La magia del Natale

Scritto da Magamagò il 15 aprile, 2017
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foto di BDV

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E’ la vigilia di Natale, la notte del 24 dicembre, per essere chiara, ed io sono di guardia in Rianimazione; ho scelto io questo turno, tanto mio marito è reperibile chirurgo, la bimba è a casa coi nonni… sistemato tutti, così domani saremo liberi di festeggiare. Abbiamo anticipato solo l’apertura dei regali che stavano sotto l’albero già da un po’. A casa mia si aprono il 24 sera, a casa di mio marito si aprirebbero il 25 mattina ma naturalmente ha vinto la mia tradizione, complice anche nostra figlia che non vedeva l’ora.
Sembra una notte tranquilla, con pochi pazienti e tutti stabili: l’ultima arrivata è una nonnina di 90 anni a cui un embolo ha tolto quel poco di lucidità che l’Alzheimer aveva risparmiato. Fa tenerezza, sembra un uccellino caduto dal nido, piccolina,come me, magrolina; era una professoressa di lettere quando era nei suoi panni, molto amata e rispettata dai suoi alunni mi dicono, e che viveva per la sua “missione “. La definiva così la sua professione. Ogni lavoro, se svolto con impegno e passione è una missione da portare avanti nel mondo, diceva mia madre.
E’ una notte tranquilla e siccome siamo una Rianimazione aperta permettiamo ai familiari di entrare e stare il più possibile accanto ai loro cari.
Ma stanotte fuori nel corridoio ad aspettare c’è solo la figlia della nonnina; ci passa le giornate nel corridoio, su di una sedia, lo sguardo perso fuori dalla finestra, immobile. Le faccio cenno di entrare, cerco di allacciare un rapporto.”Niente festeggiamenti?” La frase cretina (inopportuna avrebbe sottolineato mia madre con la matita blu) mi scappa di bocca, sto per scusarmi quando lei mi risponde alzando le spalle: “La mia famiglia è qui”.
Poi si siede accanto al letto, le prende la mano, quella senza pulsiossimetro al dito e gliela stringe forte forte. Ha imparato subito le regole e i rituali di questa “stazione”e li osserva scrupolosamente, meticolosamente, per non essere la causa involontaria di un allarme. Non abbia paura -la rassicuro- sappiamo distinguere i falsi allarmi da quelli pericolosi.
“Non ho paura -mi risponde- ma sono una bibliotecaria, e ho rispetto per le cose e sono meticolosa di natura, oltre che per abitudine lavorativa “. Mi spiazzano le sue parole,e non è la prima volta;delle persone che incontro qui dentro so sempre troppo poco. Conosco i bisogni essenziali, a volte le aspettative di vita, l’amore che c’è intorno a loro, siano sani o malati. Ma non basta, non basta mai.
“Le parli, le racconti qualcosa di voi, dei bei momenti passati insieme. parli del passato ma non del futuro, forse la sua mamma lo conosce fin troppo bene, meglio di noi, e non vorrei vederlo riflesso nel suo viso”.
Lei mi guarda, annuisce, e poi inizia a parlare, ora guardando la mamma, ora guardando me, ora fissando la mano sottile che stringe nella sua.
“Lo sai mamma che giorno è oggi? Il 25 dicembre: ricordi, lo chiamavi sempre così. Fra qualche ora metterai al mondo due bimbe bellissime, due gemelline adorabili, eterozigote, come sottolineava sempre il professorone che ci aveva aiutate a nascere. E tu, facendo la finta tonta, quella che non ne conosce l’etimologia, pur avendo insegnato greco per una vita, gli chiedevi: “E che significa?” “Che saranno gemelle diverse.” rispondeva con sussiego il professore. E tu allora scoppiavi a ridere, con la tua risata travolgente : “Ma i figli sono sempre diversi, anche nelle somiglianze”.
E’ vero, è stato proprio così, ma tu sei stata una mamma uguale per tutte e due, e nello stesso tempo la mamma che ognuna di noi avrebbe voluto avere, e di cui aveva bisogno. Siamo nate alle 3 di notte del 25 dicembre, ma tu ci facevi sempre due regali, uno per il compleanno e uno per il Natale, fino all’anno scorso. Quest’anno no, quest’anno ci hai fregate.”
Io mi allontano con una scusa di lavoro e con un groppo in gola.
Poi torno, sono le 3, torno e l’abbraccio e le dico: Buon compleanno!
E lei mi risponde: Buon compleanno, sorella mia!

Magamagò

Lo so che è Pasqua, ma c’è poca magia a Pasqua.

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Il mandolino non va sottovalutato

Scritto da Storyteller il 16 marzo, 2017
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foto di GP

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Poco tempo fa giunge nella sala operatoria dove lavoro come anestesista un paziente da sottoporre ad un intervento di routine in regime di day hospital per il quale si è giudicata  preferibile l’anestesia spinale, pratica anch’essa routinaria e di cui io stesso avevo informato l’interessato nella fase detta di pre-ricovero. Arrivato nel locale di preparazione il paziente (pienamente cosciente perché noi non somministriamo sedativi in reparto, la vecchia preanestesia) tenta dapprima di imbastire una polemica sul fatto che il giorno precedente (domenica) non aveva avuto risposta al numero telefonico del reparto con le parole “ma allora fate festa…” e gli si risponde c’è chi lavora anche il sabato e la domenica e chi ha il riposo fisso e che il reparto in questione non sarebbe un day hospital se fosse aperto nei festivi.

