testimonianze

Anna e Giorgio

Posted by Meri on Febbraio 15, 2011
testimonianze / 6 Commenti

All’Asilo dei Vecchi si lavora per difendere la vita. Ma non come in una rianimazione e men che meno come in una neonatologia, perchè è la vita di vecchi, è già vissuta. Si aspetta solo che finisca in qualche modo, non si può fare altro che togliere un po’ di dolore, ma non si riesce mai farli star bene. Facciamo attenzione che non gli vengano le piaghe, che riescano a mantenere i movimenti che hanno ancora, che siano puliti, dignitosi insomma.
Una volta la settimana si proietta un film o qualcuno suona una fisarmonica cercando di mantenere vivo un minimo interesse per la vita, ma solo ed esclusivamente la propria, quella degli altri non esiste più. Il mondo di ogni anziano che abbia ancora un minimo di lucidità e molti acciacchi, inizia e finisce con lui.
Lavorare all’Asilo dei Vecchi significa difendere la dignità della persona al di là del suo stato, per quello che è, se è ancora qualcosa in un involucro sofferente, o per quello che è stato.
All’inizio sembra tutto inutile, perchè sono anziani, perchè non sono più consapevoli, perchè sono aggressivi, perchè hanno un rivolo costante di saliva che gli riga il mento, perchè qualcuno ogni notte fa a pezzi il pannolone e sparge e spalma ovunque il contenuto…
Tuttavia col passare degli anni (per quanto mi riguarda, almeno dieci) scopri e capisci che ciascuno di loro è un personaggio, sia nella lucidità che nella demenza.
Raccontano una storia, la loro certo, ma tutte simili tra di loro. Sembrano brandelli della stessa storia universale, il che mi fa venire il dubbio che possa essere un’anteprima della mia possibile storia, ma anche della tua o di ciascuno di noi.

Allora lo sguardo, il punto di vista cambia e si fa più attento, le orecchie più tese.

Cerco di andare oltre e di immaginarmi quella persona quarant’anni fa, nel pieno delle sue forze quando lavorava in miniera o in fabbrica.
Così mi lascio dare un bacio sulla guancia, per quanto mi faccia un po’ senso. Talvolta afferro una mano che vaga nell’aria anche se è scambiata per quella di una figlia, ma più spesso per quella di una mamma.

Al secondo piano dell’Asilo dei Vecchi c’è Anna, con i suoi 94 anni, una postura perfettamente eretta, lo schema del cammino sciolto e ancora agile senza bastone nè girello. Può salire più volte al giorno quattro piani di scale, ma il suo sguardo è opaco, guarda con sospetto ogni persona che le passa accanto perchè pensa che voglia ucciderla, non parla con nessuno, non partecipa a nessuna attività e, di tanto in tanto, preleva alcuni abiti dall’armadio, li ripone in una borsa di nylon e si siede sulle scale aspettando, a volte anche per intere giornate, un nipote inesistente che la riporti “a la sua casa”.
Al primo piano c’è Giorgio di 68 anni che cinque anni fa ha attraversato la strada ubriaco ed è stato investito da un’auto riportando delle lesioni cerebrali gravissime con gravi conseguenze motorie e cerebro-cognitive. Dopo un lungo ricovero in ospedale, senza figli nè moglie è finito da noi, all’inizio qualche visita sporadica di qualche lontano parente e poi via via sempre più rade. Solo un fratello di tanto in tanto gli fa visita, ma lui sembra non accorgersene, le voci che sente più di frequente sono quelle del personale che si prende cura di lui.
Chissà se pensa, chissa che cosa pensa Giorgio, rannicchiato in posizione fetale, con gli arti raggomitolati e le mani serrate a pugno. Può fare solo delle smorfie quando il dolore, mentre lo mobilizzi o mentre lo lavi, è troppo forte. E’ nutrito con la Peg ed è ovviamente disfagico per cui si dà solo acquagel.

L’altro ieri passando davanti alla stanza di Giorgio, vedo accanto al suo letto Anna.

Mi fermo un po’ stupita e incuriosita mentre Anna cerca di stare sulla punta dei piedi per poter rimboccare le coperte a Giorgio. Ma il letto è di quelli elettrici, alto, con le sponde. Le sue mani artrosiche fanno fatica a passare sotto il materasso e tra le sbarrre.

Intanto gli parla dolcemente, gli racconta di castagne da raccogliere, di mucche all’alpeggio, del dover tornare a casa. E lo accarezza, e Giorgio ha un’espressione beata con gli occhi stranamente aperti. La guarda con una certa espressività che io non gli ho mai visto, addiritttura sembra muovere le labbra e persino gli arti sono un po’ più distesi.
Allora mi avvicino e Anna mi spiega che quello è suo figlio, che lei è lì per curarlo e per riportarselo a casa, ma lui è molto malato.

E’ come se un lampo mi avesse attraversato la mente: ma certo! Quale soluzione migliore per entrambi? e mentre rimprovero tutta la mia razionalità e la mia capacità di pianificare l’assistenza e l’esistenza altrui, capisco che in ciascuno può esserci una soluzione…

A che cosa?

a quello che a noi sembra “IL NULLA”.

