pensieri

ritmo, veloce!

Posted by Herbert Asch on Settembre 07, 2010
pensieri / 1 Commento

SEI. Sei significa Squadra di Emergenza Interna
Squadra è una parola grossa. Per ora è l’Anestesista di Guardia per il Pronto Soccorso, dotato di uno Zaino una borsa dei farmaci da prendere in frigo e di un telefonino portatile DECT, che sarebbe come il cordless di casa ma che prende in tutto l’ospedale.
Lui da solo. Per ora. E allora diciamo che SEI vuol dire Servizio di Emergenza Interna che è più generico e meno impegnativo.
Ed il servizio consiste nel rispondere ed accorrere, ove necessario, alle chiamate urgenti per pazienti all’interno dell’ospedale.
Bella lì.
Ritmo, ragazzo, ritmo.
Accendi il motore e lascialo al minimo.

Se ci fate caso molti di questi racconti iniziano con una chiamata.
In fondo sei lì apposta per ricevere le chiamate, cerchi di fare qualcosa, di darti da fare in reparto, ma l’idea è che a un certo punto molli tutto e scatti, reagisci, parti, quando suona quel dannato DECT.
Ritmo, ragazzo, ritmo.
Salta su, metti la marcia, si parte.

Allora raccatti i farmaci nel frigo e lo zaino e mentre ti dirigi verso la chiamata cominci ad immaginarti che cosa può esserci sulla base delle poche cose che ti hanno detto per telefono.
E a farti l’itinerario per arrivare dove ti hanno chiamato. Pensando se ci sono ascensori fermi, porte chiuse, corridoi con lavori in corso.
Ritmo, ragazzo, ritmo.
Eccoti sul rettilineo, schiaccia.

Quando arrivi sul posto, cerchi di capire dov’è che ti hanno chiamato, in quale cavolo di stanza si sono nascosti a farsi le loro maledette pippe, guardi dov’è il carrello delle urgenze, se l’hanno preso, se l’hanno messo davanti alla stanza.
Li trovi e cerchi di capire cosa vogliono da te, se il paziente è acuto o cronico, giovane o vecchio, si sta spegnendo senza speranza o gli è successo un coccolone, caduto come un fulmine a ciel sereno.
cerchi di capire se lo devi ricoverare, aggredendolo e saturando di tubi e cateteri tutti i buchi che ha e anche qualcuno in più …
Oppure può darsi che ti renda conto che ti hanno chiesto solo di condividere una valutazione ultimativa, e la tua presenza li aiuta a spiegarlo alla famiglia.
Ritmo, ragazzo, ritmo.
Curve da tutte le parti, scala e riprendi.

Ora bisogna far qualcosa, dev’essere fatto.
Tutto e subito, magari anche prima.
Il paziente è cosciente?
Respira?
Ha circolo?
C’è il defibrillatore?
Ha una vena?
Come mai è ricoverato?
E adesso che cosa gli è successo?
Certo, ci sono gli schemi di intervento, procedure previste e prefissate per fare le cose nella sequenza giusta senza dimenticare nulla, ma di nuovo devi lottare con la tua ansia e quella degli altri che si aspettano delle cose da te.
Poi devi valutare se devi agire subito lì o puoi spostarti sui letti di Pronto Soccorso, dove lavori in ambiente più familiare.
Per carità, nei reparti non è che sei allo sbando, ma il personale non è così abituato alle procedure di urgenza, per loro possono suonare strani persino i nomi degli strumenti che chiedi… insomma qui da noi abbiamo deciso di fare così.
E bon.
E allora, mentre fai, telefoni a vedere se c’è posto, organizzi il personale, fai cercare una bombola di ossigeno, tieni d’occhio il monitor, pensi che farmaci vuoi portarti dietro già aspirati e pronti, valuti se la vena basta o se devi trovargliene un’altra…
Ritmo, ragazzo, ritmo.
Tieni la tabella ora viene il bello.

Se già non ce n’era stato bisogno prima, cominci a menare le mani.
Tocchi il paziente, gli parli -se ti capisce- e intanto il tuo computer interno immagazzina dati e sensazioni.
Alcuni sono più precisi e circoscritti: la pelle è calda o fredda, pallida o congesta, secca o sudata? come respira ‘sto cristiano? cerca di aprire anche le branchie se le avesse, o è così brasato che non ci pensa neanche più? Guardi i numeri: pressione, frequenza, saturazione, intanto monti il va-e-vieni per l’ossigeno, lo avvicini al volto: lo tollererà? gli cambierà qualcosa?.
La parte istintiva del cervello fa contemporaneamente un altro lavoro: registra le cose minime, lo sguardo, i gesti, la postura, l’aspetto: sta lottando o ha deciso di lasciare? sta impegnando le riserve? ne ha? sensazioni, raffronti con altri pazienti, passate esperienze.
Forse occhio clinico, ma non pompiamoci troppo.
Quasi sempre, pian pianino le cose prendono la loro strada, inizi a imbastire una storia, cosa c’è cosa fare, cosa serve, chi chiamare, qualche volta persino azzardi una diagnosi.
Ritmo, ragazzo, ritmo.
Se va bene fai tappa ai box.

