la mamma di Deborah

Posted by il guardiano on novembre 05, 2008
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La mamma di Deborah (con l’h), entrò traballante, sulle gambe corte e arcuate, e con un movimento rapido ma quasi impercettibile, si sedette sul divano di fronte al giovane dottore. Impercettibile perché non c’era molta differenza tra la mamma di Deborah seduta e la mamma di Deborah in piedi. Entrando, non aveva salutato, ma aveva accompagnato il suo ingresso con una serie di parole e frasi, e gemiti, che sembravano parte di un liturgia. Il giovane dottore aspettò una pausa un po’ più lunga fra una litania e l’altra e poi iniziò a parlare di Deborah. Ma aveva appena pronunciato il suo nome che la mamma riattaccò. Sempre più drammatica, e con crescente intensità. Allora, sperando di calmarla il giovane dottore le prese la mano, e le disse che Deborah andava meglio, che si stava svegliando, e che presto avrebbe respirato da sola. La mamma di Deborah rimase per qualche minuto in silenzio e forse in ascolto, ma subito dopo, come se non avesse mai smesso, ricominciò il suo lamento.Loro, i dottori, magari erano bravi e magari no, ma lei sapeva che Deborah non sarebbe mai più stata quella di prima. Gliel’avevano ammazzata. Due volte, e questa faceva tre. Ed era tutta colpa di suo padre, quel bastardo che le aveva fatto fare quattro figlie, e Deborah faceva cinque, senza che mai lei potesse capire che cosa era l’amore. E quando le altre figlie se ne erano andate – puttane pure loro che volevano rubarci tutti i soldi – lei aveva dovuto occuparsi di questa figlia qui che, per fortuna era brava e non faceva male a nessuno. Ma, prima suo padre – che l’aveva mandata a lavorare diosolosadove e le era tornata a casa mezza morta – e poi quel pazzo con il motorino che le era passato addosso, gliel’avevano ammazzata. Due volte, e questa faceva tre. E cosa se ne faceva mai lei adesso di questa figlia morta, e pure risorta, che però non parlava nemmeno più?

Il giovane dottore provò a spiegarle che per la parola era solo questione di tempo, che per il momento Deborah aveva ancora il tubo in bocca che le impediva comunque di parlare. Ma la mamma era già in piedi, pronta ad andare. Aveva sentito abbastanza. Si diresse verso la porta sempre cantilenando, e prima di uscire sorrise al giovane dottore, con quella sua bocca sdentata e storta, gli diede un buffetto sulla guancia e invocò la benedizione del signoreiddio per tutti quanti: per i dottori che le avevano salvato la figlia, e anche per gli anestesisti, che gliel’avevano salvata pure loro, e a posto così.

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storie importanti (1)

Posted by il guardiano on ottobre 31, 2008
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“Ivàn Il’ìc ogni tanto faceva venire Gerasim, il mužìk addetto alla cucina, gli metteva i piedi sulle spalle, e per un po’ stava in quella posizione; e gli piaceva parlare con lui. Gerasim faceva tutto con gran leggerezza, volentieri; semplicemente, con una soavità che inteneriva Ivàn Il’ìc. In tutti gli altri la gagliardia, la forza vitale, la salute offendevano Ivàn Il’ìc; soltanto la forza vitale e la salute di Gerasim non amareggiavano Ivàn Il’ìc, anzi lo calmavano.