Così prendo una poltroncina per Anna, abbasso il letto di Giorgio e tiro un po’ giù le sponde.

Meri

Tags:

per una brocca d’acqua

Posted by Rachele on Gennaio 28, 2011
testimonianze / 1 Commento

E’ una bella mattina di sole quando le donne della famiglia si recano al serbatoio d’acqua in cima alla collina. Ma qualcuno vede in questa madre e i suoi figli un obiettivo militare, come se fosse così difficile distinguere una famiglia afgana da un gruppo militari armati… e così parte il missile con il suo carico di morte e distruzione e nel giro di un attimo distrugge una famiglia. Due bambini muoiono sulla collina, la madre e 4 figli vengono trasportati all’ospedale di Emergency.
Tre sorelle dai 5 ai 10 anni appaiono subito molto gravi. La più piccola è in coma perché i frammenti dell’esplosione le sono penetrati in testa e nell’addome, le due più grandi sono in shock per i frammenti penetrati nel torace e nell’addome.
Comincia la solita corsa in sala operatoria per cercare di strappare alla morte chi è troppo giovane per morire così, per una brocca d’acqua in una bella giornata di sole… Si mobilitano i chirurghi, si attivano gli anestesisti, il laboratorio per il sangue. Le tre sorelle vengono operate: una per una toracotomia d’urgenza, l’altra all’addome e la terza per un intervento alla schiena nel tentativo di evitarle la sedia a rotelle a vita. I frammenti dell’esplosione sono anche penetrati nelle gambe e nelle braccia delle tre bimbe e i chirurghi con pazienza rimuovono i tessuti distrutti e le schegge.
Le due ragazzine più grandi si svegliano nella terapia intensiva di Kabul, si guardano intorno, chiedono della madre, anche lei ricoverata nel nostro ospedale, chiedono quell’acqua che è quasi costata loro la vita. Fa pena vederle così tutte e tre, nei grossi letti, con flebo, pompe, cannule ovunque perché i bambini non dovrebbero stare in un letto di ICU, ma giocare con gli aquiloni sotto il cielo di questo paese… Invece una di loro non correrà mai più dietro agli aquiloni colorati perché le schegge le hanno lesionato il midollo e quello che la aspetta d’ora in poi è la vita di una paraplegica a soli 10 anni, per sempre…
Per due giorni la più piccola delle sorelle rimane attaccata al ventilatore, in coma farmacologico per dare tempo al suo cervello di riparare i danni del trauma. Il terzo giorno proviamo a svegliarla e per quelle strane risorse che solo i bambini hanno, la bimba si sveglia, respira bene, apre gli occhi di nuovo a quel mondo che le ha finora concesso molto poco… Non parla ma si guarda intorno, afferra il dito dell’infermiere per portarselo alla bocca e poi la siringa per bere. E’ una bella piccola bambina, con gli occhi pieni di vita e i capelli rossi per l’ennè che qui si usa specie dopo il Ramadan per colorare mani e capelli.
Non sappiamo chi ha lanciato il missile, né ci interessa saperlo perché per noi la guerra sono solo i nostri pazienti, soprattutto questi bambini che hanno avuto la sfortuna di nascere qui e che imparano cosa è la morte e la sofferenza prima ancora di imparare a camminare. Ed è per loro che Emergency è qui e che continua con i suoi medici e infermieri a dare una speranza di vita e di futuro a tutte le vittime di guerra.

Rachele

Tags:

