si presentò dicendo il proprio nome e stringendole la mano: una grande mano, brutta e fredda. Essa si sollevò e avvezza evidentemente da molto tempo ai medici, indifferente al fatto che le sue braccia e le sue spalle fossero scoperte, si lasciò auscultare. “Ho delle palpitazioni”, disse. “Tutta la notte, è stato terribile… Sono quasi morta di spavento. Datemi qualcosa, perché finiscano…” “State tranquilla, vi darò qualcosa”. Korolev la esaminò e alzò le spalle. “Il cuore è buono,” disse “tutto va bene, tutto è in ordine. I nervi sono un po’ scossi; ma è cosa talmente comune… La crisi, io credo, è già passata. Stendetevi e dormite”. In quel momento, portarono una lampada. L’ammalata battè le palpebre, e a un tratto, prendendosi la testa tra le mani, si mise a piangere.
L’impressione di un essere infelice e brutto scomparve. Korolev non fece più caso a quei piccoli occhi, alla parte del viso sviluppata in modo anormale; egli vedeva una dolce espressione di sofferenza, tanto ragionevole e commovente, ed ella tutta gli appariva slanciata, femminile, semplice, e avrebbe voluto calmarla non con le medicine, ma con una parola affettuosa. La madre attirò a sé la figlia e le bacio il capo: sul suo viso, quanta disperazione, quanto dolore!
[…] Ambedue piangevano tristemente. Korolev, sedutosi sulla sponda del letto, prese la ragazza, per una mano. “Smettete di piangere” le disse in tono carezzevole; “c’è ragione di piangere? Non c’è nulla al mondo che giustifichi queste lacrime! Suvvia, non piangiamo più, non bisogna…”
da “Un caso di pratica medica” di A. Cechov.

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i tempi della saggezza

Posted by il guardiano on febbraio 09, 2009
pensieri / 7 Commenti

Sicuramente non sarò io a dire qualcosa di nuovo sul caso di Eluana. Il fatto è che sono indignato e stufo di sentirne parlare. Indignato perché trovo veramente squallido l’accanimento con cui persone di ogni sorta si sentono in dovere di dire la loro pretendendo ascolto e ragione. Mi chiedo cosa c’entrino giornalisti, politici, scrittori, opinionisti, sacerdoti, vescovi, con la malattia di Eluana, con il dramma suo e della sua famiglia. Che diritto hanno di interferire con scelte private, giustificate nei mezzi e nei modi da giudici e scienziati, oltre che da una profonda sofferenza?
E poi sono stufo di sentire incompetenti pontificare su temi tanto delicati e tanto vicini al mio lavoro. Non c’è discussione peggiore che quella con interlocutori ignoranti e prepotenti. D’altra parte tacere e fare finta di niente non si può. In qualche modo bisogna manifestare il proprio dissenso verso una politica demenziale che vuole opporre a presunti “vuoti legislativi” frettolosi e inaccettabili rimedi. Pensare ad una legge che mi chiederà di curare chi non vuole essere curato, che mi obbligherà a somministrare farmaci e trattamenti invasivi a chi lo rifiuta, che mi renderà sordo alle testimonianze di amici e famigliari di un paziente incosciente, mi riempie di sdegno e di spavento. E non penso di essere l’unico.
Certo, bisognerebbe affrontare seriamente il problema del testamento biologico, delle direttive anticipate, della limitazione delle cure, ma non è il clamore spettacolare di un signolo caso che deve guidare il dibattito, non è il delirio di una ristretta cerchia di eletti che può farsi portavoce di verità assolute.
Mi auguro solo che tutto questo abbia una fine. Spero che Eluana venga lasciata in pace. E voglio continuare a fare il mio lavoro senza sentirmi un assassino solo perché ho sedato pazienti che stavano morendo, ho negato il ricovero in rianimazione ad ammalati che ritenevo non avessero la possibilità di farcela, ho rispettato la volontà di chi non voleva essere intubato o tracheostomizzato.

Bisogna attendere tempi migliori per affrontare queste storie con vera saggezza.