Mi appresto quindi ad eseguire l’anestesia spinale e il soggetto indugia a mettersi nella posizione seduta che gli viene richiesta, mi guarda fisso e mi dice: “ guardi che non vorrei dovermi ricordare il suo nome, perché, sa, io alle persone ci tengo…”

Sì, avete capito bene: “io alle persone ci tengo”, in un contesto in cui siamo noi, medici e infermieri, che alle persone “ci teniamo”. Allora bisogna dire con chiarezza che non si tratta di una reazione eccessiva di una persona spaventata (è un adulto consapevole che si è fatto di tutto per mettere a proprio agio) ma che ci troviamo di fronte ad un genuino prodotto italiano, meno gustoso del culatello e della mozzarella di bufala, ma ugualmente noto nel mondo: l’avvertimento mafioso.

Poi l’anestesia viene eseguita senza problemi, il paziente non avverte né dolore né fastidio e io vengo gratificato con le parole: “però, bravo. Non credevo…”

E già, bravo (come tanti altri, ovviamente), però facciamo alcune riflessioni:

-le minacce dopo tutte le derubricazioni e depenalizzazioni degli scorsi anni restano un reato previsto e punito dal Codice Penale ma qui si è usata una perifrasi per minacciare senza fare apparire una minaccia diretta (che anche in questo ci sia una “professionalità”?);

-se il soggetto avesse dovuto discutere con funzionari del Catasto o dell’Agenzia delle Entrate (sono tutti incaricati di un pubblico servizio, come noi) avrebbe avuto lo stesso atteggiamento oppure si pensa che con il personale della Sanità in fondo si può?

-se il soggetto avesse ricevuto qualche risposta non garbata sul riposo settimanale degli ospedalieri o non avesse collaborato alla manovra e gli si fosse detto “non sia intollerante”,  forse lo avremmo visto recarsi all’URP, dove avrebbe trovato ascolto e forse gli operatori sanitari sarebbero stati chiamati a giustificarsi;

-e io dove e a chi posso segnalare un fatto del genere? Non certo sulla cartella clinica dove si annotano solo fatti relativi al percorso di diagnosi e cura.

Negli ultimi anni si è parlato “Medicina Narrativa”, cioè di affiancare all’annotazione, diciamo tecnica una sorta di storytelling in cui compaiano aspetti materiali, relazionali, psicologici del ricovero in ospedale, si pensi per esempio ai rapporti con i famigliari nei lunghi ricoveri nelle Medicine. Io non ne so molto ma ho cominciato a riflettere, più che sul mio povero esempio, su tutti gli operatori di Guardie Mediche, Pronto Soccorsi, Psichiatrie ecc. che hanno subito aggressioni e che hanno potuto segnalare e denunciare solo dopo che era accaduto il peggio.

Prima ti accoltellano e poi ti puoi tutelare? Non può andare così.

Sto terminando di fare queste riflessioni non ottimistiche quando in tv passa la pubblicità di Bancoposta con Vivaldi, il concerto per mandolino, archi e cembalo RV425,  una musica strepitosa e di grande leggerezza.

Decido di ascoltare tutto il concerto: il mandolino non è lo strumento folklorico che molti snobbano, ma esiste una letteratura ed esistono ensembles mandolinistici.

Il mandolino non va sottovalutato.

Buona notte

Storyteller

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Mi piace pensare

Scritto da folfox4 il 08 marzo, 2017
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La notte del 13 agosto del 1980 ero di guardia come anestesista-rianimatore presso l’ospedale San Giovanni Evangelista di Tivoli (RM). Allora la guardia notturna era coperta da un unico medico sia per il reparto di Rianimazione che per la sala operatoria, con un reperibile fuori, pronto a raddoppiare per ogni necessità. Tra le 23.00 e le 23.30, dopo la visita serale ai malati di Rianimazione, ero andato a prendere un caffè con i colleghi infermieri della sala operatoria.

Ci affacciammo tutti e tre, la ferrista, l’infermiere di sala e io alla finestra posta alla fine del corridoio della sala operatoria che dava sul piazzale dell’ospedale. L’ausiliario ascoltava musica da una radio transistor poco distante.

Mentre si parlava del più e del meno, in sottofondo, il suono di una sirena di ambulanza incominciò a farsi strada nelle nostre teste.

Meccanicamente, la ferrista si fece indietro e si avviò nella sala di chirurgia d’urgenza. L’infermiere scosse l’ausiliario che andò a chiamare l’ascensore. Io entrai in sala per verificare che il respiratore, la monitorizzazione, i farmaci per l’anestesia e i fluidi fossero tutti disponibili. Saliva per i tornanti che dalla statale Tiburtina vengono verso Tivoli, e il suono era sempre più intenso.

La ferrista , l’infermiere di sala e io ci guardammo.

Capimmo, non so sulla base di che cosa, che era per noi, ma anche che non sarebbe stato semplice. Come da regola, l’ausiliario scese in Pronto per la prima occhiata. Confermò al telefono che era per noi. E nemmeno una roba semplice. Salirono in ascensore i ginecologi, il medico del Pronto la barella con sopra una ragazzina di 15 anni si e no.

Sul lenzuolo davanti alle cosce una pozza di sangue. Lei pallida respirava a fatica. Gli occhi sbarrati. Sudata fradicia.

Quando fummo in grado di iniziare la pressione arteriosa sistolica era di 60 mmHg e la frequenza cardiaca di 160 bpm.

La mettemmo sul tavolo operatorio direttamente col lenzuolo della barella.

Tra le gambe un muccio di anse intestinali.

Aprendo l’addome fu chiaro che l’utero era stato sfondato durante una manovra di raschiamento dell’utero per interrompere una gravidanza e invece del feto quello che era stato tirato via era l’intestino.

Morì dopo una settimana di alterne vicende legate a uno shock settico che andava avanti e indietro senza risolversi mai definitivamente.