Il maggior tormento di Ivàn Il’ìc era la menzogna che lo voleva malato ma non moribondo, una menzogna accettata da tutti, chissà perché: bastava che stesse tranquillo e si curasse, e allora ci sarebbe stato un gran miglioramento… Ma egli sapeva benissimo che, qualunque cosa gli facessero, non ci sarebbe, stato proprio niente, salvo che sofferenze ancora più tormentose e la morte. Questa menzogna lo tormentava, lo tormentava il fatto che non volessero riconoscere che tutti sapevano e che anche lui sapeva, e che volessero invece mentire sul suo terribile stato, e che per di più costringessero lui stesso a prender parte a quella menzogna. Quella menzogna, una menzogna perpetrata su di lui alla vigilia della sua morte, una menzogna che si sentiva in dovere di umiliare questo terribile atto solenne al livello delle loro visite di cortesia, delle tende in salotto, del pesce in tavola… era un orribile tormento per Ivàn Il’ìc. E stranamente, molte volte, mentre gli altri eseguivano i loro numeri su di lui, era stato a un filo dal gridare in faccia a tutti: smettetela di dire bugie, lo sapete benissimo, e lo so benissimo anch’io che sto morendo, almeno finitela di mentire. Ma non aveva mai avuto cuore di farlo. L’orribile, tremendo atto della sua agonia era degradato da tutti quelli che lo circondavano alla stregua di qualcosa di casuale e sgradevole, persino di indecoroso (come se trattassero con un uomo che puzza entrato in un salotto), qualcosa che trasgrediva quello stesso «decoro», che Ivàn Il’ìc aveva perseguito tutta la vita; egli vedeva che nessuno aveva pietà di lui, perché nessuno, voleva capire la sua situazione. Soltanto Gerasim capiva la sua situazione e aveva pietà di lui. Perciò Ivàn Il’ìc stava bene soltanto con Gerasim. Stava bene, quando Gerasim, a volte per delle notti intere, rimaneva con lui, tenendogli le gambe sollevate, e non voleva saperne di andare a dormire: «Lei non si preoccupi, Ivàn Il’ìc» diceva, «ho ancora tempo per fare una bella dormita,» o quando, aggiungeva all’improvviso, passando al «tu»: «tu sei malato, e hai bisogno di me, no?» Soltanto Gerasim non mentiva, era sicuramente l’unico che capiva di che cosa si trattava e che non riteneva necessario nasconderlo, e si limitava ad avere pietà di lui, del suo padrone debole e sfinito. Una volta venne fuori a dire a Ivàn Il’ìc, che cercava di mandarlo via:
«Tutti dobbiamo morire. Perché non dovrei farlo?» e, dicendo questo, voleva significare che quella fatica non gli pesava, proprio perché lo faceva per un uomo che stava morendo, nella speranza che anche per lui, a suo tempo, qualcuno avrebbe fatto lo stesso”.
Da “La morte di Ivan Il’ìc” di L. N. Tolstoj.

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una nuova strategia

Posted by il guardiano on ottobre 25, 2008
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Era meglio parlare chiaro. La mamma era in coma. Il dottore aveva impiegato un bel po’ a spiegare questa cosa al ragazzino. Aveva anche parlato di un nuovo tubicino che le avevano messo in testa. Sembrava una cosa dell’altro mondo. Un sensore proprio dentro il cervello. Chissà quali informazioni avrebbe potuto dare. Il ragazzino immaginava tutta una serie di onde, di segnali, di flussi che messi insieme avrebbero dato un quadro molto preciso della malattia della mamma. Una specie di tac (aveva già visto una tac) ma non degli organi, proprio dei pensieri. Così quando era entrato e aveva visto quel piccolo monitor che indicava un numero scritto grande, come per essere letto da un bambino dell’elementari, c’era rimasto un po’ male. Era molto più interessante l’altro monitor, quello colorato, o il ventilatore (anche quello gliel’avevano già spiegato). Comunque non disse niente. Non voleva offendere quel dottore che gli aveva fatto lo spiegone. Certo che avrebbe preferito qualcosa di un po’ più sofisticato per frugare nel cervello della mamma.

Il quadro dei papaveri era appeso proprio sopra al letto. L’infermiere che si occupava della mamma (c’era anche lui di là con il dottore), gli disse che era molto bello quel quadro. Gli disse che lui non sapeva disegnare neppure una casetta ed ammirava molto chi invece aveva queste doti (disse proprio la parola “doti” che colpì il ragazzino, perché era una di quelle parole che usavano spesso gli adulti per fare un complimento, senza accorgersi che non c’era niente da essere contenti a possedere una “dote”; era più una scocciatura che altro).
Tornando a casa pensò a quando avrebbe potuto raccontare tutto a Miriam. Immaginava i discorsi, le parole precise che le avrebbe detto, e le sue reazioni. Ogni piccolo gesto. Immaginava i loro sguardi aggrappati l’uno all’altro, e le loro bocche impigliate fra dolci parole . Immaginava il suo sorriso, e le sue risate. Poi improvvisamente, poco prima del bacio, la scena ritornava dall’inizio, e ricominciava tutto. Ma ad un certo punto si era accorto che c’era proprio poco da ridere in tutta quella faccenda. Con che scusa avrebbe potuto invitare Miriam? E come avrebbero pututo trascorrere un pomeriggio insieme a divertirsi? “Ciao Miriam, vieni a casa mia a vedere il crocifisso che ho appena finito di dipingere?” oppure “Mi spiace, ma devo proprio tornare a casa per le 5 – se potessimo baciarci entro quell’ora! Mia madre è all’ospedale, in coma, che mi aspetta…”
No, così, non avrebbe mai funzionato.

