Provare l’ambu

Posted by Herbert Asch on settembre 25, 2016
racconti / 3 Commenti
Foto di GP

Foto di GP

Tanti anni fa, circa del 1988, quando ero ancora anestesista implume e ignorante (quest’ultimo lo sono rimasto) fui inviato in consulenza in un ospedalino periferico, monospecialistico medico, che assisteva molti pazienti cronici.

Ad uno di questi pazienti cronici, una SLA con paralisi ormai quasi completa, tracheostomizzato e ventilato, era necessario, mensilmente, sostituire la cannula tracheale, per cui veniva chiesta la nostra consulenza. Ed il compito ovviamente, toccava all’ultimo arrivato. Appunto il sottoscritto.

Mi era stato detto che tutto il materiale era già dal paziente, solo che andassi su.

Quindi finito il mio turno di guardia, sono partito alla volta del nosocomio con qualche dubbio, poiché di cannule, il sottoscritto, all’epoca specializzando al terzo e ultimo anno di A&R, in realtà da solo, non ne aveva mai cambiate. Ma tant’è toccava a me. Bella lì.

Il paziente, pezzo d’uomo anche se ormai consumato, aveva circa una cinquantina d’anni. Comunicava solo più digrignando i denti. Era ventilato con un baraccone che teneva mezza stanzetta, più o meno delle dimensioni di una madia da pane, su cui spuntavano qualche misuratore a lancetta, diverse manopole, dei tubi, un pallone nero che si gonfiava e sgonfiava ritmicamente, e che emetteva rumori pneumatici ritmici, il tutto per effettuare una banale ventilazione volumetrica controllata, e bon.

Neanche quel tipo di respiratore l’avevo mai visto, ma tant’è, non dovevo cambiare nulla e dubito anzi che fosse possibile cambiare modalità. L’avrei semplicemente lasciato staccato il tempo necessario alla manovra, tollerando la comparsa degli allarmi, per riattaccarlo subito dopo il cambio della cannula.

Sul carrello c’era di tutto e di più o perlomeno tutta l’attrezzatura ventilatoria che può esserci un reparto di cronici. D’altronde il personale non era solito usare tutti quei presidi ed essi venivano stipati alla rinfusa nel cassetto “Ventilazione”. La mercanzia veniva esposta come la Sindone, solo per le occasioni particolari, come appunto questa.

All’infermiera che mi avrebbe assistito spiegai che volevo preparare tutto in precedenza in modo da essere veloce e non lasciare in apnea il paziente per troppo tempo.

Breve briefing per chiarire le fasi: io avrei preparato tutto quanto serviva sul carrello, mi sarei messo i guanti, rimanendo con i guanti sterili e la cannula nuova in mano. L’infermiera avrebbe staccato la cannula dal ventilatore, sgonfiato il palloncino e tolto la cannula vecchia, io avrei infilato la cannula nuova nella stomia, e l’avrei collegata ad un tubo corrugato ed un filtro nuovo. Quindi lei avrebbe dato due o tre ventilazioni con l’ambu mentre io controllavo i campi polmonari, e, se tutto fosse stato a posto, avremmo ricollegato il paziente al suo respiratore in pochi minuti.

Tutta la pantomima l’ho illustrata in presenza del paziente, per rassicurarlo ed informarlo sulle varie manovre e poi… si comincia!

Il mio grosso problema era cosa dovevo aspettarmi infilando la cannula. C’era la possibilità di fare una falsa strada? Una cannula nuova, ovviamente di uguale modello e diametro, sarebbe entrata facilmente? E se ci fosse stato un problema come me la sarei cavata? In fondo nel mio ospedale c’era sempre un altro collega cui chiedere. Qui ero solo.

Un bel sospirone e via. Campo sterile. Ci adagiamo la cannula nuova, una siringa per cuffiare, il tubo corrugato ed il filtro nuovo. Una cannula per aspirazione viene collegata al vuoto: verifico l’aspirazione che funziona. Questa la manovrerò io. Provo il palloncino della cannula: ok.