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il prezzo che si paga

Posted by il guardiano on gennaio 05, 2009
pensieri / 4 Commenti

E’ una settimana che non ti vedo. Quando mi avvicino al tuo letto hai gli occhi aperti. Ti guardi intorno. A volte sembri volgere il capo verso chi ti chiama. Forse segui con lo sguardo chi ti parla (ma questo non sempre). Non hai più la febbre, respiri da sola. Insomma, mi sembra che stai andando bene, proprio bene.
Quando ti ho lasciata, era tutta un’altra storia. La pressione dentro la tua testa continuava ad essere alta e di difficile controllo (segno che il tuo cervello soffriva ancora) e la tac faceva vedere una serie di zone che avevano patito molto. La radiografia del torace evidenziava un focolaio di polmonite. Non potevamo togliere la sedazione (i farmaci che ti tenevano addormentata), e dal punto di vista respiratorio avevi ancora bisogno di un grande aiuto da parte delle macchine. Nelle due settimane precedenti si era presentata una complicazione dietro l’altra. Tutte le volte che andavi un po’ meglio c’era sempre un problema nuovo. Avevo parlato con i tuoi famigliari, tua sorella soprattutto, e nei loro occhi leggevo una speranza che si affievoliva sempre di più. Le poche valutazioni neurologiche fatte erano terribili (avevi dei movimenti in estensione degli arti, nessuna mimica, crisi di brivido e aumento della pressione intracranica, tutti segni di grave danno cerebrale). Solo cattive notizie e un futuro incerto.
Ma questa mattina, quando sono arrivato, avevi gli occhi aperti, e ti guardavi intorno.

Il fatto è che non riesco ad essere contento. Non sono soddisfatto per niente. Non ti conoscevo prima di questa terribile malattia, ma spesso ho immaginato che assomigliassi a tua sorella. Adesso sei completamente diversa. E non solo perché hai la testa rasata, o il viso tirato. E’ proprio lo sguardo che è diverso. E’ perso, vuoto, assente, o forse solo disorientato, ma senza intensità. Inoltre il tuo corpo è teso nel letto in una serie di posizioni innaturali. Le tue braccia sono scarne, e le mani affusolate restano contratte sul busto come un burattino dai fili tirati malamente. Digrigni spesso i denti, la fronte ti si imperla di sudore, e le tue labbra si piegano in una smorfia anormale. Eppure stai andando bene.
Oggi ho parlato di nuovo con tua sorella e ho confermato tutto questo. Non c’è infezione, respiri autonomamente, ti guardi intorno. Ma il mio tono non è stato per niente persuasivo. Così alla fine tua sorella mi chiesto se c’era qualcosa che non andava. Cosa c’era che non mi convinceva. E io non ho saputo bene cosa rispondere. Per la prima volta mi sono sentito meno soddisfatto dei famigliari. Per la prima volta le mie speranze erano più grandi di quelle di tua sorella.

Sono arrabbiato, perché per sopravvivere hai pagato un prezzo veramente alto. La morte, per lasciarti andare, ha voluto in cambio tutto ciò che avevi di bello. La tua intelligenza, il tuo buon umore, il tuo sguardo. La tua capacità di muoverti, di andare, venire, guidare la macchina. E io ho assistito impotente a questo ricatto. Io ho barattato la tua vita, in cambio di tutto questo. Eppure non potevo fare altrimenti. La mia unica arma di negoziazione è una medicina imprecisa, fallace, impotente. E ciò che mi fa ancora più rabbia è che presto mi dimenticherò di te, e della nostra sconfitta Sarà sufficiente che il prossimo malato abbia la meglio in questa iniqua contrattazione, e io mi sentirò vincente. Ma non posso fare altrimenti. Perché io devo andare avanti per la mia strada e tu per la tua.