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la visita

Posted by il guardiano on ottobre 13, 2008
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Il ragazzino diede l’ultimo tocco di colore sulle foglie in primo piano, poi si scostò dal quadro e lo guardò da lontano, come gli aveva insegnato a fare suo nonno. E’ finito, pensò, e decise di sottoporlo al giudizio del maestro. Sapeva che avrebbe dovuto aggiungere ancora qualcosa. Una luce, un’ombra. Del bianco (ma non del nero: il nero non esiste, nemmeno la notte è nera). Il più era comunque fatto, da domani avrebbe potuto dedicarsi al suo progetto.Il nonno guardò con i suoi occhi acuti e severi. Si fece passare i pastelli e indicò i punti da correggere. Ora andava bene. La mamma sarebbe stata contenta di quei papaveri da appendere sul suo letto. Molto meglio di quel crocifisso che si era impuntato di fare durante tutta la settimana, e che era rimasto solo abbozzato sul cavalletto dello studio (il “suo” progetto). Tutti la pensavano così. Tranne lui, il ragazzino, che vedeva invece nel crocifisso un compagno fedele della malattia. Un’immagine concreta di quel dolore. Il crocifisso sarebbe stato lì a succhiare quel male che stava uccidendo la mamma. Molto di più di quel mazzo di papaveri rossi. Ma era inutile spiegarlo. Il crocifisso non sembrava adatto, e alla fine, non sapeva bene chi doveva fare contento con quel quadro.

Cercò di iniziare il discorso con suo padre mentre andava all’ospedale. Partì dall’idea di diventare pittore, e finalmente dipingere tutto ciò che voleva (compresi i crocifissi), ma subito il discorso si spostò sulla sua vocazione alla medicina. Vero anche quello. Aveva proprio detto così al medico che gli aveva parlato qualche giorno prima. Forse ci credeva anche, ma fondamentalmente gli era sembrato importante per quel dottore là, non per lui. D’altra parte quando vedeva Miriam fuori da scuola che lo guardava con quegli occhi vellutati e indifesi, sognava di diventare un soldato, per poterla salvare dalla terza guerra mondiale. Nel frattempo non avrebbe mai rinunciato ad un giro intorno al mondo, ad una caccia a tesori dimenticati, ad un viaggio nello spazio. Impossibile decidere lì in macchina, in poco meno di un’ora.
Per entrare in ospedale bisognava mentire sulla sua età, ovviamente, altrimenti la guardia dell’ingresso non lo avrebbe mai fatto passare. Poi una volta dentro era più facile. C’era di nuovo quel dottore dell’altra volta. Gli disse che la situazione non era cambiata molto, e che la mamma era sempre nello stesso letto. Il ragazzino entrò, appoggiò il quadro con i papaveri sul lenzuolo, e vide che quella macchia rossa sul verde del letto sembrava aver ritrovato una sua naturale collocazione. Si rincuorò un po’. La mamma dormiva, non le disse niente, e decise di recitare sottovoce una preghiera. Poi uscì, lasciando dentro solo suo padre.

Tornando a casa pensò molto al crocifisso che aveva deciso di dipingere. Pensò che lo avrebbe finito e lo avrebbe fatto vedere a Miriam, forse lei avrebbe capito.

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la fine del mondo

Posted by il guardiano on ottobre 04, 2008
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Il giovane dottore arrivò in pronto soccorso che il consulto era già cominciato. Il medico di guardia, il radiologo, il chirurgo vascolare erano tutti davanti alla TAC. Il referto era chiaro: aneurisma dell’aorta addominale in fase di rottura. Il giovane dottore chiese se si andava in sala. La risposta arrivò secca dal chirurgo. Ovviamente si andava in sala. Ma nessuno si muoveva da lì. Il fatto è che la signora sapeva dell’aneurisma, e 2 anni prima aveva rifiutato l’intervento.  La signora aveva dei problemi? chiese il giovane dottore. Era depressa? Demente? O cosa? No, niente. 84 anni, senza parenti. Bisognava solo convincerla. Mancava il consenso firmato.

