una nuova strategia

Scritto da il guardiano il 25 Ottobre, 2008
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Era meglio parlare chiaro. La mamma era in coma. Il dottore aveva impiegato un bel po’ a spiegare questa cosa al ragazzino. Aveva anche parlato di un nuovo tubicino che le avevano messo in testa. Sembrava una cosa dell’altro mondo. Un sensore proprio dentro il cervello. Chissà quali informazioni avrebbe potuto dare. Il ragazzino immaginava tutta una serie di onde, di segnali, di flussi che messi insieme avrebbero dato un quadro molto preciso della malattia della mamma. Una specie di tac (aveva già visto una tac) ma non degli organi, proprio dei pensieri. Così quando era entrato e aveva visto quel piccolo monitor che indicava un numero scritto grande, come per essere letto da un bambino dell’elementari, c’era rimasto un po’ male. Era molto più interessante l’altro monitor, quello colorato, o il ventilatore (anche quello gliel’avevano già spiegato). Comunque non disse niente. Non voleva offendere quel dottore che gli aveva fatto lo spiegone. Certo che avrebbe preferito qualcosa di un po’ più sofisticato per frugare nel cervello della mamma.

Il quadro dei papaveri era appeso proprio sopra al letto. L’infermiere che si occupava della mamma (c’era anche lui di là con il dottore), gli disse che era molto bello quel quadro. Gli disse che lui non sapeva disegnare neppure una casetta ed ammirava molto chi invece aveva queste doti (disse proprio la parola “doti” che colpì il ragazzino, perché era una di quelle parole che usavano spesso gli adulti per fare un complimento, senza accorgersi che non c’era niente da essere contenti a possedere una “dote”; era più una scocciatura che altro).
Tornando a casa pensò a quando avrebbe potuto raccontare tutto a Miriam. Immaginava i discorsi, le parole precise che le avrebbe detto, e le sue reazioni. Ogni piccolo gesto. Immaginava i loro sguardi aggrappati l’uno all’altro, e le loro bocche impigliate fra dolci parole . Immaginava il suo sorriso, e le sue risate. Poi improvvisamente, poco prima del bacio, la scena ritornava dall’inizio, e ricominciava tutto. Ma ad un certo punto si era accorto che c’era proprio poco da ridere in tutta quella faccenda. Con che scusa avrebbe potuto invitare Miriam? E come avrebbero pututo trascorrere un pomeriggio insieme a divertirsi? “Ciao Miriam, vieni a casa mia a vedere il crocifisso che ho appena finito di dipingere?” oppure “Mi spiace, ma devo proprio tornare a casa per le 5 – se potessimo baciarci entro quell’ora! Mia madre è all’ospedale, in coma, che mi aspetta…”
No, così, non avrebbe mai funzionato.