Per inciso era una Rom.

Io sono diventato non obiettore così. Io non ho avuto modo di fare equilibrismi intellettuali. Io ho dovuto scegliere se stare dalla parte del Sistema Sanitario Nazionale o della mia coscienza che, detto tra noi, all’epoca nemmeno se l’era posto il problema.

Ho scelto. Sono diventato abortista. Anestesista abortista. Ospedaliero. Dopo non è stato facile. E c’è stato un momento in cui ho dubitato della mia scelta. Come al solito ci si sente un po’ male quando troppo è troppo.

Poi le statistiche dicono oggi che il tasso di abortività nel nostro Paese si è ridotto significativamente.   Sono contento perché se io e tutti quelli che come me hanno continuato in quegli anni non avessero tento duro, quel tasso di abortività sarebbe rimasto confinato ai tavoli da cucina delle mammane. Anche a questo abbiamo posto rimedio. Non abbiamo completamente risolto. No. Ma quella roba che ho visto io la notte del 13 agosto del 1980 oggi mi piace credere che nessun medico la veda più.

Questo è ciò che conta per me.

Io ho scelto di fare il medico.

Folfox4

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Jogging

Scritto da Gio il 20 febbraio, 2017
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foto di NC

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Corro.

Jogging pigro di una fredda mattina di febbraio. Aria umida nelle narici. Gambe pesanti, corpo intorpidito dal lungo inverno. Mentre ascolto il ritmo affannato del mio respiro, la mente divaga

E mi viene in mente lui.

Jack.

8 anni, un’intelligenza fuori dal comune.

Ragazzino educato, vispo, curioso.

Si era accorto che qualcosa non andava perchè d’imporvviso gli è mancato il fiato e non riusciva più a tenere il ritmo nel fare jogging con suo padre nel weekend.

Linfoma di Burkitt.

Massa addominale enorme, lisi tumorale da manuale in induzione.

Remissione completa ma ricaduta immediata.

A trapianto.

Buon donatore, buone condizioni cliniche, si va. Ma si arriva al condizionamento senza una remissione completa e si sa che le possibilità sono poche. Lo sappiamo noi, lo sanno i genitori e soprattutto lo sa lui, troppo intelligente per non capire.

E ci insegna.

Mentre noi ci diamo da fare nel provare ogni terapia post trapianto che possa mantenere quello straccio di remissione ottenuta a fatica, mentre i genitori ci chiedono di riferirlo per questa o quella terapia innovativa in questo o quel centro specialistico, lui invita il suo dottore preferito a raggiungerlo in camera, alla fine del turno, per giocare una mano a carte.

Jack filosofo, Jack più saggio dei suoi 8 anni, Jack che non parla più molto, non chiede, ma batte il suo dottore a carte, troppo educato per dirgli altrimenti che la partita è persa.

Corro e ti penso Jack, e so che avresti apprezzato la vita che scorre nel jogging al freddo di una mattina di febbraio.

 

Gio

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Per te

Scritto da TNT69 il 06 febbraio, 2017
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Foto di FR

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Non vorresti capitasse mai, ma ecco che improvvisamente, in un tempo sospeso arriva in reparto il tuo collega… ma come paziente. Il problema è che io lavoro in hospice.

Le paure si moltiplicano, le notizie che arrivavano attraverso gli altri e che sembravano ovattate e lontane ora sono realtà che ti spiazza. Come è difficile assisterti, fare del proprio meglio per te che sai cosa faccio. Ogni giorno che passa mentre svolgo le mie quotidiane attività, si moltiplicano i flash di quando le eseguivamo insieme. Tutto è avvenuto così rapidamente, neppure due mesi da quando sei stato a casa per un mal di pancia.

Ed ora sei qui.

E io vivo tutta la mia impotenza e vorrei abbracciarti e farti sentire che non sei solo, che ti sono vicino e che vorrei che tutto fosse solo un brutto sogno.

Ma è la realtà di oggi. Difficile, dura. Ancora non me ne capacito, vivo questa situazione come se fosse surreale. Mi sto difendendo, per non soffrire troppo e rischiare di non poterti aiutare. La fatica è molta, le parole sono poche e sussurrate, ma gli sguardi sono profondi e parlano da soli. Ci sarò, in silenzio,  in questo tempo di attesa per sostenerti in questo percorso ignoto.

E pregherò infinitamente per te.

TNT69

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Ombre della notte

Scritto da Il Barelliere il 27 dicembre, 2016
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foto di EP

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Domenica notte, freddo e nebbiolina.

“codice giallo –  evento violento in strada – dinamiche non note!”

 Queste le confortanti informazioni, di quello che è ormai il terzo servizio di fila della nottata.

Il target è un po’ fuori dalle nostre classiche zone di intervento: ci vorranno tra i sette e i dieci minuti circa per raggiungerlo, minuti durante i quali confido vivamente siano già giunte sul posto le forze dell’ordine.

Sono le 02:30, le strade della periferia milanese sono praticamente deserte. La sirena rimbomba forte nell’abitacolo e i lampi blu si riflettono nella foschia creando un effetto quasi suggestivo.

Indosso la giacca della divisa, allaccio la cerniera fino al bavero, stringo i polsini e mi infilo un secondo paio di guanti.

Arriviamo nella zona indicataci dalla centrale avendo, come unico riferimento per individuare il luogo dell’evento, un grosso supermercato che si affaccia su tre vie diverse.

Da un lato la ferrovia e dall’altro un grande complesso di uffici.

In giro non c’è un anima. Sembra che il freddo oggi, abbia spinto tutte le prostitute che di solito battono la zona, a starsene a casa al caldo oppure più verosimilmente, i loro clienti, a cercare ancor più calore in questa notte fredda e malinconica.