Do il via all’infermiera, che a sua volta aveva preparato tutto a portata di mano. Ora stacca il paziente, sgonfia il palloncino e tira via la cannula vecchia.

Una veloce aspirata e infilo senza problemi (che culo!) la cannula nuova. Gonfio il palloncino. Ok ci siamo! Collego il corrugato e il filtro che tengo mentre l’infermiera collega l’ambu. Prendo il fonendo.

Due, tre pompate. Qualcosa non va, il torace non si espande. Altre due pompate: niente.

Il paziente comincia a virare verso il cianotico.

Prendo in mano io l’ambu. Due pompate. Niente

Il paziente è nero.

C’è qualcosa che non mi torna, ma non riesco a focalizzarlo.

Devo fare qualcosa… Intanto rimettiamo tutto come prima di cominciare!

Riprendo la cannula vecchia e la metto al posto della nuova, la cuffio e collego il paziente al ventilatore. Il quale ventilatore, nel frattempo, tanto per rendere meglio il pathos della scena, ha sparato i suoi allarmi che neanche un maiale sgozzato…

Il paziente ritorna al suo normale colorito dopo quattro ventilazioni, il torace si espande, gli allarmi tacciono.

Ora devo capire cosa cazzo è successo. Riguardo la cannula utilizzata, riprovo il palloncino, guardo il corrugato, ispeziono il filtro. Niente tutto regolare, a posto, funzionante.

Controlliamo il collegamento all’ossigeno dell’ambu (nessun reservoir, ovviamente, all’epoca erano fantascienza). Tutto a posto.

Prendo l’ambu in mano e un dito scompare in una piega. Piega? No, la copertura esterna dell’ambu è tagliata, di lì esce l’aria e non dalla valvola. In quegli ambu neri (qualcuno se li ricorda?) la tenuta era data dalla guaina esterna in gomma, mentre l’espansione era assicurata da una struttura interna semirigida, fenestrata, elastica. Chiudo la valvola col palmo della mano, comprimo. L’ambu si collassa, ma, non c’è resistenza, non pompa nulla; lascio andare la chiusura e non esce niente. Prendo un altro ambu dello stesso tipo che nel frattempo l’infermiera è andata a prendermi e faccio la stessa prova. Se la valvola di uscita è chiusa il pallone non si collassa, oppone resistenza, e quando lascio andare esce un soffio potente: questo funziona!

Ecco svelato l’arcano. Ecco che cosa non mi convinceva. Vista la mia poca esperienza non mi ero accorto che l’ambu non opponeva resistenza nel ventilare, ero tutto concentrato a capire quale fosse il problema, che, visti i miei dubbi iniziali, doveva per forza essere nella cannula!

E nemmeno l’infermiera se ne era accorta, non essendo abituata a ventilare con l’ambu.

A rileggerlo così sembra normale, facile: certo! se provavi l’ambu prima di usarlo…

Lo chiudi, lo schiacci vedi che resista, lasci andare e vedi che soffi… e checcivuole?

Perché, quanti dei miei colleghi e degli infermieri lo facevano all’epoca? Quanti lo fanno anche oggi? Siamo così sicuri che sia una manovra di routine?

Intanto l’ho mai vista descritta.

Anche solo restando tra istruttori BLS: se ci pensate spieghiamo per filo e per segno come e dove mettere le mani, porgere l’orecchio, fare gas (anzi G.A.S.) ma di provare i presidi che usiamo, ne parliamo? E questo neanche quando veniva data più importanza alla ventilazione.

È vero che è una cosa banale, ma quanti ci pensano?

Io sempre, visto il cago che mi sono preso. Mi viene spontaneo appena prendo un ambu in mano.

Per finire la storia, la cannula l’abbiamo poi cambiata, senza più problemi, ma quella cannula me la ricordo ancora adesso.