La paziente era in sala emergenze, attaccata ai monitor, separata dagli altri ospiti da una tenda che scendeva dal soffitto. Tranquilla, respirava bene, la pressione era stabile. Una nonnina dagli occhi vivaci, un po’ sofferenti. Il giovane dottore la salutò, lei rispose. Le chiese come stava. Aveva male alla pancia. Il giovane dottore le somministrò un analgesico, lei ringraziò. Poi dopo qualche minuto di silenzio iniziarono a parlare. La nonnina era ben conscia di quanto era successo. Sapeva che l’aneurisma prima o poi si sarebbe rotto, ma lei non aveva voluto farsi operare. Non voleva morire in ospedale. Tutti le avevano detto che se si rompeva sarebbe morta, lì, su due piedi, senza neanche accorgersene. E questo in fondo la tranquillizzava. Così quando le era venuto quel mal di pancia terribile, mai più pensava all’aneurisma. Se avesse sospettato che era quello, se ne sarebbe stata a casa, così nessuno l’avrebbe operata. Ma quei dottori là volevano operarla a tutti i costi. E lei non voleva farli arrabbiare. Il giovane dottore la rassicurò sul fatto che se lei era contraria all’intervento, nessuno avrebbe potuto operarla. Se voleva poteva anche ritornarsene a casa. A queste parole lo sguardo della nonnina si accese di una nuova luce. Davvero poteva tornarsene a casa? E morire nel suo letto? E vedere per l’ultima volta le sue amiche? Certamente. Non era una cosa semplicissima, bisognava organizzarsi, ma era assolutamente possibile.

Quando il giovane dottore tornò dai suoi colleghi, e spiegò la situazione, nessuno lo prese sul serio. Nessuno pensò che era ragionevole lasciare perdere e fare in modo che la nonnina se ne tornasse a casa a morire nel suo letto. Ma il giovane dottore rimase fermo nella sua posizione: lui non avrebbe mai addormentato una persona perfettamente sana di mente, orientata nel tempo e nello spazio, che rifiutava (in maniera del tutto ragionevole) un intervento che (in quelle condizioni) ha una mortalità elevatissima, e un rischio altrettanto elevato di complicanze future. Cosa si poteva fare allora? Semplice. Ognuno avrebbe scritto la sua consulenza, il suo parere diagnostico, terapeutico e prognostico, e sotto tutte queste belle parole la signora avrebbe dichiarato la propria volontà.

Con il cellulare del giovane dottore (lei nella fretta e nella confusione aveva dimenticato il suo a casa), la nonnina chiamò due sue amiche (le più care), e un vicino di casa (infermiere). Raccontò loro tutto quello che era successo e invitò tutti a casa sua per un’ultima partita a carte. Poi firmò i fogli. Il giovane dottore aspettò che la caricassero sull’ambulanza, e poi fece ancora una cosa (che forse non avrebbe potuto, ma che gli sembrava indispensabile). Diede alla nonnina una siringa con dentro diluita una fiala di morfina. Le disse di farsi aiutare dal suo vicino di casa (l’infermiere), e di farsela fare, lentamente e a piccole dosi, se il dolore fosse di nuovo comparso.

Ho pensato un sacco di volte al giovane dottore e alla nonnina. Ho pensato a queste due persone che percorrono un tratto di strada insieme. Quella strada che porta all’orizzonte. Un giovane, figlio di tutti i figli, e una vecchia, madre di tutte le madri, che arrivati là dove il mondo finisce, di fronte al buio cosmico, si salutano. Lei per continuare, mite e coraggiosa, il suo cammino verso l’infinito, lui per tornare, chino e impotente sui suoi passi, e negli occhi le tracce di un nuovo stupore .