Qualche volta le cose invece sono serie subito, senti che ti sfugge qualcosa e non sai cosa, il paziente ha qualcosa di inatteso, qualche manovra non riesce, sanguina da qualche parte che non riesci a trovare, la merda (metaforica) attorno sale improvvisamente invece di defluire e tu cominci a smuovere l’universo mondo.
E lì diventa lunga, ma lotterai fino alla fine, avrai pensato le strategie una dopo l’altra, man mano che si rivelavano, una per una inutili. E alla fine l’unica cosa che ti salva è che sei certo che finirà. Perchè qualcuno ti verrà a dare il cambio, perdio!
Poi risuonerai per qualche giorno e avrai qualcosa da raccontare.
Ritmo, ragazzo, ritmo.
Niente pit-stop continui con quel che hai, a manetta.

Te lo sei chiesto un sacco di volte chi te l’ha fatto fare e non hai mai saputo, o voluto, darti una risposta.
Ma a te piace così.
Finchè dura, finchè ce la fai, finchè non ti trovi col serbatoio vuoto come un bossolo sparato.

Meno male che hai ancora qualcosa da raccontare.

Herbert Asch

Tags:

sei tu

Posted by Shadow on Giugno 25, 2010
pensieri / 3 Commenti

Ho guardato nel profondo dei tuoi occhi cercando di comprenderti ma, ho visto tutto quello che di me mai avrei voluto vedere. Ho visto la mia fragilità e la mia insicurezza, i miei sensi di colpa e i miei complessi, le mie paure e la mia insofferenza, ho visto le mie tenebre e i miei demoni…

E’ stato un vortice di emozioni quella notte, quella settimana, quel periodo… mi sono trovata cresciuta di colpo, come donna, come medico.
Tu stavi male, peggioravi di ora in ora, quasi di minuto in minuto ed io mi districavo tra i fili del saturimetro, quelli del monitor, le flebo legate all’asta dell’armadio, il fonendo che non trovavo mai ed avevo sempre al collo, la diuresi, i cambi di terapia, in una folle gara contro la morte. Ma io sono quella che fa diagnosi appena il paziente entra in ambulatorio, io la regina degli edemi polmonari, non potevo non salvarti, non tu. Ti cambiavo le flebo compulsivamente, ti rivalutavo con una frequenza fuori da ogni logica, io dovevo… lo dovevo a te e lo dovevo al mio ego, perché dovevo dimostrare a me stessa che, a dispetto di tutto e tutti, ce l’avrei fatta anche questa volta…ma non ci riuscivo, e mi sentivo piccina piccina, ero lì non potevo fare più niente, niente bastava, rincorrevo la morte senza mai raggiungerla, mi sembrava per un momento di averla afferrata per il mantello ma subito si dissolveva e le mie mani erano di nuovo vuote, inconsistenti. E tu eri una candela in balia di un vento troppo forte e io non ti riparavo, non riuscivo a evitare il tuo declino, l’innescarsi di una cascata ormai inesorabile. Mi prendevano in giro, tutte le volte che ti ho momentaneamente ripreso “Elena batte Gesù Cristo 2-0” mi dicevano, la sicurezza tornava e con essa una nuova speranza, ma anche se avevo vinto qualche battaglia, la guerra era un’altra cosa, nel mio profondo sapevo che non avrei vinto. Allora mi sono sentita inadeguata come per la maggior parte della mia vita, ho provato quell’orribile sensazione di non essere mai abbastanza. Poi ho capito, ho mollato, avevamo perso. Quindi la decisione di aiutarti nel percorso, l’ultima dimostrazione del bene di chi era lì quella notte, della mia stima ed affetto infiniti. Tu mi hai preso le mani, come facevi sempre, me le tenevi a lungo tra le tue, quelle mani così belle, da scultura, che ho potuto amare nuovamente, e mi hai guardato dritto negli occhi, con le tue iridi azzurre e mentre io mi perdevo nel mare della tua sconfinata consapevolezza, tu mi hai detto “Elena, io mi fido di te”. E in quel momento io ho fatto i conti con la mia impotenza, con la mia inesperienza, con la mia presunzione, la mia inadeguatezza umana e professionale, con il mio essere un medico giovane e una donna insicura, con la mia prima vera sconfitta, con la responsabilità del gesto, con il vuoto che avresti lasciato. Tu morivi e io sono morta con te, in quel momento, per rinascere una donna nuova, un medico nuovo, una donna migliore, un medico che si dovrà sempre migliorare.

…allora ho guardato ancora oltre e nel profondo del mio cuore, un mare in tempesta, un oceano immenso dove tuffarsi e perdersi e lì nel profondo della mia anima ho compreso!