Herbert Asch

Tags: , , , , ,

Ospedale di provincia

Posted by Herbert Asch on giugno 01, 2014
testimonianze / Nessun commento
foto di DB

foto di DB

“Nella veglia salvaci, Signore,

nel sonno non ci abbandonare,

il cuore vegli con Cristo

e il corpo riposi nella pace. ”    

(Compieta – antifona al Cantico di Simeone)

La radiosveglia segna le 0:03, coi suoi numeri luminosi un po’ fastidiosi, ma indispensabili, perchè voglio sapere che ora è quando mi sveglio di notte. Come stanotte, che potrei dormire tranquillo.

E invece giro.

Di qui.

Di lì.

Macché! tanto vale alzarsi, tanto non riprendo sonno. Mia moglie dorme tranquilla, un respiro regolare, lento, appena un po’accentuato. Mi sfilo la CPAP, silenziosa compagna della notte. Non ho mai faticato a tenerla, anzi, spesso concilia un sonno profondo e senza sogni, di buon riposo. Ma stasera non ce n’è; e pure mi è venuta un po’ di fame: magari scendo a sgranocchiare qualcosa, anche se in frigo c’è poco.

Il frigo più attrezzato è a casa di mia figlia, che sta per conto suo: da lei c’è un ripiano solo per le bibite, un pacco di lattine di coca e uno di fanta; nei rimanenti spazi, tubetti di maionese, wurstel, patè, budini, pancarrè, sottilette e un sacco di altre porcate che fanno male al fegato, ma scaldano il cuore delle notti insonni.  Il nostro frigo è più salutista, verdure cotte e crude in tutte le salse, bistecche, uova. Al massimo può capitare di trovare una cartina di dietetica e triste bresaola, ormai rattrappita, di rappresentanza, perchè crudo, salame e mortadella sono svanite al primo serio assalto; la bresaola non se la fila nessuno e rimane a muta testimonianza di una volontà salutista ed imbelle.

Mi siedo al tavolo con un cubetto di parmigiano ed una fetta di pane di segale.

E mi vengono in mente le notti di tanti anni fa, primo lavoro da anestesista, in un ospedale di provincia, anni ottanta…

Allora il Pronto soccorso era in mezzo all’ospedale, che si alzava sopra di esso per cinque piani. Le sei stanze di cui si componeva si aprivano tutte sul corridoio, tre di qua e tre di là: cucina, studio medico, sala emergenze, deposito barelle e una grossa sala a due postazioni.  E bon.

Ti sedevi in corridoio e le tenevi d’occhio tutte. Con uno degli internisti, che spesso faceva la notte, ci si intendeva bene. Di buona favella, grande e grosso era di una simpatia immediata, e schietta. Molto colto, aveva fatto già un po’ di tutto in ospedale: l’internista, il neurologo, il trasfusionista, il gastroenterologo, a seconda di dove c’era bisogno. Verso le undici, quando non c’era casino, andavamo a sederci in portineria di fronte alla bollatrice. Si salutava un po’ chi andava e veniva, essendo l’ora del cambio, e intanto ci si faceva un idea della geografia interna dei reparti. A seconda di chi montava capivi se si poteva andar a fare due chiacchiere o era meglio girare alla larga, se c’era accesso al frigo, oppure se si sarebbero barricati dentro.

Erano tempi in cui si cominciava a parlare di BLS, e un mattino, era sceso in Pronto il nuovo primario, fresco di studi dall’America e da lui avevamo visto, per la prima volta, con meraviglia, applicata la tecnica del massaggio cardiaco, che fino al giorno prima ci eravamo immaginati un po’ così a modo nostro, con i gomiti piegati e a livello del letto, qualche colpo e via… ci abbiamo provato, ma… il cuore non ha retto…

Vedemmo il nostro capo pompare come un forsennato su una panchetta rialzata per venti minuti, braccia tese e spalle perpendicolari, dopo avere intubato il paziente, sparando fiale di adrenalina nel tubo, senza stare a perder tempo a mettere flebo impossibili da mettere; e il cuore del paziente era, miracolosamente (a nostra impressione) ripartito…

Degli stessi anni, ricordo un ragazzo con una ferita penetrante sino al pericardio; oggi l’avremmo portato in cardiochirurgia (se ci arrivava) ma allora per lui toccò cercare il chirurgo bravo, ma che non si trovava, niente telefonini ancora.