il guardiano

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l’arabo

Scritto da Giro Batol il 18 Ottobre, 2008
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Finalmente una notte tranquilla! Sono già le tre ed il telefono tace; d’altronde l’avevo promesso al Guardiano: ”Vedrai, stanotte ti scrivo!” DRIIN,DRIIN,DRIIIIN! Accidenti alla mia mania di sfidare la sorte: eppure me lo dico sempre che la persona intelligente risolve i problemi, ma il saggio li evita. DRIIN,DRIIN, DRIIIIN! 2437: è la Sala Emergenza del Pronto Soccorso: anche per questa notte la saggezza è un’utopia! “Abbiamo un ragazzo di vent’anni, alto circa un metro, con un quadro di tetraparesi spastica, che si è fratturato il femore destro e non riusciamo a prendergli un accesso venoso in nessun modo;forse serve una centrale”. “Arrivo” In pochi secondi sono in Pronto ed incrocio un’infermiera delle ”vecchie”; mi guarda, mi sorride e scuote sconsolata la testa, come a dire: ”Di nuovo tu?”. Poi mi indica un letto in una zona poco luminosa della degenza verso il quale mi dirigo a passo rapido. Avvicinatomi, scopro un gomitolo di pelle ed ossa, dal torace deforme, le braccia rattrappite, le gambe in una posizione innaturale in parte anche a causa della frattura. Ma da un collo inesistente si erge un viso pieno, ben nutrito, dalla pelle ambrata, sormontato da folti riccioli neri, con incastonati al suo interno due occhi scuri ricolmi di paura. Mi rendo conto che il mio incedere aggressivo potrebbe averlo spaventato e cerco di riguadagnare posizioni con il miglior sorriso che possa venirmi fuori dinnanzi a tanta sofferenza. Poi gli accarezzo il capo e gli chiedo se capisce quello che gli dico. Dall’oscurità ai lati del letto una voce calma e sicura con forte accento straniero mi risponde che il ragazzo capisce la sua lingua ma che non riesce a parlare. Solo ora mi accorgo di una signora vestita con abiti orientali, dall’età indecifrabile che si china sul suo capo e gli sussurra alcune parole in arabo di una dolcezza e di un’armonia che mai avrei immaginato fosse possibile per tale lingua. Effettivamente paiono infondergli un minimo di serenità. Spiego ai due pazienti, non riesco a considerarli entità distinte, quel che devo fare e mi ripropongo di farlo rapidamente e cagionando loro il minor disagio possibile. Mi carico, come quando giocavo a pallavolo: ”Pensi di essere bravo? Ed allora dimostralo, pallone gonfiato”. E con non poca buona sorte che individuo una vena sull’avambrccio destro e con l’aiuto della mia infermiera riesco effettivamente a incannularla senza difficoltà. L’espressione di gratitudine che ho potuto apprezzare sul viso della madre ed appena intravedere su quello del ragazzo è il più bel ricordo di questa nottata. Mentre mi allontano dal Pronto Soccorso non posso fare a meno di riflettere su quanto sia stato e sia stupido da parte degli uomini combattersi per difendere il nome di un dio, Allah o Elohim che sia, che se esiste mi pare davvero un gran pasticcione per non dire di peggio. DRIIN,DRIIN,DRIIIIN! “Abbiamo una signora di sessant’anni con una tachi a complessi larghi, batte a 210” “Arrivo”, ma questa è un’altra storia”.

Giro Batol

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la visita

Scritto da il guardiano il 13 Ottobre, 2008
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Il ragazzino diede l’ultimo tocco di colore sulle foglie in primo piano, poi si scostò dal quadro e lo guardò da lontano, come gli aveva insegnato a fare suo nonno. E’ finito, pensò, e decise di sottoporlo al giudizio del maestro. Sapeva che avrebbe dovuto aggiungere ancora qualcosa. Una luce, un’ombra. Del bianco (ma non del nero: il nero non esiste, nemmeno la notte è nera). Il più era comunque fatto, da domani avrebbe potuto dedicarsi al suo progetto.Il nonno guardò con i suoi occhi acuti e severi. Si fece passare i pastelli e indicò i punti da correggere. Ora andava bene. La mamma sarebbe stata contenta di quei papaveri da appendere sul suo letto. Molto meglio di quel crocifisso che si era impuntato di fare durante tutta la settimana, e che era rimasto solo abbozzato sul cavalletto dello studio (il “suo” progetto). Tutti la pensavano così. Tranne lui, il ragazzino, che vedeva invece nel crocifisso un compagno fedele della malattia. Un’immagine concreta di quel dolore. Il crocifisso sarebbe stato lì a succhiare quel male che stava uccidendo la mamma. Molto di più di quel mazzo di papaveri rossi. Ma era inutile spiegarlo. Il crocifisso non sembrava adatto, e alla fine, non sapeva bene chi doveva fare contento con quel quadro.