un contratto

Posted by folfox4 on Dicembre 15, 2010
testimonianze / 6 Commenti

Sono seduto su una poltrona simile a quelle che usavano negli anni ’60 nelle barberie.
Insieme ad altri 10 come me, uomini e donne.
Sono un medico e potrei dirne, ma sono anche l’ultimo arrivato in questa comunità e sento di dovere rispetto.
Stanno con le spalle girate al mondo a bisbigliare, mentre dalla finestra scrutano con un filo d’ansia lo skyline di Roma – Portuense.
Taccio e ascolto.
Ciascuno racconta del cancro e della propria strada.
Con pudore, senza sbavature, senza personalismi; i fatti, la storia così come è andata per ognuno.
Un racconto al neon come la luce che c’è qui.
Avevo pensato di farla in casa di cura la chemioterapia, per star da solo e non mischiarmi alla gente; questione di stile.
E se vomito? Meglio da soli.
Qui capisco invece che c’è sempre spazio per la dignità.
Perché è vero: la malattia incattivisce ma l’idea della morte seduta sul bracciolo della tua poltrona nobilita.
Insomma: la morte a suo modo è regale e bisogna essere all’altezza.
Il veleno scorre nella cava superiore; protocollo FOLFOX 4, dosaggio controllato, pompa peristaltica, infermiere professionale ma con l’aria di chi si chiede: ” chissà se sai davvero cosa ti (a)spetta, chissà quanto durerai con quella stupida faccia tosta, ne ho visti di ottimismi … chissà se l’anno prossimo sarai ancora vivo”.
Comunque – secondo linguaggio – non perde cortesia, sollecitudine.
E’ Giovanni; sta lì da 10 anni, altri 10 passati in medicina generale.
E’ rasato a zero; forse – allo stesso modo di un nobile ospite – per non mettere in imbarazzo me e gli altri, penso sorridendo.
Intanto il veleno lavora le cellule e mi sento cambiare come in una sorta di Dr. Jeckyll & Mr. Hide girato al rallentatore.
Comincia il respiro ampio, oceanico, lento, ritmico della nausea.
Sulla cresta dell’onda viene il panico.
Da là sotto, da quella montagna d’acqua corporea che sale e si gonfia, può uscire qualsiasi mostro marino; bisogna reggersi o si rischia di volare fuori bordo.
E’ l’annuncio: sono in mare aperto.
I potenziali d’azione lungo i nervi periferici si animano ed è come se su ogni nodo di Ranvier si accendesse un fuoco di Sant’Elmo; il fuoco che i marinai dicono appaia sull’alberatura prima che la barca affondi; un segno di Dio.
Il fuoco si trasmette fino alle unghie e brucia tutto, anche la gola e la lingua.
Alla fine del trattamento, dopo 72 ore di viaggio, si rientra in porto.
Le braccia dolgono; col mare grosso il timone è duro da reggere sulla rotta.
Le gambe pure fanno male a forza di andare su e giù per reggersi in equilibrio e smaltire il terrore del non ritorno.
In bocca il sapore del metallo succhiato per vena e del sale.
Ma è soltanto il primo viaggio; il contratto con la Compagnia è per 12 uscite.
Non conta se c’è tempesta o no, se fa freddo o piove.
Portare il carico come da contratto, questa è la consegna.
“E … ricordi capitano: ha firmato … 53 anni fa … si è impegnato sul suo onore”.
Questo per un uomo di mare è un vincolo forte.
Poi si deciderà; se la Compagnia mi dovesse proporre un altro contratto potrei anche farmi bastare quanto guadagnato fino ad oggi … d’altronde, a ben vedere, non è poco.

Folfox4

Tags:

l’umiltà degli aquiloni

Posted by Gaddo on Luglio 30, 2010
testimonianze / Nessun commento

E’ un corridoio sotterraneo, quello che collega il padiglione dove è ubicato il mio reparto a quello della terapia intensiva neurochirurgica. Un corridoio lungo, buio e freddo. A un certo punto la strada si biforca: a destra si va nel padiglione neurochirurgico; a sinistra, paradossale metafora, si imbocca l’ingresso dell’obitorio. Mentre lo percorro mi viene in mente che se fossi un barbone queste svolte ad angolo retto potrebbero fornirmi un riparo per la notte: ma è il pensiero di un attimo. Il pensiero fisso invece è il motivo della chiamata in consulenza: ecografia per potenziale donatore di organi. Traduzione: un paziente è morto, lo teniamo in vita solo perchè doni i suoi organi a un’altra persona.Quando arrivo in terapia intensiva neurochirurgica lo spettacolo è desolante. Ci sono molti letti, e sono tutti pieni. Poveri pazienti ranicchiati su sè stessi, la testa rapata e solcata da cicatrici che sembrano infinite. Hanno tutti gli occhi semichiusi, non so se dormano e se siano in preda a dolori atroci mezzo sedati dagli analgesici.

Il medico rianimatore è gentile, mi accoglie con un sorriso che già di per sè è un mezzo miracolo. Mi chiede: Come va?

E io che devo rispondergli? Va bene per forza. In un luogo del genere tutto va bene, tranne essere l’ospite.

Mentre l’ecografo si accende il collega mi mostra la tac toracica di un altro paziente. Mi chiede cosa penso del suo torace: c’è acqua e c’è aria libera, dunque non va benissimo. Ma il peggio non è quello: il peggio è l’incidente di moto che lo ha condotto lì, e che lo ha già reso irreparabilmente tetraplegico.

Poi l’infermiera, anche lei incredibilmente sorridente, mi informa che l’ecografo è pronto e scopre l’addome della potenziale donatrice di organi. Che, al di là di questa fredda definizione medica, è una donna. Abbastanza giovane e persino bella, nonostante i tubi che le spuntano come rami secchi da tutte le parti del corpo. Sembra che stia solo dormendo. Che stia sognando qualcosa di rasserenante, mentre il macchinario le pompa aria nei polmoni con stantuffi regolari e implacabili. Mentre eseguo l’ecografia non riesco a non guardarle il viso: ho quasi la sensazione che se allungassi una mano, e le carezzassi una guancia, la signora potrenne svegliarsi e sorridermi meravigliata di trovarsi seminuda davanti a uno sconosciuto in camice bianco.

Ma non ne ho il coraggio. Finisco il mio lavoro, scrivo il referto e me ne torno in pronto soccorso. Questa volta non voglio percorrere quel terribile corridoio sotterraneo: farò la strada esterna, lungo il viale alberato. Anche se la primavera tarda ad arrivare, gli alberi sono spogli e l’unico privilegio del cambio incipiente di stagione sono le prime, maledette zanzare.

Una volta Rod Laver, l’indimenticabile tennista australiano che vinse il Grande Slam negli anni ‘60, in un’intervista disse: Mi sento umile, quando batto un uomo.