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qualcuno di più importante

Posted by il guardiano on settembre 27, 2008
cronache / 1 Commento

Questa notte ho ricevuto una telefonata. Era una donna e chiedeva informazioni su di un uomo che era ricoverato da un po’. Le ho risposto che non era possibile avere informazioni per telefono, lei ha insistito. Ma lo ha fatto in un modo… C’era una sorta di disperazione nella sua voce, una sorta di supplica nella sua richiesta. E io ho avuto la sensazione che quella donna fosse l’amante dell’uomo. Non solo una sua amica o una conoscente, proprio l’amante. L’uomo era sposato, e nessuno al di fuori dei famigliari poteva ricevere direttamente da noi sue notizie, e io in quella voce ho sentito questo: la disperazione dell’amante che non può sapere niente, che non ha nessun diritto. Ci ho pensato tutta la notte. Cioè ho pensato a questa donna e al suo uomo che si salutano, e che si danno un appuntamento da lì a qualche giorno. Loro non possono comunicare in nessun modo (niente messaggi, niente email, niente telefonate) perché lui (e forse anche lei) è sposato, insomma si danno quegli appuntamenti da romanzo dell’ottocento. All’angolo di una piazza, davanti ad un locale, di fronte ad un monumento, in un parco; ad una certa ora in un certo giorno, magari il martedì alle quattro, tutti i martedì alle quattro, e se salta un martedì, ci si incontrerà il martedì successivo, senza possibilità di appello. Uno è lì e aspetta. Aspetta che lei o lui arrivi, e solo l’amore ti tiene in piedi, ti sostiene qualsiasi cosa capiti. E quella volta capita che lui non arriva. E il martedì dopo non arriva di nuovo. E anche quello successivo. Così lei tutte le volte torna a casa o va al lavoro – vorrebbe scappare, morire, ma non può farlo, perché nessuno sa della sua storia, segreta, clandestina, travolgente, quindi non può parlarne con nessuno. Torna a casa o al lavoro perché anche se il mondo le è crollato dentro, nessuno se ne deve accorgere, nessuno sa che sotto i suoi vestiti si apre un baratro più buio e profondo della morte stessa. E dall’altra parte niente. Niente messaggi, niente email, niente telefonate. Lui non si è presentato all’appuntamento e lei non sa perché. Sa solo di essere rimasta sola. Poi in qualche modo questa donna scopre che il suo amante ha avuto un incidente, che è ricoverato nella rianimazione di un certo ospedale, per cui si arma di santo coraggio e telefona.
Di cosa avrebbe avuto bisogno questa donna per placare almeno un po’ quell’angoscia e quel terrore che soffocava il suo cuore? Quante parole, quante spiegazioni sarebbero state necessarie da parte mia? Quante volte noi dobbiamo ripetere le stesse cose ai famigliari di un paziente? Quante volte dobbiamo ribadire concetti, spiegare parole, ipotizzare prognosi, confermare diagnosi. Tutti i giorni, più volte al giorno, magari sempre alla stessa persona. Quante volte. E invece a quella donna non ho detto una parola. E quando dall’altra parte ho sentito che la voce le si strozzava in gola, ho concesso il più arido dei comunicati stampa.
Ma che stronzo.

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i muri danno più soddisfazione

Posted by il guardiano on settembre 14, 2008
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“Se lei non firma il consenso alla trasfusione di sangue io non posso farle l’anestesia…” “Perché?” “Perché, sebbene l’intervento al quale lei verrà sottoposto ha un bassissimo rischio di complicarsi con un’emorragia tale da richiedere una trasfusione, questo rischio non è zero… è basso, ma non zero, quindi esiste una remota possibilità che lei, durante l’intervento, abbia bisogno di sangue, per tanto…” “Ma io non voglio nessuna trasfusione di sangue…” “Certo, è comprensibile, nessuno desidera delle trasfusioni di sangue, ma purtroppo esistono condizioni particolari in cui la trasfusione diventa necessaria… senza trasfusione di sangue si può morire…” “Si può morire, o si muore di sicuro…” “Se la trasfusione viene procrastinata oltre un certo limite, e l’emorragia non si ferma, si muore di sicuro…” “E se l’emorragia si ferma?” “Allora non si muore di sicuro ma si può comunque morire…” “Ho capito” “Bene, adesso firmi questo modulo in modo che se per disgrazia ci fosse bisogno di trasfonderle del sangue lei dichiara di essere stato informato e di essere d’accordo” “Ma io non sono d’accordo””Il fatto è che senza questo modulo io non le faccio l’anestesia, quindi il chirurgo non la opera. Senza questo modulo lei non verrà operato. Mi spiace ma queste sono le regole…” “Ma non si può fare un’eccezione?” “No, non posso, senza quel modulo io rischio di dover prendere delle decisioni che vanno o contro la mia etica professionale o contro la sua volontà… e questo non è giusto.”

“Io però ho male” “Infatti devono operarla… Ma se lei non firma… Forse non sono stato chiaro, vuole che le rispieghi tutto da capo?” “No, ho capito, grazie, è stato molto gentile”. “Quindi la faccio riaccompagnare in reparto? Avverto il chirurgo che lei non vuole essere operato?” “Se non c’è alternativa…” “Va bene. Allora, ho scritto in cartella tutto quello che ci siamo detti. Per il momento l’intervento viene rimandato a data da definirsi, va bene? Legga con calma e firmi qui sotto per presa visione…”

“Senta, dottore, posso dirle una cosa?” “Certo” “Qui c’è scritto che io sono testimone di Geova, ma non è mica vero…” “Non è vero?” “No” “Ma allora perché rifiuta la trasfusione?” “Mio padre è testimone di Geova, io sono ateo, a me non me ne importa niente, ma lui ci tiene a queste cose… In effetti non pensavo che fosse così fondamentale, non volevo dispiacere a mio padre. Sa io questa cosa della trasfusione, l’ho mica mai capita tanto bene…”

“E quindi…?”

“Se le firmo il consenso mi operate?” “Certo, è naturale” “E non lo dite a mio padre?” “Ma no, lei è maggiorenne, può fare quello che vuole…” “Ok” “Allora firma?” “Firmo”

“CARICATE IL PAZIENTE… SI VA IN SALA!”

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era solo una questione di volume

Posted by il guardiano on settembre 07, 2008
ritratti / 1 Commento

Caterina domani va in reparto. Caterina va in reparto dopo 54 giorni di ricovero, 40 chili in meno, e senza nemmeno una tac. Se ne va portandosi via il suo letto, il suo sorriso, e il suo appetito. Ed è strano, ma da noi quando se ne vanno via così, un po’ ci dispiace. Anche se in realtà ci fa veramente piacere (non è facile da spiegare). Non è guarita, Caterina, la strada verso casa è ancora lunga, ma sicuramente non è più in salita, non è più nel buio, non è più alla giornata. Caterina può ricominciare a fare dei progetti, ad organizzarsi la vita. Adesso la via è sicura, è segnata. Salvo complicazioni (ovviamente).Caterina è arrivata avvolta nel tappeto di casa, trasportata dai vigili del fuoco, calata dal balcone, poggiata su di una barella traballante. Non respirava più. 170 chili (mai misurati, perché in ospedale non c’è nessuna bilancia in grado di farlo) ammucchiati sul torace, sull’addome, contro il diaframma… Impossibile respirare.

Il letto l’abbiamo dovuto fare arrivare apposta perché quelli normali non erano omologati per pesi superiori a 130 chili. Un tubo in gola e via. I ventilatori non si spaventano, loro spingono finché ce n’è, finché vuoi tu, e l’aria ha ricominciato a circolare, il sangue ad ossigenarsi. Quanto a fare una tac non era pensabile. Il lettino non l’avrebbe retta, e si rischiava di farla restare incastrata dentro. Va be’, pazienza, facciamo senza. Le radiografie sembravano più delle machhie Rorschach che non immagini di organi intratoracici, ma anche lì che potevamo farci? Le abbiamo interpretate secondo pulsioni inconsce…

Poi la tracheo (fatta dal primario ovviamente) e un lento, lungo, graduale processo di guarigione. Roba che da un giorno all’altro sembrava sempre ferma lì, ma a distanza di una settimana il miglioramento lo vedevi eccome. Nessuno ci credeva, ovviamente. Nessuno ci avrebbe scommesso dieci euro.

Eppure Caterina, paziente, ostinata, sorridente, ha ricomicniato a respirare, ad aprire gli occhi, poi a muoversi, poi a dimagrire.

Domani se ne va senza cannula, con la sua voce un po’ chioccia. Guarita da non si sa che cosa, dopo 54 giorni di rianimazione, senza aver mai fatto neppure una tac. Buona fortuna.

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quando sarà ora di dire basta

Posted by il guardiano on agosto 29, 2008
pensieri / 3 Commenti

Penso che a volte, certe storie ci travolgono con la violenza di un treno in corsa, e l’urto contro la motrice ci sbriciola come fossimo dei pupazzi di vetro. Ma poi, come capita ai supereroi dei fumetti, i frammenti del nostro corpo si rimettono insieme, uno ad uno, restituendoci la forma iniziale. Il fatto è che ad ogni colpo, qualche briciola di noi stessi viene smarrita, e un giorno ci accorgiamo di aver perso qualcosa di fondamentale: un occhio, una mano, il cuore.Mi accorgerò quando sarà arrivato quel giorno? Quel giorno dovrò dire basta. Basta notti di guardia, basta moribondi, morenti, basta tensione, pericolo. Basta mariti e mogli e figli piangenti, in lacrime, distrutti dal dolore della perdita, del lutto, della disgrazia. Gente che urla, che sta male, che sviene. Basta.

E cosa farò poi? Che cosa so fare io? E’ un pensiero che mi innervosisce un po’. Cioè, non lo so. Cosa so fare… so fare un sacco di cose. E’ solo questione di provare. So montare i mobili dell’IKEA, per esempio. E’ già qualcosa. E poi si può sempre imparare no? Io sono un tipo sveglio, che ispira subito fiducia… Ma no. Non ha senso. “Tu, dici così tanto per dire, non sai di cosa parli. Secondo te, dopo tutto quello che hai studiato, dopo tutti i sacrifici che hai fatto, che hanno fatto i tuoi per mantenerti, molli tutto e ti metti a fare… il barista?” E perché no? Il barista, non ci avevo pensato. E’ un ottimo mestiere. Sei a contatto con la gente. A me piace il contatto con la gente. Senti un sacco di storie. Anche qui storie, ma non necessariamente tristi e dolorose. Cioè ci saranno anche storie tristi e dolorose, ma non solo…

Il telefono squilla allarmante. Un richiamo. Il corno di guerra. Qualcuno ha bisogno di aiuto. Qualcuno sta male, sta soffocando, sta morendo, sta… magari sta solo dormendo male, ma io devo… accorrere. E’ l’unica cosa che so fare, almeno per ora. Balzo giù per le scale verso il pronto soccorso. “Il barista… o l’oste. Il falegname, perché no? Prima o poi dovrò organizzarmi”.

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il sonno di Babette

Posted by il guardiano on agosto 25, 2008
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E’ sicuramente la bambina che piange quella che Babette sente di là, ma ha troppo mal di testa per riuscire ad alzarsi. Sembra impossibile, eppure è proprio così, la testa le fa tanto male da scoppiare. Ci ha già anche provato ad alzarsi, ma proprio non le riesce. Per cui, pianga la bambina, pianga tutto il mondo, lei da quel letto non si muove. E ha un bel chiamarla, il marito, e scuoterla e sollevarla proprio di peso. Tutto è inutile. La sua testa è inchiodata al cuscino, e il corpo alla testa. E’ tutto così vero e tragico per lei, che non si accorge neppure dei soccorsi che arrivano, dei militi che le caricano sulla barella, e dell’ambulanza che corre impazzita verso l’ospedale. Per quel che ne sa, lei, è rimasta ancorata al suo letto, sepolta sotto tonnellate di dolore, come un fossile imprigionato nella roccia, dove niente e nessuno (nemmeno il pianto della bimba) potrà mai più raggiungerla.Babette non sa che una parte del suo cervello è stata distrutta. Bombardata da una malattia impietosa. Dove prima c’era sua figlia (20 giorni di bambina bellissima) ormai non c’è che vuoto e desolazione. L’unica cura è togliere le macerie, e mettere a riposo il resto. Ma a guardare da fuori quel disastro l’idea è che non ci sia più niente da fare: Babette resterà imprigionata per sempre nella sua montagna di detriti.

E’ notte, e tocca me andare a caccia di Babette. Tocca a me trovarla, rapirla da quel sonno indotto e liberarla dal guscio di pietra. “Non si sveglierà mai” penso mentre aspetto che finisca l’effetto dei sedativi. “Babette!” chiamo. “Babette”. Un movimento delle palpebre. Non ci credo e riprovo, più forte. La chiamo e la pizzico anche. Gli occhi si spalancano. “Babette mi senti?” E’ lieve il movimento del capo, ma indiscutibile: sì. Come riemersa da un’era preistorica gli occhi di Babette si accendono di luce. Pochi minuti, poi riparte il fluido ipnotico: il cervello deve riposare ancora un po’. Non c’è la sua bimba, in quello sguardo, non c’è la sua casa, suo marito… Non c’è niente di tutto questo, ma non importa. C’è Babette, e lei saprà ricostruirsi il suo mondo.

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