Poi a qualcuno era venuto in mente di andarlo a stanare nella garçonniere che aveva nel condominio di fronte. E lì l’aveva effettivamente trovato, con la nuova infermiera appena entrata in servizio (ma quello era un altro tipo di servizio…). Lui venne, ricucì gli strati con una calma ed una perizia impareggiabile, e alle tre di mattina si ritirò a finire i discorsi iniziati.

C’erano, a volte, notti tranquille.

Herbert Asch

Tags: , ,

Paura di morire – 2

Posted by Herbert Asch on maggio 19, 2014
citazioni / Nessun commento

il dirupo

Ma non ho mai pensato di farla finita così. Mai pensato che ammazzarsi fosse la risposta.

Non si è liberi di morire, perché non si è nemmeno liberi di vivere. Non veniamo al mondo per essere soli. Siamo fatti di legami, di relazioni, di storie.

Essere padroni della propria vita non significa decidere quando morire. Non ci sono notai o atti di proprietà che certifichino chi siamo e cosa possediamo, anche se da sempre gli uomini si angustiano con nomi, documenti e genealogie.

Fosse solo la paura del dolore a spingermi, basterebbe un passo oltre questo muro. No. Nell’ultimo pezzo della mia esistenza voglio riconoscere ciò da cui dipendo, prima di staccarmene. Voglio essere la parte di storia che ho dimenticato. Voglio essere il ramo che si piega verso il suo tronco. Appartenere è l’unica libertà a cui aspirare.

da “Sangue mio” di Davide Ferrario

Herbert Asch

Tags: , ,

Paura di morire – 1

Posted by Herbert Asch on aprile 28, 2014
citazioni / Nessun commento

foto di GP

foto di GP

 

“Non é morire che mi fa paura, mi fa paura quello che viene prima. Il corpo che se ne va per conto suo, la carne che si svuota come un materassino sgonfio, il catetere in mezzo alle cosce e la padella sotto il culo. Quello mi fa paura.

Li ho girati i reparti dei terminali, lo sai? Tutte le volte che andavo alle visite, facendo finta di andare a trovare qualcuno, mi infilavo in corsia e passavo delle ore a spiare quelli che morivano attaccati alle macchine. Ce li ho nelle orecchie i loro rantoli lenti. All’inizio non ce la fai, ti immagini che siano gli ultimi solo perché sono insopportabili.  E invece no, quella roba fatta di pelle e ossa é capace di andare avanti mesi , col sondino su per il naso e il rantolo fisso. C’é stata una donna sui cinquanta che ho seguito per un anno, sempre uguale, immobile, con gli occhi chiusi, e non ho mai visto nessuno venire a trovarla, tanto che le infermiere pensavano fossi la figlia. Una sera che ero lì da un’ora mi sono detta: basta, adesso lo faccio, stacco tutto e corro via.  Ma il coraggio non ce l’ho avuto, questa é la veritá. Sará che sono una donna, e le donne sanno sopportare piú degli uomini, e che ci vuole coraggio, anche per quello, forse di piú: peró non ho fatto niente di quello che pensavo. E l’ho lasciata lì a rantolare.

E poi c’è questa cosa, nei malati terminali: la puzza di carogna che ti si appiccica addosso quando sei ancora vivo. La conosci, sì?

C’è un lezzo di stantio che viene fuori dai corpi in ospedale, roba che traspira dalla pelle anche se gli infermieri ti lavano da cima a fondo. Hai mai visto, quando cambiano le lenzuola di un moribondo, quella specie di sindone gialla che ci resta sopra? Io quell’odore ho paura di sentirmelo addosso ogni mattina. E anche se non lo sento mi copro di aloe. Ma poi penso che quando starò in ospedale sarò come quella donna, puzzerò e non potrò farci niente. Anzi, nemmeno me ne accorgerò di puzzare, forse sarò solo contenta di essere ancora viva, perché ogni tanto mi viene anche questo dubbio: che quando sei davvero su quel letto tutto quello che ti sto dicendo me lo dimenticherò, sarò attaccata solo a quel rantolo e quel rantolo mi basterà, anche se probabilmente starò soffrendo come un cane.”