Io non ho battuto nessuno, anzi. Ma mi sento umile lo stesso, quando faccio l’ecografia a un paziente che già non c’è più, ma che noi medici tratteniamo con tutte le nostre forze al di qua di quella linea nera da cui, dicono, non si fa più ritorno.

Come se stringessimo nella mano il filo di un aquilone, e fuori ci fosse un ventaccio da paura.

Gaddo

Tags:

come cambia la vita in una notte

Posted by bambinachedanzanelvento on Luglio 04, 2010
testimonianze / 5 Commenti

Inverno 2007-2008. Uno degli inverni più secchi degli ultimi anni, quasi siccità. La pelle mi sembra un po’ secca. Prude. Dappertutto. Inizio a mettere creme e va un po’ meglio. Ma poco. Poi provo a cambiare le stoffe, uso solo cotone, taglio tutte le etichette perché non le sopporto. Passano i mesi.Stanca. Mamma mia se sono stanca. Certo, stiamo facendo turni pazzeschi. Ma d’altra parte i miei turni non sono più pesanti di quelli degli altri, se ce la fanno loro perché non dovrei farcela io? Il prurito continua, eppure ho fatto anche esami del sangue ed era tutto più o meno a posto, niente problemi al fegato, non sono allergica… sarà lo stress? Può essere… sembra peggiorata anche l’esofagite da reflusso: per dormire devo aggiungere un cuscino, altrimenti mi viene la tosse. Mah… forse dovrei andare da uno psicologo…

Inverno 2008 – 2009. Continuano, e aumentano, il prurito, la stanchezza, e i cuscini… Sembra sempre solo stress. Ripeto gli esami del sangue, sembra sempre tutto ok. Lavoro, lavoro, lavoro. Mi sento un po’ gonfia, la catenina non sembra più stretta? E la giugulare esterna sinistra mi sembra turgida, no? Chiedo ai miei colleghi… ma no, figurati… Magari fai una lastra del torace. Sì… e poi? ho altro da fare… e il tempo passa…

28 aprile. Rientro da una settimana di ferie passata praticamente sempre a dormire, ma non mi sento molto riposata. Forse perché la settimana ancora prima avevo lavorato 90 ore? Mah…

Come sempre al rientro dalle ferie, ho “vinto” il turno mattino-notte, e mi preparo alla notte facendo il mio solito pisolino. Stavolta però mi ribello ai cuscini: ho sempre dormito meglio senza cuscini e a pancia in giù, possibile che non possa farlo anche ora?
Mi sveglio a fatica dopo un paio d’ore, la sveglia suona con insistenza, la testa è pesante. Mi guardo allo specchio e mi spavento a vedere gli occhi gonfi. A dire il vero mi sento tutta gonfia, testa, collo… Palpo istintivamente il collo e finalmente lo sento: un linfonodo sovraclaveare a destra, grosso almeno 2-3 cm, ma come avrò fatto a non sentirlo prima?
E d’un tratto, finalmente, dopo mesi, i pezzi del puzzle iniziano ad andare a posto…

Vado a lavoro. Al mio ingresso in rianimazione le infermiere mi vedono e si alza il coro: ma cos’hai fatto??? hai una faccia! Tranquille, mi sono solo svegliata un po’ gonfia, in effetti ho anche un linfonodo ingrossato, ma tranquille, ora vado in pronto soccorso e mi faccio fare due esami… Il mio collega della notte è al telefono, gli parlerò poi…
L’internista del pronto soccorso è d’accordo con me sugli esami e suggerisce anche un ecografia del collo per la mattina dopo. Sono io a chiedergli la lastra del torace. Lui: figurati, dai, speriamo proprio di no… Io: tu prescrivimela.
Passo in radiologia ma c’è tanta gente, e poi proprio in quel momento mi chiamano per un cesareo urgente. Un bel maschietto. Un piccolo miracolo, come sempre, quel piccolo cucciolo urlante, la mamma commossa. Il mio ultimo cesareo per un po’… per fortuna, comunque, anche l’ultima chiamata della notte: quasi un secondo miracolo!

Ripasso in radiologia, c’è ancora gente, ma i tecnici decidono che io ho la precedenza (d’altra parte ero già passata prima, no?) e mi fanno passare. Quando esco dallo spogliatoio c’è un torace sul monitor, e commento: beh, non è male. Il tecnico: sì, in effetti è meglio del tuo… che è questo: il mediastino è un po’ allargato, ma lo sapevi già, vero? io: no, ho fatto la lastra per questo. Il tecnico: ah… mi è sembrata una gran risposta, non c’era proprio altro da dire. Quella lastra poteva voler dire solo linfoma. Se poi ci metti il prurito, la stanchezza, la tosse (che, iniziavo a sospettare, era dovuta alla massa e non all’esofagite), non poteva essere molto altro. Lo sapevo io, lo sapeva il tecnico. L’ha capito subito anche il mio collega della ria, quando sono tornata su e gli ho fatto vedere la lastra. Essere medici in certe cose aiuta, ti risparmi qualche ansia da attesa, perché alcune cose le capisci da solo.

