trapianti

Sono le 19.00

Posted by the bear on settembre 27, 2015
cronache / Nessun commento
foto di EP

foto di EP

 

Sono le 19,00; ancora un’oretta e vado a casa. Sono in piedi dalle 05:00 e il mio turno è quasi finito. La giornata è filata via liscia senza grossi problemi ma sono ugualmente stanco e non vedo l’ora di andarmene a casa. Non sono di buon umore oggi.

Squilla ancora il telefono. Rispondo… e capisco che non andrò a casa e il mio umore peggiora.

Il 118 di Torino richiede un intervento urgente per un volo sanitario per trasporto organi. Torino – Forlì – Torino. Questa è la rotta. Si va a Torino, si preleva l’equipe espianti e si decolla subito per Forlì. Qui bisognerà attendere che l’espianto abbia termine per poi ritornare alla velocità della luce a Torino dove il cuore prelevato sarà trapiantato a un paziente in attesa da mesi.

Mi metto subito al lavoro. Le attività preparatorie sono tante. Certe volte penso sia più complicato pianificare e preparare un volo piuttosto che pilotare l’aereo.

Faccio tutto velocissimo; invio il piano di volo ai piloti che nel frattempo stanno già rifornendo di carburante, controllo e ricontrollo due volte tutto. Dò il via ai piloti per il decollo. L’equipaggio è composto da due piloti molto esperti ed un infermiere. Sarà i miei occhi a bordo per coordinare l’attività. L’aereo decolla dalla base di Milano Linate per Torino Caselle. 22 minuti tra decollo e atterraggio.

Sono presissimo con tutte le attività (ospedale, sala operatoria, centro coordinamento trapianti, aeroporti, polizia). Con la coda dell’occhio guardo il monitor del meteo che cambia all’improvviso.

Un fronte nevoso sta arrivando dritto proprio su Forlì? Mi preoccupo il giusto perché le informazioni che seguono danno neve debole. Però è meglio controllare e chiamo il previsore meteo dell’aeroporto. Risponde eccitato:”ci aspettiamo un po’ di neve ma nulla di eccezionale. Stimiamo al massimo 5 cm al suolo. Non nevicava da 20 anni qui a Forlì. In aeroporto è comunque già attivo il piano neve. Siamo tutti pronti per ricevere il vostro volo sanitario”.

Penso tra me: “di male in peggio. Sono 20 anni che non nevica in quel cavolo di posto e doveva farlo proprio stasera”? Il mio umore è decisamente peggiorato. Rimugino un po’ su queste informazioni e dico che ci risentiamo più tardi per un aggiornamento. Intanto l’aereo ha già imbarcato l’equipe espianti. Due cardiochirurghi ed un infermiere.

È la prima volta che volano con noi. Andiamo sempre meglio…

Il mio infermiere di bordo li fa accomodare e sistema le borse con lo strumentario chirurgico e il box termico che poi dovrà contenere il cuore. Gli allaccia le cinture e gli dice di non muoversi dai sedili perché ci sarà unpo’ di turbolenza. Decollano subito direzione Forlì. La turbolenza da poca è diventata molta e l’aereo balla come un otto volante.

In attesa a Forlì c’è già un’auto medica del 118. Fanno salire a bordo l’equipe e partono veloci verso l’ospedale. Lì c’è una donna che ha avuto un incidente stradale. Il suo encefalogramma è ormai piatto. Il suo cervello ha smesso di funzionare. Donerà i suoi organi.

Squilla ancora il telefono; è il mio infermiere: ”capo, siamo in auto verso l’ospedale ma qui ha iniziato a nevicare alla grande..”

Squilla anche l’altra linea; è il comandante dell’aereo: “capo qui ha iniziato a nevicare alla grande e questi dell’aeroporto non mi sembrano molto reattivi”. Metto in comunicazione le due telefonate e rispondo ad entrambi: “ok ricevuto, ora ci inventiamo qualcosa. Nel frattempo procedete con il programma stabilito e attendete nuove istruzioni”. Il mio compito è sempre stato quello di rassicurare tutti. In questo sono piuttosto bravo. Trovare una soluzione a qualsiasi problema presuppone estro e fantasia, oppure mantenere la mente aperta a spaziare tra i confini di protocolli rigidi.

