racconti

Marco C.

Posted by il Jolly on Novembre 27, 2009
racconti / 2 Commenti

Era stata una splendida giornata estiva. Lo ricordo con esattezza, anche se sono passati alcuni anni. Dopo un pomeriggio passato al mare, avevo percorso il breve tratto di autostrada da Senigallia a Fano per prendere servizio alle 20.00 nel turno di guardia notturna di anestesia all’Ospedale Santa Croce. Anestesista – Rianimatore… in quel momento avevo 36 anni. Neanche il tempo di ricevere le consegne che dal cercapersone arriva una chiamata dal PS: un politrauma, codice rosso! Scendo velocemente le scale e attraverso il corridoio di ingresso al Pronto Soccorso. Mi sento carico, pronto, efficiente. Già in specialità avevo preso parte alla gestione di gravi traumi, così pure a Fano, città di mare, con un estate sempre critica per le urgenze. L’impatto visivo dell’ingresso di un traumatizzato al PS è sempre drammatico, concitato, di forte impatto emotivo, soprattutto se è giovane, soprattutto se ha la tua età, soprattutto se è terrorizzato, immobilizzato su una tavola spinale con uno stiff-neck ben posizionato. E’ vigile e ben orientato, prima di essere impacchettato è riuscito a telefonare alla moglie per avvisarla di quello stupido incidente in scooter, dopo un bagno al mare di ritorno dal lavoro, inconsueto per lui prima di cena, ma il mare era talmente invitante! Lamenta dolore all’addome, mi sembra tranquillo. Monitoraggio pressione arteriosa e saturazione O2 nei limiti, leggermente tachicardico all’ECG. Mentre l’infermiera fa un prelievo di sangue per emocromo, chiedo un Eco-addome urgente. In effetti l’addome è teso e dolente, mentre per altri distretti l’esame clinico sembra negativo. Arriva anche un Chirurgo. Marco ha un buon 16 Ga in un avambraccio, ma ne posiziono un secondo nell’altro, sto piu’ tranquillo. ECO-FAST, così si chiama l’esame che il Radiologo conduce. C’è del versamento libero in addome, più abbondante a livello dell’ipocondrio destro. Chiedo al Chirurgo di allertare l’equipe di sala. Telefona al suo Primario per avvisarlo. Ok andiamo in sala, ma prima ci vuole una TAC addome per valutare meglio l’entità delle lesioni. La pressione tiene bene, saturazione ok, sempre tachicardico. Il dolore è intenso. Gli somministro 5 mg di morfina ev. Andiamo alla TC, veloci però… cazzo!! TC addome con mezzo di contrasto: rottura del fegato, emoperitoneo massivo. Marco è sempre più agitato, la pressione è in picchiata. Mi portano l’emocromo fatto all’ingresso: Hb 12. Gli faccio un EGA: Hb 8… dopo neanche tre quarti d’ora! Marco mi chiama, è terrorizzato, non respira, non riesce a respirare. Mi guarda e mi dice: aiutami! Mi guarda fisso negli occhi: aiutami! Gli rispondo di sì… sì!. Sta desaturando… l’addome è tesissimo, respira veramente male. Ho con me lo zaino d’emergenza ed è arrivato anche l’infermiere di anestesia. Lo intubo, lo ventilo, la saturazione risale. Guardo il collega chirurgo, non dico nulla, poi chiamo l’ascensore e vado in SO, ci vado e basta. Chiamo Davide, il collega di turno in Terapia Intensiva. E’ un amico, e gli chiedo aiuto. Chiedo aiuto a tutti. Posiziono sul letto operatorio Marco, lo connetto al ventilatore di anestesia in O2 e protossido d’azoto. Niente altro. La pressione non è più rilevabile. Inizio ad infondere sangue zero negativo: due sacche, mentre Davide mi porta dal PS altre quattro unità crociate di emazie concentrate. Infondiamo come disperati ognuno su di un lato tutto quello che abbiamo. Ci portano una pompa di Noradrenalina, non serve, ma va bene! L’intervento inizia e la situazione appare subito disperata. Il fegato è una poltiglia in mezzo ad un mare di sangue, la vena porta, la cava inferiore lacerate. Ci vorrebbe il padreterno della chirurgia vascolare. Ci vorrebbe il Padreterno. Dopo circa quarantacinque minuti di inutili tentativi di emostasi chirurgica, parecchie sacche di sangue, parecchi liquidi, parecchie imprecazioni, Marco inizia a bradicardizzare. Avviso il Primario di chirurgia della imminenza dell’arresto cardiaco. C’è anche un tentativo di massaggio dal sacco pericardico… poi nulla. Letizia, graziosa infermiera della terapia intensiva, capelli rossi, simpatica, si affaccia e mi guarda. Ha gli occhi lucidi. Esco per ultimo dalla sala. Devo parlare con la moglie, mi dicono che hanno due bambine. E’ nello studio del mio primario, distesa in poltrona, in lacrime. Gli dico che ho cercato… ho tentato tutto, ma mi esce una voce ridicola che non sento mia, vorrei stendermi ai suoi piedi e chiedere perdono, ma rimango in piedi inebetito, non riesco neanche a piangere. Le stringo le mani, le mie sono fredde, poi esco. Quel giorno la Morte mi ha preso a schiaffi, ne sono seguiti altri, ma quello è stato il giorno di Marco C. e della mia inutilità. Me lo tengo stretto.

il Jolly

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elisoccorso (prima parte)