Beh, è stata una serata lunga, sono le 2 passate, e la mia stanchezza è sempre con me. Me ne vado a dormire. Ma riesci anche a dormire, mi chiede il collega? Oh sì! Assolutamente sì!
Vado a stendermi nella poltrona-letto dove ci stendiamo quando non ci chiamano per qualche urgenza, con tre cuscini stavolta… ma in effetti non mi addormento subito. Mi domando cosa mi aspetta, e quando sarà la prossima notte che passerò su quella poltrona, se ci sarà un’altra notte su quella poltrona… ma sono certa di sì. Il linfoma ha una prognosi ottima, l’ematologia non è stato uno dei miei esami preferiti all’università ma questo me lo ricordo bene. Se proprio devi avere un tumore, forse il linfoma è il migliore di tutti. O almeno, il meno peggio.
E poi, se devo essere sincera: sollievo. Non è stress, non sono matta. Finalmente so. Finalmente si potrà fare qualcosa. Finalmente, soprattutto, posso riposare. Al mattino inizieranno gli esami, le cure, le novità che, di fatto, cambieranno un bel po’ la mia vita, almeno per qualche mese. Ma per ora posso riposare. Tranquilla, finalmente.

bambinachedanzanelvento

Tags:

vi racconto la SLA ovvero la solitudine dei medici di terapia intensiva

Posted by Malanotteno on Gennaio 17, 2010
testimonianze / 4 Commenti

Rispetto all’ultima volta che l’ho vista la signora Maria è più triste, dimagrita, è diminuita la mimica facciale.
– Come sta la sua nipotina?
– Sta crescendo bene e va molto volentieri all’asilo nido.
– Sta ancora leggendo i quotidiani?
– Si, a volte li leggo io, a volte quando non ce la faccio me li legge mio marito, ma ormai leggere i giornali sta diventando angosciante.
– Sta seguendo la nascita del PD?
– Si ma non mi piace la contrapposizione tra Soru e Cabras.
L’impressione che ho avuto quel giorno è stata di una donna molto presente a se stessa.
– Signora Maria mi sembra un po’ giù di umore oggi.
– Perché secondo lei come dovrei essere?
– La capisco, ma forse si potrebbe aiutare con qualche farmaco , un ansiolitico o un antidepressivo.
– Sino a quando ce la faccio preferisco di no, in seguito si vedrà.
– Sta dimagrendo molto, evidentemente quello che riesce a mangiare non le basta, forse è il caso di aggiungere un po’ di nutrizione enterale attraverso la PEG.
– Ma cosa me ne faccio di mettere su qualche chilo.
– Una buona alimentazione serve per prevenire le lesioni da decubito e le infezioni, comunque se lei non è d’accordo lasciamo così, d’altronde abbiamo sempre cercato di rispettare la sua volontà.
Dal suo sguardo, ho capito subito che mi ero intrappolata in una situazione difficile. Infatti alla mia affermazione non poteva che seguire la sua domanda.
– Davvero dottoressa rispetterebbe la mia volontà? E se arrivasse il momento in cui io le chiedessi di staccare il ventilatore, lei lo staccherebbe?
Non ero pronta. Avevo riflettuto a fondo sulla possibilità di trovarmi in una situazione così, come credo abbiano fatto tutti gli anestesisti quando tirarono un sospiro di sollievo perché per fortuna non era toccato a loro essere il medico curante di Nuvoli o di Welby .
Me la sono cavata mediocremente.
– Suvvia signora, io penso e le auguro che la sua vita, anche se in questa condizione, per lei abbia sempre motivo di essere vissuta.
Io così pensavo e le auguravo. Feci finta di non capire quello che continuò a dire subito dopo.
La donna che ha intelligenza soprafina ha capito benissimo che non le stavo rispondendo e io sapevo di non aver risposto, sapevo soprattutto di non saperle rispondere.
Sapevo che quanto successo quel giorno era una puntata di un dramma iniziato quattro anni prima,
sapevo della mia vigliaccheria.
Andai a trovarla qualche altra volta. La malattia evolveva molto velocemente. Tutti i muscoli erano paralizzati, riusciva solo ad aprire e chiudere gli occhi e con questo vocabolario comunicava con i familiari e con il personale che la assisteva intensamente. Lo sguardo rimaneva ancora vivace.
Giaceva nel letto immobile. Ritmicamente, attraverso la tracheotomia il ventilatore forzava l’aria nei polmoni, la nutrizione enterale raggiungeva l’intestino attraverso la PEG, l’urina veniva raccolta nella sacca attraverso il catetere vescicale perché noi potessimo misurarla e calcolare il bilancio dei liquidi, mani pietose la pulivano quando andava di corpo, l’aspiratore rimuoveva le secrezioni bronchiali che lei non riusciva a espellere con la tosse e la saliva che non riusciva ad inghiottire, altri dovevano allontanare le mosche che d’estate si posavano sul suo viso e la grattavano quando forse aveva prurito.
Chi voleva parlare con lei o guardarla negli occhi doveva allungarsi sul letto e portare il viso sopra il suo perché non riusciva più a eseguire i movimenti di lateralità del capo.
Come si sentiva, cosa pensava, nessuno di noi poteva saperlo. Il marito ha continuato a leggerle il giornale tutti i santi giorni ma alla fine non sapeva più se lei gradiva, se ascoltava e se capiva.
Lo sguardo nel tempo si era spento, gli occhi erano diventati vitrei. Era un corpo sul quale ogni giorno si andavano a misurare la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, la temperatura, la diuresi, il bilancio dei liquidi, le calorie introdotte.
Tutti ardentemente avremmo voluto leggere, conoscere i suoi pensieri, ma la situazione non dava strumenti di lettura.
Si potrebbe pensare che la risposta era semplice se solo ci si fosse fermati a chiedersi:
– Ma io al posto suo cosa avrei desiderato?
– Ma siamo proprio sicuri che ciò che vale per una persona vale per tutti e che ciò che vale oggi vale anche per domani?
Ha ragione chi enfatizza il valore dell’unicità degli esseri umani. Il più grande valore di ogni uomo sta nell’essere unici ed irripetibili. Proprio per questo non si può affermare che ciò che va bene per una persona può e deve andare bene per tutte le altre.
Io so cosa vorrei per me nella condizione di Maria. Vorrei che la mia volontà venisse rispettata e penso debba essere rispettata la volontà delle persone che la pensano diversamente da me. Non esiste la ragione di uno che deve valere per tutti gli altri.
Ma c’è un grosso problema da risolvere.
Come capire la volontà delle persone che non sono in condizioni di esprimerla?
Spetta al medico decidere? Al magistrato? Ai parenti?
O piuttosto ognuno di noi deve poter decidere del suo destino quando è in condizioni di decidere, per quando non lo sarà più e se dovesse cambiare idea lo può sempre fare?.
Non è stato di grande aiuto il dibattito che in quel periodo si andava sviluppando sui temi cosi detti eticamente sensibili.
Ho cercato conforto nei documenti emanati dal comitato nazionale di bioetica, nella Costituzione nella convenzione di Oviedo ma soprattutto nel codice di deontologia medica. Ho letto anche l’Enciclica Evangelium Vitae cercando lumi, ma questa è utile per chi crede che la vita l’abbiamo avuta in dono e solo Dio ne può disporre. In quei giorni, ognuno ha detto la sua avendone o no titolo e cultura scientifica. Molta confusione sui termini e sul senso da dare alle parole. Cos’è l’accanimento terapeutico? La nutrizione artificiale è un atto medico o assistenza? L’astensione da terapie invasive, nel rispetto della volontà del paziente, quando questo non ha più speranza cos’è? Eutanasia nelle varie declinazioni, attiva, passiva, omicidio del consenziente, suicidio assistito. Qualcuno è persino arrivato a mettere in discussione il concetto di morte e di stato vegetativo permanente. In questa nostra povera Italia, si rischia di avere una morte di destra e una di sinistra così come uno stato vegetativo di coalizione.
Quello che manca un po’ a tutti è la compassione, intesa come partecipazione affettiva alla sofferenza del malato senza speranza. Manca ai politici e anche agli uomini di chiesa troppo vincolati ai codici delle caste di appartenenza. Manca anche a molti medici. E’ più facile fingere di non sentire quando è il tuo turno e sperare che qualche altro senta per tutti al turno successivo. Ma la notte, quando si rimane soli con la propria coscienza e ci si chiede – cosa avrei voluto io al posto di Maria – come si fa a dormire tranquilli se hai finto di non sentire?