Notiamo in lontananza un ragazzo di colore che si sporge in strada sbracciandosi per attirare la nostra attenzione. Cazzo, quando si sbracciano così tanto non è mai un buon segno !

Accanto a lui, riverso sul marciapiede, un altro ragazzo, con la testa avvolta da uno straccio completamente intriso di sangue. Che se avessi incontrato ieri avrei scambiato per un fantastico e quanto mai realistico travestimento per Halloween.

Attorno a loro niente e nessuno nel raggio di diversi metri. Sembra l’ambientazione di un horror e se c’è una cosa che ho imparato dai film, è di non andare mai a vedere da dove provengano i rumori misteriosi

L’autista accosta l’ambulanza al marciapiede, scendo con cautela mantenendomi vicino allo sportello , prima di iniziare il soccorso voglio capire se la scena è del tutto sicura o se sussistano eventualmente altri pericoli.

“Cosa è successo ?” chiedo al ragazzo

“No parlo bene italiano” Ci mancava anche questa!  Va bene, dai  proviamo con l’inglese, l’esame da  quattro crediti di “inglese medico” servirà pur a qualcosa .

“What’s happened to your friend? “

Se il mio accento e la mia pronuncia sono pessime, le sue sono ancora peggio. E’ agitato e confuso, da quel che riesco a capire, il ragazzo disteso sul marciapiede è stato colpito alla testa mentre dormivano all’addiaccio vicino alla ferrovia e lui l’ha trasportato fino alla strada e chiamato l’ambulanza.

La prima valutazione del ragazzo non è confortante. Vie aeree pervie e  meccanica respiratoria apparentemente non  compromessa. Gli occhi sono aperti, ma non ha nessun tipo di risposta, in qualsiasi lingua gli si provi a parlare. C’è però reazione allo stimolo doloroso, pupille isocoriche e normoreagenti

Ha due grosse ferite molto profonde a livello dell’arcata sopraccigliare e in regione temporale , dalle quali continua a fuoriuscire parecchio sangue, tanto da aver creato una piccola pozza alla base della testa.

Terzo e quarto predispongono il ragazzo all’immobilizzazione spinale e tentano di frenare l’emorragia. Il compagno continua a muoversi ansiosamente attorno a noi. Cerco di capire meglio l’accaduto e la dinamica dell’evento, visto che per quanto uno possa essere bravo a fare a cazzotti, non ti apre la testa in quel modo a mani nude.

Il suo racconto è confuso : a quanto pare le ferite alla testa sono state inferte con una bottiglia di vetro e non più mentre stavano dormendo, ma durante un diverbio. Ricostruire un’eventuale storia sanitaria è un’impresa ardua. L’unica cosa che continua a ripetere con insistenza è di volere la polizia. Inutile dirgli che la vorrei anch’io tanto quanto lui.

Do uno sguardo ai parametri del ragazzo, che tutto sommato potrebbero essere ben peggiori. La valutazione testa-piedi non evidenzia altre ferite, edemi o deformità. Eseguiamo il rog-roll e lo posizioniamo sulla spinale.

Il sanguinamento alla testa è nettamente diminuito, senza però essersi ancora arrestato.

Finiamo di stringere le cinghie del ragno e ricomponiamo lo zaino sanitario; mentre i rumori di un treno che passa in sottofondo e la luce del lampione che tinge di arancio l’aria, rendono la scena piuttosto inquietante.

Durante il trasporto, le condizioni del ragazzo migliorano. Recupera progressivamente lucidità, anche se appare sempre molto confuso e disorientato.

I carabinieri arrivano che lo stiamo togliendo dalla spinale, dopo che la TAC non ha evidenziato lesioni ed il chirurgo di guardia, brama dalla voglia di ricucirgli la testa.

La tentazione di soffermarmi a parlare con loro, descrivendogli con inutile dovizia di particolari tutto l’accaduto a partire dal nostro arrivo è molta, soprattutto perché fuori c’è da ripulire mezza ambulanza imbrattata di sangue.

Tuttavia  mi metto una mano sulla coscienza e penso all’ottimo lavoro di squadra appena concluso e mi immagino gli altri, indaffarati ed infreddoliti nel ripulire tutti i presidi.

In breve li raggiungo, per scoprire poi che, a quanto pare, aspettavano solo  me prima di iniziare a metter mano a scottex e disinfettante…

Il Barelliere

 

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Ascensore

Scritto da Gio il 20 dicembre, 2016
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Foto di EP

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Sono in ospedale.

All´ingresso principale due bambini sui tre e sette anni giocano a indovinare quale dei quattro ascensori arriverà per primo e si inseguono e corrono approfittando del fatto che la mamma, intenta a parlare con un’infermiera nel corridoio, non li veda.

Come sempre non posso resistere e ingaggio il gioco con i due piccoli, in due minuti stiamo tutti ridendo a crepapelle.

A un tratto sopraggiunge una donna di circa trent’anni, alta, bionda, carnagione chiara, zigomi alti, labbra naturalmente vermiglie. Indossa un cappotto che lascia intravedere le sagoma di un addome arrotondato dalla gravidanza. Mentre si avvicina il suo sguardo incrocia il mio e lo attraversa, come se non mi vedesse, figuriamoci partecipare alla risata che ho ancora nella coda degli occhi mentre l’ascensore arriva, i bambini tornano dalla loro mamma e io salgo scegliendo il piano del mio reparto.

La donna stringe in mano una scatola di fazzolettini, e guarda dritto davanti a se ma il suo sguardo penetra ciò che ha di fronte più che accarezzarlo. L’ascensore è vuoto, i piani molti, ma lei non fa cenno di notare che siamo solo in due in quello spazio.