Posted by Herbert Asch on Novembre 08, 2009
racconti / 1 Commento

Uno solo. E’ solo uno il ferito per fortuna, ma dall’alto non l’avresti detto.
L’incidente si vede bene arrivandogli da sopra: le due macchine accavallate e la moto un poco fuori nel prato, raccontano una dinamica severa.
Poi, con l’arrivo sulla scena, le cose prendono i loro giusti contorni, cominci a vedere quanti sono coinvolti, cosa si sono fatti, fai un rapido triage per vedere le priorità.
Sulle macchine ci sono solo gli autisti ben legati, ormai i veicoli sono più sicuri di un tempo quando il blocco del motore giustiziava i passeggeri anteriori. Adesso le macchine si aprono come le banane che mangia King Kong, ma all’interno ci sono sempre più spesso molti meno danni.
Il motociclista è invece finito in un prato, la moto da una parte e lui dall’altra ma il prato è molle, lui ha una tuta con la tartaruga, il casco non si è slacciato e la caduta si è stemperata in una serie di rotoloni senza incontrare ostacoli. Totale, forse ha un gomito rotto, una gamba acciaccata, ma poteva andargli ben peggio. Lo sistemo sulla Base, l’ambulanza dei volontari che ci affianca sempre, compilo i fogli e lo spedisco. Non abbiamo toccato niente dei nostri zaini siamo operativi da subito, ci ritiriamo con l’Infermiere, con un gesto indico al pilota che possiamo andare. Lui guarda l’ora, sono passati i minuti necessari a far scendere la temperatura del motore, si può riavviare, fa un cenno di assenso.
Con gli equipaggi, ci capiamo ormai con uno sguardo, un gesto.
Quando arriviamo sul target tocca a me valutare se dobbiamo fermarci per più di dieci minuti, nel qual caso vale la pena spegnere il motore, oppure se le cose possono essere veloci ed allora il pilota mi aspetta a motori accesi. Appena ho la sensazione, mi giro e lo segnalo, la mano aperta in segno di attesa per non spegnere, il pollice passato sotto il collo come a sgozzare il motore, per spegnere.
Alla partenza giro inverso: il tecnico fa allontanare i curiosi, e si va a mettere a distanza di sicurezza davanti all’eli per controllare il settore posteriore, noi buttiamo su gli zaini, li assicuriamo, ci sediamo, ci leghiamo, ci mettiamo le cuffie, ci controlliamo a vicenda. I piloti avviano, quando l’eli ha raggiunto la potenza, il tecnico sale, chiude, si lega, mette la cuffia, comunica che tutto è chiuso e a posto e via si parte.
Gesti automatici, ormai.

Non lo sapevo, ma quella sarebbe stata la mia ultima missione in elicottero, forse per questo che me la ricordo così ancora fresca nella mia mente.
Quel giorno non ci sono più state chiamate e in seguito, ormai quasi otto anni fa, non sono più salito su un elicottero, i casi della vita mi hanno tenuto fuori e così i dodici anni di servizi in elisoccorso sono passati nel quaderno dei ricordi…

Herbert Asch

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donne

Posted by jumba on Settembre 16, 2009
racconti / 2 Commenti

“Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattrocchi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue”

Eugenio Montale, Satura (Xenia II), 1962-1970.