Cercò di iniziare il discorso con suo padre mentre andava all’ospedale. Partì dall’idea di diventare pittore, e finalmente dipingere tutto ciò che voleva (compresi i crocifissi), ma subito il discorso si spostò sulla sua vocazione alla medicina. Vero anche quello. Aveva proprio detto così al medico che gli aveva parlato qualche giorno prima. Forse ci credeva anche, ma fondamentalmente gli era sembrato importante per quel dottore là, non per lui. D’altra parte quando vedeva Miriam fuori da scuola che lo guardava con quegli occhi vellutati e indifesi, sognava di diventare un soldato, per poterla salvare dalla terza guerra mondiale. Nel frattempo non avrebbe mai rinunciato ad un giro intorno al mondo, ad una caccia a tesori dimenticati, ad un viaggio nello spazio. Impossibile decidere lì in macchina, in poco meno di un’ora.
Per entrare in ospedale bisognava mentire sulla sua età, ovviamente, altrimenti la guardia dell’ingresso non lo avrebbe mai fatto passare. Poi una volta dentro era più facile. C’era di nuovo quel dottore dell’altra volta. Gli disse che la situazione non era cambiata molto, e che la mamma era sempre nello stesso letto. Il ragazzino entrò, appoggiò il quadro con i papaveri sul lenzuolo, e vide che quella macchia rossa sul verde del letto sembrava aver ritrovato una sua naturale collocazione. Si rincuorò un po’. La mamma dormiva, non le disse niente, e decise di recitare sottovoce una preghiera. Poi uscì, lasciando dentro solo suo padre.

Tornando a casa pensò molto al crocifisso che aveva deciso di dipingere. Pensò che lo avrebbe finito e lo avrebbe fatto vedere a Miriam, forse lei avrebbe capito.

il guardiano

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la fine del mondo

Scritto da il guardiano il 04 Ottobre, 2008
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Il giovane dottore arrivò in pronto soccorso che il consulto era già cominciato. Il medico di guardia, il radiologo, il chirurgo vascolare erano tutti davanti alla TAC. Il referto era chiaro: aneurisma dell’aorta addominale in fase di rottura. Il giovane dottore chiese se si andava in sala. La risposta arrivò secca dal chirurgo. Ovviamente si andava in sala. Ma nessuno si muoveva da lì. Il fatto è che la signora sapeva dell’aneurisma, e 2 anni prima aveva rifiutato l’intervento.  La signora aveva dei problemi? chiese il giovane dottore. Era depressa? Demente? O cosa? No, niente. 84 anni, senza parenti. Bisognava solo convincerla. Mancava il consenso firmato.

La paziente era in sala emergenze, attaccata ai monitor, separata dagli altri ospiti da una tenda che scendeva dal soffitto. Tranquilla, respirava bene, la pressione era stabile. Una nonnina dagli occhi vivaci, un po’ sofferenti. Il giovane dottore la salutò, lei rispose. Le chiese come stava. Aveva male alla pancia. Il giovane dottore le somministrò un analgesico, lei ringraziò. Poi dopo qualche minuto di silenzio iniziarono a parlare. La nonnina era ben conscia di quanto era successo. Sapeva che l’aneurisma prima o poi si sarebbe rotto, ma lei non aveva voluto farsi operare. Non voleva morire in ospedale. Tutti le avevano detto che se si rompeva sarebbe morta, lì, su due piedi, senza neanche accorgersene. E questo in fondo la tranquillizzava. Così quando le era venuto quel mal di pancia terribile, mai più pensava all’aneurisma. Se avesse sospettato che era quello, se ne sarebbe stata a casa, così nessuno l’avrebbe operata. Ma quei dottori là volevano operarla a tutti i costi. E lei non voleva farli arrabbiare. Il giovane dottore la rassicurò sul fatto che se lei era contraria all’intervento, nessuno avrebbe potuto operarla. Se voleva poteva anche ritornarsene a casa. A queste parole lo sguardo della nonnina si accese di una nuova luce. Davvero poteva tornarsene a casa? E morire nel suo letto? E vedere per l’ultima volta le sue amiche? Certamente. Non era una cosa semplicissima, bisognava organizzarsi, ma era assolutamente possibile.

Quando il giovane dottore tornò dai suoi colleghi, e spiegò la situazione, nessuno lo prese sul serio. Nessuno pensò che era ragionevole lasciare perdere e fare in modo che la nonnina se ne tornasse a casa a morire nel suo letto. Ma il giovane dottore rimase fermo nella sua posizione: lui non avrebbe mai addormentato una persona perfettamente sana di mente, orientata nel tempo e nello spazio, che rifiutava (in maniera del tutto ragionevole) un intervento che (in quelle condizioni) ha una mortalità elevatissima, e un rischio altrettanto elevato di complicanze future. Cosa si poteva fare allora? Semplice. Ognuno avrebbe scritto la sua consulenza, il suo parere diagnostico, terapeutico e prognostico, e sotto tutte queste belle parole la signora avrebbe dichiarato la propria volontà.