Quali pensieri stringono la tua mente?

L’ascensore si ferma praticamente ad ogni piano nel solito calvario, lei rimane in un altro mondo.

Arriva il piano otto, le porte si aprono, lei si muove per uscire.

Ora ho capito, quell’addome non sta per dare alla luce un piccolo ma deve averlo già fatto, forse troppo presto perché quello è il piano della terapia intensiva neonatale.

Mentre scende la donna ha le lacrime agli occhi, ma non distoglie lo sguardo da quel suo orizzonte interiore, da quel suo obbiettivo unico: guardare il suo cucciolo penetrando il plexiglas dell’incubatrice. Guardare avanti, al momento in cui il suo cucciolo non avrà più bisogno del plexiglas per mantenere la sua temperatura, quando basterà il suo abbraccio per scaldarlo, quando, dimenticando le settimane dei dubbi e delle terribili incertezze iniziali, potrà godere della beata inconsapevolezza di tutti i neonati. Ancora più avanti, quando la donna con le labbra vermiglie starà parlando in un corridoio e il suo cucciolo potrà giocare con gli ascensori.

In quell’ascensore ho sentito il tuo dolore, donna dalle labbra vermiglie, la tua speranza, la forza e la fierezza con cui combatti la battaglia per il tuo cucciolo.

Buona fortuna!

Gio.

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La regola delle tre P

Scritto da Zoro il 19 dicembre, 2016
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“Una cosa che probabilmente la mattina non farete mai è guardarvi allo specchio e chiedervi: sono uno stronzo? (…) Probabilmente nel mondo ci sono dei veri idioti e di sicuro molti di loro hanno una buona opinione di sé. Non si considerano delle carogne, perché il prendere coscienza della propria stronzaggine è abbastanza difficile.”

Eric Schwitzgebel, dall’articolo ”How to tell if you’re a yerk” Nautilus, 15/9/2016

 

 

Prepotente, Presuntuoso, Paraculo.

Quali migliori caratteristiche per uno che ti lavora a fianco?

Hai sempre sperato di avere accanto una persona (un artista!) che sa di lavorare cosi bene che trova il modo di criticare tutto e tutti, dove, ovviamente, lui, invece, ha sempre la soluzione pronta, il protocollo adatto, la posologia giusta.

E sempre corroborata da una solida biografia, sempre millantata ma mai esibita, spesso controcorrente, a volte inventata di sana pianta, soprattutto quando, palesemente, non esiste. Solo lui, genio incompreso, lavora correttamente, sottolineando puntualmente le tue imprecisioni o presunte mancanze, anzi, puoi essere sicuro che le ha già fotocopiate e documentate e messe da parte nel caso in cui mai avessi per pura invidia, da mettere in dubbio il suo corretto operato.

Di ogni argomento ha la soluzione giusta, ogni diatriba è buona per sparare pareri che nessuno richiede.

Di collaborare poi non se ne parla. Al suo pari non ce n’è, e soprattutto non si fida. Nemmeno c’è nessuno che si voglia prendere l’improbo fardello.

Da buon paranoico ipotizza le complicanze più strampalate: ogni intubazione e difficile, ogni decimo di potassio di deficit prolunga l’inizio dell’induzione, posticipato a situazione riequilibrata, la pre-ossigenazione è un rito iniziatico, cosi come l’incannulamento venoso, precario se fatto da altri e quindi da sostituirsi di default.

L’anestesia è sicura solo se si dispone di tutti i monitoraggi possibili, e quindi non è infrequente una preparazione completa di arteria, vena centrale, intubazione, magari da sveglio e con il fibroscopio… e poco importa se l’intervento è un raschiamento, un tunnel carpale o una cataratta.

Tra induzione e risveglio le sue anestesie durano mediamente un’ora in più, col paziente trattenuto in osservazione per ore, finche non arrivi cambio di turno a graziarlo.

Il suo nemico giurato è il chirurgo, bramoso solo di menare le mani e metterle nella pancia/utero/bocca/schiena (dipende dalla specialità) del malcapitato paziente, di cui il cerusico ignora la vera condizione cinica e che toccherà all’anestesista difendere e tutelare.

La sua è una crociata, una lotta all’ultimo sangue per sottrarre il  paziente alle grinfie dell’orco chirurgo…

Quando poi l’ignaro paziente si lasci scappare in anamnesi il dolorino toracico non indagato, la sincope di ndd, ci penserà lui a infilarlo in un tunnel diagnostico infinito, da cui difficilmente riuscirà indenne, perchè qualcosa che non va si trova sempre.

L’unica cosa che manca, che proprio non si trova da nessun parte è il buonsenso. Di quello proprio non ce n’è…

Zoro

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Il caffè del morto

Scritto da Salvatore Nocera il 25 ottobre, 2016
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Foto di NC

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“Viviamo in una società in cui la morte è un tabù. La si vede al cinema, alla televisione, sui giornali, ma è sempre qualcosa di astratto e lontano che riguarda gli altri. Non se ne parla, non ci si pensa, e quando tocca l’individuo da vicino c’è un lavoro molto profondo da fare per permettergli di affrontarla con maggior serenità.”                                       Marcella Danon

Lavoravo nella guardia medica notturna e festiva.

Saranno state le due di notte.

-È incredibile come a ripensare a quella notte mi sovvenga un sorriso spontaneo che non so trattenere, ma che mi riempie di qualcosa che ancora oggi non saprei spiegare: il mio essere straordinariamente medico malgrado me stesso.-

Dicevo: una notte forse autunnale, non ricordo particolari frescure. Passavo, e tuttora passo le mie notti in guardia medica, a leggere e soprattutto a scrivere – ciò che mi capita – ho questa strana impellenza.