Stare dall’altra parte è diverso.
Ti trasformi, cambi specie nel tempo di una mitosi, passi dallo stato di medico a quello di paziente. E non un paziente qualunque, ma il peggiore. Quello che nessuno, ma proprio nessuno di noi vorrebbe trovarsi davanti non dico in sala ma nemmeno in ambulatorio. Già, perché solo il fatto di essere “dottoressa” puzza di complicanza inevitabile, di fattore di rischio maggiore per qualche casino tipo shock anafilattico, infezione, etc
Già il collega radiologo, venuto a conoscenza della mia allergia al nickel (tradotto: eczema ai lobi auricolari da orecchini di bigiotteria), si è astenuto dall’iniettarmi il mezzo di contrasto durante la RMN, per cui la mia massa addominale di ndd continuava a rimanere di ndd.
Poi c’è la Paura. Fino al giorno prima ridi e scherzi, minimizzando l’intervento, dicendo che al massimo in una settimana sarai già in pista, facendo finta che la pancia gonfia come un pallone sia la conseguenza del colon irritabile (con tutte quelle guardie micidiali altro che stress!!!), e che quel dolore sordo ed insistente alla gamba sia dovuto ad uno strappo durante quella partita a tennis (risalente ormai a 2 mesi fa).
Poi c’è la Paura. Arriva all’improvviso, come entrare in una cella frigorifera nel mese di agosto. Arriva precisamente quando ti siedi davanti all’anestesista per la visita, dopo tutta la mattina che giri digiuna per i padiglioni dell’ospedale (non il tuo, qui nessuno ti conosce, nessuno ti chiama dottoressa, ora sei una signora) con in mano una manciata di codici a barre e la provetta delle urine.
La collega, gentile, giovane, carina, per niente stressata e pure abbronzata (sarà l’aria di quest’ospedale, chissà se cercano cardiologi da queste parti) mi bombarda di domande seguendo una check list, mi spiega il tipo di anestesia, mi “rassicura” dicendo che quasi sicuramente l’intubazione non sarà difficoltosa, quasi sicuramente non si dovrà prendere una via centrale e che quasi sicuramente non sarà necessaria una degenza postoperatoria in rianimazione… CAVOLO (ad essere precisi l’imprecazione muta che mi è esplosa dentro è stata un’altra). Sorrido, annuisco, ma ho le mani sudate e non vedo l’ora di alzarmi ed uscire a respirare un po’ d’aria inquinata e a strafogarmi di bomboloni alla crema al bar dell’angolo.
E pensare che io, tutti i giorni, devo dare ai pazienti notizie nefaste, comunicare diagnosi definitive di patologie croniche ingravescenti ed invalidanti, proporre interventi cardiochirurgici, impianti di devices, inserimento in lista trapianto….Il tutto mentre ti chiamano al telefono dal pronto soccorso, entra l’infermiera con un ECG urgente da refertare e la signora con il numero 93 verde bussa con insistenza alla porta per reclamare il proprio turno. Io non sono come la collega che mi ha appena visitata. Io non sono più tanto giovane e tantomeno abbronzata, mi sforzo di essere gentile ma i miei gesti intrisi di caffeina tradiscono il fatto che tutto mi sta arpeggiando sui nervi.
Chissà che percezione hanno di me i pazienti? Chissà qual è il loro stato d’animo quando escono dalla mia stanza?
E comunque adesso tocca a me, porca miseria. Fra 4 giorni è fissato l’intervento. Meno male che da ora a quel momento c’è il weekend di guardia! Magari riesco a non pensare.
E così infatti è stato. In terapia intensiva fila via tutto liscio, c’è solo un paziente critico ancora ventilato la cui criticità maggiore sembra essere la sua situazione familiare (la compagna è una mia amica…). Ce ne fossero di guardie così tranquille! Potrei anche cercare di dormire, ma non ce la faccio a stare da sola nella mia stanza. Vago per l’ospedale con il dect in tasca. Possibile che non ci sia in Pronto qualche dolore toracico, qualche curva enzimatica da chiudere, qualche FA parossistica in chirurgia? Niente. Arriva finalmente mattina. Raccolgo le mie cose, mi porto via dall’infermeria una confezione di X-prep e l’occorrente per le medicazioni e mi tuffo nel mondo esterno. Alla bollatrice, come dice un collega, avviene il “passaggio di stato”. Questa volta però le mie gambe non sono come al solito leggere, ma assumono una consistenza gelatinosa, che insieme con lo stomaco galleggiante e l’intensa peristalsi intestinale caratterizzano una sola nota condizione: la paura.
La mattina successiva mi presento sulle mie gambe instabili nel reparto per il ricovero, dotata di valigia 24 ore e di marito. Sono le 7, c’è il cambio di guardia, per cui vengo parcheggiata in sala d’attesa con altre donne per un’oretta. E’ interessante vedere come tutte, ma proprio tutte, proviamo la stessa paura, abbiamo le stesse mani sudate ed irrequiete; immediatamente la rivalità che normalmente serpeggia tra donne si trasforma subito in solidarietà: ci si dà del tu, ci si racconta senza veli, sicure che la nostra interlocutrice sia in uno stato di totale empatia, ci si aiuta allacciarci il camice monouso…
Gli uomini si defilano con le solite scuse banali: le sigarette, la macchina parcheggiata male, la telefonata…Poco importa, chi ha già partorito sa che certi momenti della vita non sono fatti per i cromosomi Y.
Sono la seconda della lista operatoria, quindi ho giusto quella mezzoretta di tempo per struggermi ancora un po’. Nel bel mezzo di tale struggimento arriva un angelo: Mariella, l’anestesista che da qualche mese si è trasferita dal mio ospedale. Sono felice di vederla. E’ come ritrovare una vecchia compagna d’armi…In effetti abbiamo combattuto insieme diverse battaglie, alcune vinte, moltissime perse. Anche se non è di turno in sala rimane accanto alla mia barella e mi distrae mentre l’antibiotico mi scorre in vena. Con voce di velluto mi rassicura, mi sistema i capelli nella cuffietta e sorride. Io sono figlia unica, ma in quel momento penso che se avessi una sorella mi piacerebbe che fosse esattamente come lei. Senza la sua presenza non avrei sopportato l’entrata del chirurgo (nervoso, sfuggente, quasi incazzato).
Nel frattempo si è materializzata anche Maria, la mia ginecologa, che è in pensione da qualche mese ma non riesce a stare lontana dall’ospedale. Si sta vestendo per entrare in sala, mentre con parole sapienti mi tranquillizza. La paura finalmente si scioglie e lascia il posto alla commozione. Non mi aspettavo tanta partecipazione…
Finalmente entro in sala. Maledetti allarmi, quanto li odio! L’anestesista, con accento straniero e gentile, mi annuncia che sta per farmi la preanestesia. In un attimo la scialitica sopra di me si fa più brillante ed inizia ad ondeggiare, il campo visivo si contrae, poi il nulla.
Dài atleta, dai un colpo di tosse! Riemergo con l’allarme insistente della frequenza cardiaca nelle orecchie. Apri gli occhi, tira fuori la lingua!
Capisco che è tutto finito e che sto stranamente benissimo. Solo il giorno dopo, in preda all’astinenza, capisco che è la morfina a regalarmi questo stato di soffice galleggiamento…
Qualcuno mi dice che, all’esame estemporaneo, la massa asportata sarebbe un fibroma ovarico. Diosialodato!!!!
Il pensiero va subito ai miei bimbi, vorrei stringerli forte…
Grazie a tutti “di cuore”, ma soprattutto a due dottoresse che prima di tutto sono due donne (e con questo ho detto tutto!!!).

Jumba

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il cellulare

Posted by Giro Batol on Giugno 18, 2009
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Radiologia, 20.15: il turno è iniziato da poco e abbiamo appena terminato la diagnostica per immagini di un giovane signore caduto dal balcone di un secondo piano. La sua vicina uscendo aveva dimenticato le chiavi dentro casa e lui aveva cercato di entrare dal balcone per aprirle la porta, ma la ringhiera aveva ceduto. Era caduto in piedi, non aveva battuto la testa, si era rotto i calcagni, un femore ed una vertebra lombare, ma senza lesioni midollari:
“Tutto sommato gli è ancora andata bene pensavo tra me e me”
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
non è il mio cellulare sarà quello di Laura, l’infermiera del Pronto Soccorso che mi accompagna, ma anche lei mi guarda con aria interrogativa.
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Il suono proviene dal fagotto posto sotto la barella dove raccogliamo generalmente quel che resta degli indumenti personali dei pazienti spesso sbrindellati nelle convulse fasi iniziali di assistenza. Mi chino, vedo il bagliore di un display con una scritta: CASA
Ho quasi una scossa al braccio proteso verso il cellulare e lo sguardo si fa vuoto…

“Tango zero da Tango 85, Tango zero da tango 85”
“Avanti per Tango zero”
“Tango 85 ha scaricato il paziente in Pronto Soccorso a Chivasso ed è di nuovo operativa”
“Mi confermi Tango 85 che siete operativi?”
“Confermo Tango Zero”
“Bene perché abbiamo un nuovo servizio per voi, si tratta di un codice Rosso Uno Sierra, ripeto Rosso Uno Sierra, sull’autostrada Torino-Milano, uscita Chivasso Ovest, direzione Torino. I testimoni parlano di due ragazzi incastrati apparentemente incoscienti, ma vivi. Orario di apertura del servizio ore 03.15”.
“Ricevuto Tango Zero, abbiamo uno stimato di arrivo sul posto di 4 primi, chiudo. Cazzo, Doc, ma quando ci sei tu non si dorme mai!”
Chi aveva tenuto la conversazione con la Centrale Operativa era Luca, 16 anni, volontario della Rossa da due; un armadio di 185 centimetri con due spalle belle larghe; era un ragazzo difficile, senza padre e con amicizie pericolose, aveva appena abbandonato la scuola e iniziato a lavorare come muratore. Preso nel modo giusto era buono come il pane, ma se gli saltava la mosca al naso, come mi raccontava orgoglioso nei pomeriggi in cui cercava disperatamente di insegnarmi a giocare a ping-pong in attesa di un servizio, era capace di scatenare risse furibonde con i malcapitati di turno.
“Dai Luca, capita con tutti…”
“Di andare alle 03.00 di notte, sotto una pioggia della Madonna, in autostrada, su un Rosso Uno Sierra, con due ragazzi incastrati? No, può capitare a tutti, ma poi capita a te porco dinci porco, e io lo so, è per quello che mi faccio mettere in turno con te”.