Con il cellulare del giovane dottore (lei nella fretta e nella confusione aveva dimenticato il suo a casa), la nonnina chiamò due sue amiche (le più care), e un vicino di casa (infermiere). Raccontò loro tutto quello che era successo e invitò tutti a casa sua per un’ultima partita a carte. Poi firmò i fogli. Il giovane dottore aspettò che la caricassero sull’ambulanza, e poi fece ancora una cosa (che forse non avrebbe potuto, ma che gli sembrava indispensabile). Diede alla nonnina una siringa con dentro diluita una fiala di morfina. Le disse di farsi aiutare dal suo vicino di casa (l’infermiere), e di farsela fare, lentamente e a piccole dosi, se il dolore fosse di nuovo comparso.

Ho pensato un sacco di volte al giovane dottore e alla nonnina. Ho pensato a queste due persone che percorrono un tratto di strada insieme. Quella strada che porta all’orizzonte. Un giovane, figlio di tutti i figli, e una vecchia, madre di tutte le madri, che arrivati là dove il mondo finisce, di fronte al buio cosmico, si salutano. Lei per continuare, mite e coraggiosa, il suo cammino verso l’infinito, lui per tornare, chino e impotente sui suoi passi, e negli occhi le tracce di un nuovo stupore .

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qualcuno di più importante

Scritto da il guardiano il 27 Settembre, 2008
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Questa notte ho ricevuto una telefonata. Era una donna e chiedeva informazioni su di un uomo che era ricoverato da un po’. Le ho risposto che non era possibile avere informazioni per telefono, lei ha insistito. Ma lo ha fatto in un modo… C’era una sorta di disperazione nella sua voce, una sorta di supplica nella sua richiesta. E io ho avuto la sensazione che quella donna fosse l’amante dell’uomo. Non solo una sua amica o una conoscente, proprio l’amante. L’uomo era sposato, e nessuno al di fuori dei famigliari poteva ricevere direttamente da noi sue notizie, e io in quella voce ho sentito questo: la disperazione dell’amante che non può sapere niente, che non ha nessun diritto. Ci ho pensato tutta la notte. Cioè ho pensato a questa donna e al suo uomo che si salutano, e che si danno un appuntamento da lì a qualche giorno. Loro non possono comunicare in nessun modo (niente messaggi, niente email, niente telefonate) perché lui (e forse anche lei) è sposato, insomma si danno quegli appuntamenti da romanzo dell’ottocento. All’angolo di una piazza, davanti ad un locale, di fronte ad un monumento, in un parco; ad una certa ora in un certo giorno, magari il martedì alle quattro, tutti i martedì alle quattro, e se salta un martedì, ci si incontrerà il martedì successivo, senza possibilità di appello. Uno è lì e aspetta. Aspetta che lei o lui arrivi, e solo l’amore ti tiene in piedi, ti sostiene qualsiasi cosa capiti. E quella volta capita che lui non arriva. E il martedì dopo non arriva di nuovo. E anche quello successivo. Così lei tutte le volte torna a casa o va al lavoro – vorrebbe scappare, morire, ma non può farlo, perché nessuno sa della sua storia, segreta, clandestina, travolgente, quindi non può parlarne con nessuno. Torna a casa o al lavoro perché anche se il mondo le è crollato dentro, nessuno se ne deve accorgere, nessuno sa che sotto i suoi vestiti si apre un baratro più buio e profondo della morte stessa. E dall’altra parte niente. Niente messaggi, niente email, niente telefonate. Lui non si è presentato all’appuntamento e lei non sa perché. Sa solo di essere rimasta sola. Poi in qualche modo questa donna scopre che il suo amante ha avuto un incidente, che è ricoverato nella rianimazione di un certo ospedale, per cui si arma di santo coraggio e telefona.
Di cosa avrebbe avuto bisogno questa donna per placare almeno un po’ quell’angoscia e quel terrore che soffocava il suo cuore? Quante parole, quante spiegazioni sarebbero state necessarie da parte mia? Quante volte noi dobbiamo ripetere le stesse cose ai famigliari di un paziente? Quante volte dobbiamo ribadire concetti, spiegare parole, ipotizzare prognosi, confermare diagnosi. Tutti i giorni, più volte al giorno, magari sempre alla stessa persona. Quante volte. E invece a quella donna non ho detto una parola. E quando dall’altra parte ho sentito che la voce le si strozzava in gola, ho concesso il più arido dei comunicati stampa.
Ma che stronzo.

il guardiano

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2 giorni 28 ore 1680 minuti

Scritto da Piuma il 23 Settembre, 2008
emozioni / 1 Commento

attaccata a quel letto
le narici impregnate di odore di morte
gli occhi fissi sul paziente e poi sul monitor…

poi ancora sul paziente e poi sul monitor…

ce ne fosse uno solo di monitor, ma poi diventano 2,3,4…
le orecchie tese in ascolto dei suoni degli allarmi che modificano tonalità se a scendere è la frequenza cardiaca o la pressione arteriosa, la PIC o la saturazione di ossigeno
la voce che alla fine della seconda giornata esce roca, rotta dalla stanchezza, dalla sensazione sempre più forte e più netta di aver lavorato duro per un risultato assente…
mi rimane solo il silenzio…

assordante dentro di me…

vale la pena tutto questo?
le lacrime bagnano il viso e offuscano la vista mentre torno a casa…

nebbia

una luce in fondo: non sono io, non siamo noi ad avere l’ultima parola

Piuma

Tatiana

Scritto da Herbert Asch il 20 Settembre, 2008
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Tatiana ha uno sguardo dolce ed un poco assente di occhi verdi, chiarissimi, liquidi, i capelli sono morbidi riccioli lunghi, ancora neri, appena spruzzati di bianco. Ha un grosso orecchino da gitana ed una collanina di perline di plastica annodata al collo. L’aspetto è sporco e un po’ trasandato come di gente che arriva da chissàdove.Di lei dicono sia rumena, avrà sui quarant’anni e nonostante l’obesita il suo corpo lascia trasparire delle fattezze piacevoli in gioventù. È enorme, nel letto d’ospedale, dove è stata ricoverata dopo il suo ictus che le ha tolto la parola e paralizzato metà del corpo. Per la verità è già arrivata così dal suo paese: sulla strada dell’emigrazione le è preso il coccolone, e l’hanno brevemente ricoverata in un paese vicino alla frontiera, lo testimonia un burocratico foglietto scritto in una indecifrabile lingua dell’est, dove si comprende solo il nome di un farmaco, ma poi è stata caricata in auto o chissà con quali altri mezzi e per quali strade è stata portata in Italia.

Del ricovero conservava ancora il catetere vescicale, nascosto sotto le gonne Poi i parenti hanno chiamato l’ambulanza, un po’ perchè imbrogliava, dava fastidio, la vita è dura per chi viene da fuori così, forse non c’è tempo, nessuno può accudirla e poi sanno che qui qualcosa le faremo, cercheremo di curarla, in fondo è un attestato di stima anche questo.

Mia madre sta male, avranno detto in una stentato italiano, e così eccola qui.

Adesso è qui davanti a me, con lo sguardo imbambolato un po’ perso nel vuoto, guarda fuori della finestra, non sono sicuro che sia per la sua lesione o solo che cerchi di capire fuori dove si trova. So solo che è afasica, non riesce a parlare, non si capisce se comprende quanto le viene detto (puo’ esserci una afasia anche in questo senso); sicuramente non capisce una parola di italiano. Ed io dovrei incannulare a lei una vena centrale, cioè pungerla al di sotto della clavicola con un ago sufficientemente lungo da raggiungere la vena succlavia, ma anche (e malauguratamente, provocando qualche danno) la pleura, se lei non starà ferma. Dovrei cercare di spiegarglielo.

Gli infermieri mi hanno detto che non è venuto nessuno a trovarla in questi giorni, che ormai è quasi due settimane che è qui; e non hanno né un indirizzo né un numero di telefono di parenti. Anche se dall’aspetto non era una zingara.

Ho già cercato in ospedale se ci fosse qualche rumeno, tra i parenti dei ricoverati, in Pronto mi hanno detto che c’è un’allieva infermiera rumena, ma oggi non è di turno, forse in chirurgia c’è un’infermiera extracomunitaria: la cerco, peccato è polacca e non parla il rumeno. Pazienza Cerchero’ di spiegarmi a gesti, le faccio vedere una flebo, le parlo e le spiego in italiano, sommariamente, lo sguardo si ravviva una attimo: percepisco che intende che le sto dicendo qualcosa, anche se non ne capirà il senso.

L’infermiera la posiziona, io agisco, lei rimane ferma durante tutta la procedura, forse le ho fatto un po’ male. Quando ho finito rimane con la testa voltata verso la finestra le passo davanti per andare via, le faccio segno che abbiamo finito, le sorrido, per farle capire che tutto è andato bene, batte le ciglia, forse ha capito.

Lascio lì Tatiana a guardare fuori.

Herbert Asch

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la potenza e la resistenza

Scritto da Woland il 17 Settembre, 2008
pensieri / 1 Commento

Stamattina è morta una paziente. Piuttosto giovane, molto sfortunata, morta nonostante tutti i nostri sforzi.
Una famiglia splendida, che anche nel dolore non ha smesso di ringraziarci, quasi fossero loro a consolarci per la sconfitta e a volerci risparmiare la fatica di dover comunicare loro la fine di tutto. Ho chiesto se avessero gradito la presenza del Cappellano e poco dopo l’ho chiamato.
Nel nostro reparto ho già visto passare diversi ministri di culto, dal Pope ortodosso all’Imam, al Prete valdese. Ho anche incontrato familiari che hanno rifiutato, in modo gentile ma fermo, la presenza di un religioso, ribadendo la loro assoluta laicità.
Chi però è di gran lunga in testa alle presenze nell’ora del commiato è il Cappellano del nostro ospedale, lo stesso che celebra Messa nella piccola cappella al settimo piano.
Più precisamente sono due: non mi è mai capitato di vedere nessun altro al di fuori di loro due. Un camice sopra l’abito talare e un cordless per la pronta disponibilità.
Di solito li riconosco al telefono, stamattina quando ha risposto una voce estranea dicendomi che il Sacerdote sarebbe arrivato appena finito di dire Messa, per la prima volta ho pensato: chi dei due verrà? E subito dopo: ma sono sempre solo loro?
Poi mi sono fatto due conti. Per garantire una guardia 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, di solito bisogna essere almeno in 3. Ma se si considerano le ferie e i riposi si arriva ad avere bisogno di 6 persone. E’ come dire che io da solo posso lavorare solo 4 ore al giorno per 365 giorni di seguito, oppure, se (per assurdo) lavorassi 24 ore al giorno, lavorerei solo 2 mesi all’anno.
Spesso ci lamentiamo di quanto il nostro lavoro sia frenetico e stressante e di quanto a volte abbiamo un dannato bisogno di staccare per qualche giorno.
E’ come se noi fossimo dei velocisti, capaci di scatti e allunghi, ma inetti sulla lunga distanza.
Il Cappellano, che copre da solo la reperibilità di 3 persone per anni e anni, è il vero Maratoneta, la cui resistenza non solo ci rimane sempre invisibile, ma soprattutto è per noi assolutamente irraggiungibile.
Woland

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i muri danno più soddisfazione

Scritto da il guardiano il 14 Settembre, 2008
testimonianze / Nessun Commento

“Se lei non firma il consenso alla trasfusione di sangue io non posso farle l’anestesia…” “Perché?” “Perché, sebbene l’intervento al quale lei verrà sottoposto ha un bassissimo rischio di complicarsi con un’emorragia tale da richiedere una trasfusione, questo rischio non è zero… è basso, ma non zero, quindi esiste una remota possibilità che lei, durante l’intervento, abbia bisogno di sangue, per tanto…” “Ma io non voglio nessuna trasfusione di sangue…” “Certo, è comprensibile, nessuno desidera delle trasfusioni di sangue, ma purtroppo esistono condizioni particolari in cui la trasfusione diventa necessaria… senza trasfusione di sangue si può morire…” “Si può morire, o si muore di sicuro…” “Se la trasfusione viene procrastinata oltre un certo limite, e l’emorragia non si ferma, si muore di sicuro…” “E se l’emorragia si ferma?” “Allora non si muore di sicuro ma si può comunque morire…” “Ho capito” “Bene, adesso firmi questo modulo in modo che se per disgrazia ci fosse bisogno di trasfonderle del sangue lei dichiara di essere stato informato e di essere d’accordo” “Ma io non sono d’accordo””Il fatto è che senza questo modulo io non le faccio l’anestesia, quindi il chirurgo non la opera. Senza questo modulo lei non verrà operato. Mi spiace ma queste sono le regole…” “Ma non si può fare un’eccezione?” “No, non posso, senza quel modulo io rischio di dover prendere delle decisioni che vanno o contro la mia etica professionale o contro la sua volontà… e questo non è giusto.”

“Io però ho male” “Infatti devono operarla… Ma se lei non firma… Forse non sono stato chiaro, vuole che le rispieghi tutto da capo?” “No, ho capito, grazie, è stato molto gentile”. “Quindi la faccio riaccompagnare in reparto? Avverto il chirurgo che lei non vuole essere operato?” “Se non c’è alternativa…” “Va bene. Allora, ho scritto in cartella tutto quello che ci siamo detti. Per il momento l’intervento viene rimandato a data da definirsi, va bene? Legga con calma e firmi qui sotto per presa visione…”

“Senta, dottore, posso dirle una cosa?” “Certo” “Qui c’è scritto che io sono testimone di Geova, ma non è mica vero…” “Non è vero?” “No” “Ma allora perché rifiuta la trasfusione?” “Mio padre è testimone di Geova, io sono ateo, a me non me ne importa niente, ma lui ci tiene a queste cose… In effetti non pensavo che fosse così fondamentale, non volevo dispiacere a mio padre. Sa io questa cosa della trasfusione, l’ho mica mai capita tanto bene…”

“E quindi…?”

“Se le firmo il consenso mi operate?” “Certo, è naturale” “E non lo dite a mio padre?” “Ma no, lei è maggiorenne, può fare quello che vuole…” “Ok” “Allora firma?” “Firmo”

“CARICATE IL PAZIENTE… SI VA IN SALA!”

il guardiano

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dov’è finito Babbo Natale?

Scritto da Gus il 10 Settembre, 2008
emozioni / 2 Commenti

Sono un’anima persa che vaga senza un Dio.
Sono anestetizzata, mente e corpo, avvolti nel coma farmacologico del consumismo.
Non ho più un’etica.
Non ho più una ragione.
Ho il cuore così vuoto e gli occhi incapaci di sorridere.
Aridità è il mio nuovo nome: Aridità di idee, azioni, emozioni.
IO, centro del nulla, girovago in un vortice di fatti, persone, date e luoghi.
Spazio e tempo sono diventati solo rimpianto e rammarico; rimpianto di un tempo che fu, rimpianto di luoghi abbandonati, rammarico di mille cose decise e mai fatte. La mia incapacità di essere felice mi ha reso l’anima sterile, neppure più spinta da fremiti ambiziosi ed egoistici.
Aridità è il mio nome.
Marco muore.
Guido non è più in coma.
Rosaria non cammina più
E’ morto lo zio.
Carlo ha perso la casa ed il lavoro.
Che cosa devo provare?
Queste infinite tragedie che si svolgono ogni giorno davanti ai miei occhi mi hanno anestetizzato l’anima.
Dio dove sei? Dio ci sei?
Io ti ho abbandonato. Io ho riposto la mia fede, la mia devozione ed il mio cuore è diventato incapace di pregare.

Gus

 

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