Malanotteno

Tags:

il miracolo della vita

Posted by sognatore on Agosto 10, 2009
testimonianze / 2 Commenti

Per me, studente infermiere al terzo anno e ormai prossimo alla laurea, era il primo giorno in un reparto di ostreticia. Un mondo nuovo, carico della gioia di teneri pianti felici, di genitori emozionati e cuccioli d’uomo che vedevano la luce per la prima volta. Era strano. Per me abituato al dolore e alla morte dei miei pazienti, ritrovarmi in quel posto.
“Andiamo” mi disse l’infermiera di quel giorno “c’è un parto”. E così la seguii come un cucciolo impaurito.
Era la prima volta che assistevo al miracolo della vita, che vedevo nascere una bellissima e sanissima bambina, che sentivo i suoi pianti e vedevo le lacrime di gioia dei neogenitori.
“Sognatore” disse l’infermiera mentre mi porgeva la bimba “tocca a te farle il bagnetto”. E così feci, con quel prezioso fagotto che mi sembrava più prezioso del tesoro dei setti mari, delicato come un calice di cristallo.
Lavo la piccola, le medico il cordone e faccio la profilassi con vitamina K e collirio, faccio gli auguri ai genitori ed esco dalla sala parto. Tremo, non riesco a smettere, sono emozionato. Eppure ormai avevo sviluppato un bel sangue freddo… avevo visto persone aperte come polli nelle sale operatorie, politraumatizzati, ustionati e morti nel pronto soccorso, ma era la prima volta che assistevo di persona a quel miracolo.
Mi metto nella mia stanza, parlo con l’infermiera per un pò. Lei esce un attimo e torna con la piccola nata poco prima
“Sognatore, la mamma è a fare la visita dal ginecologo, guarda la piccola per un’pò io vado dalla capo sala”
Un attimo di panico, io e lei da soli. La guardo nella sua culla, si sveglia e comincia a piangere.
La prendo in braccio, comincio a canticchiare un paio di vecchie canzoni d’amore. La piccola si calma mi sembra quasi di vedere un sorriso abbozzato sulle sue piccole labbra. Sento gli occhi lucidi, a stento riesco a trattenere una lacrima di commozione.
La mamma entra mi vede, mi immagino la scena: un ragazzone di un metro e ottantacinque, taglia 56 di spalle con quell’esserino di due chili e mezzo in braccio. Lei ride
“Sognatore, sei stupendo” mi dice.
Io non rispondo, abbasso lo sguardo e sorrido imbarazzato mentre rimetto la piccola nella culla e la riaffido alla cure della madre.
Sono le otto e mezzo, il mio turno è finito.
La strada è deserta ed il cielo terso e pieno di stelle, mi fermo un attimo a guardarle e le prego di sorridere sempre alla mia piccola assistita.
“Ciao principessa” sussuro “benvenuta in questo mondo”
Mi sento felice, bene come non mi sentivo da tempo ormai. Salgo in macchina e vado a casa, con la consapevolezza che, dentro di me, qualcosa era cambiato e quel perenne senso di solitudine mi aveva, per adesso, abbandonato.