“Ma smettila, va; occhio che ci siamo quasi”
“Là c’è uno che segnala”, dice Grop, il nostro autista di tante missioni; 50 anni, ben piazzato, uno dei pochi in grado di tenere Luca sotto la propria ala protettrice.
La macchina, una Fiesta nera, è ferma contro il guard rail, ma si deve essere ribaltata un po’ di volte, è tutta accartocciata.
“Tango zero da Tango 85, Tango 85 sul posto” e poi ancora:
“Siamo i primi, metto l’ambulanza a protezione dell’auto, con questa pioggia non si vede niente”.
Grop sapeva il fatto suo: quando arrivi sull’incidente, recitano i manuali, valuta subito la scena, comprendi la dinamica e metti tutti in sicurezza.
Il servizio 118 era partito solo da sei mesi a Chivasso e non avevamo ancora l’infermiere a bordo per cui l’equipaggio era completato da una terza volontaria della Croce Rossa, Ingrid, studentessa in Medicina di origini francesi, brava e pacata, dai modi cortesi, ma risoluti.
“Grop, tu bada alle segnalazioni, io penso ai ragazzi con Luca ed Ingrid”.
La scena era raccapricciante scriverebbe un bravo giornalista, un miscuglio di sangue e lamiere, dolore e morte senza senso o come hanno cercato a lungo di insegnarmi “con un senso imperscrutabile”.
Veloce come un lampo, Luca, che con la freddezza di un veterano ha già esplorato le possibilità di accesso ai ragazzi feriti, estrae le Robin dallo zaino e con qualche colpo ben assestato sfonda il lunotto posteriore unica via praticabile per arrivare ai due ragazzi. Mi incuneo nell’abitacolo con due collari infilati nel braccio e l’immancabile marsupio in vita. Arrivo al quadro ancora acceso e lo spengo. Lui è con il capo riverso sul volante, immobile con lo sguardo vitreo di chi è già andato da un po’. Gli palpo il polso carotideo: assente. Lei ha il capo reclinato all’indietro sullo schienale ed un respiro russante: è viva. Le piazzo il collare, mi faccio passare da Ingrid il saturimetro portatile, la bombola di ossigeno e il kit per l’intubazione.
Nel frattempo è già arrivata la Polstrada ed arrivano anche i Vigili del Fuoco. “Doc, per tirarvi fuori dobbiamo segare il tetto, vi verranno addosso i vetri del parabrezza, usate questo lenzuolo per proteggervi”.
Ingrid si è fatta strada anche lei nell’auto per aiutarmi nel posizionare l’accesso venoso e nel tentativo di praticare l’intubazione orotracheale, che fallisce miseramente. Una decina di intubazioni in sala operatoria non bastano per preparare ad una situazione simile. Possibile che chi mi ha preparato ad affrontare queste situazioni solo con un corso di 300 ore, 150 teoriche e 150 pratiche, non se ne sia reso conto?
“Doc, stenda il lenzuolo sulla ragazza e si metta sotto, stiamo per asportare il tetto del veicolo, i vetri voleranno dappertutto”.
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti
mi guardo attorno e da sotto un sedile lampeggia il display di un cellulare,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti
la scritta è chiara: CASA, mi si stringe il cuore, ma rimango immobile.
Ingrid mi guarda e poi con i suoi soliti modi decisi:
“Che fai, non rispondi?”
“Rispondo? E poi cosa dico, scusi lei è il padre di un ragazzo di circa vent’anni, alto, magro, bruno di capelli che giace qui accanto a me morto o è invece il genitore di una ragazza esile, bionda forse di 18 anni, forse meno, in coma, che ora stiamo cercando di estricare da una Fiesta nera accartocciata?”
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti
“No, Ingrid, non guardarmi così, non saprei davvero cosa dire; al corso di 300 ore non mi hanno parlato dei cellulari, non mi hanno detto che squillano e ti cercano insistenti e impietosi anche quando uno è morto o è in coma…”

Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti,
Ti-ta-ti-ta-ti, ti-ta-ti-ta-ti
Il frastuono del gruppo elettrogeno dei pompieri ha infine il sopravvento sul cellulare e sulla mia coscienza…
“Che fai, non rispondi?”
“Sì, Laura, mi ero solo incantato un attimo, ora rispondo…” ora rispondo anche se ormai è troppo tardi!

“Ehi, voi del corso di 300 ore! non mi avevate detto che anche dopo molti anni quando leggi CASA sul display di un cellulare ti potranno tornare in mente lo sguardo vitreo di un ragazzo morto ed il respiro russante di una ragazza in coma…!”