da “Sangue mio” di Davide Ferrario

Herbert Asch

Tags: , , ,

Il dolore e la sofferenza

Posted by Herbert Asch on aprile 13, 2014
citazioni / Nessun commento
foto di EP

foto di EP

“Il principale compito dei medici è quello di curare il dolore e alleviare la sofferenza. Parliamo spesso di queste due entità come se fossero la stessa cosa. In realtà sono molto diversi:  il dolore è un’afflizione del corpo. La sofferenza è un’afflizione dell’io, uno stato specifico di stress che si verifica quando l’integrità della persona è minacciata o lesa.”

Eric Cassel

Tags: , ,

Medicina che racconta – 2

Posted by Herbert Asch on marzo 19, 2014
citazioni / Nessun commento
foto di NC

foto di NC

“In fondo, la medicina non può consolare, ma aiuta a raccontare la storia definitiva di una vita. Sapere come una persona è morta rende più facile ricordare com’è vissuta. E una volta che la medicina ha finito di fare quanto può, sono le storie che vogliamo e, da ultimo, tutto quello che abbiamo.”

Lisa Sanders -“Ogni Paziente Racconta la sua Storia – L’Arte della Diagnosi” Einaudi ed., 2009

Tags: , , ,

Medicina che racconta – 1

Posted by Herbert Asch on marzo 05, 2014
citazioni / Nessun commento
foto di GP

foto di GP

“… in medicina, il paziente racconta la storia della sua malattia al dottore, che ne rimodella gli elementi in forma medica, nel linguaggio della medicina. Il dottore di solito farà delle aggiunte, inserendovi informazioni raccolte mediante domande, esami e analisi. Il risultato dovrebbe essere una storia sensata in cui alla fine tutti i pezzi combaciano a formare una diagnosi univoca.

La storia della malattia, però, non può finire lì. Una volta fatta la diagnosi, il medico deve rimodellare di nuovo la storia che ha creato – la storia che l’ha aiutato ad arrivare a una diagnosi – in una storia che può restituire al paziente. Insomma, deve ritradurla nel linguaggio e nel contesto esistenziale del malato, cosicchè questo possa capire cosa gli è successo e trovargli un posto nella storia più ampia della sua vita. Soltanto quando un paziente capisce la malattia, le sue cause, la sua cura e il suo senso, ci si può aspettare che faccia il necessario per guarire.

(…) Ecco a cosa serve una buona anamnesi. Se fornisce al medico indicazioni sul paziente e sui suoi sentimenti circa la sua malattia, la sua vita e la terapia propostagli, può veramente essere proficua.

(…) Uno degli strumenti più importanti ed efficaci di cui il medico dispone è la capacità di restituire al paziente la sua storia in una forma che gli permetta di capire che cos’è la sua malattia e ciò che significa. Se ci riesce, offre al paziente un dono che lo aiuta ad integrare questa conoscenza nella storia più ampia della sua vita. Attraverso la comprensione il paziente può riacquistare un certo controllo su ciò che l’affligge. Se non può controllare la malattia può controllare almeno in qualche misura la sua reazione ad essa. Una storia che aiuti il paziente a dare un senso a una malattia anche devastante è una storia che può sanare. “

Lisa Sanders -“Ogni Paziente Racconta la sua Storia – L’Arte della Diagnosi” Einaudi ed., 2009

Tags: , ,

La cura dell’agonia – quarta parte

Posted by Herbert Asch on gennaio 22, 2014
grandi autori / Nessun commento
Foto di HA

Foto di HA

Restavano, ultima ratio, i cossiddetti eccitanti diffusivi. L’etere muschiato, l’olio canforato, cosa potevo sperare da questi agenti? Era ancora possibile di eccitare fortemente il cuore, come con una frustata, o potevo sperare una reazione vaso motoria?

Ricordavo un caso di embolismo della polmonare superato colle iniezioni di olio canforato ogni cinque minuti; ricordavo l’effetto dell’etere muschiato in un attacco d’asistolia in un mitralico ancora vivente; rammentavo dei colerosi richiamati in vita con le iniezioni di etere…,

ma ricordavo purtoppo altri pneumonici tormentati invano sull’agonia con iniezioni di etere, etere muschiato, etere canforato, di olio canforato, e mi domandavo se c’era ragione di far soffrire un povero paziente, in cui la mente offuscata non comprendeva più appieno il pericolo mentre i nervi sentivano ancora il dolore pungente di una introduzione di etere

Dappertutto dove la morte ha fatta una apparizione lascia dietro di se questo perfido odore di muschio. Il fatto è oramai così conosciuto che quell’odore penetrante, ingrato, porta con sè la sentenza fatale pel malato, se è ancora in grado di comprenderla e pei parenti. Ma quand’anche la speranza fosse minima ed il dolore anche più grande di quanto è realmente, sarebbe stato immorale lascire intentata l’ultima via.

Praticai alcune iniezioni di etere canforato. Esse uniscono certamente i due più potenti eccitanti momentanei. L’effetto di esso è certo meno duraturo di quello dell’olio canforato, ma è più pronto ed io non avevo tempo da perdere.

Inutile! Il rantolo cresceva , il respirare diventava una fatica disperata, il polso si faceva aritmico, vuoto, le estremità erano fredde e sudate.

– Ma dottore! Soffre non si può almeno calmarlo? –

È lecito diminuire le sofferenze degli ultimi momenti cogli oppiati?

È utile e morale sopir la mente sugli ultimi guizzi della vita con un po’ di morfina?

Quante volte me lo sono domandato dinanzi allo strazio di agonie prolungate, dolorose, e mai ho saputo rispondermi in maniera soddisfacente. Una dose piccola di morfina, secondo alcuni, sarebbe piuttosto un eccitante che un calmante, ma in queste condizioni riescirebbe anche inutile. A dose più alta, a dose ipnotica non esercita essa un’azione deprimente sul cuore, sui centri nervosi che negli ultimi sforzi di questi organi può riuscire mortale?

No, no! Non è morale aggiungere pericolo a pericolo per ottenre un piccolo sollievo! A coscienza perfettamente integra, a dolori atroci forse il problema della convenienza si potrebbe porre, ma qua dove la coscienza è alla soglia appena, dove forse tutto l’apparato fenomenologico è più penoso per chi assiste che pel malato, non è lecito gettare anche un minimo peso sulla bilancia: dire, muori, ma senza dolore!

Ma il rantolo taceva ad intervalli, il polso non era più percettibile e la pressione era dissolta. Alcune convulsioni dei muscoli della faccia e dei sollevatori della mandibola inferiore segnavano la fine.

Era morto!

Nella luce scialba del mattino, rifiutata la carrozza che mi attendeva alla porta, percorrevo a piedi il corso, calpestando il soffice tappeto di neve, che aveva cominciato a cadere tranquilla e solenne.

Ed in quella pace alta, senza rumori e senza viventi, riandavo al dramma della notte: possediamo noi qualcosa di veramente efficace di fronte alla morte eveniente?

O non sarebbe meglio non turbare le ultime ore di un morente, e lasciare la cura dell’agonia alla pietà dei parenti ed al conforto della fede?

(4 – fine)

“La cura dell’agonia” di Scipione Riva Rocci è integralmente riportato nel libro “Buona Sanità – Storia di un Ospedale” di Francesco Scaroina. Pintore Ed. Torino, 2005.

Tags: , ,

La cura dell’agonia – terza parte

Posted by Herbert Asch on gennaio 18, 2014
grandi autori / Nessun commento
Foto di HA

Foto di HA

In poco d’ ora però i sintomi leggermente migliorati riapparivano l’uno dopo l’altro minaccievoli, era stata una breve sosta, ma le cose volgevano fatalmente a male. Il cuore, sollevato per un momento non si era rialzato, nessun miglioramento si era ottenuto sull’innervazione generale e sovratutto sulla vasomotoria.

Pensai se non era il caso di ricorrere a cardiocinetici più energici di quelli adoperati fino allora, e mi si presentò prima alla mente la caffeina.

Dovevo praticare delle iniezioni di caffeina?

Lo strofanto era stato adoperato invano per tutto il corso della malattia, la digitale sarebbe stata troppo lenta per uso interno, e purtroppo, dalla mia esperienza d’altri casi, poco efficace. Per uso ipodermico sottoforma di digitalina, infida e pericolosa.

Adoperando un cardiocinetico come la caffeina potevo ottenere un aumento della forza sistolica d’ambo le metà del cuore, una riduzione dello sfiancamento e della dilatazione acuta dei ventricoli, che aggiungendosi alla stanchezza ed all’intossicamento della fibra muscolare metteva in così cattive condizioni funzionali l’organo centrale della circolazione. Con questo farmaco potevo forse ottenere una eccitazione del sistema nervoso centrale, prostrato, e con questo anche ottenere una maggiore regolazione vasomotoria, aiuto potente alla circolazione. Avrei ottenuto insomma condizioni circolatorie migliori, combattendo il pericolo immediato della vita, e potevo sperare che di momento in momento diminuisse la causa di tutto il disastro che minacciava.

Praticai una, poi un’altra e poi una terza iniezione di caffeina. Avevo a mano delle ampolline chiuse alla lampada di 25 centigrammi di citrato di caffeina e benzoato di soda per centimetro cubo, molto utili e comode nei casi pressanti

L’effetto fu nullo. Quantunque le iniezioni fossero poco sentite, in quello stato di angoscia crescente, nessun segno dimostrò che esse avessero avuta un’azione qualsiasi, che anzi la forza del cuore andava perdendosi. La cianosi aumentava, al punta del naso e le orecchie si facevano fredde ed affilate, e nell’occhio, ampiamente aperto, si spegneva la vita. La dispnea aumentava, un fremito bronchiale diffuso indicava i rapidi progressi dell’edema polmonare, ripreso rapidamente dopo la breve sosta seguita al salasso. La pressione misurata con l’angioparatlibometro segnava stabilmente 85 millimetri di mercurio.

Poteva migliorare la respirazione con l’ossigeno? Fornendo un’aria più ossigenata potevo- ad onta delle negazioni teoriche, far assumere al sangue una maggiore quantità di ossigeno, e renderlo quindi capace di uno stimolo maggiore su tutti i centri della vita che piegavano. Avrei forse dato loro l’utlima resistenza e la vittoria.

Purtroppo oggidì l’ossigeno non possiamo procurarcelo che a stento e non dappertutto, ed io stesso, in quel frangente non ne avevo che un sacco di una ventina di litri, senza altri apparecchi che un bocchino di vetro per farlo inalare. Cosa poteva valere una goccia d’acqua su quell’incendio?

In trenta o quaranta inspirazioni, volendo fornire realmente ossigeno e non soltanto farne mostra, la provvisione era consumata. Anche calcolando su qualche intervallo in tre o quattro minuti la provvista era finita

L’effetto fu nullo ancora.

Il rantolo tracheale, il polso piccolo, vuoto, molle, l’occhio velato, appannato, mi avvertirono dell’inutilità dei miei sforzi.

(3 – continua)

“La cura dell’agonia” di Scipione Riva Rocci è integralmente riportato nel libro “Buona Sanità – Storia di un Ospedale” di Francesco Scaroina. Pintore Ed. Torino, 2005.

Tags: , , ,

La cura dell’agonia – seconda parte

Posted by Herbert Asch on gennaio 15, 2014
grandi autori / Nessun commento

Foto di HA

Foto di HA

Ma intanto la dispnea cresceva e le sistoli si affannavano a mantenere un polso pieno. Il cuore sporgva sempre più a destra dello sterno, mentre il secondo tono polmonare squillava davanti allo sbarramento polmonare. Non era il caso di diminuire il lavoro del cuore? Non era il caso di diminuire la massa del sangue nero, che precipitava d’ogni parte a sfiancare quel povero cuore destro, impotente -perché avvelenato- davanti alla chiusura di tanti capillari polmonari?

Evidentemente questo stato era, qui, transitorio.

Non si trattava di un cuore profondamente degenerato, di una cachessia, in cui anche un aiuto momentaneo non avrebbe giovato a nulla. Qua, dopo qualche ora, chissà che non fosse passato il pericolo. D’altra parte, anche altrove, nei vizi di cuore gravi, nei periodi d’asistolia, quando il cuore lotta impotente contro gli sbarramenti opposti dalle congestioni passive multiple -congestioni polmonari, encefaliche, epatiche e di tutto il distretto della porta – un’ampia deplezione del sistema venoso ha prodotto alle volte vere risurrezioni nel giro di poche ore.

Una sottrazione sanguigna sarebbe stata dannosa?

In un diabetico, anemico e attossicato, in un marasmatico da infezione cronica da tumori maligni, una sottrazione sanguigna quando il cuore cede e col rantolo tracheale si dimostra la stasi del piccolo circolo, puó essere causa pronta della morte, sottraendo ancora all’organismo l’ultimo eccitamento dell’ossigeno ematico. Ma in un cardiopatico pletorico nel fiore degli anni, con una ripienezza vasale notevole, con una turgidezza venosa, che pericolo poteva esservi a sottrarre poche centinaia di centimetri cubici di sangue?

Data l’indicazione della sottrazione sanguigna avrei potuto rivolgermi alle mignatte.

Le rigettai senz’altro: non le avevo pronte, occorreva per la loro azione un tempo relativamente lungo, inoltre la deplezione del sistema vasale avrebbe richiesto un numero notevole di mignatte. Forse queste avranno un’azione diversa dalla semplice sottrazione di sangue. Quando si dimostrassero capaci di un’azione generale diversa da quella meccanica, il fatto non sorprenderebbe più, oggidì che si sa che il succo delle loro teste gode di uno spiccato potere di impedire la coagulazione del sangue, forse utile in questo caso.

Non restava quindi, per sottrarre sangue alla massa circolante, che il salasso..

Ma prima di accingermi all’atto operativo, cedendo alla logica ed all’invito che leggevo negli occhi ansiosi del malato e dei parenti, che aspettavano da me un sollievo immediato qualsiasi, mi rivolgeva ancora qualche domanda , palpando quel polso largo ed ascoltando il sibilo inspiratorio sempre più forte ed anelante.

Potevo io essere sicuro di non eccedere? Di non abbassare troppo la pressione sanguigna sottraendo al circolo aortico una quantità di sangue troppo grande, che io non potevo misurare in alcuna maniera?

D’altra parte avrebbe il sistema nervoso sopportato il disagio di alcune scariche alvine provocate in modo così energico, o non ne sarebbe risultata piuttosto una paralisi vasomotoria e cardiaca fatale?

La dispnea cresceva di minuto in minuto. Il respiro aveva un qualcosa d’un rantolo lontano, l’ascultazione della parte anteriore del petto lasciava udire a sprazzi, ad aree mal conterminate, assieme al rumore respiratorio aspro, puerile, sibilante, degli scrosci di rantoli fini, numerosi, poco risonanti. L’aia cardiaca relativa oltrepassava quattro dita trasverse la sternale destra, le giugulari esterne erano sollevate e pulsanti d’un polso doppio, il bulbo della giugulare si sollevava turgido ad ogni sistole fra le inserzioni dello sternocleido, il polso era pieno, grosso dicroto, molle: minacciava un edema polmonare. Ad onta che il cuore mandasse larghe ondate di sangue ad ogni contrazione la tensione aortica andava diminuendo.

Mi decisi pel salasso. Incisa la mediana cefalica, estrassi trecento cc di sangue. Per qualche tempo il sollievo fu evidente, il respiro apparve più libero, più profondo, il sistema venoso meno ripieno, il polso più piccolo e più duro.

(2 – continua)

“La cura dell’agonia” di Scipione Riva Rocci è integralmente riportato nel libro “Buona Sanità – Storia di un Ospedale” di Francesco Scaroina. Pintore Ed. Torino, 2005.

Tags: , , ,