sognatore

Tags:

di notte

Posted by Woland on Marzo 27, 2009
testimonianze / 1 Commento

Ogni Rianimazione è unica. Non solo è diversa dalle altre, è diversa anche da se stessa, se la osserviamo in momenti diversi, con persone diverse, o a distanza di qualche anno.
Il giorno è diverso dalla notte. Così come una notte tranquilla è diversa da una notte di tragedia, come una notte qualunque è diversa da quella di Natale o Capodanno, che ti ricordano da un lato cosa voglia dire lavorare 365 giorni all’anno 24 ore su 24, ma ti ricordano anche quanto poco basti per rendere un luogo di lavoro accogliente quasi quanto una casa.
Alcune differenze le ho notate soltanto quando ho cominciato a fotografare la Terapia Intensiva e a riguardare le fotografie a distanza di tempo. Non sono il solo a fotografare in reparto.
Se è vero che una fotografia è sempre un atto a doppio senso, in cui resta fissato non solo il soggetto ma anche lo sguardo di chi lo inquadra, così molti dettagli sono venuti alla luce passando le notti (quelle tranquille) a curiosare per la Rianimazione e i dintorni. Allo stesso modo sono emersi gli sguardi di ciascuno, di chi cerca i dettagli, chi cerca i volti, chi gli spazi vuoti.
Di giorno non sarebbe possibile, c’è troppa frenesia.
Di notte il lavoro può essere anche più pesante, ma te lo distribuisci come vuoi, basta che sia finito prima del mattino.
La notte inizia con le consegne. Di solito rapide, perché i colleghi hanno diritto di essere stanchi e di aver voglia di andare a casa. Quasi sempre dopo c’è una pizza, spesso mangiata fredda perché se la ordini troppo presto il ragazzo della pizzeria te la porta durante le consegne e la pizza si raffredda, se invece aspetti un’ora, non appena te la porta regolarmente chiamano dal pronto soccorso e quando ritorni 2 ore dopo la pizza è fredda di nuovo.
Di giorno gli allarmi quasi non li senti, di notte ti rimbombano in testa.
Di giorno le decisioni sono condivise, di notte spesso le prendi da solo, al massimo in due, per difendersi a vicenda dalle possibili osservazioni dei colleghi al giro del mattino.
Di notte in cucina è più facile assaggiare un dolce romeno, è più facile scoprire che un collega si sta per sposare o che ha avuto un lutto in famiglia.
Di notte se un parente si ferma fino quasi al mattino al letto di un paziente, la Terapia Intensiva è più aperta di quanto potrà mai esserlo di giorno.

Woland

Tags:

perché l’ho fatto

Posted by Giramondo on Marzo 16, 2009
testimonianze / 5 Commenti

Sono quasi 3 anni che lavoro come chirurgo nei paesi in via di sviluppo.
Molte persone, amici o semplici conoscenti, mi hanno spesso chiesto perche’ ho fatto questa scelta di vita non certo semplice ( in apparenza ).
Difficile rispondere.
Ho provato a pensarci.
Ovviamente non esiste una sola motivazione, una sola risposta.
Forse bisogna partire dall’inizio, dal desiderio che mi ha spinto ad essere medico prima ed a specializzarmi in chirurgia poi.
Il desiderio: essere utile alle persone che ne hanno bisogno.
Banale ? Illusorio ? Infantile ? Sì, sì… banale, illusorio ed anche infantile; ma questa e’ la mia vita, ed io volevo viverla con la banale illusione infantile di essere utile al prossimo.
Essere utile con le mie conoscenze; essere utile con le mie mani mosse dalla testa;
essere utile con le mie parole quando testa e mani non hanno piu’ nessun potere sulla malattia.
Ecco, questo il progetto iniziale. La realta’ lavorativa mi ha mostrato poi che nei vari ospedali italiani dove sono stato (sia pubblici che privati, nessuna differenza) spesso i rapporti umani sono inesistenti, aridi, governati da interessi economici o di potere; l’invidia e la maldicenza diffuse a tutti i livelli; l’arroganza eretta a sistema.
“Dottore, io da quel suo collega macellaio non mi farei nemmeno sfiorare” e’ una frase che mi e’ stata ripetuta svariate volte, riferita peraltro a colleghi da me molto stimati…
“Dottore, ma guardi che brutta cicatrice che mi ha lasciato sulla pancia”. “Cara signora, per rimuovere li tumore che aveva questa era l’unica possibilita’… comunque adesso e’ guarita ! ”