E dunque leggevo, e di sicuro scrivevo e sento suonare il campanello. Naturalmente mi alzo (sempre all’erta!) e anzi scrivere probabilmente mi scarica dall’ansia di dover affrontare comunque, da solo, una notte in cui dal punto di vista medico potrebbe succedermi di tutto.

– e se non fossi all’altezza?, e se mi capita un infarto?, un edema polmonare acuto?, un soffocamento?, una crisi allergica?, uno shock di qualunque tipo? chissà se c’è l’adrenalina – saprò fare la diluizione? E il Kombetin? Il Bentelan da 4 mg o magari il Flebocortid da 500?- …

Mi alzo, all’apparenza flemmatico, e vado ad aprire. Strano spettacolo. Una folla assiepata dietro la porta. Una signora di mezza età:

“Dottore, possiamo entrare?”

Dio mio, che è successo? penso. È esattamente uno di quei momenti in cui si realizza la necessità di affidarmi a qualcuno. Dio, appunto. Oppure al mio angelo custode. Che prego mentre faccio entrare la folla nella speranza che non sia successo nulla d’irreparabile e che io sia in grado di …

“Allora, dottore, posso parlare?”

Per sicurezza mi siedo dietro la scrivania, come al solito quando mi difendo. E la sicurezza cui mi riferisco in realtà è un’auto-rassicurazione. Mi rinchiudo appunto nel mio ruolo, vorrei impedirmi di entrare in contatto – come al solito – con tutte queste persone che mi stanno davanti. Ma cosa vogliono? – il bello è che tutti questi miei pensieri avvengono in un attimo, tra le pause della voce della signora. Mi preoccupo esageratamente come quando sto per entrare su un palcoscenico qualunque durante una qualunque delle mie peregrinazioni artistiche teatrali: letteralmente me la faccio addosso, vorrei scappare, ma poi, all’ultimo momento … eccomi sul palcoscenico, e tutto diventa semplicissimo:

“Forse siamo in tanti, dottore, ma non si deve preoccupare: questi sono i miei figli e le mie figlie, con mogli e mariti …” “E anche nipoti”, dico io. “Dottore, non se l’abbia a male, lo so che è inutile, ma …” La signora comincia a piangere, subito circondata e consolata dalle altre donne, figlie e nuore, evidentemente.

Una di loro comincia a parlare: “Vede, dottore, mio padre sta male, sta veramente male. Oggi è venuto il nostro medico di famiglia e gli ha fatto un’iniezione che lo ha fatto stare bene. Ora però sta soffrendo e non sappiamo cosa fare. Lo sappiamo che è inutile, ma sa?…” Sembrava avesse ritegno: o forse non aveva il coraggio di chiedermi qualcosa che a me, sicuramente, sarebbe sembrato inutile.

“Mio marito ha il cancro e sta morendo, non sappiamo nemmeno se arriva a domani, per questo le diciamo che è inutile, ma che vuole?, quando si vede un proprio caro soffrire noi vorremmo soffrire al posto suo – e soffriamo anche noi – anch’io, a vederlo soffrire così. La prego, ce la può venire a fare un’iniezione che così sta un poco meglio?”

E va bene, allora partiamo. Non sto lì a discernere se si tratti di un caso di umanità o di un intervento medico vero e proprio. E tuttavia anche il trattamento del dolore in un malato terminale è da considerarsi un intervento medico a tutti gli effetti, oltre che un diritto del malato e dei familiari: le famose cure palliative, il mantello protettivo, il pallio rassicurante.

Io prendo la mia macchina e vado dietro a una processione di altre macchine. Ma sono tutti qui, rifletto, non è che il malato è rimasto solo? Boh. Ha tutta l’aria della prova di un funerale, una sfilza di macchine, io con la mia nel mezzo, l’onore di una scorta ufficiale. Un paio di chilometri. Arriviamo in una strada larga, un agglomerato di case che fa pensare a un grande condominio popolare. Da molte finestre, malgrado l’ora mattutina, traspare la luce tremula di un qualche abat-jour rimasto acceso nell’attesa di un arrivo. Ricorda molto la parabola delle vergini del Vangelo, in attesa dello Sposo che prima o poi verrà a bussare … la storia dell’olio e delle lampade.

Mi indicano di posteggiare la macchina in un luogo facilmente accessibile. Loro posteggiano, abituali. Scendono tutti, mi aspettano. Spengo il motore. Afferro la mia borsa. Scendo. Chiudo. Sto fermo un po’ a guardare quella piccola folla surreale. Mi avvio. In gruppetti di due o tre, si dirigono verso un portone socchiuso, rimasto all’apparenza incustodito, in realtà tenuto continuamente sotto controllo da sguardi molto benevoli che avverto discreti dalle finestre contigue. Saliamo su per una ripida scala in fila indiana. Inevitabilmente il pensiero mi va alla difficoltà di far scendere da lì un’eventuale bara …

“Se muore dovremo scenderlo con le lenzuola”, dice molto lucidamene una delle giovani donne, probabilmente nuora, quasi a leggermi nel pensiero. Emano solo un sospiro e continuo a salire. Arriviamo davanti a uno stretto pianerottolo, su cui una maniglia traballante apre un’esile porta: entrano tutti, tranne la madre, che mi invita ad entrare dopo di lei. Una piccola stanza, un ingressino, un soggiorno lì a lato, un’altra porta, ennesimo rituale: entrano tutti, tranne la madre, che entra subito dopo di me. Entro anch’io. Una luce fioca, illumina appena un letto matrimoniale, disfatto, su cui è seduto, con i piedi incrociati sotto le gambe, un uomo, indefinibile nell’età, non sembra molto anziano, gonfio di cortisonici, uno sguardo cupo, gli occhi scavati, una sofferenza che è negli occhi di tutti, mi si apre una specie di comitato d’onore dentro cui faccio il primo passo. Mi fermo fissando l’uomo che probabilmente non s’aspetta affatto da me l’intervento anti-dolorifico tanto desiderato dalla famiglia, avverto semmai il suo estremo desiderio di farla finita al più presto possibile. Questo mi blocca. Il solito silenzio che mi avvolge quando ho su di me l’attenzione del pubblico da attore consumato. Lo guardo con tutta l’umanità di cui sono inconsapevolmente capace. Due secondi pesanti. Poi, non posso fare a meno di dire:

“Ma quando moriamo?”

Sembra una boutade di cattivo gusto: magari un tantino macabra. Altri secondi muti, pesanti. Ho l’impressione, alquanto da incosciente, di aver detto quello che nessuno di loro, malato terminale compreso, aveva avuto fino ad ora il coraggio di affermare. Improvvisa una risata senza freni da parte del malato:

“Ah ah ah ah!…!” E mentre lui continua a ridere, la madre – cioè la moglie, nella sorpresa generale, si mette a singhiozzare, sotto lo sgomento di tutti. In effetti un po’ mi preoccupo, pensando di averla detta grossa, per questo cerco lo sguardo della madre – cioè della moglie, sperando di trovarvi una qualche rassicurazione. E lei, altrettanto improvvisa, mi dice:

“Oh dottore, non ci crederà, ma sto piangendo perché sono contenta: era da tanto che non lo vedevo ridere così, con gli scàccani.” E tutti le si stringono attorno, per sostenerla, accompagnandola dolcemente ai piedi del letto. Mi avvicino anch’io. Preparo un’iniezione di un comune anti-dolorifico, che somministro solerte. Non so quanto efficace, ma a questo punto un qualunque mio intervento è comunque vissuto da questa famiglia come benefico. Anche il malato mi ringrazia, sorridente. Saluto, mi avvio, accompagnato dalla madre piangente.

Mi rimane ancora qualche ora di questa notte che non finisce più.

Finalmente le otto del mattino. Smonto. Un cielo insolitamente terso. Quasi scappo via, scaricando sull’accensione della Focus SW la mia soddisfazione: tutto sommato, penso, non è andata poi così male – pregustando il caffè che sorbirò tra qualche minuto, nel mio solito bar, tutte le mattine che finisco il turno di notte: la mattina della smonta il caffè è sempre più buono. Ecco il bar. Posteggio, mi fermo, spengo. Scendo.

“Buongiorno, dottore”.

“Buongiorno”. Entro, lo sguardo distratto a un manifesto funerario appiccicato al muro, gocciolante di colla.

“Un caffè”

“Subito, dottore. Nottata tranquilla stanotte?”

“Più o meno, le solite cose”.

“Pronto il caffè.”

Lo sorbisco piano. Buono. Metto le mani in tasca per prendere le monetine e pagarlo, ma il barista mi previene:

“No, dottore, lasci stare: oggi il caffè glielo offro io”

“E come mai?…”

“Non lo so, guardi: mi viene così, sento di farlo, stia tranquillo”

“Va bene, come vuole, grazie”

Saluto e me ne vado. Uscendo, lo sguardo sul manifesto funerario. Stavolta vi riconosco il nome della persona malata di cancro … Sento subito la sua risata inaspettata. Una specie di brivido su tutta la schiena. Che me l’abbia offerto lui, il caffè?

Bracco

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Provare l’ambu

Scritto da Herbert Asch il 25 settembre, 2016
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Foto di GP

Foto di GP

Tanti anni fa, circa del 1988, quando ero ancora anestesista implume e ignorante (quest’ultimo lo sono rimasto) fui inviato in consulenza in un ospedalino periferico, monospecialistico medico, che assisteva molti pazienti cronici.

Ad uno di questi pazienti cronici, una SLA con paralisi ormai quasi completa, tracheostomizzato e ventilato, era necessario, mensilmente, sostituire la cannula tracheale, per cui veniva chiesta la nostra consulenza. Ed il compito ovviamente, toccava all’ultimo arrivato. Appunto il sottoscritto.

Mi era stato detto che tutto il materiale era già dal paziente, solo che andassi su.

Quindi finito il mio turno di guardia, sono partito alla volta del nosocomio con qualche dubbio, poiché di cannule, il sottoscritto, all’epoca specializzando al terzo e ultimo anno di A&R, in realtà da solo, non ne aveva mai cambiate. Ma tant’è toccava a me. Bella lì.

Il paziente, pezzo d’uomo anche se ormai consumato, aveva circa una cinquantina d’anni. Comunicava solo più digrignando i denti. Era ventilato con un baraccone che teneva mezza stanzetta, più o meno delle dimensioni di una madia da pane, su cui spuntavano qualche misuratore a lancetta, diverse manopole, dei tubi, un pallone nero che si gonfiava e sgonfiava ritmicamente, e che emetteva rumori pneumatici ritmici, il tutto per effettuare una banale ventilazione volumetrica controllata, e bon.

Neanche quel tipo di respiratore l’avevo mai visto, ma tant’è, non dovevo cambiare nulla e dubito anzi che fosse possibile cambiare modalità. L’avrei semplicemente lasciato staccato il tempo necessario alla manovra, tollerando la comparsa degli allarmi, per riattaccarlo subito dopo il cambio della cannula.

Sul carrello c’era di tutto e di più o perlomeno tutta l’attrezzatura ventilatoria che può esserci un reparto di cronici. D’altronde il personale non era solito usare tutti quei presidi ed essi venivano stipati alla rinfusa nel cassetto “Ventilazione”. La mercanzia veniva esposta come la Sindone, solo per le occasioni particolari, come appunto questa.

All’infermiera che mi avrebbe assistito spiegai che volevo preparare tutto in precedenza in modo da essere veloce e non lasciare in apnea il paziente per troppo tempo.

Breve briefing per chiarire le fasi: io avrei preparato tutto quanto serviva sul carrello, mi sarei messo i guanti, rimanendo con i guanti sterili e la cannula nuova in mano. L’infermiera avrebbe staccato la cannula dal ventilatore, sgonfiato il palloncino e tolto la cannula vecchia, io avrei infilato la cannula nuova nella stomia, e l’avrei collegata ad un tubo corrugato ed un filtro nuovo. Quindi lei avrebbe dato due o tre ventilazioni con l’ambu mentre io controllavo i campi polmonari, e, se tutto fosse stato a posto, avremmo ricollegato il paziente al suo respiratore in pochi minuti.

Tutta la pantomima l’ho illustrata in presenza del paziente, per rassicurarlo ed informarlo sulle varie manovre e poi… si comincia!

Il mio grosso problema era cosa dovevo aspettarmi infilando la cannula. C’era la possibilità di fare una falsa strada? Una cannula nuova, ovviamente di uguale modello e diametro, sarebbe entrata facilmente? E se ci fosse stato un problema come me la sarei cavata? In fondo nel mio ospedale c’era sempre un altro collega cui chiedere. Qui ero solo.

Un bel sospirone e via. Campo sterile. Ci adagiamo la cannula nuova, una siringa per cuffiare, il tubo corrugato ed il filtro nuovo. Una cannula per aspirazione viene collegata al vuoto: verifico l’aspirazione che funziona. Questa la manovrerò io. Provo il palloncino della cannula: ok.

Do il via all’infermiera, che a sua volta aveva preparato tutto a portata di mano. Ora stacca il paziente, sgonfia il palloncino e tira via la cannula vecchia.

Una veloce aspirata e infilo senza problemi (che culo!) la cannula nuova. Gonfio il palloncino. Ok ci siamo! Collego il corrugato e il filtro che tengo mentre l’infermiera collega l’ambu. Prendo il fonendo.

Due, tre pompate. Qualcosa non va, il torace non si espande. Altre due pompate: niente.

Il paziente comincia a virare verso il cianotico.

Prendo in mano io l’ambu. Due pompate. Niente

Il paziente è nero.

C’è qualcosa che non mi torna, ma non riesco a focalizzarlo.

Devo fare qualcosa… Intanto rimettiamo tutto come prima di cominciare!

Riprendo la cannula vecchia e la metto al posto della nuova, la cuffio e collego il paziente al ventilatore. Il quale ventilatore, nel frattempo, tanto per rendere meglio il pathos della scena, ha sparato i suoi allarmi che neanche un maiale sgozzato…

Il paziente ritorna al suo normale colorito dopo quattro ventilazioni, il torace si espande, gli allarmi tacciono.

Ora devo capire cosa cazzo è successo. Riguardo la cannula utilizzata, riprovo il palloncino, guardo il corrugato, ispeziono il filtro. Niente tutto regolare, a posto, funzionante.

Controlliamo il collegamento all’ossigeno dell’ambu (nessun reservoir, ovviamente, all’epoca erano fantascienza). Tutto a posto.

Prendo l’ambu in mano e un dito scompare in una piega. Piega? No, la copertura esterna dell’ambu è tagliata, di lì esce l’aria e non dalla valvola. In quegli ambu neri (qualcuno se li ricorda?) la tenuta era data dalla guaina esterna in gomma, mentre l’espansione era assicurata da una struttura interna semirigida, fenestrata, elastica. Chiudo la valvola col palmo della mano, comprimo. L’ambu si collassa, ma, non c’è resistenza, non pompa nulla; lascio andare la chiusura e non esce niente. Prendo un altro ambu dello stesso tipo che nel frattempo l’infermiera è andata a prendermi e faccio la stessa prova. Se la valvola di uscita è chiusa il pallone non si collassa, oppone resistenza, e quando lascio andare esce un soffio potente: questo funziona!

Ecco svelato l’arcano. Ecco che cosa non mi convinceva. Vista la mia poca esperienza non mi ero accorto che l’ambu non opponeva resistenza nel ventilare, ero tutto concentrato a capire quale fosse il problema, che, visti i miei dubbi iniziali, doveva per forza essere nella cannula!

E nemmeno l’infermiera se ne era accorta, non essendo abituata a ventilare con l’ambu.

A rileggerlo così sembra normale, facile: certo! se provavi l’ambu prima di usarlo…

Lo chiudi, lo schiacci vedi che resista, lasci andare e vedi che soffi… e checcivuole?

Perché, quanti dei miei colleghi e degli infermieri lo facevano all’epoca? Quanti lo fanno anche oggi? Siamo così sicuri che sia una manovra di routine?

Intanto l’ho mai vista descritta.

Anche solo restando tra istruttori BLS: se ci pensate spieghiamo per filo e per segno come e dove mettere le mani, porgere l’orecchio, fare gas (anzi G.A.S.) ma di provare i presidi che usiamo, ne parliamo? E questo neanche quando veniva data più importanza alla ventilazione.

È vero che è una cosa banale, ma quanti ci pensano?

Io sempre, visto il cago che mi sono preso. Mi viene spontaneo appena prendo un ambu in mano.

Per finire la storia, la cannula l’abbiamo poi cambiata, senza più problemi, ma quella cannula me la ricordo ancora adesso.

Herbert Asch

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