Shadow

Tags:

la soglia del dolore

Posted by Morris on Maggio 31, 2010
pensieri / 6 Commenti

“Voi uomini avete una soglia di sopportazione del dolore così bassa che se sbattete il gomito contro uno spigolo non sentite la scossa, cadete fulminati. Poi si lamentano se noi facciamo l’epidurale per partorire e loro farebbero l’anestesia anche per farsi la barba. ” da: le più belle frasi di Luciana Littizzetto.

Ho riletto già un paio di volte questa frase che campeggia nel mezzo della mia pagina di Facebook e mentre la guardo ancora sento che mi monta dentro un’ ondata di rabbia.
Mi ha mandato questa riflessione una povera di spirito che per disgrazia ho accettato fra i miei amici: già non la sopportavo al liceo, e risentendola tanti anni dopo ho avuto un’ ulteriore conferma del fatto che le persone non migliorano col tempo come il vino: possono solo peggiorare. Figurarsi, ha messo come foto iniziale del profilo un’ immagine in bikini palesemente di almeno dieci anni fa in posa da strafiga, e continua a postare come perle di saggezza aforismi che scarterebbero anche per i Baci Perugina.
Ma questa qui no, non la reggo proprio. Non è perché anche oggi ho visitato l’ ennesima fibromialgica che, quando le ho appoggiato un dito sotto la scapola, si è contorta ed ha urlato come se l’ avessi trafitta con un kriss malese. Poverette, oramai le capisco, le mie fibromialgiche, e le tratto anche abbastanza bene, con adeguate parole di conforto. Non è colpa loro, è che le disegnano così, come Jessica Rabbit.
No, quello che mi rende insopportabili queste parole è che oggi sono andato in camera mortuaria a dare l’ ultimo saluto a Roberto.

Roberto era un collega con cui ho percorso praticamente tutti questi anni di lavoro, anzi, uno dei pochi che oltre che collega potevo definire anche un amico. Abbiamo iniziato insieme con le prime guardie mediche sul territorio, siamo stati assunti praticamente insieme in questo ospedale, per un po’ abbiamo lavorato insieme nello stesso reparto.
Quindi una riorganizzazione interna lo ha “convinto” a passare ad un rapporto di collaborazione libero-professionale, a cui si è adattato inizialmente con un po’ di frustrazione, poi con un impegno ed una professionalità che lo hanno portato ad essere uno dei più stimati e richiesti specialisti del circondario.
Era uno di quei medici che teneva a darsi un tono e ad avere un’ immagine consona al suo ruolo, sempre in cravatta ton-su-ton con la camicia, d’inverno con il panama leggermente inclinato, e la sua naturale eleganza strideva un po’ con i miei pantaloni stazzonati e le mie magliette da 7 euro al supermercato. Ma si capiva che il suo atteggiamento non era un volersela tirare, ma una forma di rispetto verso i suoi pazienti che “volevano” vederlo così.
Poi, alcuni anni fa, le prime avvisaglie; difficoltà a respirare in certi momenti, alla sera sempre più spesso un po’ di febbricola.
L’iniziale atteggiamento da struzzo di tutti noi che lavoriamo in sanità (cosa vuoi che sia, passerà da solo); quindi i primi accertamenti, con risultati interlocutori. Si sa, curare un collega non è mai semplice, così di fronte ad un esame negativo o dubbio di solito il consiglio è spesso di rivolgersi ad un altro specialista “sicuramente più pertinente al tuo caso”.
Così di controllo in controllo, lo vedevo sempre più stanco e preoccupato. Mi aveva confessato che per tenere sotto controllo la febbre e attenuare la sensazione di spossatezza aveva cominciato ad assumere regolarmente del cortisone. Poi, finalmente, all’ ennesimo controllo la diagnosi : una forma leucemica rara, “una di quelle classiche cose da una su un milione che capitano solo ai medici”, disse l’ ematologo con grande tatto e sensibilità.
Iniziò così il solito calvario; i cicli di chemio, accertamenti sempre più serrati ed invasivi, la nausea, i capelli persi, la faccia gonfia per i farmaci, il colorito sempre più pallido.
Ciò nonostante continuava sempre il suo lavoro, con l’ attenzione e la cura di sempre: la mattina andava a fare la chemioterapia, il pomeriggio veniva da noi a svolgere il suo ambulatorio , non prima di essersi fatto sparare in vena uno Zofran ed un desametazone.
In ultimo portava un busto , perché le vertebre rese sempre più fragili dai cortisonici avevano cominciato a cedere. Vedevo il dolore che gli costava ogni movimento, ed era una sofferenza anche per me. Una volta, capendo quello che stavo pensando, mi disse:” Ho dei figli piccoli, è importante che non pensino che mi sto arrendendo”.
In questi anni mi è capitato di perdere diversi colleghi. Alcuni, dopo essersi ammalati, sono semplicemente spariti, come i vecchi eschimesi, che quando sentono prossima la fine si allontanano dal villaggio e si perdono nel bianco.
Roberto no, quando non ce l’ha più fatta si è ricoverato da noi, anche perché i luminari che l’ avevano assistito e che fino a poco tempo prima gli avevano garantito che era sulla soglia della remissione vedendo la situazione precipitare si erano improvvisamente tirati indietro.
Così siamo stati costretti a seguire il suo declino, e abbiamo potuto ammirare la dignità con cui lo sopportava.
Quando infine lo abbiamo trasferito ad una struttura “sicuramente più pertinente al suo caso”, lo sono andato a salutare mentre gli ambulanzieri lo portavano via.
“Cerca di tornare presto”, gli dissi, e sapevo che non sarebbe tornato.
“Vedrò di non deluderti”, rispose con un debole sorriso, e dal suo sguardo capii che lo sapeva anche lui.
Ecco, stamattina lo sono andato a salutare per l’ ultima volta alla camera mortuaria. Ai familiari non ho potuto dire altro che in casi come questo mi sento inadeguato come medico e come uomo.
Inadeguato. Non mi viene nessuna altra parola.
“Voi uomini avete una soglia di sopportazione del dolore così bassa…”
Sotto alla scritta occhieggia, invitante, il link “commenta”.
Che dite, se la mando affanculo e la cancello dai miei amici di Facebook sono troppo cattivo?

Morris

Tags:

Haiti, oh cara

Posted by Morris on Aprile 20, 2010
pensieri / 1 Commento

I turni di guardia notturna sono spesso un occasione per portare avanti un po’ di lavoro che altrimenti durante il giorno non ci sarebbe tempo o voglia di affrontare. Ci sarebbe quella procedura interna da aggiornare, ci sono da preparare le statistiche semestrali sulle infezioni ospedaliere, ci sarebbero… E in genere ti dici sempre, beh, ci penserò la prossima sera che sono di guardia se il reparto è tranquillo.
Questa è una di quelle sere, e sto smaltendo con una certa rapidità le mie scartoffie.
Bene, mi sono meritato un caffè, la macchinetta è qui vicina, e anche se emette una broda ignobile ormai ci sono assuefatto.
Con il bicchierino fumante in mano, torno al computer e vado a cercare su Internet le ultime notizie.
Sono passati pochi giorni dal terremoto ad Haiti, e, smaltita la sbornia iniziale dei media, le notizie sul dopo-sisma sono ormai diventate più scarne. Vado sul sito On-line di un noto quotidiano e la notizia di punta, a tutto schermo è: “Brad e Angelina si lasciano! Tutti i particolari!!”.
Un po’ più sotto, con grande rilievo: ” Perché il Tal dei Tali è stato eliminato da “Amici”: tutti i retroscena segreti!!”.
E quindi, con ampio rimando nei servizi sportivi, il sobrio commento sulla vittoria di un gruppi di strapagati signori in braghette su un altro gruppo di strapagati signori in braghette (” EROICI!!!!”).
Le notizie da Haiti sono su un link piccolino a fondo pagina (“Incertezza sul numero delle vittime: 75000? 100000?150000?”, e chi se ne frega, sembra di capire dal tono); un’altra notizia, è data con più risalto: “Scandalo! Medici ad Haiti mettono su Facebook foto choccanti!” (eh, signora mia, dove andremo finire).
Seguono alcune delle foto scandalo, in cui si vedono alcuni dei medici in questione, inviati da Portorico per contribuire ai soccorsi, che bevono birra, si producono in atteggiamenti goliardici, impugnano fucili a pompa.
Certo, sono foto che viste così non fanno un bell’effetto, ma poi mi chiedo: se noialtri, abituati alle nostre corsie asettiche, ai nostri ritmi costanti, alle nostre belle flow chart decisionali si/no, ai nostri “Mhhh… prima di operare voglio il via libera dell’anestesista-voglio il via libera del cardiologo-voglio un’altra Tac-voglio 5 sacche di O negativo”, ci trovassimo catapultati dall’oggi al domani lì, in un Inferno che fa sembrare al confronto una linda clinica svizzera l’ospedale da campo della Wehrmacht a Stalingrado, come reagiremmo? Non capiterebbe anche a noi di avere atteggiamenti cinici, o di fare cose stupide per allentare la tensione, per non impazzire?
Ma no, queste cose non si fanno: ormai siamo talmente convinti che la realtà virtuale che ci siamo costruiti sia il mondo vero da pensare i medici e gli infermieri devono per forza essere come quelli di E.R., i poliziotti come Montalbano, i professori come Mr. Chips e che la vita è un enorme villaggio vacanze in cui gli altri sono animatori o camerieri al nostro servizio.
L’invecchiare, l’ammalarsi, il morire, non sono entità contemplate, almeno per noi. Gli altri… beh, gli altri sono gli altri (e a loro penserà qualcun altro).
Giusto in tempo per interrompere le mie riflessioni prima che vadano troppo in là, entra nello studio uno dei nostri infermieri, uno in gamba, con una cartella in mano.
“E’ della 306A, una signora di 93 anni con neoplasia gastrica e carcinosi peritoneale. I familiari vogliono parlare con un medico perché non la vedono bene e sono preoccupati”. C’è un attimo di silenzio. Mi guarda in faccia, e capisce parola per parola quello che sto pensando.
“Faccia con calma, dottore, quando ha un attimo…”
“Cinque minuti, Marco. Cinque minuti e sono da loro”.

Morris

Tags:

angeli custodi

Posted by Gaddo on Marzo 25, 2010
pensieri / 3 Commenti

Cos’è che accade veramente quella volta che ti chiamano in piena notte per il solito incidente stradale, e tu arrivi in pochi minuti, e c’è sul lettino della Tac un ragazzo di diciannove anni privo di conoscenza, tu fai l’esame, ti siedi alla consolle per cercare di capirci qualcosa e sembra tutto a posto, dico sembra perchè scorri le immagini avanti e indietro e tutto sembra a posto ma una vocina dentro ti spinge a continuare a guardare, ti implora di non chiudere la faccenda con un referto negativo mentre tu muori dal sonno e hai voglia di ritornartene a letto, cos’è che accade veramente quando continui a guardare quelle immagini in cui tutto sembra a posto e cominci a sentirti un deficiente perchè anche il tecnico se ne è andato via e dal pronto soccorso aspettano soltanto il tuo via per decidere cosa fare, eppure all’improvviso, proprio quando stai per mollare, ti accorgi che c’è una bollicina di aria accanto al margine del fegato, una bollicina di aria così talmente piccola che se tu avessi eseguito lo stesso esame altre diecimila volte non te ne saresti accorto, e tu sai bene che in quel posto lì non deve esserci nessuna bollicina di aria, cos’è che accade quando afferri il telefono in mano e chiami il chirurgo e gli dici di venire in sezione Tac, poi gli mostri l’esame e gli dici che c’è dell’aria in pancia, e lui ti guarda un pò male perchè neanche lui alle tre di notte ha voglia di andare in sala operatoria e ti chiede, ma sei sicuro, e tu gli dici, si che sono sicuro, lì c’è aria, e allora arrivano gli infermieri con le barelle e il chirurgo ti augura buonanotte e tu gli auguri buon lavoro perchè tu torni a letto ma lui rimane lì a cercare di scrollarsi il sonno da dosso perchè dovrà aprire la pancia di un adolescente alle tre di notte o di mattina, che poi è uguale, cos’è che accade quando imbocchi lemme lemme il corridoio centrale sperando di non aver sparato una cazzata perchè mandare un ragazzo in sala operatoria non è come bere una lattina di aranciata, e dormi male perchè aspetterai le otto di mattina per telefonare al chirurgo, o incontrarlo al bar, e domandargli com’è andata, ma poi è lui che chiama te alle otto e dieci e ti dice, c’era un’ansa intestinale perforata, un buchino millimetrico ma c’era, volevo che tu lo sapessi, e senti nella sua voce qualcosa che da lontano somiglia un pò a sollievo e un pò a gratitudine, e la tensione dentro di te si affloscia come un palloncino bucato?
Insomma, non lo so cosa accade in quei momenti: so soltanto che a volte la diagnosi brillante che ottieni, l’intuizione che risolve un caso difficile, il paragrafo da tre righe che hai studiato mille anni fa e che ti viene in mente senza che tu l’abbia cercato e proprio nel momento giusto, tutte queste cose non dipendono da te ma è come se una mano pietosa te le inculcasse nella testa e ti mettesse a forza sulla retta via.
Quello che voglio dire, in definiva, è che sono davvero convinto che a volte non siano i medici a essere bravi, ma gli angeli custodi ad avere due maroni così.

Gaddo

Tags:

anima grande

Posted by tartaruga on Marzo 16, 2010
pensieri / Nessun commento

C’è un’Anima Grande, che passa dalle pareti bianche e verdi del Pronto Soccorso, soffia tra i ventilatori della Rianimazione, pervade le stanze di tutti i reparti, fino ad arrivare ai pavimenti polverosi del “Pronto Vecchio”…
E’ un’anima che spesso prende, spesso toglie, ma altrettanto spesso concede… e se ti fermi un attimo isolandoti dal caos che ti circonda la senti…
La senti che ti accarezza la pelle mentre aspetti il tuo defibrillatore al passa-malati della Sala Operatoria, non c’è nessuno, dai finestroni del corridoio solamente il buio e qualche piccola luce nei palazzi davanti, senti solo il rumore lontano delle attività della Sala e l’adrenalina dell’ultima urgenza inizia a scemare… la senti che arriva vigliacca da dietro, ti passa sulle spalle e ti stringe la gola mentre leggi la frase tatuata sul braccio di un ragazzo della tua età, che adesso è coperto da un lenzuolo bianco… la senti che ti parla all’orecchio mentre guardi uno dei migliori medici che tu conosca assistere il suo papà, mentre vorresti poter risolvere tutto e dirgli: “Guarda, è come nuovo…!” La vedi nel sorriso bambino del tuo collega che addobba l’albero di Natale, mentre tu cerchi di sabotarlo, perché in fondo il Natale non ti è mai piaciuto… la vedi che ti sfida ogni volta che passi dal corridoio che dal Pronto Soccorso porta ai reparti e la tua immagine appare in quell’oblò di plastica sul soffitto, che forse nessun altro ha mai notato e che riflette te e le tue paure e devi ammettere che oggi, vista in quello specchio strano, la divisa arancione che indossi per la tua prima volta fa una certo effetto… la puoi addirittura sentire arrivare, quando si aprono le porte di un’ambulanza e sei invasa da tutto quello che è successo a casa del paziente… la vedi passare nelle finestrone illuminate dell’ospedale, che sembra una grande balena o un transatlantico con i suoi tanti oblò… la odi quando ti strattona, mentre l’ennesima paziente di un pomeriggio disastroso ti spiega che non seguirà la dieta che il medico le ha appena prescritto perché il suo unico cibo a colazione, pranzo e cena è la pasta, sempre, solo e unicamente la pasta, pasta e nient’altro, perché è la sola cosa che la sua pensione permetta… la vedi nel sorriso dell’anestesista che ti ruba lo zaino dei trasporti nonostante la fretta del momento perché a suo dire lui è troppo “uomo del Sud” per lasciarlo a te, basta uno sguardo e sai che tutto andrà per il meglio, che qualsiasi intoppo non sarà insormontabile… la vedi passare negli occhi tristi di due genitori attoniti e sai che continuerà a passare senza sosta come un vento freddo su un prato di gennaio coperto di brina… la vedi in lontananza quando sotto un ombrello con il tuo mito del Pronto Soccorso scopri che non sei l’unica a cui quel corso non è andato esattamente come atteso… la senti che ti fa tremare le mani quando durante un’urgenza tiri fuori tutta la grinta che una collega speciale ti ha insegnato ed è come se lei fosse lì ad osservarti, anche se adesso non è in turno con te… la senti che ti gela le vene quando ti volti e vedi G. e la sua decompressione cranica coperta da un fazzolettone colorato, G. e i suoi grandi occhioni persi a guardare qualcosa che a te non è dato vedere…
Alcuni la chiamano Anima Grande, altri Dio, alcuni Buddha, altri Allah… non so se esista un nome appropriato… io chiedo solo di poter continuare a sentirla, giorno per giorno…

tartaruga

Tags:

mio

Posted by Magamagò on Marzo 08, 2010
pensieri / 3 Commenti

Quand’è che si passa dall’altra parte? Quand’è che si attraversa la sottile linea,invisibile ma rigida,che separa il te medico comprensivo, amante del tuo lavoro, disponibile verso i pazienti,dal te non quello malato, quella è cosa semplice, chiara,facile da gestire, ma il te ” parente di malato” ?
Non te ne accorgi, non lo sai la mattina quando ti svegli, e stai già pensando a cosa ti aspetterà in reparto, fra i tuoi malati di ieri o quelli nuovi di stanotte, non lo puoi sapere; ma forse il Padreterno qualche indizio te l’aveva dato, come quando hai comprato quel libro dal titolo “A parte il cancro tutto bene”. Sì, ok, lo hai comprato perché sei da sempre autoironica, perché ti piacciono i libri “ammalloppati” come dice tuo marito, o forse perché ti sarebbe riuscito utile un giorno?
Allora, spieghiamo subito, facciamo una flow-chart della situazione, cosi diventa tutto chiaro.
Marito chirurgo, abbastanza giovane, avvisaglia banale del Padreterno (sia ringraziato), TAC, tumore al colon (lui è anche endoscopista , ironia della sorte); va bene, guardiamolo in faccia, letteralmente, insieme a tutti quelli che ci vogliono bene, e che sperano di sbagliarsi; ok di nuovo, andiamo avanti, il tempo di smaltire, lui, la sedazione, e io, la moglie anestesista, la mazzata e ho già organizzato tutto il percorso diagnostico futuro, trovando anche il tempo, en passant, di consolare figlia, amici e colleghi. Nelle flow-chart le opzioni sono sempre due, e nella vita anche: fare o non fare. Io faccio, mentre una parte di me, fuori di me, pensa e piange. Poi tutto in salita, o in discesa, insomma verso il meglio. Però da quel momento tutta la tua vita interiore è scandita da quella opzione, e vedi tutto attraverso il vetro della malattia, un po’ smerigliato, per cui le cose, le persone, le situazioni, hanno contorni ondulati, diversi da come li vedono gli altri.
Il paziente con sepsi ricoverato in Rianimazione nel postoperatorio, è in realtà una persona simile al tuo amore a cui è andata peggio, e questo ogni volta ti fa ritornare indietro a ripercorrere tutte le tappe della tua vicenda personale, e questo ti svuota, ti prosciuga e ti arricchisce, come la vasca da bagno dei problemi alle elementari, quella che si doveva riempire d’acqua ma aveva un buco nel fondo… a volte il buco è grosso, e si svuota più in fretta di quanto si riempia, a volte è quasi piena, ma sempre a rischio, e quel problema non si risolverà mai in questa vita. Gli anziani del paese dove ho lavorato all’inizio mi dicevano stupiti: ma come anche i dottori si ammalano? Ed io rispondevo: bastasse una laurea per stare bene… Invece capita, anche a noi, eccome, l’importante è avere un male adatto alla tua mentalità: un chirurgo abituato al taglio netto e risolutivo non puù avere una malattia cronicissima, andrebbe ai matti! Ma qualcuno lassù ci pensa, e non ti lascia mai solo. Il turno di notte in Rianimazione, quando finalmente verso le tre c’è un momento di tregua, e perfino i monitors sono più sommessi, e quando il relativo buio si fa più denso, ti libera anche la mente che così si ricongiunge a tutti gli spiriti che aleggiano nel reparto, spiriti di quelli che ci sono transitati e di quelli che ci arriveranno, con le loro storie che d’ora in poi saranno sempre o più simili alla mia, o più dissimili, e che tutto sommato non vorrei cambiare mai.

Magamagò

Tags:

il criceto non è un animale notturno

Posted by rem on Marzo 02, 2010
pensieri / Nessun commento

Notti di guardia a dire il vero non ne posso più, avrei solo voglia di starmene nel mio letto, a casa con la mia famiglia, mi viene la nausea mentre preparo la borsa, mentre saluto mio figlio sulle scale ci vediamo domani vengo a prenderti a scuola. Sono stanco. Mi sembra tutto così inutile, ore di sonno perse, neuroni che non rivedrò mai più domani mattina. Domani mattina sarà già troppo tardi ma è l’unico concetto a cui penso, domani mattina; perché la mattina arriva sempre, le primi luci dell’alba ad illuminare il Pronto Soccorso, i minuti che scorrono lentissimi come se gli avessero messo un freno, i primi pazienti della mattina quelli che vengono perché sanno che non c’è fila, oppure l’infarto che da tre giorni ha un dolore tra le scapole e sta prendendo dell’aulin ma non passa, un bel culo, ma va bene così, abbiamo superato la golden hour ma va bene lo stesso. Sarà che non sono un medico dell’emergenza, che non sono un anestesista, un rianimatore, un cardiologo, sono un povero geriatra che lavora in pronto soccorso, che fa le guardie, che fa ambulatorio, segue il reparto e così via come il criceto nella gabbietta. Non penso più di fare il medico per salvare le vite, tanto le vite non si salvano, non penso più di fare diagnosi, le diagnosi non si fanno in pronto soccorso, distinguo tra un urgenza e una cazzata ed è già abbastanza, anzi qualche volta mi sbaglio

rem

Tags:

vuoto a rendere

Posted by Rantolo on Ottobre 04, 2009
pensieri / 6 Commenti

Di nuovo in pronto soccorso, ma stanotte non ho voglia. Capita sempre più spesso. Succede quando la vita non ti regala più soddisfazioni, nessuna novità e pochi barlumi di felicità ingannevoli. Con i pensieri immobili, ti chiedi se il tempo stia andando avanti o stia finendo. Guardo il telefono del 118, annunciatore di fatica, sperando che non squilli perché stanotte non sono in grado di essere un professionista, non sono e basta. Ho solo desiderio di tornare a casa e addormentarmi per avere l’illusione di non esserci. Tutta la città sembra volermi accontentare, addirittura capirmi; ormai sono le 4 di un giovedì qualsiasi, poche ore e potrò prendere congedo dal mondo esterno.

Non squillare, non squillare, e se squillerai risponderò, ma non perché credo in quello che faccio, non perché c’è bisogno di salvare un’altra inutile vita. Ma perché devo.

Il mutismo, fortuna mia, continua implacabile. Gli occhi cedono, la testa pesa. Un ultimo sguardo al box d’accettazione però tradisce la mai quasi assenza. Un cono di luce proveniente dalla scialitica illumina tanto il box quanto i miei ricordi. Sangue, guanti, drenaggi, cateteri, siringhe, camici, tutto nel silenzio più assordante. Sento il cuore accelerare, lo sento nel collo, sudo, ho freddo. Voglio sparire.

Mi alzo ed esco di corsa, prendo una sigaretta e la guardo arrossire mentre l’aspiro, apprezzando come un regalo di Natale il crepitio che emette consumandosi. Ho avuto paura, ma è passata, mi ha solamente voluto accarezzare per non farsi dimenticare.

E’ ora di andare a casa; la notte, beata lei, è già andata a riposare. Passo attraverso i colleghi come un fantasma, con qualcuno parlo, forse rido e scherzo, ma non me lo ricordo. La porta del pronto delinea a meraviglia i miei due mondi, troppo simili tra loro. Esco, sono distrutto come quando sono entrato.
Ora puoi squillare.

Rantolo

Tags:

ricordi di fine estate

Posted by Giro Batol on Settembre 25, 2009
pensieri / 1 Commento

06.00 del mattino, dell’ultima notte prima delle vacanze: la tracheotomia di una paziente sanguina un po’ e sarà da rivedere, l’ACT del suo vicino di letto è un po’ basso e bisogna aumentargli la velocità d’infusione dell’eparina, ma tutto sommato la notte sta scivolando via tranquilla ed allora steso sulla branda dello studiolo si può pensare ad un anno di Notti di Guardia.
Non è una cosa che si fa spesso, generalmente i ritmi di lavoro non concedono tanto spazio a tali riflessioni e quando lo si fa sono quasi sempre i momenti drammatici che ti attraversano la mente per affacciarsi alla soglia dei ricordi con una tale violenza da travolgere tutto ciò che incontrano: come il padre di quel ragazzo abbattuto per strada da un emopericardio per rottura di cuore che mi guarda con gli occhi stravolti quando gli dico in Pronto Soccorso che per suo figlio non c’è stato niente da fare, che è morto: “Dottore, non è giusto! Un padre non dovrebbe mai sopravvivere a suo figlio, non è giusto!”, sono le uniche parole che ha trovato la forza di dirmi.
Già, parole che porterò sempre con me e che rivivo tutte le volte che sto per arrendermi durante una rianimazione cardio-polmonare conscio che di lì a poco riincrocerò occhi stravolti, riascolterò parole dilanianti.
Ma ecco che in questa occasione ci sono anche altri ricordi che affiorano con tonalità completamente diverse ed un lieve sorriso increspa i lineamenti: e sì, per esempio la notte con Francesca, 15 anni e occhi blu profondo, ma con la pelle che progressivamente si stava ricoprendo di macchie purpuree lievemente rilevate, sempre più estese sempre più confluenti: “Sepsi meningoccica” era stata l’inesorabile consegna di qualche minuto prima, “sta andando molto male adesso le ho dovuto mettere su le amine; i genitori le sono lì accanto nell’isolamento, sono distrutti”.
“E no, ragazza mia, non mi fare uno scherzo del genere perché io stanotte non vado a dire ai tuoi genitori che non ce l’hai fatta” è stato il primo pensiero.
Parlarle e spiegarle, insieme a Carlotta, l’infermiera del Pronto Soccorso, tutte le varie manovre invasive che una dopo l’altra abbiamo eseguito su di lei era stato meno difficile del previsto con l’eccezione dell’intubazione oro-tracheale: “Tranquilla Francesca, adesso ti addormenti e quando ti sveglierai starai meglio” già peccato che non ne fossi affatto sicuro e il pensiero che tante altre volte quelle erano state le ultime parole udite dai miei pazienti mi torturava.
Poi la ricerca su Internet, la possibilità di usare un farmaco da poco in commercio gravata però dal rischio di un sanguinamento cerebrale, il consulto alle 02.00 con il primario, il colloquio con i genitori, la corsa del taxi dall’ospedale pediatrico per recuperare la Proteina C zimogeno ed infine una piccola inversione di tendenza divenuta poi una marea montante fino alla definitiva dimissione dopo più di un mese di interminabili trattamenti medici e di chirurgia plastica in Rianimazione e Medicina d’Urgenza superati con una incredibile forza d’animo e volontà di lottare.
E il signor G3 chi se lo dimentica? 48 anni, Rumeno, lavorava in Italia con le sue due figlie, mentre la moglie era rimasta in patria: 2000 di glicemia, polmonite evoluta in shock settico, infarto miocardio acuto in corso e linfoma non Hodgkin con localizzazioni sovra e sottodiaframmatiche istologicamente tipizzato come G3, insomma quasi morto, quasi senza indicazioni rianimatorie, ma quasi… e allora quasi quasi ci proviamo e tra l’incredulità generale giorno dopo giorno, notte dopo notte ecco che Costel si tira fuori di qui e va a casa pronto a lottare di nuovo contro il suo linfoma: ma ormai ci contiamo, i G3 rispondono bene alla terapia.
E così tra un ricordo e l’altro si son fatte le otto, tempo di consegne per chi arriva e tempo di ferie per chi smonta: diceva Oscar Wilde che “il ricordo di un dolore è sempre un dolore, mentre il ricordo di una gioia non è più una gioia”. Beh, caro Oscar, ti vorrei presentare Francesca e Chelmus: credo che cambieresti idea! Non solo è ancora una gioia, ma è una gioia contagiosa e stimolante che ci aiuta tutti a non mollare anche quando fatica, stress e malinconia si fanno sentire durante le notti di guardia.

Giro Batol