Dopo dieci anni ho cominciato a chiedermi: ma sono queste le persone che hanno bisogno del mio lavoro ? Sono queste le persone per le quali ho studiato con passione per mettermi al servizio ?
A chi sono utile io, come medico, in questo sistema, in questo paese piccolo piccolo di grande fratello, sanremo, paparazzi-modelle-calciatori ?
Domande pericolose, domande che ti portano a prendere strade che portano lontano.

Basta.
Basta.
Basta.

Aria nuova; persone nuove; posti nuovi.

Nuovi rapporti con la gente; tornare a parlare con i pazienti; tornare a parlare con i parenti; tornare a parlare con i colleghi, con gli infermieri, con il personale ospedaliero.
Tornare a svolgere la professione di medico con gioia e con impegno, con la testa e con le mani.
Ridere o piangere insieme ai malati, stringersi le mani, guardarsi negli occhi per dire grazie senza parole.

Ecco, adesso quando esco dalla mia stanza, di giorno e spesso anche di notte, sono felice;
adesso, la mia vita ha un senso: in Afghanistan, Cambogia, Kurdistan, Congo …..

Tornare al sogno di sentirmi utile con il mio lavoro.
Questa e’ la risposta.
Semplice, banale… forse anche infantile.

Giramondo

una madre, un figlio

Posted by Rachele on Febbraio 05, 2009
testimonianze / Nessun commento

Neang San è un ragazzo di 22 che arriva in pronto soccorso per una ferita penetrante al torace e all’addome dovuta a un bambù che lo ha trapassato come una lancia. Sono casi frequenti perché i bambù sono materiali molto resistenti e utilizzati nella costruzioni delle case. Ci rendiamo subito conto che si tratta di un caso molto grave e decidiamo di operarlo immediatamente per escludere lesioni interne. Purtroppo aperto l’addome la situazione appare quasi disperata: diaframma lacerato e una lesione gravissima al fegato che richiede una resezione e un packing per controllare l’emorragia. Solo in sala trasfonde 12 sacche di sangue. Ne esce comunque vivo anche se in condizioni critiche. Con il chirurgo parliamo alla madre e al padre, ci andiamo giù molto pesanti, non vogliamo dare quasi nessuna speranza, la mortalità di casi come questi da noi, in una vera e propria terapia intensiva e con la possibilità di trasfondere plasma, piastrine, fattori della coagulazione sarebbe comunque altissima… Il nostro inglese è tradotto in khmer, le parole cadono come macigni, pesantissimi, la madre si copre il viso, si inginocchia e comincia a piangere, ci guarda cerca qualche speranza… vorrei dirle che forse…, magari ce la fa, insomma è uscito vivo, chissà… voglio anch’io convicermi… Finchè è vivo, ci diciamo, facciamo tutto quello che qui possiamo fargli, un infermiere dedicato solo a lui che registra ogni modificazione dei parametri. Continua a sanguinare e lo trasfondiamo ancora… Lui è perfettamente cosciente, ci guarda avvicinarci al suo letto con due occhi grandi e scuri con un’espressione che non si dimentica… La madre gli è accanto e segue ogni nostra azione, lo vede sveglio, che gli parla, ci chiede se proprio non c’è nulla che si possa fare… La guardo… gli bagna le labbra secche, gli copre la fronte con degli asciugamani bagnati, gli strofina le mani e i piedi freddi… Passano 48 ore… in cui lo abbiamo rincorso tra liquidi e trasfusioni per tenergli su la pressione e la diuresi, si chiamano parametri vitali, sono solo numeri… quel drenaggio nel torace che continua a riempirsi inesorabilmente ci dice che il sanguinamento c’è sempre e che la nostra battaglia per la sua vita non lascia molte speranze. E’ sul letto operatorio per la seconda volta, sempre cosciente che ci guarda con quegli occhi… e penso che forse il mio sarà l’ultimo volto che vedrà… vorrei invece che fosse quello della madre. Si sveglia anche questa volta, ma la situazione è disperata, il sangue trasfuso, siamo ormai a 24 sacche di sangue, non contiene quello che serve per la coagulazione, qui non abbiamo il plasma e ricomincia a sanguinare… Ha lottato come un leone fino all’ultimo, ma non c’è più nulla da fare, la madre gli è accanto, lo accarezza, anche se è sedato gli parla dolcemente senza piangere e senza fermarsi mai e continuerà a parlargli anche dopo che gli infermieri l’hanno preparato e avvolto nei teli bianchi…

Rachele

Tags: