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I tuoi vent’anni

Posted by slowlyslowly on Settembre 22, 2013
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Foto di GN

Foto di GN

Se penso a te, ai tuoi vent’anni, alle lacrime dell’infermiera -Ha l’età dei nostri figli- e al non saper che dirle, perdo quel briciolo di fede che ho raccolto come fresca acqua piovana con tanta fatica e così tanto tempo; e tremo all’idea della paura, della tua ragazzo di vent’anni, e della mia.

-Eppure- dice l’infermiera -senza la paura la nostra specie non sarebbe sopravvisuta. Allora perché il buddismo insegna ad eliminarla? Essere inermi di fronte alla nostra morte o, come si usa dire, accettarla o addirittura viverla come il momento supremo di tutta la vita, è essere saggi?

Ci vuole la fede incrollabile, ci vuole un’intera società che pratichi da millenni la fede in un paradiso o in una rinascita, e non questa nostra società che crede solo nella materia e rifiuta lo spirito. Ma poi dopo tanto pensare  a quel ragazzo di vent’anni si è così stanchi, più che altro così stanchi. Stanchi…sì stanchi, che anche la paura o il dubbio o la delusione si sciolgono, almeno per un po’.

Slowlyslowly

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Le conseguenze evaporate dell’errore

Posted by massimolegnani on Luglio 20, 2013
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Foto di MV

Foto di MV

Ringrazio il Dio degli uomini notturni, la sua pietà per la stanchezza di gesti troppo a lungo trafelati, ringrazio il Dio dei fragili belati, la compassione per i bimbi, che non morisse la pecora di Abramo per mano di un salvatore scellerato.

Avrei potuto uccidere stanotte mentre credevo di affannarmi in una difficile salvezza, tirare a riva un corpicino che affogava nello zucchero, ore a lottare con quel respiro irregolare che ci ghiacciava il sangue e quello sguardo vitreo che squarciava il buio della notte.

Avrei potuto, in questa notte senza fine, la matematica lo esige. Un calcolo da folle la correzione del potassio, dopo l’esattezza al microgrammo nel ripristino dei liquidi, nell’aggiunta di bicarbonato, nelle dosi d’insulina in vena, sodio, magnesio, calcio, glicemia, per ore giocare all’equilibrio tra il troppo e il poco, che non puoi correggere tutto in un colpo. E poi sbagliare di dieci volte tanto. Hai lì le fiale sotto gli occhi che basterebbe contarle per capire di quanto stai sbagliando, queste sono troppe per un cavallo sano, figurati per questi venti chili in coma. Le hai lì pronte sul bancone e non le vedi, non vedi l’enormità del danno, non lo vede l’infermiera che si trascina più stremata di te, siete come ciechi, burn out lo chiamano, uno stordimento lucido, dico io ora. E poi stare al letto di Ramona a spiare un miglioramento che stenta ad apparire. Come un ebete guardi quel viso contratto, ascolti il rantolo, palpi il pallore, aspettandoti una svolta e non ti rendi conto che l’hai rimessa tu sul filo della morte. Ma Qualcuno a cui non credo svapora clemente le conseguenze del mio errore, annulla per pietà gli effetti devastanti del potassio esagerato.

È l’alba quando Ramona piano piano si riprende, la mamma che mi guarda come fossi il salvatore e pure io ci credo. Solo più tardi, mentre in euforia mi faccio un tè a fine turno, rivedo in un lampo i gesti errati della notte.

Cade la tazza, io quasi un assassino!

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Vincenzo

Posted by TripToFun on Giugno 19, 2013
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foto di MC

foto di MC

Oggi è l’ultimo giorno del primo tirocinio, tempo di bilanci. Ho visitato quotidianamente un totale di 27 pazienti, alcuni per qualche giorno appena, altri per più di un mese. Due sono morti, stessa patologia, stessa età, stesso letto, stessa settimana. Non è come nei film, dove la gente ha sempre la risposta pronta.

 

E’ un caso di sfiga clamoroso, a luglio il paziente vomita sangue, fanno gli accertamenti, ha la cirrosi HBV+ con ipertensione portale ed epatocarcinoma all’ultimo stadio. A metà ottobre càpita nel nostro reparto.

“Non c’è nessuna speranza” dice la nostra tutor.

“ma parla, sta bene! ” a noi sembra impossibile.

“Non arriva al week end.”  “Ma lui lo sa?”

La risposta ci arriva da sola.

Quattro studenti che giocano a fare il dottore da due settimane, appena lasciati soli in stanza con un malato terminale che a quanto pare sta benissimo. Si lamenta della disorganizzazione del reparto, magnifica i termometri del pronto soccorso, poi d’improvviso cambia argomento

“Ma voi che siete così giovani… quanti anni avete?”

“ventuno, ventidue…”

“Chi ve lo fa fare di stare in un posto di sofferenza così? Parlare con gente che oggi c’è, domani chissà… ci avete pensato? Vi sentite pronti?”

La mia compagna fa cenno di no con la testa perché già le viene da piangere

“Io non riuscirei a tornare a casa e dimenticare, a separare le cose, non ci sono mai riuscito, se avevo qualcosa in sospeso continuavo a pensarci finchè non era risolto”.

Che lavoro fa?

“Facevo” – sottolinea lui con aria triste

“Facevo una cosa completamente diversa e molto meno importante. Il contabile”.

Ma serve anche quello

“Certo serve” – alzata di spalle, seguita da lunga pausa.

“Io sarei pronto ad andarmene anche adesso, tanto ormai…”

A questo punto nelle serie televisive sui medici c’è sempre il dottore di turno Carter, JD, Chase o chicchessia che dice qualcosa tipo “non importa quello che si è fatto se lasciamo qualcosa di bello e viviamo quel che resta”

Il problema è che nella vita reale ti dici “Che ne so di quest’uomo? Che ne so se ha avuto una vita felice, se ha una moglie, dei figli, degli amici… Come posso fare il dottorino ventenne delle serie televisive?”

Così non gli ho detto la frase del copione né quel giorno né i successivi.

Il lunedì non rispondeva più.

Forse a qualcuno tocca sempre insegnare questa lezione ai futuri dottori e per noi quattro sei stato tu.

Ciao Vincenzo.

 

 

 

TripToFun

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U.G.I.*, l’occasione

Posted by massimolegnani on Giugno 04, 2013
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foto di GP

Pino gonfia i palloncini e ride

A guardarlo sembra un citrullo che ride alle domande sciocche dei bambini. In effetti lui ride all’allegria che non sapeva di possedere e che ora sparge intorno come chicchi di semenza. E ride anche a quell’uovo di Colombo che è la vita.

Pino non è mai stato un uomo buono, ha viaggiato con un dolore dentro incancrenito e un rimorso continuamente rinnovato che gli serrava le labbra impedendogli il sorriso. “Ti porterò a pescare quando sarai più grande, ci divertiremo.”, diceva al suo bambino, scrollandolo di dosso, mentre usciva la domenica mattina con la canna e il pentolino dei cagnotti. Ma più grande il suo Michele non è diventato mai, non ne ha avuto il tempo.

E non è più andato a pesca, lui, troppa la colpa di non aver giocato.

Per vent’anni è andato avanti a rabbia e odio per ogni cosa che si muovesse sulla terra. Anche il sangue che donava non era una vera offerta al prossimo, ma una restituzione puntigliosa al padreterno per non sentirne più parlare, un tentativo di pareggiare il conto aperto, che tanto ne aveva consumato il figlio in poche notti prima di morire, più delle bottiglie che una combriccola di ubriachi si scola in una settimana di bagordi.

Un giorno Pino è entrato per errore in Pediatria, cercava la Cardiologia che è al piano sottostante. Capito l’errore, l’ho visto annaspare verso l’uscita. Ma prima che arrivasse alla maniglia, un bimbo gli si è aggrappato ai pantaloni: ”Tu sei BabboNatale, vero?”. L’istinto era quello di scrollarselo di dosso e di scappare, ma non è stato in grado di trasmettere l’ordine alle gambe, inchiodate al pavimento. Quello gli ha tirato di nuovo i pantaloni, che lo guardasse negli occhi: “BabboNatale mi fai guarire?”

Pino avrebbe voluto piangere, urlare, disintegrarsi che non restasse traccia del suo passaggio sulla terra, ma è rimasto lì impietrito per una vita intera. Poi si è messo a ridere a bocca spalancata, mentre le ginocchia si piegavano da sole. Da un tavolino ha raccattato un palloncino floscio e ci ha dato dentro a pieni polmoni. “A guarire ci penseremo dopo, ora divertiamoci a giocare.”

Pino gonfia i palloncini e ride.

A guardarlo sembra un citrullo.

 

* l’UGI è un’associazione di volontari che assistono bambini gravemente malati

 

 massimolegnani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Primi giorni di lavoro!

Posted by Mama Killa on Maggio 12, 2013
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foto di MFR

foto di MFR

Primi giorni alla struttura. Sono già a conoscenza del movimento rutinario del lavoro e cerco di concentrarmi sulle cose da fare. Sto facendo il mattino e dopo la terapia restano cinquemila cose in sospeso, ma… ma ho lasciato il bimbo con la tosse…

Mio marito valutava se portarlo all’asilo, ma quella tosse la conosco. Mannaggia, avrà fatto bene a mandarlo all’asilo? Lui diceva che non ne aveva tanta quando l’aveva portato… speriamo.

10 e 30 del mattino, squilla il telefono. La maestra:

-Signora il piccolo ha la febbre, lo venite a prendere?-

Nooo, mi è crollato tutto. Come ha potuto lasciarlo senza accorgersi della temperatura del bimbo? (i mariti ….) Quanto può darmi lo stipendio in confronto alla salute del mio piccolo? Tutte queste domande mi circolavano per la testa e nel frattempo avevo già telefonato a mio marito dicendogli di andare a prenderlo. Ad un tratto, ero in infermieria e sento:

-permesso, signorina posso chiederle una informazione?-

I miei pensieri non mi lasciavano tranquilla e mentre l’orecchio destro ascoltava l’ospite, il sinistro ascoltava la mia testa che mi bombardava di reclami. Ad un certo punto però sentii solo una cosa (udito selettivo)

-Ma io ho il cancro?? Me lo dica lei per piacere…”-

Fu l’orecchio sinistro a prevalere perché i miei occhi si riempirono di lacrime e iniziai a piangere davanti a lui.

Col cuore in mano era venuto a chiedermi quello che ne ai suoi ne al medico aveva avuto il coraggio di chiedere. Io gli risposi

-Mio figlio ha la febbre ed io sono qui!-.

Con questa risposta alla sua domanda lui mi prese la mano e disse

-Ma non si preoccupi, c’è qualcuno con lui ? Suo marito, sua suocera?-.

Dissi di si, con la testa bassa senza il coraggio di guardarlo, perché in fondo sapevo che non era professionale e che non lo stavo aiutando. Avevo perso il controllo, ma in quel momento era venuta prima la mamma che l’infermiera. Lui continuò e mi disse:

-si vede che è la prima volta che lo lascia a casa ammalato, andrà tutto bene. Manca poco per la fine del turno, stia tranquilla che il suo bimbo non è da solo.- Dopo poco si girò con la carrozzina e si allontanò.

Un’ora dopo la terapia di mezzogiorno, era in sala pranzo col viso sorridente che chiaccherava con la moglie. Non mi chiese più niente ed io neanche, mi guardò solo con uno sguardo dolcissimo, uno sguardo di nonno…

Fu la prima volta: “Lavoro- bimbo malato”… ormai sono già una mamma che cura l’influenza anche per telefono…

Mama Killa

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Fluttuando a mezz’aria

Posted by Osyride on Maggio 07, 2013
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foto di MFR

La Centrale 118 ci invia in codice rosso in una via poco distante dalla nostra sede per un problema di tipo cardiocircolatorio, è in arrivo anche l’automedica.

Guardo sulla mappa qual è la via, esco ad avviso il mio autista che dobbiamo uscire per un codice rosso.

Sinceramente non ho pensato al peggio, credevo che fosse la classica perdita di coscienza – magari già risolta al nostro arrivo.

Neanche il tempo di accendere le sirene e siamo sul posto.

Portiamo giù tutto il materiale: zaino, ossigeno e DAE; entriamo nella casa, saliamo le anguste scale ed arriviamo nell’appartamento. Troviamo un signore seduto su una sedia, in evidente arresto cardiaco. I parenti presenti ci riferiscono che si è accasciato da pochi minuti, non è cardiopatico e non aveva lamentato dolori o malesseri particolari.

Lo sdraiamo sul pavimento, scopro il torace e, finché avviso la Centrale 118 dell’arresto cardiaco, il mio autista inizia il massaggio cardiaco. Appena rientro, gli do il cambio alle compressioni toraciche, mentre lui posiziona le piastre del DAE. L’analisi parte subito “Scarica consigliata! Allontanarsi dal paziente!” Defibrilliamo e ricominciamo con la rianimazione, “30 compressioni:2 ventilazioni” per 2 minuti. Si avvia di nuovo il DAE e defibrilliamo nuovamente.

Finalmente arriva l’automedica, continuiamo con la rianimazione, l’infermiere prende un accesso venoso, il medico intuba. Dopo poco iniziano a comparire segni di circolo e un respiro spontaneo!

Con l’autista dell’automedica vado a preparare la barella, apro l’ossigeno in ambulanza e ci prepariamo per il trasporto.

Quando ritorniamo in casa il signore va però nuovamente in arresto cardiaco. Ricominciamo quindi nuovamente con la rianimazione, medico e infermiere somministrano i farmaci del caso e dopo 2-3 minuti compaiono nuovamente i segni vitali.

Lo posizioniamo velocemente sul telo portaferiti e ci prepariamo per scendere le terribili scale che ci aspettano: ripide, strette e scivolose…

Lo carichiamo in ambulanza. Oggi tocca a me guidare, sto finendo il corso per diventare autista, e questa è l’occasione per guidare in emergenza. Il mio autista mi chiede se voglio far guidare lui, ma io mi sento sicura e gli dico che me la sento.

Accendo i lampeggianti, percorro tutto il vicolo in retromarcia perché non c’è posto per girarsi e, appena mi immetto sulla strada principale accendo le sirene e seguo l’automedica che mi fa strada.

Ancora una volta nessuna emozione, solo concentrazione, penso solo al traffico ed a guidare il più fluidamente possibile per non scuotere troppo chi è nel vano sanitario con il paziente. In 2 minuti siamo in ospedale; il personale della rianimazione e gli infermieri del pronto soccorso ci aspettano direttamente in shock-room.

Spostiamo il signore sulla barella del pronto soccorso e sistemiamo il materiale prima di allontanarci.

 

Ancora una volta quella sensazione – indescrivibile – di quando ti trovi davanti ad una persona “tecnicamente” morta e poi la vedi riprende i segni vitali sotto i tuoi occhi o tra le tue mani. Solo provandolo di persona si può capire quanto forte sia l’emozione!

 

Certo, dopo anni che salgo in ambulanza, sono diventata abbastanza fatalista: se quella persona sopravviverà è perché non era il suo momento e non per la nostra particolare bravura; ma noi siamo stati le persone giuste al momento giusto, gli strumenti attraverso cui Dio, il fato o il destino ha fatto sì che quella persona non morisse.

Questo vale anche al contrario, quando, per quanto tempestivamente arriviamo sul posto e per quanto corrette siano le manovre che compiamo, la persona muore. Sono convinta che in questo caso anche il medico rianimatore più bravo di questo mondo non potrebbe fare nulla. Semplicemente era la sua ora…

 

Forse solo il sorriso che avevo quando sono uscita dalla sede per tornare a casa, riusciva ad esprimere quanto grande fosse comunque la mia soddisfazione!

 

 

osyride

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Valentina

Posted by Labile on Maggio 01, 2013
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“Ohi, Valentina, gambe lunghe per ballare, oh, Valentina, ogni ballo un grande amore, cocca, polpa di albicocca, che ti da’ con tutto il cuore, oh, Valentina, che prima gioca e poi ci muore”.

Questo mi viene in mente appena vedo arrivare in sala rossa la ragazzina in coma che velocissimi i colleghi del 118 ci portano avendola raccolta, ci dicono, da una festa. Si, proprio Valentina, quella di Crepax prima, poi cantata dalla Vanoni all’inizio degli anni ’80. Sembra quella Valentina, stesso taglio di capelli neri, età approssimativa 16 anni, vestita di jeans e magliettina, scalza. Un po’ poco in questo freddissimo 31 dicembre in cui il capodanno viene anticipato da brevi scoppi e isolati fuochi d’artificio, che un po’ dovunque intorno a noi anticipano l’attesa.

Valentina non dà segni di risposta, respira sufficientemente con un lieve sibilo e ci appare totalmente indifesa mentre procediamo nelle manovre solite. I colleghi del 118 ci sanno solo dire di aver ricevuto la chiamata da una festa di Capodanno in una villa poco lontana dal centro, non hanno raccolto notizie certe e sufficienti a capire l’accaduto. Il solito scenario di una festa: musica ad alto volume, tanto fumo ed alcool, tanta gente indaffarata in occupazioni varie e Valentina stesa all’esterno in mezzo al prato. Nessuno l’ha notata, nessuno sa esattamente da dove arriva. È lì inerme e sola in mezzo al prato appena gelato dalla brina notturna del Capodanno 2011.

Tirando via i jeans e la maglietta, ci guardiamo e facciamo tutti lo stesso pensiero, qualcosa di strano ci appare indecifrabile e senza risposta. La ragazza, sotto i jeans, indossa un paio di hotpans neri satinati, sflilata la maglietta indossa un toppino traslucido di strass. Ci diciamo che le stranezze viste in un Pronto Soccorso non sono mai troppe e che Valentina resterà sicuramente nell’annuario dei tipi insoliti.

Però Valentina oltre al coma non risvegliabile e ai suoi abiti minimali, mostra una serie di ecchimosi disseminate un po’ ovunque, soprattutto su gambe e braccia e dal colore sembrano essere recentissime. Parametri vitali stabili ci fanno pensare con calma all’accaduto e consideriamo in successione una aggressione, una violenza, l’assunzione di qualche sostanza d’abuso, insomma a tutte quelle ipotesi tipiche che necessitano di ulteriori azioni.

Qualcuno ci vuole parlare e si affaccia timida una ragazza bellissima e impellicciata, tacchi stratosferici e un viso truccatissimo di quelli da struccare in una settimana, in mano un paio di scarpe dai tacchi esagerati. Ci dice che sono di lei, Roberta, una sua amica invitata alla festa di Capodanno che si sta tenendo nella sua villa in campagna. Roberta è minorenne ci dice e quando gli chiediamo un telefono dei genitori risponde di non saperlo. Solita storia, genitori separati, lei che vive con la madre, padre assente. Tanto tempo libero passato con le amiche sedicenni, scuola maltrattata dalle seghe ma tanta irrefrenabile voglia di vivere.

Intanto ci arrivano gli esami di laboratorio, tutto normale, niente droghe ma tantissimo alcool, ad un livello tossico tale che spiega così il coma, che ora possiamo finalmente definire etilico. Allora da brave lavandaie cominciamo ad infondere liquidi e dopo qualche litro si fisiologica. Valentina/Roberta comincia a rispondere, apre gli occhi, si guarda intorno con uno sguardo interrogativo. “Che ci faccio qui?” ripete in continuazione. Pian piano iniziamo a parlare, la sua amica rassicurata se ne è tornata alla sua festa. Il Capodanno nel frattempo è scoppiato intorno a noi nel fragore generale, immaginiamo che fra un po’ ci arriverà tutta la casistica solita di questa occasione.

Roberta riacquista velocemente la parola e ci dice in successione che la madre con cui non ha un buon rapporto non sa esattamente dove si trova, non sa nulla della festa e quella sera di litigio casalingo l’ha vista andare a dormire nella sua stanza. Invece Valentina/Roberta esce dalla sua stanza, quindici anni e mezzo saltati dalla finestra e via con la sua amica ad una festa fuoriporta. Lo scavalco non è stato dei più semplici e tutte le ecchimosi provengono da lì. Alla festa, ci dice, ci sarà il ragazzo che, inconsapevole, lei ama. Ha immaginato decine di volte lo scenario festaiolo, capodanno e lei che esce dai jeans. Il ragazzo che la guarda e sguardi giocati silenziosamente. Invece Roberta si incazza sempre più per sguardi mai ricambiati e beve, beve in continuazione in questa festa che si avvia alla mezzanotte, senza trovare quell’amore per cui si trova qui. Infine si scola anche una intera bottiglia di spumante quando il ragazzo indifferente si apparta con un’altra. Niente violenza, niente assunzione di droghe, niente amore. “Niente di niente”, dice Valentina piangendo sommessamente mentre il rimmel cola sulle sue guance di ragazzina.

 

“E allora corri, corri come un sogno, fuori strada e fuori sintonia
corri, corri come corre il tempo che ti da’ un minuto e dopo va via….”.

(testo della canzone di Ornella Vanoni/Sergio Bardotti, immagine di Guido Crepax)

Labile

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Civitanova

Posted by Herbert Asch on Aprile 13, 2013
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Foto di HA
Foto di HA

Di solito sono preciso, man mano che i post arrivano li metto in ordine e programmo la pubblicazione, mantenendo rigorosamente l’ordine di arrivo.

 

Giorni fa ci è arrivata una mail, un amico ci ha inviato addirittura un e-book. Non erano molte pagine e, in attesa di leggerlo, comunque, mi sono tenuto sulle generali. Pensavo che, visto che era pubblicato ed in vendita, anche se non certo a caro prezzo, avremmo potuto postare un piccolo estratto, indicando poi il link per eventualmente acquistarlo.

 

Quindi ho risposto chiedendo cosa ne voleva fare.

 

Poi, in una interminabile seduta operatoria, ho avuto il tempo di leggere il libro, e devo dire che mi ha preso bene.

 

La risposta è arrivata quasi contemporaneamente alla fine della lettura:

 

“Ciao Asch, sono contento che il libro ti interessi, ma vedi com’è la vita, oggi mi trovo a risponderti in un modo che non avrei immaginato quando ti ho inviato Caro Dottor Cronin, il quattro aprile. Forse non lo sai ma io vivo a Civitanova Marche, un qualsiasi posto della costa adriatica fino a tre giorni fa, poi all’improvviso due brave persone si impiccano in uno sgabuzzino chiedendo perdono e una terza, appena lo scopre, si getta in mare e li segue; così questa mia piccola città di provincia diventa il simbolo della sofferenza della gente in tempo di crisi.

 

Ma facciamo un passo indietro.

Circa un anno fa mi venne l’idea di scrivere qualcosa che raccontasse chi siamo noi medici di oggi, cosa pensiamo e sentiamo mentre marchiamo il cartellino; credevo che la gente dovesse sapere chi c’era dentro i camici cui s’affidava.

Non l’ho scritto e lo confesso a te, ma credo che siamo in una condizione simile a quella dei fanti della prima guerra, che se non saltavano fuori dalla trincea o non avanzavano adeguatamente, venivano ammazzati da altri soldati italiani a questo deputati. Si poteva quindi scegliere soltanto tra una pallottola austriaca e una italiana. Noi medici di questo SSN derubato, truffato, tarlato e falsamente aziendalizzato abbiamo la malattia al posto degli austriaci e i politici che ci sparano alle spalle. I pazienti, gli esseri umani che vogliamo curare, in tutto questo, invece di essere la patria da difendere, stanno sdraiati e aspettano nella terra di nessuno (mi vergogno di questa similitudine offensiva per i fanti e spero che mi perdonino se li ho paragonati a noi, ma è solo per la emblematicità di quanto accadde a loro).

Sempre per i casi della vita, mia madre mi restituì una vecchia copia di E le stelle stanno a guardare venuta fuori da uno scatolone dei tempi del liceo. Rileggendo Cronin non ho potuto fare a meno di trovarvi  le similitudini sconcertanti di cui parlo nel prologo del libro e che mi hanno spinto a sceglierne il titolo.

Finito il lavoro, ho pensato che potevo farne qualcosa di utile a chi ne avesse più bisogno e se vai al link

 

http://www.amazon.it/Caro-Dottor-Cronin-ebook/dp/B00BTNNJWS 

vedi che avevo deciso di devolvere gli utili di vendita (anche se probabilmente simbolici) all’emporio della solidarietà del comune di Civitanova: un posto dove distribuiscono beni di prima necessità a chi ne ha bisogno.

Pensavo che la prima forma di cura sia quella di garantire almeno il nutrimento.

L’undici marzo, quando il libro è stato pubblicato, mi sentivo soddisfatto della mia scelta e del lavoro. Giorni dopo veleggiando nella rete mi sono imbattuto nel vostro sito, l’ho visitato e mi è piaciuto molto (adesso faccio lo psichiatra ma ho cominciato come medico di pronto soccorso e conosco l’odore delle notti di guardia), così vi ho inviato volentieri una copia, era il quattro di aprile.

Il cinque aprile si sino ammazzati in tre, e il sei aprile, il Presidente della Camera è venuto in piazza da noi, in chiesa e in comune. Questa mia piccola città è stata sparata sui media in ogni forma, ognuno ha trovato il modo di dire la sua: dall’ OMICIDIO DI STATO, a Vittime della DIGNITA’…

Quante parole, e a sera, leggendo la tua mail, non me ne venivano per rispondere alla tua domanda: che ne vuoi fare?

Ho aspettato e penso che, nonostante tutto, continuare a parlare e diffondere quando tutto sembra insensato può sempre rappresentare, se non altro, una ricerca di senso. Inoltre, seppure la scelta di attirare l’attenzione su chi si trovava in condizione di improvvisa e imprevista povertà è stata per il momento inutile (e a vederla da qui, davanti a quei morti, simile ai soliloqui di certi miei matti), credo che sia coerente proseguire. Non solo, se oggi qualcuno è morto perché dopo una vita di lavoro non aveva più di che sostentarsi, continuando così, non è da escludere che domani qualcuno possa ammazzarsi perché non potrà permettersi le cure che un SSN in fallimento non può più prestargli.

 

Quindi, caro Herbert, scegli uno o due sospiri e pubblicali pure. Se vorrai diffondere il link che ti ho indicato sopra te ne sarò grato.”

 

e così farò.

 

Vista la concomitanza degli eventi stavolta non mi sono sentito di procrastinarlo (sarebbe passato a fine maggio) e così chiedendo scusa agli altri autori, il prossimo post sarà tratto dal libro “Caro Dottor Cronin” di Ubaldo Sagripanti.

 

Herbert Asch

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Adriano

Posted by Labile on Marzo 01, 2013
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Foto di SC

Foto di SC

“Ho sempre preferito il fuori al dentro.”

Spesso mi torna in mente questa frase, per niente innocua e di grande interesse, ogni volta che da una finestra guardo in basso fra gli alberi.

Guardare da dentro a fuori è sempre stato quello che preferiva fare, quasi come per gioco, un passatempo, una scoperta continua , una raccolta di dettagli e particolari che si fissano per sempre negli occhi.

È raro trovare un reparto così, dove la luce potrebbe non essere necessaria, inv

ece in questo palazzo romano del ‘500 è del tutto normale avere a disposizione grandi finestre, quasi delle vetrate, da cui piove una luce scenografica e crepuscolare.

Più in là, lo stesso palazzo, si trasforma in atelier di pittori e scultori e più oltre ancora nella scuola di nudo dell’accademia.

Se getti lo sguardo, oltre la finestra, mentre traffichi con la consueta e necessaria attenzione attorno a uomini e donne, spesso intubati, è come volare sopra il grande platano e vedere come da prospettiva da quadro impressionista francese, foglie e rami che intrecciandosi salgono dal secondo cortile interno di quest’ospedale.

Adriano è in un letto di fianco alla finestra, non riceve mai il sole direttamente, una luce limpidissima lo inonda appena fa mattino. Non vede altro che rami e foglie nell’intreccio vitale che rende il platano secolare un vero ed inarrivabile esempio di attaccamento alla vita.

“Proprio come la sua”, penso mentre gli allungo la colazione.

D’altronde Adriano è uno dei pochi pazienti che, svezzato dalla ventilazione assistita, riprende lentamente a parlare.

Pian piano prende confidenza con noi che, ormai abituati a trattare col suo corpo, ci sembra di conoscerlo da tanto tempo, anche nell’animo.

Il suo sguardo come fatto d’acqua, giorno dopo giorno riacquista forza, quella stessa forza che lui sa di aver praticato per vivere.

Adriano sa di dover morire, non come noi ignoranti e sani.

“Tutti prenotati, siamo tutti prenotati …” rispondo quando mi dice di sapere già come andrà a finire.

Di netto come una banalità buttata li a perturbare la bellezza delle foglie e dei rami.

Essere consapevoli deve essere il più cattivo dei tormenti, eppure la faccia e il corpo di Adriano dicono di una immensa calma, una serenità che di rado ho visto nelle persone.

Adriano, mani splendide di sarto romano d’alta moda, corpo asciutto e capelli appena imbiancati, sessant’anni appena e ben portati.

Adriano legge epigrafi funerarie latine raccolte in una vecchia edizione Einaudi e ogni mattina come uno scolaro diligente si fa trovare con il libricino fra le mani.

“Ascolta questa …” mi dice mentre legge ad alta voce una che gli è sembrata bellissima.

Poche parole, aggettivi delicati eppur potenti a rappresentare in appena due o tre righe il carattere e la vita, il sentimento di defunti millenari, spessissimo bambini, mogli amatissime e mariti valorosi.

L’imbarazzo che provo nei suoi confronti mi ammutolisce, quasi sempre non riesco più a parlare di fronte alla sua leggera e consapevole necessità.

Quasi mi spaventa.

Adriano è morto.

Appena finì di leggere il suo libro, me lo allungò con delicatezza dicendomi: “È tuo”.

Compì il suo modo di acconsentire l’arrivo della sua fine leggendo quella di altri e mi piace pensare alla sua forza quando sfoglio le pagine di quel volumetto sapendo che Adriano riposa da qualche parte in compagnia della sua bellissima e immortale epigrafe.

Labile

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…e Fabio ride.

Posted by massimolegnani on Febbraio 23, 2013
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Foto di MV

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Scaraventato giù dal letto sono lì che mi arrabatto contro rantoli a pioggia e parametri da schifo, cercando di farmi venire in mente qualche idea che sia buona ma non troppo devastante e lui dal letto mi guarda e ride. È una risata senza voce ma inequivocabile: sta ridendo di me, non c’è dubbio. Forse è la mia faccia da vecchio gufo (saggio? rincitrullito?), forse il mio affanno attorno a strumenti e tubi, a divertirlo. Gli allarmi strepitano ma lui agita nella mano destra, l’unica abile, una spada fatta con i palloncini, e tenta di darmela in testa. Non so che fare, sfodero anch’io una risata, però mi esce amara, in linea con la situazione poco allegra.

Fabio è qui da una settimana, l’ennesimo ricovero, questa volta per una brutta polmonite che l’ha sfiancato, lui già così debilitato. Potrei snocciolare come un rosario tutte le sfighe di questa sua corsa ad handicap per restare in vita, più lui resiste e più gli arriva una mazzata, un nuovo grano di rosario che si aggiunge alla sua corona di spine.

Per una settimana non ha guardato nessuno in faccia, se n’è rimasto lì tutto rattrappito e cupo a lasciarsi sforacchiare, rigirare, nutrire, massaggiare, come se quel corpo non gli appartenesse, forse aspettando il peggio. E adesso che il peggio sembra essere arrivato, eccolo di umore splendido come per magia. Già questa mattina era più partecipe, aveva accennato dei sorrisi, e in effetti le cose sembravano mettersi al meglio. Ma stanotte che tutto sta di nuovo precipitando perché ride?

Non c’è niente da ridere mi viene voglia di dirgli. Ma non è lui che si è ammattito, sono io che sto sbagliando approccio. Dimentico sempre di che pasta sono fatti, lui e la sua famiglia, gente tosta, che sa ridere e combattere. La mamma quando un’ora fa mi ha visto tornare in reparto per suo figlio, mi ha accolto con una battuta allegra, come fossi lì in visita di cortesia, salvo poi opporsi, con tatto e fermezza, alla terapia d’urgenza che volevo intraprendere; mi spiega come nella cardiomiopatia ipertrofica i diuretici siano un azzardo. Già, perché ha pure l’ipertrofia del cuore, non me ne ricordavo, aggiungo mentalmente quest’altro grano al suo rosario. Dovrei chiamare il rianimatore e affidarlo alle sue cure, ma qualcosa mi frena, temo che una volta attaccato al respiratore non lo si svezzerà più. E poi intubazione significa trasferimento, relegarlo in luoghi anonimi, a chi potrà più dare in testa la sua spada?

Smetto di guardare radiografie e monitor, torno alla sua faccia come a un punto di partenza: non ha cambiato espressione e se Fabio ride significa che possiede ancora risorse da cui attingere. E allora aiutiamole queste risorse, mi dico, ma usando il minimo di intervento possibile. Così decido per l’aerosol di adrenalina e per la vecchia maschera di Venturi al posto dell’apparecchio d’ossigeno a pressione positiva che in teoria doveva essere più efficace.

Nel giro di poco il respiro si fa più regolare, gli allarmi finalmente tacciono. La crisi è superata, di qualunque crisi si trattasse, che ancora non ho capito se erano i polmoni, il cuore o il circolo a non fare il proprio dovere.

Ora che dovrebbe ridere, Fabio si è acquietato. Riposa tranquillo, ancora sveglio, un vago sorriso sulle labbra e un’aria soddisfatta da “missione compiuta”. È spossato, d’altronde glie n’è costata di fatica farmi capire come dovevo comportarmi.

massimolegnani

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