Giro Batol

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una commissione urgente

Posted by il guardiano on Maggio 03, 2009
racconti / Nessun commento

Quando aprì gli occhi, la signora del letto 9 avvertì immediatamente un grande senso di angoscia. Era convinta che fosse mattino, e che fosse l’ultimo giorno per pagare la bolletta del gas. Cercò di tirarsi su, per alzarsi, vestirsi e correre alla posta, ma subito fili e cateteri si misero a tirare da tutte le parti, facendo scattare gli allarmi. Due infermieri accorsero e la fermarono prima che potesse fare maggiori danni. Le spiegarono (un po’ rudemente, a suo avviso) che non era mattina, e che alla bolletta ci avrebbero pensato i suoi famigliari. Difficile, pensò lei. E poi ormai era tardi per andare alla posta. Loro, gli infermieri, la facevano un po’ troppo semplice ma non conoscevano suo marito, i suoi figli. Sentiva che quella bolletta non sarebbe mai stata pagata, e questo non era per niente un affare da poco. Il fatto è che lei non sapeva che erano capitate cose ben più importanti. Che in quei giorni era stata messa in discussione la sua stessa sopravvivenza. Lei non sapeva di essere stata molto peggio, non sapeva che aveva rischiato la vita. Quell’angoscia l’avevano vissuta i suoi famigliari, è per questo che, quando li vedeva, li trovava piuttosto strani, e, secondo lei, per certi versi ancora meno affidabili. La signora del letto 9 sapeva solo come stava in quel momento e giudicava tutto secondo quelle impressioni lì. Il suo stato di salute non le veniva affatto in mente. Tutt’al più pensava a qualcosa di contingente, di immediato: la fame, il freddo, la sete. In quel momento c’era quella benedetta bolletta che la preoccupava terribilmente, e il non poter nemmeno avvisare suo marito la metteva ancora più in agitazione. Quando arrivarono poi gli stessi infermieri di prima che per ordine del medico le dovevano infilare di nuovo lo scafandro pensò che era ora di ribellarsi una volta per tutte. Lo scafandro era una vera e propria tortura. Lì dentro l’aria circolava ad una velocità pazzesca, e faceva un rumore terribile. Ogni volta che glielo mettevano pensava di impazzire, e quando glielo toglievano cercava di capire se durante quelle dieci ore fosse impazzita o no. Certo era meglio del tubo. Ma almeno quando aveva il tubo era sedata, o in parte sedata. Ricordava ancora quel tubo che le ostruiva la bocca e le impediva di parlare. Temeva che le fosse cresciuto un enorme dente, o che a causa dell’operazione andata male le avessero riempito la bocca di garze. Quando arrivò il medico per convincerla a mettere lo scafandro sentiva che la sua forza di ribellione era già venuta meno. Forse le avevano dato un tranquillante. Pensò che fosse meglio così. Che sedata non avrebbe sentito quel rumore spaventoso. Quando si addormentò sognò di aver rotto due scafandri a forza di muoversi e dibattersi, e nel tardo pomeriggio, quando la liberarono nuovamente, vide suo marito che le sorrideva accanto al letto, ma lei aveva troppo sonno per chiedergli della bolletta, e gli fece solo un gesto come dire: “Non importa…” ma nessuno se ne accorse.

il guardiano

il sergente Gunny

Posted by Giro Batol on Marzo 21, 2009
racconti / 1 Commento

Il paziente della Rianimazione che ho accompagnato in Radiologia sta per iniziare le scansioni Tac. Driiin, Driiin: “Ciao,dal Pronto, abbiamo un signore di 88 anni, con un’infarto ed un quadro di edema polmonare,è bruttino, è meglio se quando ti liberi vieni a dargli un occhiata, c’è già la cardiologa che lo sta valutando per l’angioplastica.”
Il paziente della Rianimazione ha appena terminato le scansioni Tac. Driiin, Driiin: “E’ meglio se vieni subito perché è ulteriormente peggiorato, desatura ed è molto agitato”.
“Raga, chiamate in Ria per farvi venire a prendere, devo scappare in Pronto.” E poi mentre affretto il passo tra me e me: “Tanto non lo intuberò mai, ha 88 anni, sarà tutto malandato, al massimo gli metto una CPAP, ma non lo intubo di sicuro.”
Arrivo, cardiologa, urgentista ed infermieri di sala emergenza si stanno affannando attorno al mio vecchiettino: beh, vecchiettino si fa per dire, sarà alto un metro e ottantacinque ed ha una muscolatura ben più tonica della mia: ma non lo intuberò mai.
Il raccordo anamnestico è breve e preciso: “Ha un infarto inferiore ed è andato in edema polmonare nel giro di dieci minuti, mentre lo visitavo, una marea montante, pensa che è arrivato qui con le sue gambe lamentando solo un fastidio al torace, ma è evoluto con una tale rapidità che ho raccolto solo un’anamnesi sommaria”. Non lo intuberò mai.
Pressione arteriosa 130/70 mmHg, frequenza cardiaca 96 al minuto, ritmico, saturazione d’ossigeno 78% con il reservoire. Non lo intuberò mai.
“Ok, ma le comorbidità? E’ diabetico, iperteso, dislipidemico, ha un’anamnesi positiva per patologia tumorale, un quadro di involuzione cerebrale senile, è un bronchitico cronico avanzato?”
“No guarda, è un ex sergente dell’esercito, in buona forma psico-fisica fino all’evento di oggi: ha negato interventi chirurgici ed assunzione di farmaci a casa. Dovevi vederlo quando è arrivato: ha rifiutato il nostro aiuto per salire sul lettino, davvero un tipo tosto”.
E’ incredibile, penso mentre connetto il “va e vieni”. Allora lo intubo.
“Aspirati per favore midazolam, fentanest e rocuronio: andiamo in sequenza rapida con un tubo N°8.
Finalmente in questa agitazione trovo il contatto con gli occhi del sergente: sembrano presenti all’ambiente e mi fissano spalancati, quasi attoniti: “tranquillo sergente, non abbia paura, adesso la facciamo dormire un po’, ma quando si sveglierà starà meglio”. Ma i suoi occhi continuano a fissarmi con le pupille dilatate, al tempo stesso indagatori ed increduli per quello che sta avvenendo. “Non abbia paura, sergente, stia tranquillo.” “Sono senz’altro gli occhi di chi è terrorizzato dalla paura di morire” penso trovando una troppo facile risposta. Non me lo sarei aspettato da un duro come il mio Sergente Gunny. Certo che quegli occhi…

Due giorni dopo in Rianimazione: “Ciao Paola, come sta il Sergente?” “Mah, così, così poverino, non è più contropulsato… certo però che è proprio un brutto momento per lui; mi ha detto suo figlio che tre, quattro mesi fa gli è morta la moglie e da allora non ha più interesse per la vita, anzi ha espresso più volte il desiderio di morire anche lui”.
Accidenti che pugno nello stomaco, ecco cos’erano quegli occhi: altro che paura, erano l’estremo tentativo di ribellione a ciò che stavi per subire: mi spiace Sergente Gunny, non ti sei mai piegato al volere altrui finché non ti hanno spezzato i sonniferi che ti ho somministrato, ma non conoscevo la tua volontà e l’arroganza di chi vede la realtà solo dal proprio punto di vista mi ha impedito di intuirla!

Porterò sempre con me quel tuo sguardo sgomento sperando che mi aiuti a ricordare come non esista solo la mia verità e come vada rispettata anche quella degli altri.
Dieci giorni dopo il cuore del Sergente Gunny si ferma, senz’altro purificato da quelle interminabili ore di agonia, come potrebbe dire chi è pieno solo della sua verità.

Giro Batol

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cosa si sarebbe potuto fare di più?

Posted by folfox4 on Febbraio 14, 2009
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Cosa si sarebbe potuto fare di più ?
E’ una domanda che spesso mi ritorna quando è andata male. Dopo 20 minuti di rianimazione do lo stop: “basta ragazzi … è morto; fine.”
Feed-back positivo: “come al solito tutti bravi, e poi era veramente oltre il limite, anzi, troppo siamo riusciti a fare, bravi, bravi tutti davvero.”
Spengo respiratore e monitor; è il segnale, il rito è finito, una specie di ‘ite missa est’ molto ruvido.
Sono le 4.00 del mattino, mi affaccio un minuto fuori.
Piove fitto e sottile, l’aria è calda.
Al mio ospedale lo scirocco arriva dritto dal mare e ne porta l’odore.
Respiro profondo, debbo avvertire la madre e il padre; rientro.
Antonello aveva 16 anni, era malato di leucemia linfoide acuta.
Ricoverato in ematologia per un ciclo chemioterapico; improvvisa crisi aplastica midollare indotta dai farmaci antiblastici; conseguente shock settico e multipla insufficienza d’organo.
Entrato in rianimazione circa 12 ore prima, era stato sottoposto a tutti i trattamenti e le procedure del caso; 16 anni e una leucemia in fase di controllo lo impongono.
Risolta la sepsi, poteva ancora farcela.
Le infermiere stanno ricomponendo la salma.
I loro volti dicono, già a 30 anni, la delusione e la voglia di fare altro nella vita.
Ma solo noi sappiamo com’è quando qualcuno sputa l’anima.
Il cerchio si chiude e questo è il nostro carico.
In fondo, è sul confine dell’intimità con la morte che sono costruiti i nostri rapporti e forse per questo ci amiamo ma non amiamo incontrarci fuori.
Fuori dobbiamo provare a fare la corsa come tutti gli altri.
Il tubo endotracheale e la sonda nasogastrica sono stati rimossi; il volto appare disteso, non più deformato; il pallore conferisce alla fisionomia una luce lunare.
Antonello, Antonello …

[il medico]

Pronto? Parlo con casa … ?
Signora buonasera, qui è l’ospedale San …, sono il dottor …, sono il medico di guardia della rianimazione, lei è la mamma di Antonello ?
Signora, le condizioni di suo figlio sono peggiorate …
Si signora, la situazione è precipitata …
Vi consiglio di venire subito in ospedale …
Vi apetto.

Burocrazia: compilo le schede di morte, chiudo la cartella, firmo, telefono alla camera mortuaria :
“è il centro di rianimazione, sono il medico di guardia, c’è una salma, no niente autopsia, mi raccomando entrate dall’altra porta e aspettate che i parenti abbiano visto il cadavere; grazie, a dopo. Ah! Credo che ce ne sarà anche un altro; si, eventualmente richiamo io … è una brutta notte.”
I genitori sono arrivati.
Camice.
Vado ad aprire; li faccio accomodare nel salottino dove si danno le informazioni.
Locale 3 metri per 3, pareti gialline, poltrone blu, neon.

[il medico]

Accomodatevi prego …
No signora, no, Antonello è morto poco fa, non ce l’abbiamo fatta, mi dispiace …
Un arresto cardiaco irreversibile nonostante tutti i tentativi …
No signora non faccia così adesso …
Aspetti, si sieda …
Adesso ci vuole tutta la forza, vi prego di resistere ora …
Si certo che lo potete vedere, è ancora qui …
Ecco, si accomodino da questa parte, è in questa stanza …
Certo che potete stare un po’ con lui …
Qui ci sono delle sedie …
Io sono qui fuori, vi aspetto, sono a vostra disposizione.

Esce il padre.

[il medico]

Mi creda, siamo davvero desolati, speravamo di poter fare di più ma non ce n’è stato neppure il tempo …
La ringrazio, la ringrazio a nome di tutti, in particolare dei ragazzi dentro; sa, anche per loro è dura, anzi forse lo è ancora di più, sono tutti infermieri molto giovani …
Per noi sono sconfitte pesanti …
16 anni sono davvero pochi per morire …
Si, in camera mortuaria riceverete le informazioni necessarie per il funerale e tutto il resto.

Esce la madre.

[il medico]

Si signora ha ragione, il cancro è una malattia tremenda, in certi casi non da neppure tempo di capire cosa stia succedendo …
Si, si certo io sono medico e lo dovrei sapere meglio di voi, ma …
sa com’è, la vita fa strane sorprese e non guarda tanto per il sottile …
siamo tutti uguali e la professione c’entra poco …
tutti siamo a rischio di qualcosa e …
anch’io, come gli altri, lo sono …
beh, in un certo senso …
come posso dire …
Non piange più ora signora ha visto ? Parlare aiuta …
Coraggio …
Sedete ancora un pochino, volete ?
Come dice ?
Stavo io dicendo qualcosa ?
Non so, non ricordo …
Ah si, le sorprese della vita …
Ma …
Se me lo chiede in forma così diretta …
No, la lasci dire signor … le donne sanno gestire molto meglio di noi queste situazioni sa ?
Si …
anch’io signora, anch’io …
In una forma meno aggressiva di quella di Antonello, ma anch’io …
È anche per me un momento un po’ speciale; si Antonello è andato via per un male che io stesso ora ho …
Se ne voglio parlare ? Di cosa signora ? Del mio male ? Ma vostro figlio è morto e …
Non so, mi sento in imbarazzo … sono a disagio …
Se mi voglio sedere con voi …
Va bene, mi siedo anch’io …
Ecco …
Se posso parlarle della morte e del dolore …
Si, certo …
Però io sono un medico non un filosofo o un prete, non saprei …
Va bene, allora potrei dire che …

Potrei dire che è impossibile consolare con parole chi resta solo per la partenza senza ritorno di un proprio caro; è già tanto difficile quando chi va via lo si sa ancora vivo.
Il posto rimasto vuoto annichilisce l’anima; una sedia, una poltrona, un letto, una stanza sono tutto ciò che rimane.
Ma quel posto è ancora occupato nella nostra memoria, rimane dedicato a chi se n’è andato; eppure, sappiamo anche che resterà irrimediabilmente vuoto.
E il silenzio di quella voce che non risuona più fa trasalire come un colpo di vento.
Nell’arco di una vita, per breve o lunga che sia, ognuno fa quello che può cara signora; questo significa dover procedere miseramente per tentativi ed errori come afflitti da un’insanabile zoppia, e tutti sappiamo quanto sia salato il pane di ogni esistenza.
Non diversamente credo abbiate fatto voi con umiltà ed onestà per la vostra stessa vita e per quella di Antonello, finchè avete potuto.
Quindi, mi raccomando, nessun rimorso o recriminazione.
Tutto il dovuto è stato dato.
Tutto si è compiuto.

Però io penso – sempre da laico – che la morte non sia solo questo.
Io penso che la morte sia l’ultimo strazio per pagarci l’ingresso in una zona franca dove finalmente poterci liberare di ogni promiscuità, sorridere col cuore, guarire dalle piaghe del nostro corpo, dimenticare la volgarità di ogni piccola o grande miseria, tirare il fiato dopo l’umiliazione dell’ansimo.
Oggi questo mi sembra di poter dire d’aver visto, sia pure per un momento, dipingersi sul volto di vostro figlio e di tutti gli altri morenti prima di lui: la sensazione di una fatica inenarrabile finalmente conclusa, con buona pace di chi rimane.
Come se, proprio poco prima di morire, fosse possibile cogliere il senso di quell’evento splendido, terribile ed inspiegabile che è la vita; come se fosse finalmente possibile leggere e comprendere il misterioso segno con cui il destino ha marchiato la nostra schiena fin dall’inizio.
Ora debbo tornare dentro … Ho gli altri pazienti …
Grazie, grazie davvero, grazie di tutto … Mi spiace …

Il chiasso di tre cose
Va per il mondo sopra oceani, nevi,
terre di siccità e risaie:
e nessuna membrana dell’udito
lo cattura, il chiasso di tre cose.
Il chiasso del sole che va per il cielo,
il chiasso della pioggia
quando il vento la stacca dalle nuvole
e il chiasso dell’anima
da un corpo che la sputa

dalla Bereshìt Rabbà

folsfox4

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Boston, 1846

Posted by il guardiano on Dicembre 22, 2008
racconti / 1 Commento

Quello che vedrete oggi non è solo una grande scoperta scientifica. Quello che vedrete oggi è molto di più. E’ magia. Una magia che farà il giro del mondo.
Parlare di anestesia non è sufficiente. Non rende merito a ciò che è realmente. Vedete, non è solo di far dormire la gente che si tratta. Io non farò solo dormire questo paziente. Io lo proietterò in un mondo parallelo. Quando il vapore ipnotico entrerà dentro al corpo e raggiungerà il cervello, l’anima si scollerà dal corpo. Non completamente, certo. Compirà movimenti infinitesimali, scivolando sul corpo per restare sospesa quel tanto che basta da non lasciare traccia nella memoria. Tutto ciò che succederà in quei momenti non verrà impresso nelle pagine della materia cerebrale. Il sonno indotto dal vapore creerà una piccola sfasatura nella mente. Io ho trovato la chiave per entrare in un nuovo mondo.

E vi dico ancora che questo non è che l’inizio. Un giorno si scopriranno cose inimmaginabili. Macchine si sostituiranno ai muscoli respiratori, tubi si inseriranno direttamente nella grande circolazione sanguigna, nuove sostanze attiveranno, disattiveranno, potenzieranno, smorzeranno, abbasseranno, alzeranno, indurranno, stimoleranno, deprimeranno le funzioni del corpo… Ma l’effetto, il fine ultimo della nostra missione non cambierà. Perché quando l’uomo, il medico, si avvicinerà al paziente e preparerà il suo incantesimo, ancora e sempre l’anima scivolerà via, lentamente, come una pelle invisibile, e con piccoli movimenti di tensione e rilassamento si libererà dal corpo pezzo per pezzo, rimanendo lì, sospesa nel tempo, in attesa di essere richiamata indietro… Professor Warren, può procedere, il paziente dorme.

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l’elicottero

Posted by il guardiano on Dicembre 16, 2008
racconti / Nessun commento

Quando il portellone dell’elicottero si aprì il vento gelido entrò rabbioso e la stretta valle apparì ancora più fredda e ostile. La neve restava aggrappata alle asperità del pendio e si accumulava abbondante su tutto ciò che incontrava. Il giovane dottore scivolò verso l’apertura e si lasciò legare al cavo del verricello senza guardare sotto. Assicurò lo zaino al moschettone della sua imbragatura e si abbandonò al movimento del gancio. Ruotando su se stesso venne spinto fuori e iniziò la discesa. Il vento si fece ancora più forte e freddo. Un torrente lontano e nero univa i pendii come una cerniera stazzonata e il terrazzo sul quale stava per essere deposto si protendeva come una mano amica a fermare il suo viaggio. Ma era talmente piccolo che ad ogni raffica il vento lo spingeva lontano dalla sua traiettoria. A pochi metri dal terrazzo fece segno di rallentare la corsa, e vide sotto di sé la parete di rocce che precipitava nel torrente, poi si sentì afferrare e tirare verso la casa. Vide i suoi piedi oltrepassare la ringhiera e sentì che toccavano il cemento scivoloso per la neve appena spazzata via. Si sganciò dal cavo, si mise lo zaino in spalla e si diresse verso la porta. Entrando il vento trascinò dentro il freddo dell’inverno e il rumore dell’elicottero. Qualcuno alle sue spalle si precipitò a richiudere velocemente la porta. Si ritrovò in uno stretto corridoio, ai piedi di una ripida scala di pietra. Una vecchia era stesa su di un materasso che occupava tutto lo spazio disponibile. Una luce gialla e fioca illuminava l’ambiente, e una stufa elettrica al massimo della potenza tentava di riscaldare un po’ l’aria umida e fredda. Il giovane dottore si chinò sulla vecchia, e chiese che cosa fosse successo. Una donna accorsa da una stanzetta che si affacciava sulle scale disse di essere la figlia, e di aver trovato sua madre per terra ai piedi delle scale. La madre viveva sola. Forse era caduta. Forse era lì dalla sera precedente. L’avevano sistemata sul materasso in attesa dei soccorsi. La vecchia respirava, aveva gli occhi aperti, immobili, inespressivi. Era gelida, ed irrigidita dal freddo. Aveva una contusione sulla fronte. Il giovane dottore pensò che sarebbe morta di lì a poco. Pensò che era vecchia, troppo vecchia e malmessa per poter fare ancora qualcosa. Lo disse alla figlia. Disse che se l’avesse portata in ospedale sarebbe morta quasi sicuramente lì. Le chiese se era questo che voleva la madre, morire in ospedale. Poi si pentì subito della domanda, perché la questione era un’altra. La questione era che in quella casa non ci viveva nessuno. Nessuno avrebbe potuto vegliare la povera vecchia. Allora il giovane dottore iniziò a pensare ad una soluzione per portarla via di lì, senza dover di nuovo passare dal terrazzo. Non aveva nessuna voglia di rifarsi quel giro appeso in mezzo alla valle. Ma la casa era isolata, le strade bloccate dalla neve. Allora si rassegnò all’idea. Chiamò la centrale spiegò la situazione. Insieme al tecnico alpino e all’infermiera sistemò la vecchia nella barella con il suo cuscino, avvolta nella sua coperta di lana e si preparò ad uscire. L’elicottero si avvicinò con un rumore assordante e si dispose sopra al terrazzo. L’infermiera fu tirata su per prima, poi toccò al giovane dottore agganciarsi alla barella e lasciarsi andare. Il viaggio in salita fu rapido. La barella gli copriva la visuale della valle, ma il vento li faceva girare più facilmente. Guardando in alto vide il pattino dell’elicottero avvicinarsi. Con una mano cercò di tenerlo lontano da sé, mentre con l’altra proteggeva il viso della vecchia. Sganciò il cordino antirotazione e mantenne orizzontale la barella. Quando fu all’altezza del pianale dell’elicottero si lasciò tirare dentro, si allacciò alla corda di sicurezza e aiutò il tecnico e l’infermiera a sistemare la barella. Poco dopo arrivarono gli zaini e l’alpino. Quando il portellone fu chiuso l’elicottero iniziò la sua corsa di ritorno.

Il giovane dottore guardò la vecchia. Era viva. Con l’ossigeno sembrava persino essersi svegliata un po’. Lo sguardo sempre lontano, assente, ma con la bocca accennava a qualche smorfia, di fastidio o di dolore. Pensò che forse non sarebbe morta, e che magari avrebbe prima o poi rivisto la sua valle, con la neve e i lupi. Sperò che quel giro in giostra le avrebbe dato un po’ di tepore, e forza, per ritornare.

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semplici gesti

Posted by il guardiano on Novembre 28, 2008
racconti / 1 Commento

La signora del letto 9 era inquietata dal soffitto. Aveva riconosciuto un rosone bianco e nero che per lungo tempo aveva visto in un incubo ricorrente e terribile (durante lo stato di incoscienza). Rivederlo era la prova che l’incubo aveva qualcosa a che fare con quel posto. Sentiva molti segnali acustici, ma non vedeva nessun macchinario preoccupante. Impiegò un po’ di tempo a capire che anche lei veniva curata, e che questo accadeva alle sue spalle. Quando realizzò questo, iniziò a guardare meglio le persone che le stavano intorno. Intanto lei era coricata ed immobile, mentre tutti quelli che le stavano intorno erano in piedi ed in continuo movimento. Si chiese se queste persone avessero chiara la sua situazione, se sapessero bene cosa stavano facendo, se fossero in grado di curarla oppure no. Ma di nuovo la situazione di totale dipendenza e la sua inferiorità comunicativa rendevano queste domande più preoccupanti che altro. Cercò la risposta in quei comportamenti che lei riteneva rassicuranti. Chi le sorrideva la rassicurava, chi la toccava la rassicurava, chi le chiedeva di lei e della sua vita fuori dall’ospedale la rassicura, e sentiva che se mai qualcuno avesse preso una seggiola e si fosse seduto per un po’ vicino a lei, sarebbe impazzita dalla gioia. Così si ritrovò di nuovo di fronte a questioni per lei di fondamentale importanza ma che viste dall’esterno potevano sembrare piuttosto patetiche. Eppure l’unico modo che aveva per giudicare le qualità dei suoi custodi, era quello di valutare il rapporto che riuscivano ad instaurare con lei.C’era una giovane infermiera, che a lei sembrò inesperta perché veniva rimproverata in continuazione da una sua collega altrettanto giovane ma arcigna con cui lavorava in coppia. La signora del letto 9 temeva il loro arrivo la mattina perché l’avrebbero lavata dalla testa ai piedi e avrebbe preso un freddo terribile. L’avrebbero girata sui fianchi e questo le avrebbe fatto un gran male. Ma l’infermiera inesperta era una gran maestra di comunicazione, si avvicinava molto e apriva una bocca larghissima piena di denti bianchissimi in un sorriso incredibile, la chiamava per nome e le diceva con grande attenzione tutto ciò che stava per fare. La collega arcigna procedeva invece in silenzio senza mai guardarla.

Quando iniziarono a lavarla, la signora del letto 9 si accorse dell’importanza di tutta una serie di semplici gesti (cose che si fanno senza neppure rendersi conto, cose che sembrano scontate, naturali, addirittura prive di originalità), pensò a che cosa sarebbe stata quella terribile operazione senza il premio, prima o poi, dell’infermiera sorridente.

il guardiano