Forse un giorno sapremo non solo come si curano gli organi, ma anche come si conservano i ricordi. Sapremo raccogliere la memoria che si è persa nel fango di un’emorragia e accendere uno sguardo che si era spento in un incidente stradale. Forse un giorno sapremo fare tutto questo, e allora potremo presentarci vincitori al tavolo dell’oscura signora. Ma fino ad allora il prezzo della vittoria sarà sempre molto alto, e la felicità verrà spesso sacrificata alla salvezza.
E’ per questo che ti chiedo ancora una volta scusa.

il guardiano

Boston, 1846

Posted by il guardiano on dicembre 22, 2008
racconti / 1 Commento

Quello che vedrete oggi non è solo una grande scoperta scientifica. Quello che vedrete oggi è molto di più. E’ magia. Una magia che farà il giro del mondo.
Parlare di anestesia non è sufficiente. Non rende merito a ciò che è realmente. Vedete, non è solo di far dormire la gente che si tratta. Io non farò solo dormire questo paziente. Io lo proietterò in un mondo parallelo. Quando il vapore ipnotico entrerà dentro al corpo e raggiungerà il cervello, l’anima si scollerà dal corpo. Non completamente, certo. Compirà movimenti infinitesimali, scivolando sul corpo per restare sospesa quel tanto che basta da non lasciare traccia nella memoria. Tutto ciò che succederà in quei momenti non verrà impresso nelle pagine della materia cerebrale. Il sonno indotto dal vapore creerà una piccola sfasatura nella mente. Io ho trovato la chiave per entrare in un nuovo mondo.

E vi dico ancora che questo non è che l’inizio. Un giorno si scopriranno cose inimmaginabili. Macchine si sostituiranno ai muscoli respiratori, tubi si inseriranno direttamente nella grande circolazione sanguigna, nuove sostanze attiveranno, disattiveranno, potenzieranno, smorzeranno, abbasseranno, alzeranno, indurranno, stimoleranno, deprimeranno le funzioni del corpo… Ma l’effetto, il fine ultimo della nostra missione non cambierà. Perché quando l’uomo, il medico, si avvicinerà al paziente e preparerà il suo incantesimo, ancora e sempre l’anima scivolerà via, lentamente, come una pelle invisibile, e con piccoli movimenti di tensione e rilassamento si libererà dal corpo pezzo per pezzo, rimanendo lì, sospesa nel tempo, in attesa di essere richiamata indietro… Professor Warren, può procedere, il paziente dorme.

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l’elicottero

Posted by il guardiano on dicembre 16, 2008
racconti / Nessun commento

Quando il portellone dell’elicottero si aprì il vento gelido entrò rabbioso e la stretta valle apparì ancora più fredda e ostile. La neve restava aggrappata alle asperità del pendio e si accumulava abbondante su tutto ciò che incontrava. Il giovane dottore scivolò verso l’apertura e si lasciò legare al cavo del verricello senza guardare sotto. Assicurò lo zaino al moschettone della sua imbragatura e si abbandonò al movimento del gancio. Ruotando su se stesso venne spinto fuori e iniziò la discesa. Il vento si fece ancora più forte e freddo. Un torrente lontano e nero univa i pendii come una cerniera stazzonata e il terrazzo sul quale stava per essere deposto si protendeva come una mano amica a fermare il suo viaggio. Ma era talmente piccolo che ad ogni raffica il vento lo spingeva lontano dalla sua traiettoria. A pochi metri dal terrazzo fece segno di rallentare la corsa, e vide sotto di sé la parete di rocce che precipitava nel torrente, poi si sentì afferrare e tirare verso la casa. Vide i suoi piedi oltrepassare la ringhiera e sentì che toccavano il cemento scivoloso per la neve appena spazzata via. Si sganciò dal cavo, si mise lo zaino in spalla e si diresse verso la porta. Entrando il vento trascinò dentro il freddo dell’inverno e il rumore dell’elicottero. Qualcuno alle sue spalle si precipitò a richiudere velocemente la porta. Si ritrovò in uno stretto corridoio, ai piedi di una ripida scala di pietra. Una vecchia era stesa su di un materasso che occupava tutto lo spazio disponibile. Una luce gialla e fioca illuminava l’ambiente, e una stufa elettrica al massimo della potenza tentava di riscaldare un po’ l’aria umida e fredda. Il giovane dottore si chinò sulla vecchia, e chiese che cosa fosse successo. Una donna accorsa da una stanzetta che si affacciava sulle scale disse di essere la figlia, e di aver trovato sua madre per terra ai piedi delle scale. La madre viveva sola. Forse era caduta. Forse era lì dalla sera precedente. L’avevano sistemata sul materasso in attesa dei soccorsi. La vecchia respirava, aveva gli occhi aperti, immobili, inespressivi. Era gelida, ed irrigidita dal freddo. Aveva una contusione sulla fronte. Il giovane dottore pensò che sarebbe morta di lì a poco. Pensò che era vecchia, troppo vecchia e malmessa per poter fare ancora qualcosa. Lo disse alla figlia. Disse che se l’avesse portata in ospedale sarebbe morta quasi sicuramente lì. Le chiese se era questo che voleva la madre, morire in ospedale. Poi si pentì subito della domanda, perché la questione era un’altra. La questione era che in quella casa non ci viveva nessuno. Nessuno avrebbe potuto vegliare la povera vecchia. Allora il giovane dottore iniziò a pensare ad una soluzione per portarla via di lì, senza dover di nuovo passare dal terrazzo. Non aveva nessuna voglia di rifarsi quel giro appeso in mezzo alla valle. Ma la casa era isolata, le strade bloccate dalla neve. Allora si rassegnò all’idea. Chiamò la centrale spiegò la situazione. Insieme al tecnico alpino e all’infermiera sistemò la vecchia nella barella con il suo cuscino, avvolta nella sua coperta di lana e si preparò ad uscire. L’elicottero si avvicinò con un rumore assordante e si dispose sopra al terrazzo. L’infermiera fu tirata su per prima, poi toccò al giovane dottore agganciarsi alla barella e lasciarsi andare. Il viaggio in salita fu rapido. La barella gli copriva la visuale della valle, ma il vento li faceva girare più facilmente. Guardando in alto vide il pattino dell’elicottero avvicinarsi. Con una mano cercò di tenerlo lontano da sé, mentre con l’altra proteggeva il viso della vecchia. Sganciò il cordino antirotazione e mantenne orizzontale la barella. Quando fu all’altezza del pianale dell’elicottero si lasciò tirare dentro, si allacciò alla corda di sicurezza e aiutò il tecnico e l’infermiera a sistemare la barella. Poco dopo arrivarono gli zaini e l’alpino. Quando il portellone fu chiuso l’elicottero iniziò la sua corsa di ritorno.

Il giovane dottore guardò la vecchia. Era viva. Con l’ossigeno sembrava persino essersi svegliata un po’. Lo sguardo sempre lontano, assente, ma con la bocca accennava a qualche smorfia, di fastidio o di dolore. Pensò che forse non sarebbe morta, e che magari avrebbe prima o poi rivisto la sua valle, con la neve e i lupi. Sperò che quel giro in giostra le avrebbe dato un po’ di tepore, e forza, per ritornare.

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semplici gesti

Posted by il guardiano on novembre 28, 2008
racconti / 1 Commento

La signora del letto 9 era inquietata dal soffitto. Aveva riconosciuto un rosone bianco e nero che per lungo tempo aveva visto in un incubo ricorrente e terribile (durante lo stato di incoscienza). Rivederlo era la prova che l’incubo aveva qualcosa a che fare con quel posto. Sentiva molti segnali acustici, ma non vedeva nessun macchinario preoccupante. Impiegò un po’ di tempo a capire che anche lei veniva curata, e che questo accadeva alle sue spalle. Quando realizzò questo, iniziò a guardare meglio le persone che le stavano intorno. Intanto lei era coricata ed immobile, mentre tutti quelli che le stavano intorno erano in piedi ed in continuo movimento. Si chiese se queste persone avessero chiara la sua situazione, se sapessero bene cosa stavano facendo, se fossero in grado di curarla oppure no. Ma di nuovo la situazione di totale dipendenza e la sua inferiorità comunicativa rendevano queste domande più preoccupanti che altro. Cercò la risposta in quei comportamenti che lei riteneva rassicuranti. Chi le sorrideva la rassicurava, chi la toccava la rassicurava, chi le chiedeva di lei e della sua vita fuori dall’ospedale la rassicura, e sentiva che se mai qualcuno avesse preso una seggiola e si fosse seduto per un po’ vicino a lei, sarebbe impazzita dalla gioia. Così si ritrovò di nuovo di fronte a questioni per lei di fondamentale importanza ma che viste dall’esterno potevano sembrare piuttosto patetiche. Eppure l’unico modo che aveva per giudicare le qualità dei suoi custodi, era quello di valutare il rapporto che riuscivano ad instaurare con lei.C’era una giovane infermiera, che a lei sembrò inesperta perché veniva rimproverata in continuazione da una sua collega altrettanto giovane ma arcigna con cui lavorava in coppia. La signora del letto 9 temeva il loro arrivo la mattina perché l’avrebbero lavata dalla testa ai piedi e avrebbe preso un freddo terribile. L’avrebbero girata sui fianchi e questo le avrebbe fatto un gran male. Ma l’infermiera inesperta era una gran maestra di comunicazione, si avvicinava molto e apriva una bocca larghissima piena di denti bianchissimi in un sorriso incredibile, la chiamava per nome e le diceva con grande attenzione tutto ciò che stava per fare. La collega arcigna procedeva invece in silenzio senza mai guardarla.

Quando iniziarono a lavarla, la signora del letto 9 si accorse dell’importanza di tutta una serie di semplici gesti (cose che si fanno senza neppure rendersi conto, cose che sembrano scontate, naturali, addirittura prive di originalità), pensò a che cosa sarebbe stata quella terribile operazione senza il premio, prima o poi, dell’infermiera sorridente.

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la signora del letto 9

Posted by il guardiano on novembre 10, 2008
racconti / Nessun commento

Sicuramente la signora del letto 9 non aveva scelto di finire in rianimazione. Ci si ritrovò suo malgrado, senza neppure sapere perché. La prima impressione che ebbe quando si percepì cosciente, fu di grande smarrimento. Cercò di capire che cosa fosse successo tra gli ultimi momenti dei quali aveva ancora memoria e quello che gli stava intorno. Per prima cosa capì di essere in un altro ospedale rispetto a quello di partenza. Decisamente diverso da tutti quelli che potevano essere gli ospedali che aveva visto fino ad allora. Pensò di trovarsi all’estero. Ma tutti parlavano italiano. Pensò allora di essere in un ospedale italiano all’estero. Uno di quelli all’avanguardia gestito da équipe internazionali. Da una porta sul fondo che era rimasta aperta, vide uno scorcio di cortile o balcone in cui vi erano vasi di gerani; ad un certo punto arrivò un ragazzo allegro, che portò del cibo, e lo lasciò proprio nella zona dei gerani. Proprio di fronte a lei erano appese due meravigliose, grandi fotografie di paesaggi. Pensò a tutti i quadri che aveva visto in passato, appesi ai muri degli ospedali, e si chiese chi mai potesse aver scelto tante immagini brutte, e insignificanti, e perché mai nessuno era mai andato a toglierle. Ma quelle foto erano un’altra cosa. Quelle foto indicavano che qualcuno ci teneva molto a quel posto.

Quando smise di guardarsi intorno, la signora del letto 9 si accorse di essere in una situazione di grande svantaggio. Non riusciva a muoversi, provava dolore, aveva molto freddo, e soprattutto non poteva parlare, senza sapere perché, non poteva parlare. Nessuna delle cose che aveva visto fino ad allora riuscì a dare conforto al suo smarrimento. Si accorse che quante più risposte trovava tanto maggiori sarebbero state le domande senza risposta. E questo la stancò enormemente. Decise di rinunciare a qualsiasi indagine. Si scelse una posizione comoda – doveva riconoscere che quei letti erano favolosi – sprofondò quanto più possibile nel materasso, inclinò la testa da un lato e, chiusa nella sua tana privata, si mise a piangere. Pianse perché si faceva pena, pianse di sé, per sé. Era lei l’unica referente del suo pianto.

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