Faccio due conti. Tra l’arrivo in ospedale, lavaggio chirurgico, espianto del cuore e rientro in aeroporto ci vogliono almeno 3-4 ore e mezzo. Per pulire la pista di decollo e fare il de-icing all’aereo ne occorrono almeno tre. Si può fare e speriamo smetta di nevicare.

Chiamo il duty manager dell’aeroporto. Mi assicura che il piano neve è già attivo e ci sono già i spazzaneve operativi sulla pista. “Contiamo di farvi ripartire senza problemi state tranquilli”. Ringrazio ma quel “state tranquilli” mi ronza nella testa. Non so perché ma ogni volta che mi dicono di stare tranquillo mi preoccupo. Boh… sarà l’età che avanza o il mio pessimo carattere.

Intanto è passata un’ora. Risento il pilota. La situazione peggiora, hanno pulito la pista ma la nevicata è aumentata di intensità e vengono giù dei fiocchi che sembra di stare al polo nord. L’aereo è completamente ricoperto di neve. Naturalmente non esiste un hangar disponibile dove ricoverarlo.

Nel frattempo l’equipe chirurgica è in ospedale e ha iniziato l’espianto. Pochi gesti rapidi e precisi ed il cuore è in mano al cardio chirurgo. Lo preparano per la conservazione e lo ripongono nel contenitore termico. E’ scattato il countdown. Ora in massimo 4 ore il cuore deve ribattere nel petto del paziente di Torino che si trova già pronto in sala operatoria. Bisogna fare tutto molto in fretta ma con grande precisione. Avviso i piloti: “tra 25 minuti l’equipe sarà in aeroporto. Inizia i preparativi”. La risposta non è entusiasmante: “capo la neve continua a scendere sempre più forte. Hanno pulito la pista ma si è riempita di nuovo. Ci saranno almeno 25 cm di neve”. Ok attendi.

Richiamo il duty manager di Forlì che mi risponde trafelato: “stiamo facendo passare gli spazzaneve in continuo sulla pista perché la nevicata è aumentata di intensità. Cerchiamo di tenere la pista il più pulita possibile per permettervi il decollo. State tranquilli”.

Noo… ancora state tranquilli; non dovevi dirlo. Un pensiero mi si accende in mente. Sono sicuro che qualcosa andrà storto. Di solito non sbaglio e in particolare quando mi dicono stai tranquillo. Inizio a pensare ad un piano alternativo. Avviso l’ospedale di Torino delle difficoltà e li prego di attendere con la preparazione del malato. Mi rispondono che si sta scompensando e stanno valutando di metterlo in circolazione extracorporea perché non c’è più tempo.

Squilla ancora il telefono. E’ il mio infermiere: ”Stiamo procedendo a 30 km/h, l’auto ha montato le catene ma le strade sono impraticabili. Non so darti uno stimato di arrivo perché stiamo andando a passo d’uomo”.

Guardo il timer, sono già passati 45 minuti dall’espianto. Siamo in ritardo e rimangono 3 ore e 15 minuti.

L’auto con il cuore è arrivata in aeroporto. La procedura standard prevede l’aereo in attesa con il motore destro acceso. L’equipe sale a bordo e si decolla all’istante. Questa volta no. Il comandante è giù dall’aereo con gli addetti dell’aeroporto e stanno ancora valutando la situazione. Il contenitore del cuore intanto viene posizionato a bordo. Facciamo telefonicamente il punto. Chiedo al comandante: “Secondo te ci sono le condizioni per decollare in sicurezza?”. “Posso provarci ma la situazione è veramente al limite. Continua a nevicare fortissimo e non ho avuto modo di vedere personalmente le condizioni della pista. Mi devo fidare di quello che mi hanno detto gli addetti dell’aeroporto. Vedo che gli spazzaneve stanno facendo l’ultimo passaggio ma la pista è buia e non so dirti con precisione”. Mi fido della valutazione del comandante. E’ un uomo di 54 anni con oltre 16.000 ore di volo e conosce molto bene il suo lavoro. Suggerisce: “Provo a decollare ma vorrei essere più leggero possibile”. Ok allora, lascia a terra l’equipe di Torino, prendi solo il cuore e l’infermiere. “Ok procedo”.

I cardio chirurghi sembrano sollevati del fatto di restare a terra. La loro parte l’hanno fatta e anche bene.

Accendono i motori e rullato dietro uno spazzaneve che funge da followme. Sono in contatto con l’infermiere che mi dice: ”Stiamo rullando dietro uno spazzaneve. Aggiunge, io sono montanaro ma tanta neve così l’ho vista poche volte. Siamo in testata pista pronti al decollo, motori al massimo ci muoviamo. Sembra di stare su una pista da cross, balla tutto mentre prende velocità. Ci siamo quasi manca poco al decollo…. Ohh caz…” si interrompe la comunicazione.. Chiamo via radio nessuna risposta. Richiamo ancora con il telefono ma per un lungo minuto solo silenzio. E’ strano come la mente umana in una frazione di secondo pensa ad una miriade di cose. Immagino già cosa è successo ma, semplicemente rifuto di accettarlo. Cerco di mettermi in contatto con la torre di controllo di Forlì ma non risponde nessuno. Poi squilla il telefono. E’ l’infermiere e dal suo tono di voce capisco tutto: “Capo, capo, siamo andati fuori pista, ma stiamo tutti bene. Il carrello in fase di stacco da terra ha urtato un cumulo enorme di neve, l’aereo si è imbardato sulla destra ed ha toccato con l’ala la pista. Non so poi cosa è successo ma ci siamo schiantati fuori pista e fortunatamente la neve ha attutito tutto. Mi sono cagato sotto ma stiamo tutti bene”.

Rispondo asciutto: “Ok ricevuto, recupera subito il contenitore del cuore e consegnalo ai cardio chirurghi per riportarlo in ospedale. Ormai il cuore è perso ma si possono recuperare almeno le valvole per qualche altro paziente”.

L’infermiere risponde: “Spero che arrivi qualcuno alla svelta. Vedo in lontananza i lampeggianti dei Vigili del Fuoco ma praticamente siamo in mezzo al prato con 40 cm di neve. Sto facendo delle segnalazioni con la torcia per farci individuare”.

“Ok sbrigati a farti individuare e consegna subito il cuore. Non perdere altro tempo a parlare per telefono”.

Forse ci resta un po’ male della mia risposta. Non ci posso fare niente. Mi sono arruolato a 17 anni e mi hanno sempre insegnato che nelle situazioni di emergenza si deve restare concentrati, parlare poco e dare disposizioni chiare e precise. Più si parla e più è probabile creare casino.

Avviso l’ospedale. I medici di Torino sono furiosi. Il malato è già in circolazione extra corporea. Se non si trova un altro cuore potrà resistere ben poco.

Non so neanche chi sia, come si chiama, quanti anni ha o cosa abbia fatto nella sua vita per meritarsi un cuore nuovo. Forse è una persona normale con una famiglia perbene che è in attesa fuori dalla sala operatoria. Tutto questo non mi interessa. Devo trovare solo il modo di fargli avere un cavolo di cuore nuovo e il più velocemente possibile. Ogni tanto la fortuna aiuta. Si è reso disponibile un altro cuore compatibile da un donatore di Lecco. Bene, coordiniamo con un elicottero il prelievo e la consegna a Torino. Poi mi metto in auto, premo play sul lettore cd, alzo il volume a manetta, partono le note dell’unico cd che ho – Pink Floyd – , punto il cruiser control sui 180 km/h e vado a Forlì a recuperare quello che rimane del mio equipaggio.

L’aereo è completamente distrutto. Il fuori pista ha lasciato il segno. Il piantone del carrello ha bucato addirittura l’ala. Il carrello è distrutto ed il muso conficcato in un cumulo di neve. Trovo l’infermiere che dorme nell’infermeria dell’aeroporto. Ha ancora i piedi bagnati dalla neve. Puzzano in maniera incredibile. Gli allungo un paio di calzini puliti e degli scarponcini asciutti. (sono molto previdente e le avevo portate dietro). Gli dico di alzarsi che ha già dormito abbastanza e di scrivere subito una relazione sull’accaduto. Mi risponde: “Capo, sono quasi morto nello schianto e non mi offri neanche un caffè?” Gli sorrido e gli rispondo: lavati i piedi e ti aspetto al bar.

Incontro il comandante. Ha appena terminato di scrivere la deposizione per Enac e Polizia. Mi chiede: “il paziente che aspettava il cuore?” Rispondo che lo stanno trapiantando perché si è reso disponibile un altro cuore. Bene, allora missione compiuta.

Certo, c’è solo un piccolo particolare: un milione di euro di danni, un aereo fuori uso, una serie incredibili di deposizioni, inchieste ed una infinita serie di burocrazia che già ammorba la mia testa.

Sono passati due mesi. Squilla il telefono. “Buongiorno è l’ospedale di Torino, volevamo invitarvi ad una premiazione per l’episodio di Forlì”. Mi comunica la data e il giorno dell’incontro.

All’ora stabilita io sono a Milano e sto passeggiando per i fatti miei. Tutti i miei colleghi sono a Torino a stringere mani, darsi pacche sulle spalle e farsi complimenti reciproci e scattare foto.

Io non cambierò mai..

the bear

Tags: , , ,

Il già e il non ancora

Posted by Bolt on marzo 29, 2015
cronache / Nessun commento
Foto di EH

Foto di EH

E’ già tutto pronto da un po’, ho iniziato a lavorarci alle 22:00 di ieri sera, ho fatto cento telefonate, verificato tutto più volte, parlato con il candidato scelto per il trapianto, con il chirurgo trapiantatore nella lista d’attesa, tenendo conto delle caratteristiche del donatore, sentito il gastroenterologo, i chirurghi, gli anestesisti, i colleghi infermieri, la banca del sangue, la sala operatoria, l’immunologia dei trapianti, l’anatomia patologica …

Ma non ancora, non siamo ancora sicuri che il fegato prelevato questa notte lo potremmo veramente trapiantare. Manca un particolare che tarda ad arrivare. Il paziente, visto il ritardo, si preoccupa e mi avvisano che vuole notizie andrà o no in sala operatoria, il trapianto si farà?

Il fatto è che i prelevatori dei reni hanno avvisato il Centro Regionale Trapianti, nel cuore della notte alle 2:30, che è stato necessario inviare un particolare anatomico in anatomia patologica per una diagnosi dettagliata. Se risultasse essere una tumore potrebbe saltare il trapianto e avremmo lavorato per nulla, senza dimenticare l’angoscia del paziente che potrebbe ripiombare nel “girone dantesco” dell’attesa. Gli anestesisti, impazienti mi chiedono nuove “Possiamo far portare il paziente in sala operatoria e addormentarlo?, noi siamo già pronti!” . ”Ma no, non ancora” rispondo scortese e seccato, sono stanco. Ormai sono le 5:00 se dovesse saltare il trapianto bisognerà subito riconfermare la chirurgia d’elezione prevista per oggi, anche quei pazienti sono in attesa, già pronti, ma non ancora sicuri di quel che oggi sarà di loro. Squilla il telefono ora sono i chirurghi che chiedono lumi. “Lo sapete” rispondo più tollerante, pentito di come poco prima mi ero sbarazzato degli anestesisti, “Appena avrò notizie vi avviserò… Lo so che l’ischemia diventa lunga ma……”
Mi prendo un caffè è il terzo della notte, ancora il telefono, ora è la banca del sangue “Ci sono poche unità di zero negativo, se il trapianto non si dovesse fare tutto sommato…… Comunque, in ogni caso comunicatecelo subito per cortesia”. “Ok ok sarà fatto”. L’ennesima telefonata, forse quella giusta dal Coordinamento del Centro Regionale Trapianti, bene ci siamo. No falso allarme solo il cross-match che è negativo. Sono tentato di sollecitare l’anatomia patologica, ma cadrei nello stesso errore che commette chi sollecita me e di cui spesso sono vittima, non servirebbe a nulla tanto i tempi tecnici sono quelli se telefono il risultato non arriverà prima.
E’ l’alba presto qualcosa si schiarirà, fosse anche solo il cielo. Finalmente la telefonata tanto attesa, in realtà non ancora esaustiva. Dal Centro Regionale Trapianto, dopo la diagnosi anatomo patologica, ora devono sentire una second opinion dell’oncologo del Centro Nazionale Trapianti per capire se gli organi prelevati questa notte sono trapiantabili in sicurezza, speriamo facciano presto. Ci sarà quasi sicuramente un consenso informato aggiuntivo da spiegare e far firmare al candidato, devo contattare un chirurgo del Centro Trapianti che eventualmente venga con me in gastroenterologia dove è in attesa il paziente candidato al trapianto.
Il “verdetto” del second opinion:
Si tratta di un Carcinoma di cellule renali a cellule chiare, carcinoma in situ.
Il rischio resta standard, il fegato, almeno quello, è trapiantabile senza necessità di alcun ulteriore consenso informato specifico.
Abbiamo superato il non ancora, già ora si può cominciare.

Bolt

Tags: ,